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Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

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18 maggio 2012 - 8:43

Guerra al voto di scambio mafioso: una legge nel nome di Paolo Borsellino – Le parole di Nino Di Matteo

Questo mio articolo è stato pubblicato a pagina 20 del Sole-24 Ore il 17 maggio. Lo ripropongo per i lettori che non hanno potuto leggerlo sul quotidiano. In più, in questo post, riporto anche il commento espresso da pm Nino Di Matteo, intervistato il 16 maggio dalla brava collega Norma Ferrara di Libera Informazione.

Una legge con il suo nome per dare scacco al voto di scambio con la mafia. Non più solo promessa di denaro in cambio di una preferenza ma qualsiasi altra utilità o favore. Venti anni dopo la strage di via D’Amelio, la Fondazione in memoria di Paolo Borsellino da Palermo ha messo sul tavolo del Governo Monti e del Parlamento la proposta che stava a cuore del magistrato ucciso con la scorta il 19 luglio 1992.

Già nel corso di un incontro con alcuni studenti di Bassano del Grappa (Vicenza), Paolo Borsellino nel 1989 manifestò infatti la difficoltà per la magistratura di punire il reato di voto di scambio. Difficoltà che permane ancora malgrado alcune modifiche di norme approvate negli anni.

Nella lettera al premier Mario Monti, al ministro della Giustizia Paola Severino e ai parlamentari, la “Fondazione Progetto e legalità in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia”, scrive che “recidere finalmente il rapporto tra mafia e politica è una priorità se si vuole realmente debellare il rischio etico di corruzione e sconfiggere la criminalità organizzata. Oggi la formulazione dell’articolo 416 ter del codice penale sanziona penalmente solo l’ipotesi, nella pratica assai rara, in cui il patto politico elettorale mafioso si concretizzi con il versamento di denaro alle cosche in cambio del loro appoggio. E’ invece necessario punire espressamente l’ipotesi, purtroppo molto più ricorrente, del patto consapevole che il candidato stipula con il mafioso e consistente nella promessa di rendere successivamente all’elezione favori di qualunque genere all’organizzazione mafiosa come contropartita al sostegno elettorale ricevuto”.

A seguire la proposta: «La pena stabilita dal primo comma dell'articolo 416 bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416 bis in cambio della erogazione, o della semplice promessa di successiva erogazione, di denaro o di altre utilità e favori».

Poche parole in più ma sostanziali per cambiare volto al reato e onorare il sacrificio di Borsellino.

Intervistato dalla collega Norma Ferrara di Libera Informazione, il  presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm) Sicilia, Antonino Di Matteo, ha espresso l’augurio che “il legislatore estenda la sanzione anche ad altri favori e pagamenti attraverso altre forme, che possano essere oggetto del patto stipulato, chiaramente con le caratteristiche che valgono nell'attuale 416 ter (un patto stabilito sapendo di trovarsi di fronte ad un appartenente all'organizzazione criminale). Attraverso questo strumento, se rafforzato in questa direzione, si potranno meglio recidere gli attuali rapporti fra pezzi della società e pezzi della mafia. E' necessario, in sostanza, che nella lotta alla mafia di cui tanti parlano ci sia assuma tutti le proprie responsabilità, passando dal livello delle parole (gli intenti...) a quello delle azioni concrete per sconfiggerla”.

La parte più dura, dunque, comincia ora perché la vera battaglia dovrà essere condotta in quel Parlamento che già spicca per i lunghi sonni in materia di riforma della legge anti-corruzione.

r.galullo@ilsole24ore.com

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Contro l’epidemia della criminalità c’è un vaccino formidabile: l’onestà di ogni singolo uomo

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17 maggio 2012 - 9:46

INCONTRO ESCLUSIVO/ 4 Il boss pentito Luigi Bonaventura: “Campobasso mandamento occulto della ‘ndrangheta”

Cari lettori, per il quarto giorno sono qui a raccontarvi dell’incontro che il 9 maggio ho avuto a Termoli (Campobasso) con il collaboratore di giustizia di Crotone Luigi Bonaventura (per il profilo di questo pentito di ‘ndrangheta rimando ai post precedenti).

Bonaventura – che quando è stato utilizzato è sempre stato ritenuto credibile e dalle sue dichiarazioni i processi hanno tratto finora giovamento per ammissione dei pm - ha chiesto due cose: la risoluzione del contratto che lo lega allo Stato, in modo da volare all’estero e rifarsi una vita, a causa dei troppi rischi che corre in Italia e, nel frattempo, una scorta per se e per i suoi familiari, visto che ha cominciato a intraprendere una strada pericolosissima: raccontare quel che sa sul connubio eversione nera/’ndrangheta/politica al pm calabrese Giuseppe Lombardo, che proprio su quel filone sta indagando con i suoi colleghi di Napoli e Milano.

Come ho scritto e ripetuto in questi giorni, non tocca al giornalista giudicare l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Al cronista spetta riportare i fatti: come detto è stato già riconosciuto credibile a Catanzaro con la cui Dda – ed ecco un altro fatto – continua a collaborare, diciamo così, a “getto continuo”.

Ecco come va il dibattimento in udienza il 24 gennaio, nella quale viene chiamato a testimoniare (rimando ai precedenti post) dal presidente del Tribunale di Crotone Massimo Forciniti.

Presidente – Lei ha dichiarato poc’anzi che è possibile che nelle cosiddette località protette, ci si incontri tra collaboratori. Ha poi chiarito che comunque non sono mai collaboratori della stessa zona, e che in genere sono utilizzati negli stessi processi. Ho capito bene questa sua affermazione?

Bonaventura – Sì, solo voglio fare una rettifica, che riguarda che ormai comunque è noto che a Termoli nella area dove io mi trovo, c’era uno del crotonese, un certo Ferrazzo, giusto per essere corretto. Sì, io sono venuto a conoscenza di collaboratori, che si incontrano in località protette anche perché così tanto protette non sono. E che comunque, lì poi qualcuno passa di nuovo con la consorteria madre, diventa un finto pentito così li definisco io, in mano alla ‘ndrangheta dove gestiscono in gran parte mandamenti invisibili, che sono in mano alla ‘ndrangheta. Diciamo la provincia dove mi trovo io, Campobasso, è una di questi.

Presidente – Ma Bonaventura, lei non le deve dire certe cose. Io le ho detto che …Le sto dicendo che ci sono indagini in corso, se ci sono notizie riservate non le deve dire… Per favore, quando parla il Presidente non deve intervenire nessuno, per favore. Le ho detto poc’anzi che non deve dichiarare cose che non si possono dichiarare. La domanda era semplicemente rivolta sul fatto: lei parla dei fatti dei processi con altri collaboratori, c’è questa possibilità e lo fa? Questa, era la domanda.

Bonaventura – Signor Presidente, io ho detto soltanto fatti che già riportano i giornali, non ho detto niente di nuovo.

Avv D'Agosto – Ha fatto il nome anche di Ferrantazzo, Ferrazzo.

Pm - Ma Ferrazzo è stato arrestato, c’è su tutti i giornali non è che è uno scoop, insomma.

Presidente – Ma tra l’altro, in questo processo ci riguarda poco.

Pm – Non ci riguarda, in questo processo.

Avv. D'Agosto – Posso sapere se comunque altri collaboratori del crotonese collaborino tra di loro?

Presidente – La domanda non è ammessa. Il collaboratore ci ha detto che non è in contatto con altri del crotonese, e che l’unica persona che ha citato e avete citato voi avvocati, è stata questa. Come fa a sapere? Cioè, sicuramente non è un argomento che viene fuori dalle domande e dalle risposte fatte. Quindi, in questi termini la domanda non è ammessa. Andiamo oltre.

Avv. D'Agosto – Presidente…

Presidente – No, giornali non ne voglio sapere, sono già stato chiaro.

Avv.D'Agosto – Il problema è che proprio dal giornale che esce comunque la motivazione, per cui comunque lui è a conoscenza di determinate circostanze.

Presidente – Ha chiarito i fatti di cui ci doveva chiarire oggi.

Ricordo – visto che ricorre un cognome, Ferrazzo, che ai più non dirà nulla – che il 22 luglio 2011 a Termoli è stato scoperto un arsenale di armi riconducibile secondo investigatori e inquirenti a Felice Ferrazzo, 56 anni, ex capo (per come lo ritengono gli investigatori) dell'omonimo clan di Mesoraca e da alcuni anni collaboratore di giustizia, arrestato a Milano (lui, tramite i suoi legali, Bruno Napoli e Vincenzo Notarangelo, ha sempre insistito nell’affermare l’assoluta estraneità ai fatti, poiché lontano da Termoli dal febbraio scorso, inviato in una località protetta; è giusto riportare queste dichiarazioni perché il cronista non deve mai prendere parte e giudicare). Attualmente Felice Ferrazzo è detenuto nel carcere di Vicenza. Il suo fine pena è previsto al 25 febrraio 2017 e ha scontato un periodo ai domicialiari: dal 9 febbraio al 22 luglio 2011, giorno in cui è stato arrestato

La famiglia di Felice Ferrazzo farebbe parte di una sorta di commissione regionale cui partecipano quelle famiglie che si distinguerebbero per impegno e devozione alla ‘ndrangheta.

Felice Ferrazzo è anche il papà di Eugenio, che fu arrestato a Campomarino - dove risiedeva con la sua compagna – il 4 giugno 2011, quando i Carabinieri di San Salvo (Chieti) scoprirono una raffineria di droga operante in Abruzzo, Molise e Puglia. Come riportano le cronache locali, il 15 febbraio di quest’anno il Tribunale di Vasto, con giudizio abbreviato, ha condannato Eugenio Ferrazzo, 34enne, a nove anni per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, detenzione di sostanze stupefacenti e detenzione e porto abusivo di armi da sparo (l'anagrafe carceraria però lo dà ancora imputato e solo per ricettazione e porto abusivo di armi: è attualmente recluso nel carcere di Lanciano).

Abbiamo così scoperto che a Crotone c’è un’indagine in corso che doveva rimanere ovviamente coperta ma qualcosa trapela sempre nei media che sono capaci di fare due più due, per appurare come la lunga mano della ‘ndrangheta calabrese sia giunta a coprire un nuovo e “invisibile” mandamento, che è quello di Campobasso.

Fine delle trasmissioni per il momento visto che continuerò, nelle prossime settimane, ad aggiornarvi sulla vicenda Bonaventura.

4 – the end (le prime tre puntate sono state pubblicata il 14, il 15 e il 16 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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16 maggio 2012 - 8:48

INCONTRO ESCLUSIVO/ 3 Il boss pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura: “Tra di loro i collaboratori parlano e cercano contatti”

Cari lettori, per il terzo giorno sono qui a raccontarvi dell’incontro che il 9 maggio ho avuto a Termoli (Campobasso) con il collaboratore di Crotone (ritenuto attendibile con varie sentenze e spesso utilizzato, con successo, dalla Dda di Catanzaro) Luigi Bonaventura.

Bene, Bonaventura ha chiesto due cose: la risoluzione del contratto che lo lega alo Stato, in modo da volare all’estero e rifarsi una vita, a causa dei troppi rischi che corre in Italia e, nel frattempo, una scorta per se e per i suoi familiari, visto che ha cominciato a intraprendere una strada pericolosissima: raccontare quel che sa sul connubio eversione nera/’ndrangheta/politica al pm calabrese Giuseppe Lombardo, che proprio su quel filone sta indagando.

Come ho scritto e ripetuto in questi giorni, non tocca al giornalista giudicare l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Certo appare che – finora – Bonaventura non si è risparmiato.

Nell’udienza del 24 gennaio 2012 (procedimento penale n. r.g. 96/11 - r.g.n.r. 936/06  a carico di Fazio Giuseppe +14), ad un certo punto i legali della difesa, Bonaventura e il presidente del Tribunale di Crotone Massimo Forciniti entrano nel tema dei collaboratori di giustizia.

INTERROGATORIO

Il primo a parlare è l’avvocato della difesa, D’Agosto.

Avvocato D'Agosto – Come è a conoscenza lei di questa circostanza, cioè lei direttamente ha avuto rapporti con altri collaboratori, o come sa di questa circostanza relativa alla possibilità dei collaboratori di parlare tra di loro?

Bonaventura – Comunque, è chiaro ci tengo a specificare che non sono mai venuto a conoscenza di contatti fra collaboratori crotonesi, o riguardo anche i processi ai quali io vengo spesso chiamato a testimoniare. Sì, nell’area dove sono ma in tante location, cosiddette chiamate località protette, c’è la seria possibilità che i collaboratori si incontrino, sì. Alcuni di loro, che decidono di cambiare rotta, o forse era già questa l’intenzione all’inizio di quando hanno abbracciato questa strada.

Presidente –A me interessa capire ai fini di valutare la sua attendibilità, lei parla con altri collaboratori, ha incontrato altri collaboratori e con i collaboratori ha parlato di ciò che si deve dire ai processi? Questo, è il senso della domanda.

Bonaventura – No, io non ho mai parlato di cosa si deve dire al processo, ma sono stato avvicinato da alcuni collaboratori, sì.

Presidente – Ma, avvicinato per quale motivo allora a questo punto?

Bonaventura – Il motivo, era quello prima di cercare di farmi passare nelle loro fila, poi non so se già questo era una scusa per farmi fuori. Il motivo era quello di eliminarmi, signor Presidente.

Presidente – Ma avete parlato dei fatti di  ciò che lei doveva dichiarare nei processi?

Bonaventura – Ho già risposto prima, no. Non abbiamo mai parlato al riguardo di ciò.

Presidente – Benissimo.

Avv. D'Agosto – Lei è a conoscenza se altri collaboratori del crotonese comunque, abbiano invece collaborato tra di loro?

Presidente – Specifichiamo che significa “collaborato tra di loro”.

Avv D'Agosto – Signor Bonaventura, lei ha avuto contatti con altri collaboratori del crotonese?

Bonaventura – No, io non ho avuto contatti diretti con altri collaboratori del crotonese.

Bonaventura– E’ capitata una occasione, dove mi sono trovato un appuntamento con uno di questi, ne ho parlato poc’anzi con Ferrazzo, era diciamo…

Presidente – Va bene, di questo non vogliamo più sapere. Bonaventura la domanda era: a parte Ferrazzo, ha mai incontrato altri collaboratori del crotonese?

Bonaventura – No.

Bene ora mi fermo qui ma domani proseguo con una nuova puntata ugualmente interessante.

3 – to be continued (le prime puntate sono state pubblicate il 14 e il 15maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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15 maggio 2012 - 9:19

INCONTRO ESCLUSIVO/ 2 Il boss pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura: “Una scorta dopo l’incontro con il pm Lombardo”

Cari amici da ieri sto raccontando l’incontro che ho avuto a Termoli (Campobasso) con il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, boss di ‘ndrangheta crotonese, destefaniano fin dalla prima ora.

Luigi Bonaventura (per una parte del profilo rimando al post di ieri) è quello che il 26 gennaio di quest’anno, rispondendo nel corso di un’udienza a Catanzaro, si dipinge così: “io appartengo ad una famiglia di ‘ndrangheta di Crotone, che è la Vrenna Bonaventura. Diciamo che comunque io appartengo a questa cosca, da legami di sangue cioè sono nato, mio nonno era Luigi Vrenna chiamato o zirro, insomma era uno dei capi della Calabria all’epoca. Comunque, ricopro un ruolo già importante dalla giovane età di diciannove anni venti anni, ero già un fedelissimo di mio zio Gianni, ero un suo braccio destro”.

Bonaventura – che sta collaborando da 5 anni con la Giustizia e varie sentenze ne hanno fissato l’assoluta attendibilità – denuncia da tempo il tentativo di farlo fuori (fisicamente e psicologicamente). Vive, con i suoi familiari, nel terrore. E’ logico, chiunque al posto suo avrebbe paura. Del resto lo ammette lui stesso: “ultimamente ho paura” mi dice tra una pausa e l’altra della nostra chiacchierata nell’appartamento di Termoli in cui vive.

Quell’”ultimamente” non è difficile da capire. Il 2 maggio si è incontrato a Milano con il pm calabrese Giuseppe Lombardo che sta indagando sul caso Lega/Belsito.

Lui, Bonaventura, nasce destefaniano e per la famiglia De Stefano, “mamma” delle cosche di Reggio Calabria, chi nasce così deve anche morirvi di morte naturale. Se tradisci muori prima: di morte innaturale.

E con lui – nel passato più o meno recente - ci hanno provato a farlo fuori, come lui stesso ha denunciato più volte a diverse Procure (e a loro e solo a loro spetta riscontrarne l’attendibilità).

Ora che ha virato le dichiarazioni e ha deciso di rivelare quel che conosce su un fronte nuovo – gli intrecci tra politica, eversione nera e De Stefano – quella paura si fa più forte. Quei pochi spostamenti (sempre gli stessi e abitudinari) dovranno forse cambiare e portarlo a rintanarsi ancor di più in quell’appartamento dal quale non esce quasi mai da 5 anni e nel quale riceve – come è avvenuto alla mia presenza il 9 maggio – la visita degli uomini del servizio di protezione.

E a loro,  proprio a loro – ha consegnato una lettera da spedire al Servizio centrale di protezione del Viminale a Roma, della quale sono in gradi di rivelarvi il contenuto.

UNA SCORTA E RISORSE PER SOPRAVVIVERE

“Io sottoscritto Luigi Bonaventura attualmente collaboratore di giustizia visto la grave situazione di pericolo che mi trovo io e la mia famiglia specie dopo gli ultimi impegni di giustizia di rilievo nazionale, chiedo che mi venga assegnata urgentemente una scorta fissa per me e la mia famiglia per tutta la nostra permanenza qui a Termoli unico luogo con le indicazioni sopra indicate che noi riteniamo sicuro.

In più chiediamo per fronteggiare le nostre gravi esigenze di salute e non solo, che ci venga dato un prestito di 5000 euro da poter restituire a 150 euro al mese.

Detto questo e in attesa come ormai da mesi che avvenga una giusta risoluzione del contratto come nei termini stabiliti dal mio legale colgo l’occasione di inviarvi i miei più cordiali saluti”.

Queste sono le richieste. Legittime? No? Altri giudicheranno, così come altri appureranno – con ulteriori riscontri anche incrociati – ciò che ha raccontato e racconterà ancora Luigi Bonaventura sulla famiglia De Stefano e sulle fortune politiche di alcune persone.

Un fatto è certo: un conto è raccontare dall’interno la ‘ndrangheta di Crotone (che nella letteratura di settore viene, non a caso, definita “minore”), altro conto è toccare i fili del potere: quelli che conducono alla “mamma” reggina che tutto può: i De Stefano. In questo caso chi tocca i fili – se non ha una “protezione” a terra – muore.

A domani, con un nuovo approfondimento sul collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

2 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata il 14 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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14 maggio 2012 - 8:47

INCONTRO ESCLUSIVO/1 Il boss pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura: “Risolvo il contratto con lo Stato e sparisco”

Cinque giorni fa, il 9 maggio, ho incontrato il boss pentito di ‘ndrangheta crotonese Luigi Bonaventura nel suo appartamento in località protetta.

Talmente protetta che non solo mezzo mondo sa che risiede in Molise, a Termoli ma è persino “circondato” da collaboratori di giustizia (veri o presunti) calabresi che con un semplice passaparola dopo due nanosecondi sanno gli uni dell’arrivo o della partenza degli altri. “Radio pentito” funziona alla perfezione qui come altrove e “radio carcere” amplifica le frequenze d’onda.

Insomma un sistema di protezione talmente “blindato” per lui e per altri sette familiari che ricorda il film la “Pantera Rosa”, nel quale i travestimenti dell’ispettor Clouseau vengono riconosciuti dal suo assistente cinese Kato un secondo…prima.

Luigi Bonaventura non è un boss pentito “laqualunque”, è un calibro di peso. Che sia attendibile non sta a me giudicarlo: è stato ed è utilizzato in molti procedimenti in corso dopo aver dichiarato, cinque anni fa, di voler collaborare con la Giustizia e varie sentenze ne hanno fissato l’assoluta attendibilità per racconti e fatti finora resi.

Nell’udienza del 14 gennaio 2012 per un processo in corso a Catanzaro, rispondendo a una domanda del pm Pierpaolo Bruni, si (ri)presenta così: “Io diciamo che sono nato ‘ndranghetista, cioè io appartengo e sono nato in una famiglia, la famiglia Vrenna Bonaventura, che è la famiglia che ha portato la ‘ndrangheta a Crotone, che la ha proprio inventata. Quindi, da appartenente di sangue a questa famiglia madre, a questa ‘ndrina madre della provincia di Crotone all’epoca quindi già come … e c’è per legame di sangue, io nasco giovane d’onore. Poi, da là vengo addestrato già dalla più piccola età, ma non solo ad usare le armi ma anche ad usare la testa, fino poi a ricoprire un ruolo importante, quello di stare al fianco di Gianni Bonaventura che all’epoca era quello che comandava Crotone”.

Perché sia chiaro, lui, la sua famiglia a Crotone “è” la ‘ndrangheta, figlia della mamma reggina impersonata dai De Stefano. Lui, Luigi Bonaventura, è un destefaniano e per questo è stato e sarà ancora ascoltato dal pm calabrese Giuseppe Lombardo che sta indagando sul caso Lega/Belsito.

Formalmente viene “battezzato” a Isola Capo Rizzuto, dove era latitante, il 21 dicembre 1992.

All’incontro con Luigi Bonaventura ho deciso di pubblicare alcuni post di cui quello odierno è il primo. Lo faccio – ripeto – non perché stia a me giudicare la sua attendibilità ma perché è l’ennesimo caso di un collaboratore di giustizia che leva alto il grido contro l’indifferenza e l’abbandono dello Stato. Prima di lui si contano a decine quelli che – soprattutto tra Calabria e Sicilia – hanno fatto outing sulle loro condizioni e su quelle dei loro familiari “usa e getta”. Per limitarmi a chi su questo blog ha lanciato un allarme disperato, ricordo Tiziana Giuda, la moglie di Vincenzo Marinom un altro pentito della cosca Vrenna Bonaventura, (si veda il post del 19 marzo 2012).

Ripeto ciò che ho detto tante volte: delle due l’una. O sono singolarmente attendibili e ciò che dichiarano viene meticolosamente riscontrato e serve per dare un contributo fondamentale nello smembramento delle mafie (ed allora debbono essere tenuti in un palmo di mano da parte dello Stato che, senza il loro aiuto, spesso brancola nel buio) oppure sono inattendibili e allora debbono pagare due volte.

Quel che appare certo è ormai una sfibramento irrimediabile sull’utilizzo e il ricorso ai collaboratori. La sensazione è che sia cambiato (in peggio e per sempre) il rapporto tra Stato e collaboratori. E quel che è ancora più incredibile è che è compromesso anche il rapporto tra Stato e testimoni di giustizia. Basti, per tutti, ricordare il caso di Pino Masciari.

I TENTATIVI DI BLOCCARLO

Nell’incontro Luigi Bonaventura non fa mistero delle difficoltà. “E’ tutto organizzato per lasciarci in difficoltà già dal momento in cui sanno dove ti condurranno”, dice seduto al tavolo di un decoroso e dignitoso appartamento alla periferia di Termoli, in provincia di Campobasso, mentre la moglie gli siede accanto silenziosa e il giovanissimo cognato, ancor più silenzioso, ci osserva parlare come se volesse imparare in fretta qualche lezione di vita.

Bonaventura afferma di aver dovuto alzare la voce e farsi sentire – famosa è rimasta una sua intervista alle Jene di Italia 1 – per spezzare l’isolamento “che rischiava di uccidermi e di farmi impazzire. Ci hanno provato a farmi passare per pazzo ma non ci riusciranno”.

La strada – dice – lo Stato e la ‘ndrangheta l’avevano scelta insieme: aspettare che lui morisse e così ha dovuto mettere in campo, dichiara, un sistema di “controspionaggio” per capire se e come volevano farlo fuori. “Allora lei ha ancora contatti con le cosche” gli chiedo a bruciapelo. “Ho dovuto inventare un mio sistema di filtraggio delle informazioni” dichiara, “per sopravvivere”.

Dubbi sulla qualità della sua collaborazione, Bonaventura non ne ha. “Quello che dichiaro”, dice, “è riscontrabile”. Però è stanco. Di più: sa che non ha futuro se resta in Italia, soprattutto ora che ha cominciato, con il pm Lombardo, a parlare di eversione nera, politica e De Stefano. O sparisce o l’ammazzano. Che sia attendibile o meno, ormai per la ‘ndrangheta non conta più.

Per questo ha chiesto di risolvere il “contratto” che lo lega allo Stato: 2,5 milioni chiesti dal suo avvocato e addio per sempre. Fuori, all’estero, dove magari sarà più difficile scovarlo. “Ma anche dall’estero – dice – continuerò a collaborare con lo Stato perché la mia decisione di rompere con la ‘ndrangheta è  definitiva”.

E dalla moglie fa raccontare cosa gli ha detto il figlio pochi mesi fa: “Papà, sono contento che ti sia pentito”. Quella parola, “pentito”, che nelle cosche viene considerata una macchia, un disonore, in bocca a suo figlio suonava come una liberazione dal passato.

Bene. Per il momento mi fermo qui. Domani nuova puntata e nuovi particolari.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

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11 maggio 2012 - 10:29

Omicidio di Carmelo Novella/3 Per il boss pentito Belnome troppe “errori” con le donne

Cari amici daalcuni giorni (rimando all’archivio) sto analizzando l’ordinanza del 4 aprile 2011 del giudice milanese Ghinetti sull’omicidio del presunto boss di ‘ndrangheta Carmelo Novella, ucciso a San Vittore Olona il 14 luglio 2008. Delitto che sto analizzando alla luce non solo dei verbali del boss pentito Antonino Belnome (che dopo averlo negato si è autoaccusato di quell’omicidio) ma dalla loro lettura incrociata con l’ordinanza.

Il movente (principale) non sarebbe l’idea secessionista di Novella, che voleva proclamare la “Libera Repubblica di Lombardia” fondata sulla ‘ndrangheta ma principalmente (ripeto: principalmente) questioni terra-terra. Tra queste – visto che siamo tra calabresi seppur nati, cresciuti o pasciuti al nord, sgarbi che Novella avrebbe fatto (o detto) nei confronti di donne.

Come ho già detto  un fatto è certo (la morte di Novella) ma un altro è incerto (il movente principale). Un conto è dire che è stato ucciso perché voleva recidere il “cordone ombelicale” tra “mamma-Calabria” e “figlia-Lombardia” (il che presuppone nuovi e imprevedibili scenari non solo nel crimine ma anche nella lotta al crimine stesso) e un conto è dire che è stato ucciso per un regolamento di conti basato su una miscela pur sempre esplosiva: donne e affari.

Una cosa però vorrei dire chiara e tonda: è innegabile che l’aspetto secessionista della strategia di Novella ha una influenza enorme sulla decisione di ucciderlo. Innegabile – sembra quantomeno perché le fa mettere a verbale Belnome che è ritenuto credibile e attendibile dalla Procura di Milano - è la presenza delle altre concause.

Leggete gli stralci dell’interrogatorio condotto dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini. Ricordo intanto che Novella, in una conversazione intercettata con tal Domenico Origlia si sarebbe lasciato andare ad espressioni irriguardose nei confronti della madre di Gallace, comportamento che nel contesto ‘ndranghetistico non può essere definito una semplice “trascuranza”.

Anche Andrea Ruga (si vedano i post precedenti) avrebbe avuto motivi di risentimento nei confronti di Novella, poiché costui, in occasione del matrimonio del figlio di Ruga, si sarebbe comportato in modo irriguardoso.

INTERROGATORIO DEL 1° DICEMBRE 2010

Pm: Quando lei dice che una delle regole della 'ndrangheta è di non esprimere giudizi

sulle donne, lei intende in generale oppure nei confronti di madri, spose, sorelle, parenti di appartenenti all'organizzazione?

Belnome: In generale una delle regole ferree del1a 'ndrangheta è proprio quella di rispettare le donne che siano madri, sorelle, cugine di appartenenti all'organizzazione. Il che non vuol dire che non si possono allacciare relazioni o altro, è necessario però che venga dato preventivamente avviso alla famiglia di appartenenza. Per quanto riguarda la sua domanda, nessuno di noi può permettersi di esprimere giudizi non consoni, quindi volgari e non rispettosi, nei confronti di donne delle nostre famiglie, mentre evidentemente ognuno di noi è legittimato ad avere o fare battute su donne che non fanno parte delle rispettive famiglie.

Dirà poi Belnome, rispondendo ad un’altra domanda: “Se sono parenti o mogli o sorelle di affiliati, è una gravità mostruosa, li si muore proprio se ci sono apprezzamenti di questo genere o addirittura che uno tenti di provarci, si può avere ... però con le dovute maniere. Primo, si deve andare a parlare con la famiglia, prima ancora di parlare con lei deve parlare con la famiglia, nel senso mettere al corrente che c'è questa situazione "Guarda, mi piace tua sorella", e allora questo è un altro discorso. Cioè farsi avanti con le dovute correttezze perché se no, altrimenti, se vengono a scoprirlo è di una gravità mostruosa; o addirittura una relazione nascosta”.

E Novella, tutto ciò, non lo avrebbe fatto con stile e correttezza. Nossignori.

INTERROGATORIO DEL 2 DICEMBRE 2010

E ora, infine, altri 2 interrogatori del 2 e 3 dicembre 2010 in cui si ritorna sul rapporto Lombardia-Calabria.

Belnome: Perché per fare un locale serve l'autorizzazione. di tutti i capi locali, a meno che poi lo spiegheremo nel dettaglio si intrometteva il Novella, quando decideva il Novella cambiavano tutte le scene perché la maggior parte dei locali erano con lui. Perché un locale del nord non è come il locale della Calabria, i locali del nord ... è come un parto di una donna, un cordone ombelicale, sono sempre legati a un cordone per esempio Giussano con Guardavalle, Cormano con la Gioiosa, Bollate con Rosarno, perché la maggior parte degli abitanti sono di Rosarno, Erba con gli Arena e viceversa. Un locale che non ha queste fondamenta è come una scialuppa nell' Oceano Atlantico; e questo era quello che voleva il Novella. Parecchi locali sono stati formati· da lui, chi gli diceva di no,? E per tutte persone strette vicine a lui, tipo Pioltello, tipo i Barranca, tipo i Mandalari. Dopo la sua morte lì ci sono stati i veri problemi, perché poi il nord ... perché poi giù in Calabria dovevano... praticamente al nord non è che prendono ordini dalla Calabria però la Mamma è della Calabria, quindi le novità bisogna passarle . in Calabria, determinate doti si prendono in Calabria. La copiata che si dà in Calabria è unica, non la può dare il nord. Al nord chi dà le copiate, un affiliato... ? Non puoi. La copiata è unica, se voi siete... vi viene data la dote di santista, la copiata del santista è unica; se ve la danno al nord non è la copiata della Calabria, è capace che vai in Calabria e manco ti riconoscono come santista. Così il vangelo e via dicendo le doti ristrette nel locale, lì non c'è problema; però diciamo ogni locale c'ha un suo referente in Calabria. Si può fare anche un esempio: se si riuniscono tutti i capi locali o tutti i locali, decidere di organizzare due/tre mastri generali, che rappresentano uno la Piana, uno Reggio e uno la Ionica, e porta le novità, nella Plana, a Reggio e nella Ionica. Ma non è che il mastro generale sia una figura dominante...Certo, ci sono dei capi locali intimoriti, nel senso che non hanno queste fondamenta e sono in balia del Novella, quello lui era un... tre quarti di locali erano in mano a lui i se non eravate in mano a lui avevate dei grossi problemi al nord. Lui non aveva Giussano, non aveva più Seregno, non aveva più Cormano e qualcun altro, ultimamente anche con Barranca non aveva ottimi... ma il resto ce li aveva in mano lui. Lui faceva bello e cattivo tempo, quando lui prendeva una decisione ... gli altri locali poi non volevano andargli contro perché significava la rovina. Quindi era una figura rilevante in Lombardia.

INTERROGATORIO DEL 3 DICEMBRE

Belnome: Niente, per quanto riguarda poi i locali, i locali della Lombardia per esempio sono figli dei locali della Calabria, perché la 'ndrangheta è la Calabria, non è della Lombardia. Il locale al nord lo si può aprire anche senza un cordone ombelicale con la Calabria, in che senso? Una propria autonomia la potrebbe anche avere al nord, però è un locale, primo, debole; secondo, sono i classici locali dove vanno dove tira il vento. In che senso? Se una persona ha un notevole spicco o un locale forte, si aggregano con quel locale, non prendono mai iniziative e non assumono mai una direttiva o una presa di posizione perché non hanno queste possibilità, si aggrappano sempre a qualcuno; invece quando un locale è forte, che ha le sue radici in Calabria, be' gli aspetti cambiano. A parte il rispetto cambia,oltre il rispetto si è temuti, insomma. Insomma, quando si prende una qualsiasi decisione lo si dice "Bisogna parlare con Giussano. Bisogna parlare con Bollate. Bisogna parlare con Legnano. Se non sono d'accordo loro, non si fa niente. Senza la loro autorizzazione non si fa ... ". Non è che gli spetta questa cosa, gli viene data,dagli altri.

3 – the end (le precedenti puntate sono state pubblicate l’8 e il 9 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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9 maggio 2012 - 21:53

Lettera aperta (e amara) a Ilda Boccassini che mi critica ma sbaglia obiettivo e contenuti

Mentre ero tra L’Aquila e Pescara a lavorare su alcune inchieste giornalistiche, Ilda Boccassini, procuratore aggiunto a Milano, che non mi conosce per sua ammissione, pochissime ore fa a Milano ha presentato un libro dell’ex capo della Procura di Reggio Calabria Pignatone Giuseppe e del suo aggiunto Prestipino Giarritta Michele.

Non so come e non so perché – debbo affidarmi solo al video che Il Fatto Quotidiano ha sintetizzato – ha trovato il tempo di attaccare me e ciò che scrivo.

Non mi spiace (le critiche sono il sale della democrazia). Mi spiace che lo abbia fatto senza la possibilità di contraddittorio. Senza la possibilità che io rispondessi alle sue critiche severe, dure. Ingiuste. Incredibili (posso dirlo?). Dolorosissime per gli affetti e i valori che ha colpito nel mio profondo senza giustificazione.

Questo per un pm – che dovrebbe essere abituato a confrontarsi in dibattimento, dove in maniera suprema, legittima e reale si conducono i processi - è un errore. Mi ha “processato” anche se ero assente. Un errore, come lo sarebbe per un giornalista dare il canto senza dare il controcanto. Vede, Boccassini, la differenza sostanziale, vitale, tra un magistrato dell’accusa (quale lei è nei processi) e un giornalista (quale sono io) è il dubbio. I magistrati sostengono un accusa attraverso prove e se ne convincono (doverosamente) e poi attendono il giudizio fino alla sentenza passata in giudicato e per esso si battono. I giornalisti fanno del dubbio la propria ragione di vita. E di critica.

L’uno, il pm, dunque, spesso è portatore “della” verità giudiziaria. L’altro, il giornalista, vede “una” verità che si permette (incredibile, vero?) di analizzare e criticare. Fino a che sarà possibile farlo.

Ebbene, mi spiace per Boccassini (che conosco solo attraverso il suoi atti e che al contrario di lei nei miei confronti, io rispetto e quando reputo, educatamente e onestamente, critico) ma sono abituato a leggere, scrivere e fare di conto con l’aiuto di tutti ma ragionando infine con la mia testa.

Ebbene cosa ha detto Boccassini con riferimento a ciò che scrivo (almeno per la parte che Il Fatto Quotidiano online ha documentato) e che non le piace?

Due cose:

1)     che dico e ripeto che Don Mico Oppedisano – ricordo a tutti, considerato il boss dei boss della ‘ndrangheta calabrese nel giorno in cui fu arrestato il 13 luglio 2010 e per convincersene basta vedere cosa scrissero giornalisti e giornalai quel giorno e nei giorni seguenti - è un vecchietto di 80 anni. Io aggiungo spesso anche “arzillo” ma questo non è stato riportato.

2)     Che Bernardo Provenzano è un mangiatore di cicoria. Dico e scrivo di “formaggio e cicoria” ma Boccassini ha ricordato solo le verdure.

Debbo essere (come sempre) puro, onesto, leale e sincero: non so se prima o dopo quel “frame” ci fossero altre riflessioni del pm nei miei confronti e nei confronti di quanto scrivo. Ergo mi limito – pronto a correggermi – ad analizzare queste accuse…dell’accusa.

DON MICO OPPEDISANO

Per intuito dico che per Boccassini debbo aver commesso un reato di lesa maestà definendo Don Mico Oppedisano un “arzillo vecchietto” di 80 anni con questo volendo io – e lo confermo subito – dire che costui non può e non deve neppure lontanamente essere ritenuto il capo della ‘ndrangheta. Operazione (e relativa grancassa mediatica) che invece – ed ecco forse il reato di lesa maestà sull’asse Reggio-Milano – è stata portata avanti. Per due anni. Anche perché di mamma la ‘ndrangheta ne ha una sola: a Reggio Calabria e da tempo indossa le vesti della cosca De Stefano.

Ebbene Boccassini si illude se crede che io cambi idea o smetta di scrivere ciò in cui credo ragionando solo ed esclusivamente con la mia testa: Don Mico Oppedisano per me NON è il capo dei capi della ‘ndrangheta. E neppure un capo. E’ (è stato) il depositario delle tavole della ‘ndrangheta per un anno (il 2010) ed è (è stato fino ala cattura) un “vecchio saggio” per l’interpretazione delle stesse. Nulla di più. Nulla di meno. Ruolo importante? Certo, così come importante, importantissima è stata l’operazione Infinito/Crimine condotta sul crinale Reggio-Milano di cui sono stato il primo a essere felice. E per la quale ho avuto (ed ho) grande ammirazione. Ma nei limiti in cui la stessa (a mio modesto e democratico avviso) va circoscritta.

Vede, Boccassini, fino a che lo dico io posso essere ritenuto un pazzo (o se preferisce mi reputi pure un deficiente, a me non interessa né nel primo né nel secondo caso). Quando a scrivere è il suo (ripeto SUO collega Carlo Caponcello della Procura nazionale antimafia) forse bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi e riflettere. Dico questo, non altro. Può attaccarmi come e quando crede: ho due spalle forti e una testa indipendente. Verità assolute, io, non ne porto.

Le ricordo allora (ma visto che legge ciò che io scrivo o forse, qualcuno, le suggerisce e non c’è nulla di male, cosa leggere di ciò che scrivo, potrebbe essere inutile il mio ricordo) cosa TESTUALMENTE dice il SUO collega Caponcello a pagina 85 e seguenti della relazione della Procura nazionale antimafia del 2011 trasmessa a Governo e Parlamento a gennaio 2012: “Appare opportuno evidenziare, avuto riguardo alla figura del capo crimine protempore OPPEDISANO Domenico,che al predetto più che un potere reale sulle dinamiche e strategie complessive della ‘ndrangheta debba essere riconosciuto uno specifico, peculiare e rilevante ruolo di rappresentanza esterna: una sorta di “custode delle regole tradizionali”. Un’organizzazione unitaria, in cui i riti sacrali e le regole tradizionali costituiscono, da un lato, il segmento iniziale dell’affiliazione e, dall’altro, l’affermazione della Autorità mafiosa e della immanenza di essa. Autorità politica e verosimilmente non gestionale ed operativa, ma che rinsalda i rapporti, tonifica gli impegni, regolamenta i contrasti interpersonali; ruolo di direzione reale e concreta deputato al controllo delle dinamiche interne e funzionalmente necessaria per lo sviluppo di strategie criminose Le conversazioni acquisite nella indagine “Crimine” elidono, invero, in radice ogni dubbio sull’esistenza di un assetto verticistico della organizzazione in parola: i dialoghi intercettati nitidamente offrono una inusuale ed illuminante rappresentazione della struttura associativa e del ruolo dispiegato dal capo crimine”

Boccassini, debbo aggiungere altro? Due cose:

1) Oppedisano è considerato – per la prima volta, timidamente, perché per cominciare a dubitare dopo quella grancassa mediatica ci vuole, oltre che pudore e timidezza un accenno di coraggio – una sorta di “ambasciatore” della ‘ndrangheta (“un custode delle regole”). Ruolo minore? No di certo ma non è un “capo” e come me, lei dovrebbe saperlo molto bene, ci sono moltissimi magistrati calabresi (alcuni anche sorprendenti) che la pensano esattamente allo stesso modo. I cognomi, suppongo, li conosca uno per uno;

2) il suo attacco a queste mie riflessioni che conduco da tempo non tiene in considerazione la cosa (forse) più importante. L’amara ironia con la quale definisco Oppeddisano “un arzillo (non dimentichi l’aggettivo perché è importante, ndr) vecchietto”, è fatta per evidenziare l’aspetto più drammatico: i capi della ‘ndrangheta non vendono (come Oppedisano) meloni con un’Apecar a Rosarno. Mi spiace ricordarlo ma i capi delle mafie sono nella politica, negli studi professionali, nelle banche, tra i magistrati, le Forze dell’Ordine. Fiancheggiatori involontari e indegni sono persino tra i giornalisti pronti a vendersi.

Sbaglio? Chissa ma non credo.

LA FORZATURA SU PROVENZANO

Ecco il senso vero, reale, drammaticamente autentico, disperato e disperante di quella mia definizione “vecchietto di 80 anni”. Non coglierlo e sbeffeggiarlo, esporlo al pubblico ludibrio è ancor più drammatico. E disperante. E’ (nei miei confronti) infangante. E non coglierlo è impossibile visto che l’ho scritto e detto in tutte le salse: la mafia vera, quella che programma, investe e uccide siede nei salotti nobili di questo Paese. Questo non vuol dire che non si debba dare la caccia al “crimine” e al “capocrimine” Oppedisano & C. Si può. Si deve. Guai a non farlo. E guai – come cittadino – a non gioirne. Le sembrerà strano ma ho gioito anche io e lo farò (lo faccio) ogni qualvolta si arresta anche l’ultimo anello di una catena criminale. Che sia o meno organizzata.

E questo ragionamento mi serve per rispondere alla sua critica più devastante, profonda, lacerante nei confronti non solo della mia professionalità ma anche e soprattutto del mio essere Uomo.

Lei ha cercato (credo) l’applauso facile (spero che non lo abbia trovato) quando ha ricordato alla platea – delegittimandomi in assenza di contraddittorio, cosa più unica che rara in un appuntamento convegnistico - che al platea stessa si sarebbe dovuta indignare e rivoltare per il fatto che io consideravo Provenzano un “mangiatore di cicoria” (e formaggio, non lo dimentichi) proprio mentre è ancora caldo e vivo il ricordo per le stragi di Palermo.

Non poteva ferirmi più profondamente, relatrice Boccassini. Non poteva farlo. Ma l’ha fatto. Davanti a una platea di fronte alla quale non ero presente – non per difendermi, attenzione, ma per raccontare “una” verità e non “la” verità – mi ha diffamato nel peggiore dei modi.

Non risponderò (e non lo farò mai) con la stessa medaglia. Io per quello che rappresenta, vale a dire lo Stato, la Giustizia, ho il massimo rispetto.

Ed allora racconterò – nuovamente – ai lettori di questo blog che Provenzano è un boss di Cosa nostra per la cui cattura ho gioito e pianto. E’ un boss che rappresenta ai miei occhi tutti i disvalori che l’umanità può condensare. E’ l’antitesi di quei principi, di quei valori (compreso il rispetto per la Giustizia) nei quali sono stato educato e che – da giornalista – ho voluto raccontare, seguire (ripeto: voluto e di questo ringrazio l’allora direttore Ferruccio de Bortoli che a malincuore accettò le mie dimissioni da caporedattore). L’ho fatto sempre nel rispetto delle parti. Di tutte le parti. Con un merito fra tutti: stare alla larga dai “pensatoi salottieri” dove si costruiscono le notizie e le interpretazioni dei fatti. Così ho il diritto di sbagliare e non il dovere di raccontare le verità altrui. Questo, per me, non ha prezzo.

Rivendico il paradosso – dunque, ed è un paradosso impossibile da non cogliere – di aver definito “mangiatore di cicoria (e formaggio)” Binnu u tratturi. Lo rivendico sì, perché scrivere che è spietato, che era (forse è ancora) un capo (lui sì, mica Oppedisano) era scontato, banale, ovvio, logico, stucchevole.

Far riflettere – ancora una volta, una volta in più non guasta mai  – sul fatto che la mafia, la vera mafia da tanto tempo si è evoluta e non mangia cicoria e formaggio come i vecchi patriarchi criminali ma caviale con lo champagne è doveroso. La “mafia è finanza”, ha recentemente gridato in una intervista che le ho fatto una imprenditrice siciliana, Marina Taglialavore.

La mafia è “menti raffinatissime” (non sono certo io a dirlo e lei sa chi lo ha detto) che si nutre anche di bocconi da dare in pasto all’opinione pubblica.

C’è un’ultima cosa che vorrei dirle. Ed è paradossale.

Perchè vede, se l’attacco ai miei giudizi su Oppedisano è di contenuto (ognuno ha la sua opinione e io la sua la rispetto anche perché ha svolto serie e rigorose indagini che come tutti, ed io tra questi, le riconoscono da sempre), quello su Provenzano è gratuito, diffamatorio, contrario alla mia vita, al mio Dna fatto di valori e solo valori. Perché se su Oppedisano e sull’inchiesta Infinito/Crimine ho scritto fiumi di inchiostro, su Provenzano no e mai mi sarei potuto sognare di descriverlo se non per quello che è. La sua deleteria figura è in re ipsa e mai nessuna persona sana di mente potrebbe che descriverla che in quel modo. La sfido a dimostrare che io abbia detto o scritto il contrario. Ergo, quell’ironia amara (il mangiatore di formaggio e cicoria) viene e SARA’ sempre usata (ripeto) per esprimere il paradosso di Cosa nostra ancestrale rispetto alle menti raffinatissime della stessa Cosa nostra che esistono dai tempi di Navarra (solo per restare alla storia quasi contemporanea).

E allora mi sorge un dubbio (l’anima del giornalismo, ripeto): ma non sarà che riportare (io, con pochi altri giornalisti) i fatti sulla presunta (ripeto ciò che ho sempre detto e scritto: presunta) trattativa per la cattura di Provenzano è stato da qualcuno letto come un affronto? Mi spiacerebbe perché la libertà di stampa – non certo da parte sua e parlo dunque in generale – non può essere piegata ai propri desiderata.

Un’ultima cosa che non conosce di me tra le tante: i miei figli  - con me e la mia famiglia – nei giorni che precedono la morte di Falcone, Borsellino, delle loro scorte, ma anche nei giorni che ricordano le morti di Bruno Caccia o di Rosario Livatino e di tanti altri, si fermano a leggere ciò che viene scritto e detto di nuovo nei confronti di quegli eroi. Per ricordare. Per imparare. Per crescere. O magari sfilano con me alla giornata della memoria (come è successo con mio figlio alcuni anni fa nella Locride). Oppure vengono con me a Palermo (come è successo per mia figlia un anno fa) per ricordare, con Nino Di Matteo e Vittorio Teresi proprio l’alta figura di Falcone. Oppure tutti partecipano – come è successo pochi mesi fa – ad un dibattito sulla mafia a Corsico (Milano). Tutti educati al rispetto delle differenze. Tutti educati a non emettere condanne verbali, più letali di una vera condanna penale, in assenza (non in contumacia) del presunto colpevole. Magari perché sanno che il padre – se non avesse fatto il giornalista – avrebbe fatto il magistrato. E il suo sogno era di farlo a Palermo. Oggi sarebbe quello di farlo a Milano (capitale della ‘ndrangheta). Verosimilmente in questo momento gioirà nel sapere che sono un suo mancato collega (e altri presenti al convegno con lei gioiranno). Lo stesso rigore, indipendenza di giudizio e rispetto dei fatti e delle persone sarebbero stati da me garantiti anche con una toga addosso.

Buon lavoro, di cuore, dottoressa Boccassini.

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9 maggio 2012 - 6:57

Omicidio di Carmelo Novella/2 Per il boss Belnome staccare la Lombardia dalla Calabria è impossibile

Cari amici come sapete da ieri (rimando all’archivio) sto analizzando l’ordinanza del 4 aprile 2011 del giudice milanese Ghinetti sull’omicidio del presunto boss di ‘ndrangheta Carmelo Novella, ucciso a San Vittore Olona il 14 luglio 2008. Delitto che sto analizzando alla luce non solo dei verbali del boss pentito Antonino Belnome (che dopo averlo negato si è autoaccusato di quell’omicidio) ma – paradossalmente – grazie a ciò che la pubblica accusa (certificata dall’ordinanza) mette nero su bianco.

Il movente principale non sarebbe – come ci ha messo in testa per anni la pubblicistica velinara e chi non si pone mai dubbi – l’idea secessionista di Novella, che voleva proclamare la “Libera Repubblica di Lombardia” fondata sulla ‘ndrangheta ma principalmente (ripeto: principalmente) su questioni meramente di guerre e omicidi promessi tra boss, padrini e mezze tacche legate – altrettanto ovviamente – ad affari e prevalenza sui mercati ma – soprattutto – a causa di sgarbi che il Novella avrebbe fatto (ma su questo punto ci arriveremo domani).

Vediamo – ad esempio – cosa fa mettere a verbale alle pagine 5 e 6 Belnome il 13 ottobre 2010 (quando non è ancora pentito e sulla “tempistica” rimando al post di ieri). Leggete.

“I litigi con Novella sono successi antecedenti agli arresti che hanno avuto loro nella Mythos – dichiara Belnome - perché si erano scoperte delle cose che il Novella voleva uccidere il Gallace, si sono venuti a sapere certi fatti diciamo da parte del Gallace imperdonabili; poi era accusato di un tragiratore, uno che armava carrette per far litigare, nel senso con altre famiglie… Insomma da amici che erano, amici amici intimi , si sono odiati. Lui è rimasto giù ancora per un certo periodo ...”

Insomma – è vero che il “nostro” non si era ancora pentito ma in pratica dice: guardate che Novella voleva uccidere il boss Gallace, non propriamente un piccolo calibro in Calabria.

Sempre Belnome, nella stessa data dirà: “Novella è rimasto giù in Calabria per un

certo periodo, però lì non hanno voluto toccarlo perché l’avrebbero pagata, allora aspettavano che andasse al nord. Poi al nord diciamo si è compiuto questo fatto, così loro avevano meno ... se l’avrebbero ammazzato a Guardavalle penso che la Magistratura e tutti quanti non avrebbero avuto dubbi…”.

Dunque, lo stesso giorno, scopriamo che la ‘ndrangheta è come i bambini: tu rubi una cosa a me e io la rubo a te. Tradotto: tu vuoi uccidere me e io allora decido di uccidere te. Lontano dalla Calabria, laddove ti sei rintanato: in Lombardia, dove certo non mancano appoggi, logistica, coperture, soldi a fottere e manovalanza. Così facendo – che scaltri ‘sti ‘ndranghetisti – i magistrati non avrebbero saputo riavvolgere il filo della trama mortale.

L’11 novembre – quando Belnome comincia ad abbozzare l’idea di pentirsi – nuovo interrogatorio.

E qui il pm Ilda Boccassini – che conduce le danze – tira fuori questa domanda: “Sì, ma a parte l'odio con i Gallace, come dice lei, lei per esempio sapeva del progetto di Novella Carmelo di creare un'autonomia della Lombardia rispetto alla Calabria?”

E Belnome, placido: “Sì, erano voci che si vociferavano”.

IL TESTO

Ora da qui in avanti lo riporto integralmente.

Pm: E cosa mi può dire in merito? Cioè che cosa dicevano le persone?

Belnome: Quelli che erano strettamente vicini a lui erano favorevoli.

Pm: Cioè, sarebbe? Faccia nomi e cognomi.

Belnome: Mah, Lamarmora, Pino Neri, i Mandalari. Tutte queste persone qui strettamente vicine a lui. E ce n'erano altri che adesso ... quando mi viene in mente glielo dico.

Pm: Ma questo suo progetto era stato accolto favorevolmente dalle tre componenti Ionica, Tirrenica ...

Belnome: La Ionica non l'ha mai calcolata, oggi come oggi la più potente è la Ionica. Oggi, allo stato attuale, sì. Perché dalle altre parti chi è stato decimato, chi ha avuto parecchi arresti. La Ionica negli ultimi anni era importante e lui aveva proprio il problema lì, con questi personaggi. I suoi problemi erano con loro.

Pm: Questi personaggi, nomi e cognomi.

Belnome: Vincenzo Gallace, Ruga Andrea, Cosimo Leuzzi, aveva contro non poco, per questo lui se ne andò, in sostanza, non aveva la forza di affrontarli se rimaneva in Calabria. Al nord magari si poteva organizzare, perché al nord era ...

Pm: Poteva contare su un esercito diciamo suo, di famiglie, di locali ...

Belnome: Era molto seguito .

Pm: …che l'avrebbero seguito.

Belnome: Era molto seguito, però dalla Calabria non era più tanto seguito lui, anche dalle famiglie famose, diciamo. Però al nord era ...

Pm: Cioè? Quando lei dice famiglie famose me le deve indicare.

Belnome: lo parlo di San Luca, parlo di Platì, parlo della famiglia Barbaro, parlo di tutti i Santo Licoti. Finché lui stava al nord gli dicevano "Si, sì, va be' , poi vediamo, di qua e di là, ma contro i Gallace, i Ruga, i Leuzzi non ci si metteva nessuno perché si sarebbe scatenata una guerra tipo Reggio. Quindi non conveniva a nessuno e non lo avrebbero fatto certo con lui, avevano parecchi business con noi, quello sì. Allora sotto sotto si vedevano, si incontravano, partecipavano, io ho mangiato anche a casa di Pasquale Barbaro, della buonanima, un paio di volte mi ha accennato a alcune cose, però senza entrare mai nei dettagli perché lui aveva il San Gianni con il figlio...

INTERROGATORIO DEL 26 NOVEMBRE 2010

Il 26 novembre – giorno in cui comincia ufficialmente la collaborazione – nuovo interrogatorio. E la cosa da sottolineare è che proprio quel giorno – in cui deve stupire con effetti speciali i pm – Belnome insiste con il dire che i progetti secessionistici di Novella restavano sullo sfondo e non per quello venne deciso (dai vertici delle cosche) di farlo fuori. Leggete per convincervene (o meno o, quantomeno, essere dubbiosi).

Pm: Lei ha già riferito le ragioni per le quali era stata decisa l'eliminazione di Novella, rispetto sia alla situazione interna della cosca di Gallace sia lei ha parlato anche della non accettazione da parte della “provincia” del progetto di Novella di staccare la Lombardia dalla Calabria; può spiegare meglio?

Belnome: Il principale movente dell'omicidio Novella è di carattere personale (eh daje ndr). Gallace Vincenzo aveva appreso da terze persone che addirittura Novella aveva in mente un progetto omicidi ario in suo danno per prendere il suo posto, altre mancanze gravissime del Novella erano emerse dal contenuto di intercettazioni telefoniche nell'ambito del processo Appia Mithos. La questione relativa al progetto autonomista di Novella era invece subentrata in un secondo momento, si trattava peraltro di un progetto a mio giudizio irrealizzabile perché la Lombardia non potrà mai staccarsi dalla Calabria. Tra l'altro, dopo l'omicidio Novella, tutti quelli della Lombardia erano assolutamente impauriti e non avevano la forza di nominare autonomamente un nuovo loro rappresentante ed erano quindi rispettosi delle regole della 'ndrangheta.

Pm: Riguardo al movente Gallace; chi andò a dire a Gallace "Guarda che Novella vuole ammazzarti"?

Belnome: Non ne sono a conoscenza.

Pm: Quali erano le mancanze ascrivibili a Novella che sono emerse dalle intercettazioni?

Belnome: Gallace Vincenzo non entrò mai nel dettaglio riguardo a queste mancanze,

posso dire che era ferito a livello personale; in particolare emergeva dagli atti del processo Mithos che Novella e/o altri a lui vicini avevano addi1ttura espresso male parole contro la madre di Gallace.

Pm: Leuzzi Cosimo e Ruga Andrea avevano anche loro un movente personale?

Belnome: Non so se Leuzzi avesse un movente personale; quanto a Ruga Andrea era arrabbiato con Novella perché questi si era comportato male in occasione del matrimonio del figlio di Ruga, abbandonando la cerimonia perché a suo dire vi erano persone sgradite ai Gallace. Ruga, per avere spiegazioni circa questo comportamento aveva convocato Novella all'ortomercato, ma questi non si presentò e mandò il figlio Alessio. Ruga si risentì ulteriormente e non diede alcuna spiegazione ad Alessio.

INTERROGATORIO 26 NOVEMBRE: SECONDA PARTE

Pm: Lei ha già riferito le ragioni per le quali era stata decisa l'eliminazione di Novella rispetto sia alla situazione interna della cosca di Gallace, sia lei ha parlato anche della non accettazione da parte della Provincia del progetto di Novella di staccare la Lombardia dalla Calabria. Può spiegare meglio?

Belnome: Principalmente la motivazione non è stato il discorso di staccare, perché quello è venuto in seguito, questi discorsi qua, nel senso che era un fatto personale della zona Ionica. Era un fatto personale perché erano venuti a galla determinati fattori gravissimi dove il Novella voleva ammazzare Vincenzo Gallace per prendergli il potere e, visto il suo carisma e vista la sua favella, visto le sue ...strategie, visto il personaggio che era, era molto pericoloso, di cui sono andate delle persone di cui lui aveva intrapreso questi discorsi a parlare con Vincenzo Gallace. E poi uscirono delle intercettazioni, adesso non so bene nel dettaglio, ma uscirono delle cose quando sono scoppiate le intercettazioni gravi anche. I motivi numeri uno sono questi.

Per il discorso di staccare la Lombardia, questa era una cosa che aveva in mente lui, ma non era di facile attuazione, perché ... a parte che dopo che è morto lui è subentrata in tutta la Lombardia una paura e non sapevano più nessuno che pesci prendere, nel senso che non volevano mai e poi mai mettersi contro né i Gallace e tantomeno i Ruga e i Leuzzi. Questo nessuno. Riunire e prendere delle decisioni, ma mai autonomamente in Lombardia, sempre con d'accordo la Calabria, perché se non è d'accordo la Calabria in Lombardia non possono autonomamente dire "Facciamo

questo e ... ", perché in Lombardia ognuno comanda al suo paese, non è ...

Pm:... costui era in ottimi rapporti con i Barbaro di Platì e con i Sanlucoti. Addirittura i Barbaro ebbero un paio di incontri con Gallace Cosimo in carcere e con Gallace Vincenzo per invitarli a comporre il contrasto con Novella.

Beh ora mi fermo. Domani concludo

2 – the end (la prima puntata è stata pubblicata ieri, 8 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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8 maggio 2012 - 7:00

Carmelo Novella/1 Qualcosa non torna nel movente dell’omicidio del “secessionista” di ‘ndrangheta

Scusate il ritardo ma – solo lo scorso fine settimana – ho avuto il tempo di leggere l’ordinanza del 4 aprile 2011 del giudice milanese Ghinetti sull’omicidio del presunto boss di ‘ndrangheta Carmelo Novella, ucciso a San Vittore Olona (e su questo non ci sono dubbi) il 14 luglio 2008. Lui sarebbe stato il capo della Lombardia e ai vertici del “locale” di Guardavalle (Catanzaro). E’ stato ucciso con il colpo di grazia alla testa. Come si addice ai “migliori”.

Di quell’omicidio e di altri (ma ora concentriamoci su questo) si è accusato dopo un travaglio (falso? presunto? vero?) il killer lombardo-calabro di ‘ndrangheta Antonino Belnome (si leggano i post del 17, 19 e 20 aprile quanto agli aspetti più interessanti, a mio giudizio, delle esternazioni messe a verbale), le cui dichiarazioni sono alla base di quella ordinanza di custodia in carcere a carico di alcune persone accusate di quello, di altri omicidi e amenità varie.

Ebbene quell’ordinanza va letta “insieme” a una trentina di verbali per centinaia e centinaia di pagine di Belnome che – scusate sempre il ritardo – ho avuto la possibilità di leggere nello scorso fine settimana perché solo da poco ne sono entrato in possesso. Non un ritardo voluto, dunque, ma un ritardo obbligato.

Però meglio tardi che mai.

Infatti la lettura dell’ordinanza e la (corroborante) lettura dei verbali fanno sorgere molti dubbi sulle reali motivazioni per le quali Novella fu ucciso.

Perché vedete: un fatto è certo (la morte di Novella) ma un altro è incerto (il movente). Un conto, infatti, è dire che è stato ucciso perché voleva recidere il “cordone ombelicale” tra “mamma-Calabria” e “figlia-Lombardia” (il che presuppone nuovi e imprevedibili scenari non solo nel crimine ma soprattutto nella lotta al crimine mafioso) e un conto è dire che è stato ucciso per un regolamento di conti basato su una miscela pur sempre esplosiva: ripicche, donne e affari.

Siamo (stati) convinti che Novella si era messo in testa un’idea meravigliosa, un po’ come Cesare Ragazzi: dichiarare l’indipendenza della ‘ndrangheta lombarda da quella calabrese. Insomma: era un “secessionista” e per questo folle ma visionario progetto, venne ucciso come un cane.

Questo è ciò di cui siamo (stati) convinti ma…

Ma quel che appare strano è quel che emerge dalla lettura puntigliosa e attenta (sapete com è, sono un rompicoglioni che ha il brutto vizio di leggere le carte e leggerle con la mia testa) innanzitutto delle pagine 31, 32 e 33.

Per questi motivi ho deciso di dedicare alcuni post all’omicidio del (presunto) “secessionista” Novella.

 

LA CATTURA E IL PENTIMENTO

 

Belnome è stato catturato il 5 luglio 2010 proprio come capo locale di Seregno e per l’esecuzione materiale dell’omicidio di Novella.

Ora occhio a tutte le date.

Il 20 settembre successivo chiede di essere interrogato.

All’interrogatorio del 13 ottobre ricostruisce in modo dettagliato le fasi ideative ed esecutive dell’omicidio Novella, indicando mandanti ed esecutori materiali, escludendo comunque il coinvolgimento proprio e del cugino nella fase dell’ esecuzione. Racconta anche due episodi di “lupara bianca” ai danni di Antonino Tedesco e Rocco Stagno, soggetti di cui i familiari avevano denunciato la scomparsa rispettivamente il 29 aprile 2009 e 31 marzo 2010.

A seguito delle contestazioni mossegli in occasione dell’ interrogatorio del 27 ottobre 2010, nel successivo interrogatorio dell’11 novembre Belnome decide di collaborare con la giustizia rendendo innanzitutto piena ammissione circa le responsabilità proprie e del cugino in merito all’omicidio Novella.

Il 17 novembre 2010 inizia la redazione del verbale illustrativo della collaborazione.

Ah, nel frattempo comincia a scrivere un memoriale di quasi 50 pagine che ho avuto la possibilità di leggere riga per riga: una “povertà” torale. Cinquanta cartelle che potevano essere riassunte in una riga: “Sono un (ex) padrino di ‘ndrangheta. Mi pento e voi giovani state lontani dalla ‘ndrangheta. E’ brutta, sporca e cattiva”. Lettura inutile (col senno di poi; col senno di prima grandi aspettative e suspence tradita).

Quanto alla spontaneità e genuinità della sua scelta, si legge nell’ordinanza, è “opportuno sottolineare che essa è intervenuta allorché Belnome era in stato di custodia cautelare per il reato di cui all’ articolo 416 bis c.p.  e per un omicidio “ indiziario”, in relazione al quale non vi era ancora la prova conclamata della sua responsabilità. Collaborando, Belnome ha confessato oltre all’omicidio Novella, un ulteriore omicidio in relazione al quale mai sarebbe stato indagato”.

L’omicidio era certamente maturato nell’ambito della stessa organizzazione criminale. La ricostruzione del profilo di Carmelo Novella e il contenuto di alcune conversazioni ambientali captate nell’immediatezza dei fatti “facevano emergere in modo chiaro che il progetto di Novella rispetto ad una autonomia della Lombardia aveva determinato non solo un risentimento nei suoi confronti, ma una netta contrapposizione con il gruppo egemone calabrese, che riteneva Novella soggetto in grado di scardinare gli equilibri interni della stessa organizzazione mafiosa”.

Ma è (era) davvero così devastante il suo proposito secessionista? Tanto da essere il motivo principale (si badi bene: principale) di quella morte violenta?

 

IL MOVENTE

 

Fin dal primo interrogatorio del 13 ottobre 2010 Belnome riferiva che, per quanto gli risultava, il movente dell’omicidio Novella era di carattere personale. Ohibo! Ma come!

I mandanti venivano indicati in Vincenzo Gallace, Cosimo Leuzzi e Andrea Ruga (quest’ultimo deceduto il 13 gennaio 2011). Secondo il collaboratore costoro sarebbero gli alleati più potenti della costa ionica: “sono oggi i numeri uno e sono tutti e tre insieme”.

Nel successivo interrogatorio del 26 novembre Belnome torna sul movente e ribadisce che Gallace era portatore di un interesse personale all’eliminazione di Novella che traeva origine nella lettura della carte processuali dell’ indagine Mythos. Addirittura, Novella, in una conversazione intercettata con tal Domenico Origlia si sarebbe lasciato andare ad espressioni irriguardose nei confronti della madre di Gallace, comportamento che nel contesto ‘ndranghetistico non può essere definito una semplice “trascuranza”.

Anche Ruga avrebbe avuto motivi di risentimento nei confronti di Novella, poiché costui, in occasione del matrimonio del figlio di Ruga, si sarebbe comportato in modo irriguardoso.

Al collaboratore – a quel punto e lo si legge testualmente nell’ordinanza a pagina 36 - quanto alla scenario che aveva condotto all’omicidio Novella, venivano contestate le risultanze dell’ indagine Infinito, in particolare la conversazione 12 giugno 2008 con la quale tal Domenico Focà, reggente del locale di Grotteria, comunicava al cognato Pietro Francesco Panetta di una riunione tenutasi in Calabria all’esito della quale un soggetto che gli investigatori identificano in Carmelo Novella sarebbe stato “licenziato dalla Provincia”. In altre parole: fatto fuori. Più chiaro di così!

“Belnome si mostrava a conoscenza del progetto autonomista di Novella – si legge ancora testualmente a pagina 36 - anche se aggiungeva che non aveva alcuna probabilità di successo poiché a suo dire la Lombardia “nulla può” senza l’assenso della Calabria”.

Ora mi fermo qui ma domani ne saprete di più su questa morte il cui movente “secessionistico”, forse, dovrebbe essere riletto.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

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7 maggio 2012 - 8:46

Paolo Mancuso e la nomina a capo della Procura di Napoli: politica e ipocrisia dei pm senza scrupoli e per questo inaffidabili

“Se dovesse essere confermato - recita un documento di Magistratura democratica all’indomani della nomina di Giovanni Colangelo quale successore di Giandomenico Lepore, prorogato al vertice per mesi a causa delle divisioni e delle lotte di potere all’interno della magistratura e delle relative correnti - che il pm Paolo Mancuso avrebbe richiesto l'intervento a personaggi delle istituzioni, notoriamente indagati o imputati per fatti gravi, per ottenere l'appoggio di alcuni membri laici del Csm per la nomina a Procuratore della repubblica di Napoli, si sarebbe certamente di fronte ad una violazione del codice etico dei magistrati. Data l'attuale incertezza sui fatti, non è possibile formulare una valutazione esaustiva sul caso in questione".

Quanta ipocrisia. La magistratura scopre – nell’anno domini 2012 – che i magistrati possono cercare (o addirittura riescono a trovare!) appoggi politici per fare carriera!

Non so voi ma io resto basito di fronte a questo balletto dialettico, questo mero esercizio verbale che non fa e non ha fatto – ancora una volta – onore alle toghe.

Si badi bene: il mio ragionamento esula nel modo più assoluto dal vero o presunto “caso-Mancuso” ma da esso trae spunto. Non so e spetta (ironia e fortuna) alla stessa magistratura appurare se e come il candidato-trombato alla poltrona napoletana abbia o meno cercato e trovato appoggi per giungere a quell’ambito incarico e per questo sia censurabile (moralmente e disciplinarmente, non certo penalmente).

E si badi bene che non ho alcun motivo di dubitare che ci siano centinaia e centinaia di magistrati che – di fronte a questa ennesima notizia, tutta da dimostrare e verificare – siano inorriditi di fronte all’eventuale “tradimento” del proprio ruolo che vuole il magistrato costituzionalmente e moralmente “super partes”. Potere terzo e distaccato. Come potrebbe esserlo se da un altro potere – quello politico – trae linfa e si alimenta per crescere? Come potrebbe – il magistrato – essere sereno nel suo giudizio se affonda o cerca di affondare le proprie radici nel potere politico? Come potrebbe algidamente condurre o far condurre indagini su chi – di centro, destra o sinistra – ha messo un mattone fondamentale per la sua crescita? Ma quel che davvero conta è la seguente domanda: come potrebbe guardare in faccia i propri figli?

Eh sì, perche non ci piove: se il potere politico “appoggia”, quello stesso potere politico qualcosa in cambio chiede o chiederà. Questo è certo come è certo che il nero è l’opposto del bianco.

E la stessa nomina della Procura di Napoli – ancor prima dello “scandalo” intercettazioni che avrebbero coinvolto Paolo Mancuso – era (stato) terreno di scontri, accordi sottobanco, intrighi e veleni tra correnti e partiti. Ne diedi conto sul Sole-24 Ore e riprodussi l’articolo su questo blog (rimando all’archivio del giorno………..). Il caso-Lega stava influenzando la nomina (ricordiamo che il pm Piscicelli e Woodcock stanno indagando su un filone) e – a sorpresa – i membri laici del Csm e quelli vicini al centro-destra erano disposti a votare Mancuso ma – e lo dico per i profani – la cosa straordinaria (!!) è che lo stesso Mancuso è un esponente storico di Magistratura Democratica che – nei valori della sinistra – si alimenta e spesso, a sua volta, alimenta.

Già questo dovrebbe dirla lunga. Da una parte abbiamo al Csm dei membri laici eletti dal Parlamento che – scusate l’idiozia – ma a chi volete che rispondano nella nomina o nella proposta nei confronti di Tizio, Caio o Sempronio, se non a coloro i quali hanno posato presso il Csm le loro sacre chiappe? Sarò anche ingenuo ma questo dato è incontrovertibile quanto la luce del sole: basterebbe dunque questo per sapere che le nomine avvengono in una stanza di compensazione “tra” e “di” interessi spesso contrapposti ma (e non appaia paradossale) molto più spesso uguali anche se diversi nell’origine.

Certo – non sono cretino – non è una scoperta di questa mattina. E’ odierno però lo sconcerto per il fatto che i magistrati…se ne accorgono oggi!!!

I capi delle Procure – e ripeto alla noia, il caso-Napoli serve solo per affrontare l’argomento – devono – ormai sempre più spesso – dare o offrire garanzie al potere politico che, in una scala gerarchica che invento al momento, “lambiscono”, “blandiscono”, “soffrono”, “cercano”, “subiscono”, “accettano”, “ambiscono”, “tutelano”.

Credete – forse – che per Reggio Calabria, Palermo, Catania, Roma, Perugia, Milano, Torino, e via di questo passo, sia accaduto, accada o accadrà qualcosa di diverso? Ma la cosa drammatica è che – in questa brama di potere e successo che sempre più spesso avvolge i magistrati – anche le Procure di periferia, quelle decentrate, ormai sono (quando la deviazione prevale sulla legge) viste e diventate “gradini” dell’ascesa all’Olimpo del connubio distorto e fradicio tra potere politici, potere legislativo e potere giudiziario. Un “orgia” di commistioni del quale – a fare le spese – è la Giustizia. Ergo la società, la democrazia, il popolo e l’economia.

Promozioni, bocciature, sanzioni, apertura e chiusura di fascicoli disciplinari, trasferimenti, censure, carriere sono diventate ormai un mercato, un suk in cui non si capisce più chi risponde a chi e cosa quando dovrebbe essere chiaro che nessuno dovrebbe rispondere all’altro (i poteri, costituzionalmente, sono divisi e indipendenti: così non è, non è mai stato e sarà sempre di meno).

Senza contare che – e ve lo do per certo – in quel disgustoso balletto che vede danzare insieme toghe e partiti, la massoneria è spesso giudice (scusate il gioco di parole) e arbitro.

Ora, direte voi, se le cose vanno così che futuro attendersi? Il giornalista è- per definizione – realista, altrimenti non deve, non può, fare questo mestiere. E il realismo è la mera descrizione dei fatti (ciò che dunque racconta).

Il pessimismo o l’ottimismo spettano ad altri. E il giornalista realista racconta i fatti pessimisti e i fatti ottimisti.

Quelli pessimisti sono intuibili: il Paese è marcio. Quelli ottimisti stanno nelle voce di quei magistrati che nei forum discutono e restano sconvolti dall’intreccio tra poteri.

A esempio . in uno di questi forum – un magistrato (ometto il nome) scrive: “ Se le notizie giornalistiche corrispondono al vero ci troviamo di fronte ad un fatto inquietante che ci deve interrogare tutti. Dove è finita la nostra pretesa diversità,cosa facciamo in concreto per combattere il carrierismo di cui parla Roberto, è ancora fuori discussione l'ormai assoluta discrezionalità nelle scelte dei dirigenti che ha comportato di fatto un insano moltiplicarsi di pretese ed ambizioni?Esiste ancora un gruppo tanto autorevole da poter attivare anche serie procedure di tipo probivirale al proprio interno?”

Ed ancora un altro magistrato: “Leggendo La Repubblica di oggi, sono rimasto letteralmente sconcertato nell’apprendere i retroscena della nomina del Procuratore della Repubblica di Napoli. Mi riferisco, in particolare, alle ragioni che avrebbero indotto Paolo Mancuso a “ritirare” la sua candidatura. Prima di ogni ulteriore considerazione, chiedo gentilmente ai nostri consiglieri (o ad altri bene informati) di chiarire se la notizia diffusa dal quotidiano sia stata riportata correttamente”

Ed un altro infine scrive: “Non conosco la vicenda. E dunque aspetto. Però vorrei fare una considerazione più generale. In questi ultimi anni, anche tra i magistrati più giovani, vedo dilagare un’ambizione insana, la ricerca della visibilità ad ogni costo, della costruzione "sapiente" della carriera. Anche tra di noi. E così diventa "normale", anche tra di noi, che sia ripresa la corsa alla pubblicazione o a un certo tipo di incarichi, perchè fanno fare "carriera", che, se non si ottiene il posto o l'incarico richiesto, ci si offenda e si "pretenda” di essere "risarciti", che ci si lamenti a gran voce del Csm e del correntismo ma poi, in privato, si perseguiti, con la petulanza del questuante, il componente dell'organo di autogoverno per ottenere il posto richiesto, che non si spendano due minuti del proprio tempo per migliorare l'ufficio in cui si lavora ma quando arriva l'ora delle elezioni al consiglio giudiziario o al Csm ci si sbracci per essere candidato, che però si sia disposti ad "accettare" una candidatura solo se "viene garantita" l'elezione o che si chieda "quanti voti vengono garantiti" e lo si faccia con naturalezza, come, appunto, se fosse una cosa normale…. E pensare che quello che mi piaceva di noi era che noi non si sgomitava, tra un articolo e una sentenza si sceglieva sempre una sentenza, tra un convegno e una riunione per migliorare l'organizzazione dell'ufficio e, dunque, del lavoro si sceglieva la riunione, ecc. ecc. E lo si faceva con la testa alta, con l'orgoglio di "viaggiare in seconda" ma di non avere debiti di riconoscenza. Anche perché, se per caso si arrivava in prima, si poteva cambiarla, senza i riguardi che nascono dai debiti. Lo so, fin da piccolo la mamma mi diceva che ero un sognatore, lo so che forse ho visto ciò che non c'era, ma... ma come un patetico allonsanfan mi piace continuare a pensare che è vero, che noi siamo così e che chi non è così, semplicemente non è di noi. Perché il carrierismo e l'arrivismo generano pericoli di contaminazione con i centri di potere e soprattutto minano quell'idea di magistratura orizzontale e paritaria che è stata per anni garanzia concreta di vera autonomia e indipendenza. Che è l'idea di magistratura che mi da ogni giorno la voglia di continuare a fare questo lavoro

Beh, posso solo dire che, sommessamente, sottovoce, senza dita puntate ma senza tregua, farò quello che posso, dal mio ufficio, dagli organi di autogoverno, dall'esecutivo Md, da dovunque, per impedire che quell’idea si perda”.

Sottoscrivo ogni parola e spero che quel “fanciullino” che alberga in questo magistrato alberghi in tutti. Beata innocenza!

r.galullo@ilsole24ore.com

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4 maggio 2012 - 10:10

Cattura dei superlatitanti di mafia senza ricorrere ai servizi segreti? In Dna per Vigna no per Grasso si (anche su Provenzano)

Scopriamo – grazie alla lettura delle dichiarazioni al Csm del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il 14 dicembre 2011 dalle 14.30 – che l’uso dei servizi segreti per la cattura dei supermegaextraiper latitanti ha uno spartiacque: Piero Luigi Vigna che lo precedette alla Procura nazionale antimafia.

Parlando di Bernardo Provenzano – alla cui cattura ho dedicato 5 articoli, motivo per cui rimando all’archivio con i post del 24, 25, 26 , 27 aprile e 3 maggio– ha infatti dichiarato testualmente che “la raccolta di informazioni alle volte avveniva anche attraverso contatti del procuratore Vigna con esponenti dei Servizi informativi che segnalavano certe situazioni. Quindi noi eravamo una cinghia di trasmissione per farle pervenire alle procure distrettuali locali che seguivano la ricerca del latitante.

Sotto questo profilo quindi non c'è stato mai nulla di particolarmente rilevante.

A me stesso, quando nell'ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna, fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano”.

Dunque Vigna ricorreva (se necessario) ai servizi segreti anche grazie a contatti personali. Grasso no. Non sappiamo fino in fondo perché ma sappiamo che è quanto lui dichiara. Ecco infatti come prosegue: “Io in verità ho sempre cercato di non instaurare contatti o rapporti con i Servizi, per una mia scelta personale; per carità, non voglio assolutamente criticare, perché il nostro 371 bis parla di acquisire notizie, dati e informazioni da dove vengono, non credo che ci siano divieti sotto questo profilo anche se il canale istituzionale in genere è quello della polizia giudiziaria che riceve le notizie, le cosiddette veline dai Servizi, e che poi le valuta per ulteriori attività di riscontro. Mi pare che questa sia la situazione riguardo alla ricerca di latitanti. Per cui non mi meraviglia se questo argomento è connesso alla posizione che io conosco, perché gli atti che avete voi li ho anche io, trasmessi dalla Procura di Reggio Calabria, dalla Procura generale e così via, di Catanzaro eccetera. Se questa domanda è collegata alla presenza di personale del Sismi, che ha dato l'occasione al dottor Cisterna di un contatto che ha rappresentato e che poi ha ripreso successivamente per il suo aggancio, definiamolo così, di Lo Giudice Luciano, tramite il colonnello Ferlito del Sismi - perché questo era l'episodio - possiamo parlarne tranquillamente”.

E – in questo caso – Grasso fa (e approfondirà poi) riferimento ai contatti tra il suo vice Alberto Cisterna (ancora per poco vista la valanga di fango che gli è piovuta addosso proprio per il caso Lo Giudice) per permettere che Pasquale Condello, il “supremo” boss della ‘ndrangheta reggina, fosse arrestato. Da chi? Ah saperlo ma non credo che i servizi segreti siano usciti facilmente dalla scena.

Sulla cattura di Provenzano, Grasso rammenta molto altro. Ovviamente, visto che da Procuratore della Repubblica a Palermo gli aveva dato la caccia. “Ricordo che proprio per l'episodio Provenzano, di questo soggetto informatore che poi ho sentito io da procuratore – dirà davanti al Csm il 14 dicembre 2011 - precedentemente il procuratore Vigna mi aveva informato dell'esistenza di queste notizie, di queste informazioni che indicavano Provenzano nel Lazio. C'è una corrispondenza tra me procuratore e Vigna in cui io escludevo completamente che potesse trattarsi di qualcosa di veramente significativo ai fini della ricerca. Quindi poi il passaggio informativo alle Procure era fatto dal procuratore nazionale in maniera formale”.

Il consigliere Rossi del Csm gli chiede se anche tutte le notizie che in qualche modo pervenivano, anche di tipo confidenziale, passavano e passano sempre all'interno dell'ufficio attraverso il procuratore nazionale? E Grasso risponde così: “Diciamo, che quasi sempre avviene così. Per questa attività comunque di ricerca dei latitanti, non è che si ricerca la notizia dai Servizi; piuttosto è qualcuno dei Servizi che fa arrivare la segnalazione, o qualcosa del genere. Devo dire che questo avveniva in passato. Da quando ci sono io in Procura questo non avviene, non è avvenuto e non ho mai dato la possibilità che avvenisse in ogni caso. Perché preferisco i canali della polizia giudiziaria, quelli soliti. Ma naturalmente una notizia, ne sono sicuro, non è assolutamente qualcosa di vietato; è una mia scelta di opportunità, sotto questo profilo. Abbiamo, se avete bisogno, tutte le circolari del coordinamento sul tema, del procuratore Vigna e quindi eventualmente le potete acquisire”.

Dunque oltre alla corrispondenza tra Vigna e Grasso sulle indiscrezioni che segnalavano Provenzano nel Lazio sappiamo anche che ci sono circolari – come è probabilmente logico che sia – sul ricorso ai servizi segreti. Sarebbe interessante leggerle.

E al consigliere del Csm Borraccetti che chiedeva se al Procuratore nazionale antimafia potevano arrivare - secondo lo stesso Borraccetti legittimamente e anche secondo me debbo dire - informazioni dai Servizi e se arrivavano, quale fosse l'uso che se ne faceva e se fossero in qualche maniera documentate con una registrazione o se venivano in qualche maniera canalizzate istituzionalmente (queste sì che sono domande interessanti), Grasso risponde così: “Per quel che mi risulta perché io, ripeto, sia nella fase in cui ero sostituto, sia nella fase in cui sono stato procuratore, questo tipo di contatti non li ho mai avuti. Il mio predecessore invece si. Si svolgevano dei colloqui diretti tra i rappresentanti dei Servizi potevano essere Sismi o Sisde, allora si chiamavano così - e il procuratore alla presenza dei sostituti. Venivano fatti anche dei verbali, degli appunti che rimanevano agli atti. Da quelli il procuratore traeva spunto per fare l'informativa alla procura, al magistrato. Quindi questa era la prassi che io ho trovato realizzata. Quindi una sorta di verbalino fatto dal magistrato, dal sostituto che assisteva a questo tipo di informazione, e da quello poi l'effettiva lettera con cui si trasmetteva. Naturalmente dando atto che si trattava di informazioni da verificare e che comunque non potevano essere utilizzate processualmente, questo è evidente, come i colloqui investigativi, cioè come se venissero fuori da un colloquio investigativo. Questo è quello che ha trovato io, questa è l'attività svolta”.

Ebbene questa è la descrizione di una sorta di netta distinzione tra Grasso e il suo predecessore. Resta una domanda: ma i servizi – esclusi nella gestione Grasso dalla “condivisione” di certe operazioni, conoscenze e informazioni da dare e da ricevere a partire dalla cattura dei latitanti iper ricercati – ci stanno a rimanere con le mani in mano? E in vero resta un’altra domanda: ma se il ricorso ai servizi – come fonte legittima e reale non viene negato da Grasso e io sono totalmente d’accordo con lui – perché farne (ufficialmente) a meno? Se una cosa è lecita e può portare alla condivisione di uno scopo nobile da raggiungere non se ne dovrebbe fare a meno. Oltretutto i servizi esistono in tutti i Paesi del mondo ma...in tutti i Paesei del mondo si presatano a critiche feroci.

Viene allora il sospetto che da temere siano non i servizi ma le “deviazioni” dei servizi. E’ un sospetto lecito visto che la storia delle democrazia italiana è lastricata di intrusioni e deviazioni dei servizi. E’ lecito sospettarlo anche nel caso Provenzano? Una domanda. E’ solo una domanda. Alla quale – magari – la Commissione antimafia potrebbe cercare una risposta. Una domanda che – credo – solleticherà anche le Procure di Palermo e Caltanissetta che sui depistaggi pre e post stragi stanno alacremente lavorando da anni.

(Per articoli sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra rimando all’archivio con i post del 24, 25, 26 , 27 aprile e 3 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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