House Ad
House Ad
  • Agorà
  • Nóva100
Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

RSS Feed

24 maggio 2013 - 9:15

Il testo della commemorazione di Roberto Scarpinato in memoria di Giovanni Falcone e i sepolcri imbiancati dietro la strage

Tre giorni fa nell’Aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo, Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Palermo, ha commemorato Giovanni Falcone di cui ieri l’Italia intera ha ricordato il sacrificio nella strage di Capaci del 23 maggio 1992 che, con lui e sua moglie, vide morire tre uomini di scorta.

Oggi, sul Sole-24 Ore, è stato pubblicato un mio ampio servizio sulla giornata di ieri (rimando alla lettura sul quotidiano). Sempre oggi, affinché quell’onda di commozione vera che attraversa l’Italia onesta sia un po’ più lunga di una sola giornata, pubblico l’intervento integrale di Scarpinato.

Un discorso, vedrete, di un’intelligenza e di una lucidità rara. Forse addirittura superiore per crudezza e lungimiranza, per realtà e prospettiva, di quello pronunciato il 19 luglio dello scorso anno per ricordare il suo collega Paolo Borsellino e che qualcuno non tollerò al punto da proporre un procedimento disciplinare davanti al Csm per l’allora capo della Procura generale di Caltanissetta.

Scarpinato, in quell’occasione, definì «imbarazzante» partecipare alle cerimonie ufficiali per le stragi di Capaci e via D'Amelio per la presenza «talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità», di «personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione» dei valori di giustizia e di legalità per i quali Borsellino si è fatto uccidere.

Questo nuovo testo – al posto di tante cerimonie celebrative – andrebbe fatto circolare tra i banchi di scuola. Di tutta Italia.

Buona lettura

r.galullo@ilsole24ore.com

LA COMMEMORAZIONE DI FALCONE DI ROBERTO SCARPINATO

Sono trascorsi ventuno anni dalla strage di Capaci. Il tempo di una generazione.

Mi sono talora chiesto se noi che per ragioni di età fummo testimoni del tempo in cui Giovanni Falcone visse e concluse la sua parabola, abbiamo pienamente adempiuto in questi anni al compito di trasmettere la memoria storica, il senso profondo della tragica e complessa storia collettiva di cui egli fu al contempo protagonista e vittima sacrificale.

Il dubbio mi assale perché mi sembra che un’ intera generazione di giovani magistrati e di giuristi che oggi ha più o meno trent’anni, e, dopo di loro, una generazione di ventenni che si affaccia al mondo del lavoro, di quella storia conosca solo l’epilogo finale (il boato di Capaci) e pochi frammenti retrospettivi (la vicenda del maxi processo), frammenti selezionati e riproposti dal sistema dei media e dalla retorica ufficiale in occasione delle cerimonie celebrative.

Alla memoria collettiva, trasmessa nella staffetta delle generazioni, viene così consegnata una narrazione tragica e nello stesso tempo non problematica degli eventi, che si può riassumere nei seguenti termini:

Giovanni Falcone fu un fedele servitore dello Stato condannato a morte e poi trucidato unitamente alla moglie Francesca Morvillo, a Vito Schifani, Antonio Montinari e Rocco Dicillo, componenti della sua scorta, perché con il suo lavoro di integerrimo magistrato, culminato nelle condanne inflitte nel maxi processo, aveva sferrato un colpo mortale a Cosa Nostra, mandando in frantumi il mito della invincibilità dell’organizzazione mafiosa.

I responsabili sono stati condannati ed hanno i volti noti di coloro che l’immaginario collettivo ha già elevato a icone assolute e totalizzanti della mafia: Riina, Provenzano e altri personaggi di tal fatta.

Questa rappresentazione dei fatti che riassume la vicenda Falcone in una radicale contrapposizione tra un uomo simbolo dello Stato legalitario ed una minoranza di criminali, seppure appartenenti ad una potente organizzazione, non rende giustizia, a mio parere, alla grandezza e ai meriti di Falcone perché rischia di rimuovere dalla memoria collettiva che egli dovette misurarsi non solo con Cosa Nostra, ma anche con un universo sociale, variamente composito, che per motivi diversi lo avversò in tutti i modi, in parte rallentando ed in parte neutralizzando la sua azione.

Questa parte della storia - spesso negletta nelle cerimonie ufficiali e confinata nel limbo della letteratura specialistica o affidata alla memoria dei superstiti - chiama in causa errori e responsabilità collettive che hanno avuto un rilievo determinante nello svolgimento degli eventi di cui la strage di Capaci costituisce solo l’epilogo finale.

Errori e responsabilità che vanno ricordati non con l’animus di voler quasi processare il passato, operazione questa che sarebbe sterile, ma perché il passato custodisce una preziosa lezione che va meditata per il futuro, affinché certi errori non abbiano più a ripetersi, soprattutto in un tempo come l’attuale, segnato da una grave crisi dei valori di legalità e di credibilità delle istituzioni.

La rievocazione di questa parte della storia, alla quale vengono in genere solo dedicati fugaci cenni, vorrei affidarla, per quanto possibile, alle stesse parole sofferte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino che ebbero a subirla in prima persona.

Sono parole sofferte quelle che Paolo Borsellino, pronunciò il 23 giugno 1992 in un discorso tenuto alla Biblioteca comunale di Palermo, commemorando Giovanni Falcone a distanza di un mese dalla strage di Capaci.

Mi pare significativo che colui il quale fu il migliore amico di Giovanni e che ne condivise la sorte nella vita e nella morte, nel rievocare la strage di Capaci non focalizzi in quella occasione la sua attenzione, come sarebbe logico attendersi, sugli esecutori ed i mandanti della strage, ma piuttosto sui tanti che egli individua come responsabili dell’ostracismo che aveva condannato Falcone all’isolamento, indebolendolo progressivamente e costringendolo a lasciare il palazzo di Giustizia di Palermo.

Ecco un estratto delle parole di Paolo:

“Ho letto giorni fa, o ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto [……]ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di chiunque altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988 […]

Borsellino ricorda quindi le responsabilità di coloro che agli inizi del 1988 si erano attivamente impegnati per impedire che Giovanni Falcone venisse nominato capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, succedendo a Caponnetto, e come lui avesse rischiato di essere sottoposto a procedimento disciplinare solo per avere denunciato alla pubblica opinione che il pool antimafia di Palermo era stato smobilitato e Falcone ridotto all’impotenza.

.. per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze personali gravissime, ma quel che è peggio, il Csm immediatamente scoprì qual era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, Falcone poteva essere eliminato al più presto. E forse questo io l'avevo pure messo nel conto, perché ero convinto che l'avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato l'opinione pubblica lo deve sapere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.

Ed ora lascio la parola a Giovanni Falcone il quale per salvare Paolo Borsellino dal procedimento disciplinare al quale si era esposto con quella pubblica denuncia, ruppe il suo tradizionale riserbo comunicando il 30 luglio 1988 al Csm e al Presidente del Tribunale la sua richiesta di lasciare l’ufficio istruzione: “Ho tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di istruttorie sulla criminalità mafiosa le inevitabili accuse di protagonismo o di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società, ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi. Ero inoltre sicuro che la pubblicità dei relativi dibattimenti avrebbe dimostrato, come in effetti è avvenuto, che le istruttorie cui io ho collaborato erano state condotte nel più assoluto rispetto della legalità. […..] Il ben noto esito di questa vicenda (ndr. si riferisce alla vicenda della nomina di Meli a capo dell’Ufficio istruzione) non mi riguarda sotto l'aspetto personale e non ha per nulla influito, come i fatti hanno dimostrato, sul mio impegno professionale.

Anche in quella occasione però ho dovuto registrare infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza cui non ho reagito solo perché ritenevo, forse a torto, che il mio ruolo mi imponesse il silenzio. Ma adesso la situazione è profondamente cambiata e il mio riserbo non ha più ragione di essere.

Quello che paventavo è purtroppo avvenuto: le istruttorie nei processi di mafia si sono inceppate e quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia dell'ufficio istruzione di Palermo, per cause che in questa sede non intendo analizzare, è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti.

Come risposta è stata innescata un'indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto, riducendo tutto a una bega tra «cordate» di magistrati, a una «reazione», cioè, tra magistrati «protagonisti», «oscurati» da altri magistrati che, con diversa serietà professionale e con maggiore incisività, condurrebbero le indagini in tema di mafia.

Tuttavia, essendo prevedibile che mi saranno chiesti chiarimenti sulle questioni poste sul tappeto dal procuratore di Marsala, ritengo di non poterlo fare se non a condizione che non vi sia nemmeno il sospetto di tentativi da parte mia di sostenere pretese situazioni di privilegio (ciò, inevitabilmente, si dice adesso a proposito dei titolari di indagini in tema di mafia).

E allora, dopo lunga riflessione, mi sono reso conto che l'unica via praticabile a tal fine è quella di cambiare immediatamente ufficio...

Come è noto le dimissioni di Falcone furono respinte, l’allarme di Borsellino venne ignorato, il pool antimafia venne smobilitato e le inchieste su Cosa Nostra prima centralizzate nell’Ufficio istruzione vennero disseminate in una molteplicità di uffici giudiziari siciliani, determinando così l’esito infausto delle indagini che vennero in larga misura archiviate. Ma, soprattutto, restò incompiuto il programma di indagine che il pool aveva preannunciato nella motivazione della sentenza – ordinanza del maxi processo nella quale venivano individuate due aree alle quali sarebbe stata prestata la massima attenzione:

“ alcune attività della c.d. criminalità dei colletti bianchi in tema di riciclaggio di denaro [..] e [..] manifestazioni di connivenza e collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni (che) possono realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa” (sentenza – ordinanza Trib. Palermo 8 novembre 1985, pp. 4125 – 4126).

Quella parte della sentenza – ordinanza preannunciava i futuri possibili sviluppi di una strategia antimafia che, in coerenza con il dettato costituzionale degli artt. 3 e 112 Costituzione, articolava la risposta giudiziaria a tutti i livelli del sistema di potere mafioso: i componenti organici dell’organizzazione ed il vastissimo e variegato mondo di colletti bianchi collusi, appartenenti al mondo politico, imprenditoriale e finanziario, che con il metodo mafioso e grazie alla mafia avevano costruito fortune economiche e carriere.

Non è certamente un caso che l’incessante campagna di delegittimazione nei confronti del pool antimafia, che sfocerà nell’ emarginazione di Giovanni Falcone, avesse preso un ritmo incalzante proprio quando il pool, dopo avere tratto in arresto centinaia di esponenti dei quadri intermedi e di comando della mafia militare, aveva attinto con le indagini anche i livelli superiori che coinvolgevano il mondo politico ed economico: il 3 novembre 1984 era stato arrestato Vito Ciancimino, il successivo 12 novembre le manette si erano strette ai polsi dei cugini Nino e Ignazio Nino Salvo, terminali regionali di un ramificato sistema di potere nazionale. La stagione degli intoccabili sembrava volgere alla fine. Molti a Palermo e a Roma cominciano a temere il peggio. A chi sarebbe toccato dopo i Salvo e Ciancimino?

I processi celebrati dopo la stagione stragista del 1992-1993 e le sentenze penali emesse in questi ultimi venti anni hanno gettato una vivida luce retrospettiva sul passato, consentendo oggi di delineare la fisionomia complessiva dell’immane sistema di potere regionale e nazionale che aveva ben ragione di temere l’azione di un pool antimafia che appariva come una pericolosa variabile indipendente rispetto agli equilibri di potere esistenti.

Giovanni Falcone, che di quel pool era stato l’anima, aveva già dimostrato in precedenza di essere in grado, seguendo la pista dei capitali illegali, di arrivare nei santuari finanziari dove confluivano, come in un unico mare magnum, i fiumi carsici dei soldi della droga, delle tangenti politiche, dei capitali piduisti.

Mi riferisco alla vicenda delle banche di Sindona, di Calvi e alla torbide connessioni tra mafia, P2 e tangentopoli che Falcone aveva portato alla luce nel processo Spatola- Inzerillo.

Il pool antimafia si preparava ora nella seconda metà degli anni Ottanta, a proseguire coerentemente la sua opera, valicando con l’arresto dei Salvo e di Ciancimino le colonne d’Ercole dei rapporti mafia – politica.

Ed è proprio a quel punto che scatta la reazione di rigetto da parte di un sistema che – come hanno dimostrato decine di sentenze definitive – comprendeva a vario titolo anche personaggi apicali del mondo istituzionale, politico, di quello economico e finanziario.

Un sistema che, agendo nell’ombra, era in grado di mettere in campo potere di influenza, raffinate strategie di delegittimazione, relazioni con soggetti appartenenti ad apparati istituzionali - talora complici e talora in buona fede - per conseguire lo stesso risultato che la mafia corleonese tentava di raggiungere contemporaneamente con metodi cruenti: fermare Giovanni Falcone, porre fine ad una stagione dell’antimafia giudiziaria in grado di destabilizzare i consolidati assetti esistenti, garanzia e presupposto per i lucrosi affari, per gli illeciti arricchimenti di tanti, interni ed esterni all’associazione mafiosa.

Ed è per questo motivo che a Giovanni non fu data requie neppure dopo avergli impedito di proseguire il suo lavoro all’Ufficio istruzione.

Non si erano ancora spenti gli echi della vicenda della sua bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione e della smobilitazione del pool antimafia, che egli viene investito da un tentativo di omicidio mediatico.

Mi riferisco alla vicenda delle lettere del cosiddetto “corvo”, una sequenza di lettere anonime che nella sostanza lo accusavano di avere dato licenza di uccidere al collaboratore di giustizia Salvatore Contorno, autorizzandolo a tornare segretamente in Sicilia per eliminare i propri antagonisti dell’avverso schieramento corleonese.

Non si era ancora conclusa la vicenda del “corvo” che, in una sorta di gioco al rialzo nel quale la delegittimazione morale prepara il terreno per la soppressione fisica – il 21 giugno 1989 viene messo a punto l’attentato dell’Addaura, pianificato da soggetti che Falcone definì subito come “menti raffinatissime”, alludendo a intelligenze criminali appartenenti ai mondi superiori che sovrastavano quelli inferiori della mafia corleonese.

Per avere un’ idea del clima di accerchiamento nel quale egli si trovò ad operare e della vastità del fronte che gli era avverso, nel quale si saldavano interessi convergenti di diversa natura, è bene ricordare che subito dopo l’attentato dell’Addaura viene fatta circolare, anche all’interno di alcuni ambienti istituzionali, la voce calunniosa che si trattava di un falso attentato orchestrato dallo stesso Falcone per indurre il Csm a nominarlo, sull’onda dell’emotività del momento, alla carica di Procuratore Aggiunto di Palermo, scavalcando così gli altri concorrenti.

Ma Falcone non dovette misurarsi solo contro i progetti di morte della mafia corleonese, contro gli ininterrotti ed insidiosissimi attacchi esterni orditi da menti raffinatissime, egli è costretto contemporaneamente a difendersi anche sul fronte interno dalle accuse che gli vengono mosse da una parte della magistratura e della cultura giuridica che gli contesta di avere stravolto il ruolo istituzionale del giudice trasformandosi in un “giudice sceriffo”, definizione negativa che viene rilanciata dal sistema mediatico.

Egli coglie subito l’insidiosità di quella accusa che mirava a delegittimarlo all’interno stesso dell’ambiente giudiziario, isolandolo ulteriormente.

Proprio per questo motivo, si vede costretto a ribattere intervenendo più volte sull’argomento con saggi e articoli giuridici nei quali dimostra il suo straordinario spessore culturale e la sua profonda interiorizzazione dei valori costituzionali che aveva tradotto nella prassi applicativa:

Così nell’articolo “Controllo sociale nel Mezzogiorno. Il ruolo sociale nella magistratura ” scrive:

“Sono fioccate […] critiche e perplessità sull'operato della magistratura: sempre più frequentemente, si è parlato dello stravolgimento del ruolo istituzionale della magistratura a opera di magistrati che hanno violato il principio della «terzietà» del giudice, improvvisandosi investigatori e usurpando le funzioni specifiche della polizia giudiziaria. Da taluni settori si è affermato anche che l'eccessivo impegno degli inquirenti nella repressione delle varie forme di criminalità organizzata ha distolto l'attenzione dalla delinquenza comune, la cosiddetta microcriminalità, con la conseguente recrudescenza di reati contro il patrimonio, come le rapine e gli scippi, che destano tanto allarme nella società. E la stessa instaurazione dei maxiprocessi è spesso attribuita a colpa del protagonismo dei giudici e a un asserita volontà di conculcare e sopprimere il diritto di difesa degli imputati. Non si è mancato, poi, di sottolineare che iniziative della magistratura nel settore economico hanno determinato gravi guasti all'economia meridionale, e siciliana in particolare, provocando il peggioramento del fenomeno, di per sé gravissimo, della disoccupazione[…]

.. spesso si dimentica che, per quanto concerne la criminalità organizzata, l'intervento della magistratura riguarda l'individuazione dei responsabili di gravissimi crimini, e che l'esercizio dell'azione penale, nel nostro ordinamento giuridico, è costituzionalmente previsto come obbligatorio (art. 112 della Costituzione). Sarebbe, dunque, responsabile di colpevole inerzia quel magistrato che si astenesse dal tentare di accertare gli autori di reati sol perché la mafia e le altre organizzazioni similari costituiscono un problema che non è risolvibile, come spesso stancamente si ripete, con l'intervento repressivo statuale [..].

Non credo che qualcuno voglia sostenere che le centinaia di assassini provocati, negli anni '81-83, dalla cosiddetta guerra di mafia debbano essere archiviati per essere rimasti a opera di ignoti senza nessun serio tentativo per scoprire i colpevoli. E quando, di fronte a omicidi gravissimi di uomini politici e di pubblici funzionari, si intuisce che le causali e i mandanti sono, le prime, particolarmente complesse e, i secondi, annidati all'interno delle pubbliche strutture, non credo che qualcuno voglia sostenere una sostanziale impunità per tali crimini, che sono obiettivamente destabilizzanti e minano le basi della società e dell'ordine democratico.

E allora, se non si vuole affermare che la gravità e complessità del fenomeno criminale comporti l'astensione dall'attività repressiva da parte della magistratura, deve necessariamente convenirsi che la risposta degli organi repressivi statuali alla consumazione di delitti particolarmente complessi e numerosi non solo è doverosa e rientra nei limiti dell'attività istituzionale della magistratura, ma non può che essere articolata e impegnare in modo eccezionale le strutture statuali. Se, poi, col richiamo, a mio avviso improprio, alla cosiddetta supplenza della magistratura si intende dire che, a fronte degli interventi repressivi, non sono stati tuttora posti in essere quegli altri interventi necessari per rimuovere le radici e le cause del fenomeno mafioso, si pone un ben diverso problema: tali considerazioni possono essere o meno condivise, ma deve essere ben chiaro che, nell'attività diretta alla repressione dei reati, la magistratura adempie semplicemente i propri doveri istituzionali senza alcun margine di discrezionalità e senza alcun straripamento nei campi di intervento riservati agli altri pubblici poteri […]

Meritano, invece, seria riflessione quelle critiche che, facendo riferimento alla «terzietà» del giudice come valore insopprimibile del suo ruolo istituzionale, sostengono che la stessa sia stata stravolta dallo svolgimento diretto delle indagini da parte del pubblico ministero e del giudice istruttore che, in siffatta maniera, si sarebbero trasformati in superinvestigatori, determinando un'assoluta contusione dei ruoli con la polizia giudiziaria. Al riguardo, giova, anzitutto, premettere che, in un processo penale di tipo inquisitorio qual è quello vigente, il concetto di «terzietà» del giudice istruttore rischia di non far comprendere, se malamente inteso, i termini esatti del problema. Certamente, il magistrato non può avere confidenti, né eseguire materialmente i pedinamenti o intercettazioni telefoniche, né, in genere, compiere quelle attività che sono squisitamente di polizia giudiziaria. Ma è contraria al ruolo del magistrato inquirente, sia esso pubblico ministero o giudice istruttore, qual è disegnato dal vigente codice di rito penale, quell'opinione che lo vorrebbe inerte organo di semplice verifica della prova raccolta dalla polizia giudiziaria.

In un processo come quello penale italiano, diretto all'accertamento della verità materiale o storica, il magistrato inquirente deve compiere ogni atto diretto all'accertamento della verità, indipendentemente dall'iniziativa della polizia giudiziaria. In proposito, diverse norme sono esplicite in tale senso. L'art. 1 del codice di procedura penale prevede che l'azione penale è iniziata dai procuratore della Repubblica o dal pretore in seguito a rapporto, a referto, a denunzia o ad altra notizia di reato. L'art. 232 stabilisce che il procuratore della Repubblica, prima di iniziare l'istruttoria sommaria o richiedere l'istruzione formale, può procedere ad atti di polizia sia per mezzo di ufficiali di polizia giudiziaria, sia direttamente. E, per quanto riguarda il giudice istruttore, l'art. 299 stabilisce che il medesimo ha l'obbligo di compiere tutti gli atti che appaiono necessari per l'accertamento della verità, e l'art. 220 che la polizia giudiziaria deve eseguire gli ordini del giudice istruttore. E non si dimentichi che, perfino nel dibattimento, proprio perché nel processo penale di tipo inquisitorio si mira all'accertamento della verità storica o materiale, sussistono profili di disponibilità della prova di ufficio, da parte dello stesso organo giudicante (art. 457 del codice di procedura penale)”.

Nel saggio “Emergenza e Stato di diritto”, aggiunge poi:

“ Qualcuno, forse, potrà rimpiangere i “ bei tempi andati” in cui il pubblico ministero si limitava a dare una prima scrematura degli elementi di prova forniti dalla polizia giudiziaria, e il giudice istruttore soleva compiere un’ulteriore verifica delle prove, spesso con effetto di ulteriore ridimensionamento dei rapporti di denunzia. E io ricordo ancora quell’alto magistrato che mi diceva che il giudice istruttore non ha mai scoperto niente e occorre lasciare che la polizia svolga tranquillamente le indagini. Ciò del resto – per fortuna in settori sempre meno estesi – è talora l’atteggiamento di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria, che mal sopportano e ritengono essere una indebita ingerenza il diretto coordinamento delle indagini da parte del magistrato istruttore. In realtà, bisogna che tutti si rendano conto che il modello di magistrato inerte e privo di spirito di iniziativa, se poteva essere rispondente alle esigenze di un determinato periodo storico e funzionale ad un determinato equilibrio socio-politico, non è mai stato fondato su un uso legittimo dei poteri istituzionali”.

L’accenno di Falcone al rimpianto da parte di alcuni dei “bei tempi andati”, alcuni che egli definisce ancora legati ad un modello di magistrato inerte e privo di spirito di iniziativa rispondente “alle esigenze...funzionali ad un determinato equilibrio socio – politico”, fa riferimento ad un establishment politico istituzionale che, in significative sue componenti, appariva ancora imbevuto di una cultura precostituzionale e non aveva interiorizzato la nuova gerarchia di valori introdotti dalla Costituzione del 1948.

Una Costituzione che, ribaltando una secolare tradizione di subordinazione della magistratura al potere politico, aveva garantito la piena indipendenza dell’Ordine giudiziario dal potere esecutivo e coerentemente – come osserva lucidamente Falcone - con l’articolo 109 della Costituzione aveva sancito che la magistratura disponeva direttamente della polizia giudiziaria.

Questo ribaltamento costituzionale dei rapporti tra politica e legge, pietra angolare del nuovo stato costituzionale di diritto fondato sul primato delle legge, si traduceva – come spiegava Falcone – anche in un nuovo modello di giudice non più terminale passivo delle indagini svolte autonomamente dalla Polizia, promanazione del potere esecutivo, ma propulsore e coordinatore attivo della direzione delle indagini svolte da una Polizia funzionalmente subordinata alla magistratura.

Se si considera che durante la trascorsa legislatura è stata avanzata da autorevoli esponenti del ceto politico la proposta di privare il pubblico ministero del potere di iniziare autonomamente le indagini conferendo solo alla Polizia il compito di acquisire la notizia criminis, ci si può rendere conto dell’attualità dell’insegnamento di Falcone.

Nel contesto dei suoi articoli Falcone spiega come il nuovo quadro di valori costituzionali che si traduceva nella prassi giurisdizionale seguita dal pool antimafia, avesse determinato reazioni di rigetto non solo nel mondo politico, ma anche in quello istituzionale e all’interno della stessa magistratura.

Con l’accenno “all’alto magistrato che mi diceva che il giudice istruttore non ha mai scoperto niente e occorre lasciare che la polizia svolga tranquillamente le indagini”, Falcone fa riferimento ad un episodio che lo riguardava personalmente.

Un episodio che Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, aveva annotato nel suo diario personale ritrovato dopo che egli il 29 luglio 1983 era stato ucciso con un auto bomba all’uscita dalla sua abitazione in via Pipitone Federico insieme a due carabinieri della scorta e al portiere dello stabile, per avere osato alzare il livello delle indagini sui colletti bianchi della mafia, come è stato accertato nel processo per quella strage celebrato a Caltanissetta.

Si tratta di un episodio che merita di essere ricordato perché dipinge in modo emblematico la contrapposizione tra due diverse anime della magistratura che si tradurrà in una frattura interna al Palazzo di Giustizia di Palermo: la prima anima è quella, allora minoritaria, incarnata da magistrati come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ed altri.

La seconda anima appariva invece – anche per ragioni di vischiosità culturale dovuta a fattori generazionali –ancorata ad un ruolo della magistratura come subordinato alle compatibilità generali del sistema socio – politico.

Alla pagina del diario del 18 maggio 1982, Chinnici fa il seguente analitico resoconto di un colloquio avvenuto quel giorno con il Presidente della Corte di Appello e che riguardava proprio Giovanni Falcone:

ore 12 – [Il Presidente] Mi investe in malo modo dicendomi che all’ufficio istruzione stiamo rovinando l’economia palermitana disponendo indagini ed accertamenti a mezzo della guardia di finanza. Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che “cerchi di scoprire nulla perchè i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla”. [….] Cerca di dominare la sua ira ma non ci riesce. Mi dice che verrà ad ispezionare l’ufficio (ed io lo invito a farlo […]l’uomo che a Palermo non ha mai fatto nulla per colpire la mafia ….. non sa più nascondere le sue reazioni e il suo vero volto. Mi dice che la dobbiamo finire, che non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche”.

Di episodi simili Chinnici ne aveva annotati parecchi.

Un altro che pure riguardava Falcone si trova annotato alla pagina del 14 luglio 1981, dove si legge:

ore 13. G. Falcone mi comunica che il Primo Presidente della Corte gli ha caldamente raccomandato il cavaliere del lavoro Graci implicato nella faccenda Sindona; dopo averlo convocato nel suo ufficio.

Questo fronte interno della magistratura si rivelerà per Falcone uno degli ostacoli più gravi alla sua azione.

Dopo essere stato ridotto all’impotenza all’Ufficio Istruzione, egli si era infatti illuso di potere proseguire la sua opera alla Procura di Palermo.

Ma dopo pochi mesi, aveva dovuto constatare di essere escluso - come egli annoterà nel diario trovato dopo la morte e come io potei constatare personalmente - da tutte le indagini che travalicavano il livello del contrasto alla mafia militare ed attingevano i livelli superiori: così gli era stato precluso di indagare sul possibile ruolo svolto dalla organizzazione Gladio nella perpetrazione di alcuni delitti politici mafiosi; sui rapporti tra la mafia e alcuni vertici della P2, sui torbidi intrecci tra mafia ed economia nel settore degli appalti pubblici.

Resosi conto di essere stato nuovamente ridotto all’impotenza, mi confidò che doveva andare via perché restando in quella Procura il suo nome rischiava di perdere credibilità giorno dopo giorno e di divenire la foglia di fico che occultava la sostanziale inazione della Procura sui fronte cruciale dei rapporti mafia-potere-economia.

Sono rimaste impresse nella mia mente le ultime parole che egli pronunciò nella stanza del Procuratore capo di Palermo in mia presenza e di altri sostituti quando agli inizi del 1991 si congedò dalla Procura di Palermo, per assumere il nuovo incarico di Direttore generale degli affari penali presso il Ministero della Giustizia a Roma.

“ E’ penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo Palazzo, constatare che tranne pochi, tutti sono contenti che me ne sto andando.. “

Erano passati tre anni dalla lettera che prima ho citato del 30 luglio 1988, era cambiato l’ufficio dove lavorava, ma la sua solitudine e l’ostracismo che lo circondavano erano rimasti costanti.

Era l’anno 1991 quasi a ridosso della strage di Capaci e qui concludo riannodandomi all’incipit della mia commemorazione.

Io credo che se vogliamo rendere onore a Giovanni Falcone e a coloro che il 23 maggio 1992 condivisero la sua sorte, non possiamo limitarci a ricordare esclusivamente le responsabilità penali accertate della mafia corleonese.

Non passiamo confinare in una sorta di cono d’ombra della memoria - come se si trattasse di storie a margine non incidenti sul corso degli eventi - le responsabilità, le complicità, le connivenze di tanti, di troppi colletti bianchi che in vario modo hanno contribuito nel tempo ad alimentare la potenza del sistema di potere mafioso.

Proprio per questo motivo, Paolo Borsellino la sera del 23 giugno 1992 ricordava a tutti dolorosamente come non erano certo stati i corleonesi a fermare Falcone prima nel 1988 all’Ufficio istruzione di Palermo e poi alla Procura di Palermo, costringendolo alla fine ad andar via da Palermo.

A fermare Falcone, a neutralizzarlo erano stati quelli che Borsellino quella stessa sera del 23 giugno 1992 definisce gli “ingiusti”, ampia categoria antropologica nella quale egli ricomprende non solo i tanti grandi e piccoli Don Rodrigo che affollavano la scena dei potenti, non solo i tanti sepolcri imbiancati che si battevano il petto dopo avere occultamente ostacolato Falcone, ma anche un nutrito stuolo di Don Abbondio che - per citare le sue testuali parole - talora per non rinunciare “a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini”, avevano consegnato Falcone alla sua solitudine, rendendosi complici, a vario titolo, del prevalere del male di mafia, del male oscuro del potere.

Nella prospettiva di Borsellino, tutti costoro non potevano chiamarsi fuori, proiettando catarticamente la responsabilità esclusiva del male di mafia solo sui carnefici che il 23 maggio 1992 a Capaci avevano chiuso definitivamente una partita che era stata giocata a lungo negli anni precedenti, e che aveva visto scendere in campo accanto ai carnefici una pletora di complici, sia che tale complicità si declinasse sul piano penale, sia che si declinasse su altri piani non meno rilevanti per il corso degli eventi.

La lezione della storia, una lezione che non va dimenticata, insegna che in questa nostra terra non è solo il tritolo ad uccidere, non è solo il piombo delle pallottole a fermare coloro che operano per il bene comune: è piuttosto un mix micidiale di violenza criminale, di cinismo del potere, di opportunismi di bassa lega e di atonia morale.

E’ questo mix micidiale che ha segnato la storia di Giovanni Falcone e di tanti altri assassinati prima e dopo di lui, compreso Paolo Borsellino che la sera del 23 giugno 1992 ci ha lasciato il monito che ho voluto ricordare, sapendo di essere egli stesso prossimo a morire ancora una volta per mano mafiosa ma non solo per volontà mafiosa, come egli confidò alla moglie Agnese dicendole: “ Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”.

E’ compito dei processi accertare le responsabilità penali sottese a stragi e omicidi, ma certo, per quanto ho sin qui ricordato, sarebbe un falso storico ritenere che la tormentata storia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino sia riducibile solo alla dimensione puramente penale.

La loro vicenda è piuttosto parte integrante della travagliata storia della Nazione, una storia nella quale i diversi piani della politica, della economia e della violenza criminale troppo spesso sono confluiti in un perverso ed indistinto magma che ha falcidiato i migliori tra noi e che tutti ci chiama in causa a vario titolo.

Rendere onore ai nostri caduti, dare un senso al loro sacrificio, fare memoria significa prendere atto che il male di mafia non è stato solo fuori di noi, ma anche tra noi, significa dunque fare i conti con il nostro passato e con noi stessi, affinché ciò che è già accaduto non abbia mai più a ripetersi.

Permalink Commenti (3) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

Contro l’epidemia della criminalità c’è un vaccino formidabile: l’onestà di ogni singolo uomo

Ultimi Post

  • Il testo della commemorazione di Roberto Scarpinato in memoria di Giovanni Falcone e i sepolcri imbiancati dietro la strage
  • Provenzano entra nella trattativa Stato-mafia, entra ed esce dal carcere di Parma mentre il pm Di Matteo vive in regime di 41bis “sociale”
  • El Dorado/3 Viterbo, “lavatrice” del denaro sporco che poi ritorna pulito in Calabria attraverso comode rate mensili!
  • Ivan Tripodi (Pdci) mi scrive: «Il presidente della Provincia di Reggio Calabria oltraggia il Prefetto sulla lotta alla ‘ndrangheta»
  • Mi scrive il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa: «Ecco il nostro impegno antimafia»
  • Il vicepremier Angelino Alfano interviene di persona e riassegna la scorta blindata ad Angela Napoli
  • El Dorado/2 L’affiliazione dei giovani alla ‘ndrangheta, l’influenza sul voto e le soffiate alle cosche sulle indagini in corso
  • El Dorado/1 Se prima eravamo in due (cosche) a ballare a Condofuri, adesso siamo in tre (cosche) a ballare a Condofuri: un affiliato ogni 33 abitanti!

23 maggio 2013 - 8:09

Provenzano entra nella trattativa Stato-mafia, entra ed esce dal carcere di Parma mentre il pm Di Matteo vive in regime di 41bis “sociale”

Oggi – come tutta la politica parolaia si affretterà a ricordare versando lacrime di coccodrillo – ricorre ilo 21esimo anniversario della strage di Capaci.

Mi piace ricordare il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta saltati per aria quel giorno, attraverso il lavoro.

No, non dico il mio, ma quello di un magistrato valente e isolato come Nino Di Matteo, che anche oggi sarà regolarmente nel suo ufficio in Procura a Palermo per lavorare all’udienza preliminare del 27 maggio relativa al processo sulla trattativa Stato-mafia (rimando anche ai miei servizi su questo blog dei giorni 4, 9 e 19 aprile e 9 maggio).

Di Matteo, come tutti i giorni, arriverà anche oggi nel suo ufficio scortato e blindato come poche volte si è visto. La sua vita – vale sempre la pena ricordarlo – è ad altissimo rischio ma questo sembra interessare meno, ma molto meno delle polemiche sui testimoni ammessi o esclusi in quel processo. Questioni di stili, questioni di dignità diverse, questioni di vita o di morte.

In vista del giorno dell’udienza preliminare del 27 maggio dedicherò una serie di articoli su questo blog perché testimoniare solidarietà con le chiacchiere è facilissimo, con i fatti è molto più difficile. L’unico “fatto” che posso offrire io, come giornalista, è la mia penna, anzi la mia tastiera, con la quale battere notizie e riflessioni che spero possano aiutare tutti a essere consapevoli che – ben oltre Cosa nostra e le mafie in generale – c’è un sistema criminale contro il quale pochi pm si battono. Tra questi, a Palermo, Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, cioè coloro i quali quel 27 sosteranno la pubblica accusa contro i 10 soggetti (mafiosi e uomini dello Stato) chiamati a rispondere di essere stati parte attiva di quella trattativa.

PROVENZANO ENTRA ED ESCE DAL CARCERE

Secondo la pubblica accusa, il principale referente per portare in porto la trattativa era il capo mafia Bernardo Provenzano.

Ora, mentre Di Matteo vive in un regime blindato, paragonabile ad un 41 bis (carcere duro) “sociale”, vista la sua attuale condizione di vita, zu Binnu ‘u tratturi entra ed esce dal carcere di Parma per i suoi problemi di salute sui quali non entro anche se – come dimostrerà il video che questa sera sarà mandato in onda da Servizio Pubblico sulla 7, riceve e parla. Parla e riceve. Sapendo – sia chiaro – di essere perfettamente ripreso dalla telecamere e di essere sempre ascoltato. In quel video che vedrete stasera Provenzano accusa di essere stato picchiato dietro le reni, suppongo nel carcere di Parma. Vero? Falso? Non sta a me deciderlo ma faccio un ragionamento lineare e difficilmente smentibile con argomentazioni uguali e contrarie: lui vive in isolamento (anche se la sua legale ha chiesto la revoca) e dunque compari di cella o di Istituto li escludiamo ma anche ammesso e non concesso che così sia, delle due l’una: o hanno avuto ordine di farlo da chi è in grado di intimorire Provenzano (ma chi?) o lo hanno fatto con istinto suicida prossimo alla realizzazione perché franca non la farebbero.

Stesso identico discorso sarebbe – mutatis mutandis – se a picchiarlo fossero stati agenti di polizia penitenziaria. Sarebbero destinati a emigrare al Polo Nord e forse neppure lì se la caverebbero. Idem con patate per il direttore dell’Istituto e il responsabile della sicurezza. Questo, ripeto, al netto del fatto che le "legnate sui reni", come le ha definite Provenzano parlando con il figlio, non fossero un messaggio chiaro per evitargli una collaborazione con la Giustizia di cui da anni si favoleggia.

Ergo: ho dubbi ma tanti, tanti dubbi che picchiare Provenzano in carcere (o nelle tante trasferte) sia facile ed esente dal rischio mortale di una vendetta dell’ala di riferimento di Cosa nostra, anche se è vero che la sua posizione nella gerarchia non è più paragonabile al passato.

Ma visto che parliamo di trasferte ecco a voi l’elenco delle uscite dal carcere di Parma del capo mafia idolatrato da masse di imbecilli, che magari si sono beate di distorte fiction televisive.

Mi limito da ottobre 2012 a oggi: il 17 ottobre Provenzano è stato ricoverato, il 19 è rientrato in cella e così il 26 ottobre e il 9 novembre (ricovero con esami), il 3 e il 17 dicembre. In quest’ultimo giorno fu ricoverato e poi fu rispedito in carcere il 5 marzo di quest’anno. Di nuovo ricoverato il 26 aprile, il giorno dopo è rientrato a Parma. Il 3 maggio è riuscito (sempre per recarsi in strutture ospedaliere) e il 5 è rientrato in Istituto.

LA LISTA NEL "NOME" DI PROVENZANO

Ora mentre tutto questo accade, accade anche che Di Matteo e i suoi colleghi in Procura abbiano depositato una lista di 176 testimoni che dovrebbero aiutare a capire i contorni della trattativa tra Stato e mafia.

Il nome di Provenzano – come scritto – è in cima ai pensieri della Procura, che vogliono vederci chiaro anche sulla sua latitanza. E il ruolo di Provenzano non lo vogliono sapere solo, ad esempio, da Antonino Giuffrè, Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, ma anche da personaggi come Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, fino a parola (o prova) contraria, servitori dello Stato.

Giuffrè dai pm è stato chiamato anche per riferire «delle iniziative di Provenzano per la risoluzione dei principali problemi che affliggevano Cosa Nostra nel periodo immediatamente successivo alle stragi del 1992, anche con più specifico riferimento ai rapporti consolidatisi attraverso Marcello Dell’Utri, con Silvio Berlusconi e il neo costituito movimento denominato Forza Italia» ma anche sulle «affermazioni ed ai sospetti da parte di appartenenti all’organizzazione Cosa Nostra circa asseriti rapporti tra il Provenzano ed alcuni esponenti dell’Arma dei Carabinieri».

A Stefano Lo verso sarà invece chiesto di riferire «quanto direttamente appreso da Bernardo Provenzano in merito alle protezioni che il predetto vantava di avere ad opera di alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri ed esponenti politici tra i quali l’odierno imputato Marcello Dell’Utri».

A Giuseppe Lipari i pm vorrebbero chiedere delle «notizie acquisite da Bernardo Provenzano, Vito Ciancimino e Antonino Cinà sull’esistenza di documenti scritti indirizzati da Salvatore Riina, tramite Cinà e Vito Ciancimino ad ufficiali del Ros, ancor più in particolare, materialmente esibiti al Capitano De Donno».

SERVITORI DELLO STATO

Ma dovrebbero scendere in campo anche uomini dello Stato, come il colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, che secondo la Procura di Palermo dovrebbe riferire «della genesi ed delle circostanze che lo portarono ad intrattenere rapporti con il confidente Luigi Ilardo, all’epoca esponente di spicco delle famiglie mafiose del nisseno; delle modalità di conduzione del predetto rapporto con l’Ilardo con particolare riferimento alle informazioni acquisite in merito alle strategie generali dell’organizzazione, alle stragi 1992/1993, ai rapporti con esponenti della politica e delle istituzioni e soprattutto con l’allora latitante Bernardo Provenzano; dell’eventuale documentazione del suo rapporto con il confidente; dell’esibizione ed acquisizione di numerose missive attribuite a Provenzano; degli esiti del rapporto confidenziale con l’Ilardo con particolare riferimento al rintraccio e alla cattura di numerosi latitanti; delle informazioni rese ai suoi colleghi (della Dia e successivamente del Ros dei Carabinieri) nonché all’Autorità giudiziaria circa l’evoluzione del suo rapporto con l’Ilardo ed i contenuti delle principali informazioni dallo stesso ricevute; delle  specifiche conoscenze dell’incontro tra Ilardo e Bernardo Provenzano in territorio di Mezzoiuso nell’ottobre 1995; delle scelte investigative successive alle acquisizioni del 31 ottobre 1995 con particolare riferimento alla eventuale organizzazione di attività finalizzate alla cattura di Provenzano; delle comunicazioni all’Autorità giudiziaria relative agli accadimenti del 31 ottobre 1995 ed alle ulteriori attività successive a quella data finalizzate al rintraccio del Provenzano; della scelta dell’Ilardo di intraprendere una formale collaborazione con l’Autorità giudiziaria e degli incontri con i magistrati finalizzati a ciò; dei suoi rapporti con gli odierni imputati ed in particolare con il Generale Subranni; di  quanto appreso, anche attraverso colloqui con altri ufficiali dei carabinieri in servizio al Ros, sul movente dell’omicidio del maresciallo Guazzelli e sulle ritenute connessioni di tale delitto con la figura dell’allora Ministro Mannino; delle motivazioni che lo hanno indotto nel 2001, indirizzando una missiva alla Procura della Repubblica di Palermo, a chiedere di essere sentito dall’Autorità giudiziaria».

L’Ispettore Francesco Arena, già in servizio presso il Centro operativo Dia di Catania e il suo ex collega in Dia Mario Ravidà, sono stati chiamati a riferire «sui suoi rapporti con il Colonnello Riccio in occasione dello sviluppo delle indagini Grande Oriente e su quanto appreso dallo stesso Riccio con riferimento all’incontro tra Ilardo e Provenzano in territorio di Mezzojuso ed  ai motivi del mancato intervento dei Carabinieri in quella occasione».

Il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo è stato chiamato a riferire «sui suoi rapporti con Michele Riccio, sulle pregresse comuni esperienze ed attività professionali; quanto riferitogli dal Colonnello Riccio durante lo svolgimento dell’indagine Grande Oriente con particolare riferimento alle lamentele del Riccio per l’assenza di precise direttive ed adeguata copertura ed assistenza nell’indagine che doveva portare alla cattura del Provenzano».

Il Tenente colonnello Massimo Giraudo è chiamato a dire ciò che sa, tra le altre cose, «sulle doglianze espresse dal capitano De Caprio aventi ad oggetto gli ostacoli frapposti dal colonnello Mori all’efficace svolgimento dell’attività di indagine finalizzata alla cattura di Bernardo Provenzano»

ANCHE I MAGISTRATI

Anche i magistrati sono stati chiamati a raccontare ciò che sanno e che ruota intorno a quel maledetto nome di Binnu ‘u tratturi.

Nicolò Marino, sostituto procuratore presso la Dda di Caltanissetta per riferire «dei i suoi rapporti con il Colonnello Michele Riccio e di quanto dal predetto appreso in ordine ad un incontro in territorio di Mezzojuso tra Ilardo Luigi e Provenzano Bernardo ed ai motivi del mancato intervento dei Carabinieri; dei colloqui intrattenuti con il Colonnello Riccio poche ore prima che lo stesso venisse tratto in arresto e con la moglie dell’Ufficiale nei giorni immediatamente successivi».

Giancarlo Caselli, già procuratore della Repubblica di Palermo, dovrà riferire, tra le altre cose, della «alla gestione dell’indagine scaturente dalle notizie confidenziali rese da Ilardo Luigi al Colonnello Riccio; della designazione dei magistrati titolari del relativo procedimento; delle informazioni avute dalla polizia giudiziaria operante sugli sviluppi delle investigazioni con particolare riferimento a quelli utili per la cattura di Provenzano; dell’incontro di Ilardo Luigi con alcuni magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta di pochi giorni antecedente l’eliminazione del predetto Ilardo».

Giuseppe Pignatone, già sostituto in servizio presso la Dda di Palermo dovrebbe riferire sulla «conduzione delle indagini scaturenti dal rapporto confidenziale tra Ilardo Luigi e il Colonnello Michele Riccio; sulle informazioni resegli dal predetto Ufficiale in merito alle acquisizioni investigative con particolare riguardo a quelle concernenti la possibile cattura del latitante Bernardo Provenzano; sulla vicenda della riunione di Mezzojuso tra Ilardo e Provenzano e agli eventuali sviluppi investigativi successivi a tale riunione».

Alfonso Sabella, già sostituto procuratore in servizio presso la Dda di Palermo, dovrebbe riferire quanto a sua conoscenza «sulla conduzione, da parte del Ros dei Carabinieri, dell’attività di indagine finalizzata alla cattura di Provenzano e più in generale sulla fazione di cosa nostra più direttamente riconducibile al predetto Provenzano».

Ora mi fermo qui. Domani riprenderò.

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued

Permalink Commenti (3) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

22 maggio 2013 - 8:01

El Dorado/3 Viterbo, “lavatrice” del denaro sporco che poi ritorna pulito in Calabria attraverso comode rate mensili!

Cari lettori, da giovedi scorso sto scrivendo e descrivendo l’operazione El Dorado con la quale il 6 maggio il Comando provinciale di Reggio Calabria dell’Arma dei Carabinieri ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 22 soggetti appartenenti e contigui alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata “locale di Gallicianò”, operante a Condofuri e territori limitrofi, oltre che nella provincia di Viterbo.

I 22 sono responsabili a vario titolo di: associazione di tipo mafioso, detenzione illegale di armi comuni, concorso in riciclaggio, concorso in impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (tutte con l’aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni dell’associazione mafiosa e allo scopo di agevolare l’organizzazione stesa). A guidare l’indagine della Dda il Pm Nicola Gratteri con il sostituto Antonio De Bernardo.

Nelle due precedenti puntate (e per questo rimando all’archivio) ho affrontato i temi della pervasività dell’affiliazione ‘ndranghetista a Condofuri (16 maggio) e delle influenze sui giovani e sul voto, oltre che al “dramma” delle soffiate alle cosche sulle indagini in corso (17 maggio)

Oggi affronto l’ultimo tema: quello delle proiezioni degli affari degli indagati/arrestati a Viterbo.

Le investigazioni hanno inquadrato le attività della famiglia a capo della “locale” di Gallicianò ed hanno consentito individuare un rodato sistema di riciclaggio di denaro che, partendo dalla Calabria, era ripulito attraverso le nel Viterbese per tornare successivamente nel capoluogo reggino. Insomma, come si legge in un passo dell’ordinanza, c’è «un rapporto solidale instaurato da Alberto Corso con la consorteria criminale di Gallicianò che nella zona di Viterbo ha predisposto una propria testa di ponte per poter svolgere attività di riciclaggio dei propri e degli altrui capitali illeciti raccolti in aree criminali alleate, allo scopo di poterli investire e, al contempo, consentirne il rientro in Calabria in apparenza di legalità».

Alberto Corso (chiamato anche “Roberto”) è laziale, estraneo ai vincoli in gran parte di sangue che legano i componenti della cosca di Gallicianò, noto anche a Domenico Foti, affiliato al “locale” di Condofuri, ma viene scelto – si legge testualmente nell’ordinanza - per le qualità personali per la  affiliazione formale alla ‘ndrangheta, ancorché non calabrese.

IL REFERENTE IN LOCO

Le investigazioni hanno consentito appurare come sin dall’inizio, Alberto Corso, socio in affari dei fratelli Nucera e loro referente nella provincia di Viterbo, è indicato da Domenico Foti e Antonio Nucera come “contrasto onorato”, vale a dire un “iniziato” che è prossimo al rito del “battesimo”, attraverso il quale entrerà ufficialmente nella cosiddetta “onorata società” ed è lui stesso a ricevere un illuminante lezione sulla ‘ndrangheta da parte di Domenico Nucera, che gli spiega l’organizzazione, l’assegnazione delle cariche in occasione della festa della Madonna di Polsi, la suddivisione dei locali, lo sviluppo della carriera ‘ndranghetistica dal basso, gli fa vedere la propria incisione e la carica di Santa che detiene.

Alberto Corso viene rassicurato da Domenico Nucera, che gli promette direttamente la carica di sgarrista, senza passare per quella intermedia di camorrista e che, se poi vorrà andare oltre, non deve preoccuparsi poiché comunque lo aiuterà lui.

Domenico Nucera continua raccontandogli il rito del “battesimo”, la lettura di una formula, la ferita da procurarsi con un coltello sul dito e la goccia di sangue che deve fare cadere su un limone ed infine il santino che deve essere completamente bruciato.

L’indagine ha consentito, però, di appurare soprattutto un sistema di riciclaggio di denaro sporco che partendo dalla Calabria, passava per il Lazio attraverso alcune ditte e ritornava in provincia di Reggio Calabria.

Già ad aprile 2009, Alberto Corso e Francesco Nucera, titolari di alcune piccole aziende nella provincia di Viterbo, secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti, si presentano a Reggio Calabria e tramite Antonio Nucera chiedono del denaro poiché la ditta ortofrutticola Cimina dei fratelli Corso era in forti difficoltà economiche.

Nel maggio 2009 Antonio Nucera, fermato ad un posto di controllo nella provincia di Viterbo, viene trovato in possesso di circa 50.000 euro in contanti dalla Guardia di finanza e lo stesso dichiara che erano soldi provenienti dalla Svizzera e che servivano ai nipoti Nucera per pagare gli operai. Invece gli investigatori ritengono che i soldi fossero per i fratelli Corso e provenissero dalla Calabria.

I pm Gratteri e De Bernardo stimano che i fratelli Nucera e Corso abbiano preso circa 600.000 euro dalla Calabria per poi reinvestirli nelle ditte “Nucera Trasporti”, “Vitercalabra” ed “Ortofrutta Ciminà”.

La restituzione del denaro avveniva mediante l’invio mensile di 7.500 euro e di 50.000 euro una tantum, allo zio Antonio Nucera, che tramite un terzo li restituiva a chi aveva dato il credito, fra cui Rocco Musolino. Per questo l’operazione è stata denominata El Dorado: prende il nome proprio da questa attività di riciclaggio, che ha consentito di costruire un intero impero e paradiso economico nella provincia di Viterbo. Ed infatti sono state poi sottoposte a sequestro probatorio sei aziende, tutte riconducibili ai fratelli Corso e Nucera.

L’ORIGINE DEI SOLDI

La Procura è riuscita a ricostruire le tappe attraverso le quali i fratelli Corso, Raffaele Nucera (classe ’63), Antonio Nucera (classe ’55), Domenico Foti, Concetto Manti e Domenico Vitale, in concorso tra loro ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso, in più occasioni ricevevano da Rocco Musolino e da altre persone originarie della zona Aspromontana, attraverso Domenico Vitale, ingenti somme di denaro contante (600mila euro), di provenienza delittuosa, in relazione alle quali venivano compiute operazioni volte ad occultarne l’origine e che venivano dai fratelli Corso e Nucera impiegate nelle ditte “Nucera Trasporti Srl.”, “Vitercalabra Srl.” e “Ortofrutticola Cimina” per poi essere restituite con la complicità di Domenico Foti, Concetto Manti e Pietro Rodà.

In particolare l’accusa ha ricostruito che:

1) Domenico Vitale svolgeva il ruolo di intermediario tra lo stesso Musolino e Antonio Nucera, sia per veicolare le cosiddette “ambasciate”, sia per la consegna materiale del denaro da impiegare nelle ditte viterbesi e che poi veniva spedito da Viterbo per essere restituito a Musolino;

2) Antonio Nucera manteneva i rapporti con Vitale e Musolino, si occupava della consegna materiale e del trasporto del denaro contante, impartiva disposizioni a Raffaele Nucera e Domenico Nucera sulle modalità ed i tempi delle restituzioni.

3) Raffaele Nucera, Domenico Nucera e i fratelli Corso investivano il denaro nelle ditte “Nucera Trasporti Srl.”, “Vitercalabra Srl.” e “Ortofrutticola Cimina” per poi restituirlo a più riprese, con cadenza mensile e una tantum, ad opera di Domenico Nucera, unitamente ad Alberto Corso, per il tramite dello zio Antonio Nucera (classe 55), a Domenico Vitale (classe ’59), avendo adottato gli opportuni accorgimenti contabili (versamento su conto corrente, emissione di assegni intestati a soggetti compiacenti, fatturazioni per operazioni inesistenti) volti a giustificare le movimentazioni e così occultare la provenienza del denaro e la restituzione dello stesso.

4) Domenico Foti, Concetto Manti e Pietro Rodà collaboravano con i Nucera nelle operazioni descritte, anche rendendosi disponibili ad anticipare somme di denaro, a farsi intestare assegni dai Nucera, ad emettere fatture per operazioni inesistenti per giustificare la movimentazione delle somme di denaro da restituire a Musolino tramite Vitale.

«Il tutto con la piena consapevolezza della provenienza delittuosa del denaro – si legge testualmente nell’ordinanza - in considerazione delle modalità di conservazione e trasferimento dello stesso, sempre in contanti anche per somme notevoli, della contiguità del Musolino Rocco e delle altre persone non meglio identificate. originarie della zona Aspromontana a contesti criminali nonché della circostanza che il medesimo Musolino fosse dedito all’esercizio abusivo del credito.

Con l’aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all’articolo 416bis c.p. ed allo scopo di agevolare l’organizzazione mafiosa».

Mi fermo qui con il solito pro memoria che talvolta taluni dimenticano o fanno finta di non vedere: come sempre faccio, quel che è stato descritto anche in queste tre puntate dedicate all’operazione El Dorado è l’atto di accusa nei confronti di persone e cose della Procura contenute in un provvedimento avallato da un gip; l’augurio, per il bene dei singoli e del Paese, è un solo: che trionfi la Giustizia e chi ha sbagliato paghi e che a chi non ha sbagliato sia restituita dignità.

r.galullo@ilsole24ore.co

3 – the end (le precedenti puntate sono state pubblicate il 16 e il 17 maggio)

Permalink Commenti (2) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

21 maggio 2013 - 9:12

Ivan Tripodi (Pdci) mi scrive: «Il presidente della Provincia di Reggio Calabria oltraggia il Prefetto sulla lotta alla ‘ndrangheta»

Amati lettori, come forse molti di voi sapranno (ma rimando comunque al post di ieri in archivio) ho ricevuto e volentieri pubblicato una lettera inviatami da Giuseppe Raffa, presidente della Provincia di Reggio Calabria e già sindaco facente funzioni della città quando il migliore di tutti noi era in volo verso la corsa a Governatore della Regione.

L’intervento di Raffa – educato e cordiale – ha voluto puntualizzare l’impegno antimafia della Provincia nelle manifestazioni organizzate da Riferimenti in occasione del ventennale dalla nascita dell’associazione antimafia.

Mi aspettavo reazioni a questa lettera che, infatti, puntualmente sono giunte.

A partire da quella del segretario cittadino di Reggio Calabria del Partito dei Comunisti italiani, Ivan Tripodi, che prende spunto dalla missiva di Raffa per andare molto oltre, con una critica feroce alla sua amministrazione.

Non commento – come non ho commentato ieri la lettera del presidente Raffa – la missiva di Tripodi e la sottopongo a voi e a tutti per continuare a riflettere su un bene troppo prezioso per essere lasciato alla sola classe politica calabrese: la lotta alla ‘ndrangheta (con i fatti e non con le chiacchiere).

Ripeto oggi quello che ho scritto ieri e sempre: qualunque altro nuovo contributo di critica, condivisione, opposizione o riflessione ai due interventi è il benvenuto in questa agorà democratica senza padrini né padroni se non i lettori (l'eventuale e singola replica la aggiungerò invece in coda ai pezzi di riferimento).

r.galullo@ilsole24ore.com

IL TESTO DELLA LETTERA DI IVAN TRIPODI

Gent. mo dott. Galullo,

ho letto con attenzione la missiva che Le ha inviato il Presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa, pubblicata sul suo seguitissimo blog. Non posso nascondere di avere avuto un profondo senso di imbarazzo rispetto ai contenuti di una lettera, zeppa di luoghi comuni e astratte buone intenzioni, che, forse, mira, più semplicemente, ad ottenere una sorta di recondita auto-assoluzione rispetto ad un tema terribile e drammatico qual è la lotta contro la ‘ndrangheta.

Approfitto, pertanto, della Sua cortese ospitalità per rispondere alla lettera in questione.

Mi dispiace, ma quanto scritto da Raffa è, oggettivamente, un mix di superficialità e pressapochismo e si muove su un terreno decisamente scivoloso e sdrucciolevole…..

Del resto alcune frasi espresse da Raffa ci sembrano essere clamorosamente smentite da vicende concrete e fatti inequivocabili.

Pertanto, come si suol dire, la toppa è peggiore del buco!!!

Sarò, forse, ovvio, ma occorre ricordare, repetita iuvant, che la durissima lotta contro la ‘ndrangheta e la sua tragica e asfissiante presenza tentacolare in tutti i gangli vitali della società, nessuno escluso, non si può, evidentemente, limitare alle banali puntualizzazioni polemiche nei Suoi confronti, come fatto da Raffa, inerenti la presenza dell’amministrazione provinciale di Reggio Calabria, per quanto opportuna e simbolica, alle manifestazioni antimafia, a partire da quelle recentissime organizzate da Riferimenti, l’associazione guidata dalla battagliera Adriana Musella.

E’, infatti, necessario ribadire che tutti i cittadini, ma principalmente tutti i soggetti istituzionali che hanno dirette responsabilità di governo “dovrebbero” portare avanti con ostinazione e determinazione la dura battaglia contro la ‘ndrangheta in ogni atto, nessuno escluso, della quotidiana azione amministrativa: una lotta senza quartiere, senza cedimenti o distrazione alcuna. Una difficile scelta di vita, anche di natura personale, che presuppone altissimi rischi e decisioni fortemente discriminanti che, purtroppo, nelle nostre latitudini non trova molti adepti disposti a seguire questo vero e proprio credo basato sui principi inemendabili della legalità e del rispetto delle norme, anche a costo di essere impopolari. Di ‘ndrangheta in Calabria si può morire.

In tal senso, quanto accaduto recentemente proprio nei vertici dell’amministrazione provinciale di Reggio Calabria rappresenta una brutta, bruttissima, pagina che, senza alcuna ipocrisia, non fa onore al Presidente Raffa.

Veniamo al dunque.

Come noto, uno degli assessori di punta della giunta provinciale voluto ardentemente da Raffa è Gaetano Rao, esponente del Pdl di Rosarno.

Premesso che non intendo fare un ragionamento di facile sciacallaggio nel citare la notoria parentela diretta del Rao con esponenti della cosca Pesce di Rosarno, mi limito a ricordare al Presidente Raffa alcuni fatti inequivocabili e incontrovertibili.

Gaetano Rao, assessore provinciale all’agricoltura, caccia, pesca, emigrazione e immigrazione, nello scorso mese di marzo ha ricevuto una pesante interdittiva antimafia dalla Prefettura reggina guidata dal dott. Vittorio Piscitelli. Infatti, alla ditta individuale "Agrumi Gr di Gaetano Rao" la Prefettura, dà un pesante parere con riferimento ai requisiti antimafia. Queste le motivazioni pubblicate, fra l’altro, da tutti gli organi di informazione e che Raffa non può non avere letto: «Si informa che la complessiva valutazione di tutti gli elementi acquisiti mediante gli accertamenti disposti per il tramite delle Forze di Polizia, induce a ritenere sussistente il pericolo di tentativi di infiltrazioni mafiose nell'ambito dell'impresa in oggetto». Ma, ancor più grave, il Prefetto ha continuato:  «E’ emerso nei confronti del titolare in oggetto (Gaetano Rao) un complesso e ramificato quadro di pregiudizi penali, legami parentali e relazionali con persone contigue a cosca mafiosa».

Insomma, quanto basta, al netto del garantismo giudiziario, per assumere da parte del Presidente Raffa un’iniziativa chiara e inequivocabile, vale a dire: o la revoca da assessore del Rao o la pretesa delle dimissioni.

Ebbene, Rao e Raffa si sono letteralmente superati attraverso l’invenzione, non nuova e poi dirò il perché, dell’istituto dell’auto-sospensione.

In buona sostanza, pur avendo restituito le deleghe che gli erano state assegnate, Rao è rimasto, a tutti gli effetti, un componente della Giunta provinciale, e tale risulta a tutt’oggi anche sul sito ufficiale della Provincia di Reggio Calabria. Tutto ciò, evidentemente, rappresenta una vera e propria presa in giro e, inoltre, significa una vera e propria discutibile sfida, ai limiti dell’“oltraggio”, nei confronti di Prefetto e Prefettura.

Insomma, un’inutile scorciatoia furbesca e puerile. Raffa non ha voluto affrontare politicamente il problema, anzi, per essere chiari, ha scelto di intraprendere una strada, secondo me, grave e sbagliata.

Mi fermo qui e non voglio continuare ricordando al Presidente Raffa la presenza, tra le file della sua maggioranza, di qualche consigliere provinciale indagato per voto di scambio.

Bisogna, pertanto, avere coraggio e determinazione: come qualcuno ricorderà medesime critiche evidenziammo pubblicamente, attirandoci l’ira di molti, nei confronti della precedente gestione di centrosinistra della Provincia di Reggio Calabria, allorquando un assessore in carica, seppur in quella fase non indagato, fu lambito da alcune pesanti intercettazioni telefoniche e si auto-sospese dalla carica di giunta. Poi quel soggetto fu arrestato per reati di mafia.

Quindi, Presidente Raffa, il fronte comune contro la ‘ndrangheta lo si potrà fare con chi crede fino in fondo, anche a rischio della propria poltrona e dei propri equilibri di partito, che si debba creare uno spartiacque tra le Istituzioni e l’illegalità.

Il tempo dell’aria fritta e delle inutili parole fumose è finito.

La vera lotta alla ‘ndrangheta non permette chiacchiere o semplici comunicati stampa; una coerente battaglia contro le cosche mafiose produce pedaggi e pesantissimi prezzi personali.

Ecco perché reputo le parole di Raffa decisamente vuote, inutili e, soprattutto, visti i gravi fatti,  pesantemente contraddittorie e lesive della stessa istituzione che rappresenta.

Con viva cordialità.

Ivan Tripodi

Segretario cittadino Pdci Reggio Calabria

Permalink Commenti (5) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

20 maggio 2013 - 9:15

Mi scrive il presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa: «Ecco il nostro impegno antimafia»

Venerdì scorso, mentre ero alla prese con la lettura dell’elenco dei testimoni convocati dalla Procura di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia e scriverne per il mio giornale (si veda il pezzo nell’archivio del portale) ho ricevuto una telefonata dal presidente della Provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa (già sindaco facente funzioni a Reggio, allorché raccolse con indomito coraggio e indicibile sprezzo del pericolo la fastosa eredità del migliore di tutti noi, Ciccio-Peppe Scopelliti).

Personalmente non lo conosco ma la sua telefonata è stata di una correttezza e di una cordialità totale.

Mi ha chiesto ospitalità – che volentieri do a lui come a chiunque voglia esercitarsi in questa palestra di democrazia senza padrini e padroni se non i lettori – per chiarire i contorni della partecipazione della Provincia di Reggio Calabria alle manifestazioni il 2 e 3 maggio di Riferimenti in occasione della Gerbera Gialla.

L’assenza (tranne pochissime eccezioni) della politica (in questa terra i simboli e la simbologia contano quasi quanto i fatti) era stata infatti da me stata stigmatizzata (si veda archivio del 3 maggio) non tanto nella sfilata della Gerbera Gialla (della quale anche io, come gli altri, ero partecipe e al tempo stesso spettatore) ma nella giornata in cui c’è stato il confronto tra il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero del Raho, il suo sostituto Giuseppe Lombardo, chi vi scrive e il giornalista della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati.

Assenza (anzi: vuoto pneumatico) che si è ripetuta pochi giorni fa, il 15 maggio nel corso dell’incontro, organizzato ancora da Riferimenti, tra Lombardo e il pm della Dda di Palermo Nino Di Matteo, moderato da chi vi scrive.

Una doppia assenza – oltre alle strane coincidenze di riunioni di giunta a piè sospinto – che non è sfuggita a nessuno. Ma proprio a nessuno…neppure alla stessa politica che, infatti, si è astenuta in massa, risolvendo così l’amletico dubbio di Nanni Moretti in Ecce Bombo (1978): «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? ».

Del resto come avevo stigmatizzato l’assenza (molto significativa) della politica ho stigmatizzato e stigmatizzo l’assenza della magistratura (tranne poche eccezioni. Di cosa avevano paura pm e giudici? Di Cafiero De Raho, di Lombardo, di Di Matteo o hanno paura ancora di un passato che non passa e che soffia ancora sulle spalle?) e della classe dirigente (!) reggina.

Nella lettera, vedrete, le pacate e costruttive riflessioni di Raffa vengono sottoposte anche a Riferimenti, di cui un comitato di studenti aveva criticato l’assenza anche della Provincia di Reggio nelle manifestazioni.

La Provincia di Reggio – rivendica il presidente – c’era con il suo vicepresidente Giovanni Verduci. Questa rivendicazione – a mio modesto avviso – lascia il passo ad un passaggio molto ma molto più significativo di Raffa nella lettera. Quello in cui dice – condivisibilmente – che «a questa latitudine manca  un fronte antimafia compatto capace di non lasciare spazio agli equivoci e alle strumentalizzazioni».

Spero che Reggio – anche attraverso questi contributi – sappia trovare il modo di coagularsi contro i “sistemi criminali”.

Buona lettura

r.galullo@ilsole24ore.com

ECCO IL TESTO DELLA LA LETTERA

Gentile dott. Galullo,

non ho alcuna intenzione di polemizzare con lei, giornalista molto attento rispetto alle dinamiche sociali ed economiche che riguardano la Calabria e la città di Reggio in particolare.

Precisato questo, soprattutto per evitare equivoci che, a volte, servono ad allontanare ancora di più i cittadini dalle Istituzione mi corre l’obbligo di precisare la posizione della Provincia, ente che presiedo, risposto alla partecipazione alla “Gerbera Gialla”, manifestazione antimafia organizzata dall’associazione “Riferimenti”.

 A tale avvenimento, la Provincia, ufficialmente, ha partecipato con il vicepresidente Giovanni Verduci il quale ha atteso il corteo a piazza Italia al quale si è aggregato a fianco del Prefetto di Reggio Calabria, del Commissario prefettizio del Comune capoluogo e del Comandante della Polizia provinciale.

In via Gennaro Musella, lo stesso vicepresidente Verduci, con il gonfalone, ha salutato sia il Presidente del Senato sia la signora Adriana Musella. Questi i fatti.  Dal punto di vista dell’impegno a sostegno della legalità dell’Ente che presiedo c’è da sottolineare che, a manifestazioni del genere, la Provincia, con i suoi vertici, partecipa in modo convinto e non già per fare passerella che poi, in qualche modo, produce consenso.

Non posso sottacere che fui io a sollecitare l’intitolazione  di una strada all’ing. Gennaro Musella, vittima del tritolo della ‘ndrangheta.  Il nostro impegno contro i poteri criminali e l’illegalità diffusa non è qualcosa di simbolico, ma è un impegno di lealtà con quanti continuano a chiamarci nella gestione della cosa pubblica. Questo perché fa parte della nostra cultura e della nostra consapevolezza che solo attraverso un fronte comune sarà possibile sradicare la mala pianta da un tessuto sociale che necessità di una forte  rigenerazione. Siamo altresì convinti che le istituzioni non debbano delegare né le associazioni, né la magistratura o le forze dell’ordine, ma hanno il dovere  di porsi in prima linea e attraverso un’azione sinergica costruire un argine alle forze dell’antistato.

A questa latitudine manca  un fronte antimafia compatto capace di non lasciare spazio agli equivoci e alle strumentalizzazioni - che contribuiscono  solo  ad alzare barriere invalicabili tra cittadini e istituzioni- che ostacolano il cammino di riscatto culturale, sociale ed economico del territorio.

La  ringrazio e con stima Le invio l’augurio di buon lavoro.

 

                                                                                             Giuseppe Raffa

Permalink Commenti (0) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

17 maggio 2013 - 17:53

Il vicepremier Angelino Alfano interviene di persona e riassegna la scorta blindata ad Angela Napoli

Oggi Angela Napoli era tornata da Roma a Lamezia con una certezza: che da Reggio Calabria avrebbero mandato l’avviso di far giungere una macchina blindata e continuare con la vigilanza.

Arrivata a Lamezia, però, Napoli ha trovato solo due uomini di scorta e una macchina non blindata sulla quale si è rifiutata di salire, d’accordo con il servizio scorte di Roma. In questa baraonda arriva una macchina blindata da Reggio a Lamezia, ma non la solita Bmw, già destinata ad altri.

A tagliare corto ci ha pensato nel primo pomeriggio il ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano che ha telefonato personalmente a Napoli, già vicepresidente della commissione parlamentare antimafia e da 10 anni in regime blindato a causa delle continue minacce, comunicandole che le sarà riassegnata la scorta di terzo livello (tutto come prima dunque: macchina blindata e due uomini di scorta). “Alfano – dice Angela Napoli – mi ha anche pregato di comunicare che si era subito attivato per ripristinare le cose e mi ha detto che d’ora in avanti per eventuali problemi ci sarà un filo diretto tra me e lui”.

r.galullo@ilsole24ore.com

Permalink Commenti (0) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

17 maggio 2013 - 9:27

El Dorado/2 L’affiliazione dei giovani alla ‘ndrangheta, l’influenza sul voto e le soffiate alle cosche sulle indagini in corso

Cari lettori, da ieri sto scrivendo e descrivendo l’operazione El Dorado con la quale il 6 maggio il Comando provinciale di Reggio Calabria dell’Arma dei Carabinieri ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 22 soggetti appartenenti e contigui alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata “locale di Gallicianò”, operante a Condofuri e territori limitrofi, oltre che nella provincia di Viterbo.

I 22 sono responsabili a vario titolo di: associazione di tipo mafioso, detenzione illegale di armi comuni, concorso in riciclaggio, concorso in impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (tutte con l’aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni dell’associazione mafiosa e allo scopo di agevolare l’organizzazione stesa). A guidare l’indagine della Dda il Pm Nicola Gratteri con il sostituto Antonio De Bernardo.

Abbiamo visto nel post precedente come nel piccolo Comune di Condofuri ci siano tre “locali” di ‘ndrangheta, ovvero cellule strutturate e composte di almeno 49 affiliati (oltre al capo). Questo vorrebbe dire – statistiche alla mano – un affiliato ogni 33 abitanti in quel centro, visto che i residenti sono 5.066.

Ovviamente – e lo ripeto come ho fatto già ieri – non vuol dire che sia un paese di criminali (e su un giornale calabrese ieri un gruppo di cittadini lo ha giustamente rammentato al pm Gratteri) ma i dati sono dati e indicano una presenza consistente di appartenenti all’”onorata società” (tra chi delinque e chi no).

Oggi continuiamo su questo discorso ma ci spingiamo oltre, andando a vedere anche il proselitismo tra i giovani, le influenze sul voto (ricordiamo che nel 2010 il Comune è stato sciolto per mafia e solo da ottobre 2012 ha una nuova amministrazione eletta) e le soffiate che regolarmente arrivano ai delinquenti o presunti tali.

AL VOTO AL VOTO!

Alcuni indagati ribadiscono l’interesse per la scelta dei candidati alle elezioni comunali, ma uno di questi, Francesco Nucera, afferma che  la “locale” di San Carlo (una delle tre “locali” sul territorio) è in grado di fare eleggere il proprio candidato sindaco, circostanza confermatagli da un’appartenente di quella organizzazione criminale che gli aveva riferito l’appoggio della cosca ad una lista poi vincitrice.

In una conversazione, alcuni intercettati parlano dell’insediamento della Commissione d’accesso (che, come abbiamo visto nel precedente post è stata anche minacciata). Osservano i pm Gratteri e De Bernardo che il contenuto del dialogo si ricollega con quanto accertato nell’ambito dell’operazione Kontacorion-Parola D’onore, dove si legge che l’associazione mafiosa operante in Condofuri «è articolata in due società: la “maggiore”, alla quale fanno riferimento gli elementi più maturi ed esperti e che costituiscono l’organismo dirigente del sodalizio, e la “minore”, alla quale aderiscono i giovani affiliati, spesso insofferenti alla disciplina che viene loro imposta dai superiori gerarchici e desiderosi di scalare i gradi mediante  azioni dimostrative del loro coraggio e della loro arroganza.

Esiste, inoltre, una sottoripartizione delle competenze, in relazione alla gestione del risorse economiche e produttive e più in generale degli affari illeciti, di tipo geografico, con una divisione - solo apparentemente  asimmetrica – prevedente l’assegnazione del 70 per cento del territorio agli associati insediati nelle frazioni a monte del Comune di Condofuri  (verosimilmente Condofuri Superiore e le frazioni San Carlo e Amendolea) e il restante 30 per cento agli associati  residenti nella frazione di Condofuri  Marina, certamente più ricca sia dal punto di vista demografico (negli ultimi decenni si è assistito, infatti, ad un sostanziale spopolamento delle comunità più interne di quel Comune) che delle opportunità economiche di ogni tipo (commerciali, industriali, edilizie, artigianali, agricole e turistiche)».

IL FUTURO E’ NEI GIOVANI

Conferma della pluralità di “locali” di ‘ndrangheta nell’area geografica  del Comune di Condofuri, gli investigatori e gli inquirenti l’hanno ottenuta attraverso le conversazioni concernenti alcuni battesimi di giovani, da cui è emersa la partecipazione di soggetti rappresentativi di distinte realtà territoriali, ciascuna delle quali aveva proposto nuovi elementi e che si verificavano con cadenza periodica in località Amendolea.

Particolarmente rilevanti si sono dimostrate due di esse intrattenute a bordo dell’autovettura Audi A6 di Maurizio…omissis… fra cui più significativa era quella del 24 maggio 2007  intercorsa con Lorenzo …omissis… nel corso della quale il secondo forniva al primo notizie sulle recenti affiliazioni celebrate mediante battesimo, elevando di tanto in tanto il volume dell’autoradio in modo da ridimensionare il pericolo di intercettazione.

Dal dialogo emerge in modo esplicito che il rituale di affiliazione era stato celebrato nella frazione Amendolea, luogo in cui i cosiddetti “Miciotti” avevano un bunker, che la carica per i contatti era tenuta da Francesco Nucera (cl. ’51), che il  battesimo era stato celebrato da Concetto…omissis…., che era stato battezzato nell’occasione lo stesso conversante …omissis…, il quale aveva dato in passato prova di fedeltà e, in alcune occasioni fornito armi e che Nucera si trovava in posizione superiore a Giorgio…omissis…. Investigatori e inquirenti apprendevano, inoltre, che…omissis…, che aveva altri cugini affiliati a diverso locale, era stato, per così dire, sponsorizzato da Francesco…omissis… e nell’occasione aveva ricevuto gli auguri e il riconoscimento dei propri meriti da parte di molte persone.

A questo punto i pm, a corredo degli elementi sopra specificati, che di per sé consentono di dare già per assodata la dimostrazione dell’esistenza del contesto criminale di tipo ‘ndranghetistico individuato nelle sue connotazioni essenziali, illustra il ruolo e la caratura criminale di Foti, appartenente alla “società maggiore” di Condofuri ed elemento di rilievo la cui presenza risulta qualificante nel contesto della riunione che avrebbe dovuto rivelarsi significativa per la stabilità dell’assetto del locale di Gallicianò, al quale erano interessati anche i locali vicini ed amici, e riporta le significative espressioni contenute nell’ordinanza cautelare che lo ha riguardato (si veda sopra), contenente anche conferme della vicenda concernente l’affiliazione di Lorenzo…omissis… che si intersecano perfettamente con quanto emerso nei dialoghi.

COME FANNO A SAPERE?

Un tasto delicato è quello che riguarda la conoscenza da parte di Domenico Foti (uno degli arrestati), di un’ imminente operazione delle forze di polizia che riguarderà un’associazione per delinquere in cui saranno coinvolti anche personaggi di spessore politico e che doveva riguardare circa 90 persone, ridottesi a 41 («vedi che c'è una manfrina dice, pure a livello politico, comprende Condofuri, Bova e Roma a livello di ..inc.. dovevano fare un'associazione, di quella che avevamo parlato noi facevano di un altro e ci saranno nomi eccellenti diceva, sono 90 e sono scesi a 41, se la faranno»), aggiungendo che, poiché riguarda la “locale” cui appartiene attualmente, secondo lui resterà coinvolto anche “compare Franco” («Io glielo ho detto io, allora se è tutta nostra, secondo me deve essere ..inc.. secondo me hanno caricato a compare Franco… Perchè si è messo ..inc..  e chissà. Loro hanno parlato qua  di votazioni e li hanno riferite a loro»), che altri non è secondo gli inquirenti che Francesco Bruzzese, (nato a Montebello Jonico il 28 ottobre 1958), effettivamente arrestato successivamente proprio con Domenico Foti nell’ambito dell’operazione Parola d’Onore.

Nucera, che tiene a sottolineare che «noi siamo gli altri», intendendo dire di appartenere a un “locale” diverso da quello attenzionato dalle indagini in corso, gli racconta, a sua volta, di avere saputo che lo zio Antonio Nucera (classe 1955), è implicato in un’inchiesta consistente, per come dal medesimo rivelatogli («…so di certo e di sicuro, cioè me l'hanno detto, certezze, mio zio ‘Ntonaci… E mi ha chiamato, mi ha chiamato ..inc.. una sera e dopo. Quando sono salito ora dopo Natale, mi ha chiamato e mi ha detto, mi ha chiamato, mi ha detto, "...ah ti voglio, ti devo parlare urgente...", ci siamo incontrati, ed ha detto, "…vedi che ..inc.. dice io non la vedo tanto bene..." rispondo io, mio zio Antonio , " ...qua dice c'è qualcosa di grosso sotto...»), circostanza che risponde al vero, poiché Antonio Nucera (classe 1955), veniva successivamente arrestato (operazione Crimine).

Il dialogo che precede risulta rilevante non solo per la piena consapevolezza dei due conversanti della assoggettabilità di tutti a investigazioni e provvedimenti cautelari del massimo rigore, ma per la concreta disponibilità di risorse informative precise su attività di indagini riservate che essi si predispongono ad affrontare consapevolmente, il che ne conferma i collegamenti oltre che l’importanza e pericolosità sul piano criminale ed in relazione a tale aspetto i pm Gratteri e De Bernardo richiamano una serie di ulteriori conversazioni che confermano la disponibilità di informazioni  in ordine alle attività investigative in corso.

Una per tutte: in un dialogo intercettato, Diego Nucera confida all’interlocutore di aver appreso in precedenza da una propria fonte che in quei giorni vi sarebbe stata una retata da parte delle forze dell’ordine («Diceva ..inc.. che tra ieri sera, avantieri sera e stanotte... ...dovevano fare qualche blitz»).

CONCLUSIONI AMARE

«Il contesto criminale è, quindi, nella disponibilità di fonti informative sicure, in grado di fornire loro notizie attendibili sui futuri investigativi che li riguardano – si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Silvana Grasso - il che ne conferma ulteriormente le capacità di penetrazione  e la aggiuntiva pericolosità sociale, potendo anticipare le mosse delle Forze di Polizia. Non meno significativo è, come si avrà modo di verificare, che tali informazioni allertano gli indagati, ma non per questo li spingono a desistere dai propri propositi o allentare gli affari in corso, dimostrandone la particolare propensione delinquenziale».

Ecco, non che le influenze sul voto e quelle sui giovani proseliti siano meno inquietanti, ma questo aspetto della conoscenza – che emerge praticamente in tutte le indagini svolte non solo in Calabria ma in tutta Italia – delle attività in corso da parte dei soggetti sottoposti a osservazione, lo trovo devastante.

Vuol dire una sola cosa: che si annidino tra le Forze dell’Ordine, tra i dipendenti di una Procura o un Tribunale, tra gli uffici di una questura o di un commissariato, tra quelle di un consulente o nelle stanze della magistratura, ci sono uomini e donne che a vario titolo sono chiamati a rappresentare lo Stato e invece lo tradiscono.

Tradiscono, dunque, se stessi e il futuro dei propri figli.

Per ora mi fermo qui. A breve, però, torno.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 16 maggio)

Permalink Commenti (1) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

16 maggio 2013 - 8:51

El Dorado/1 Se prima eravamo in due (cosche) a ballare a Condofuri, adesso siamo in tre (cosche) a ballare a Condofuri: un affiliato ogni 33 abitanti!

Condofuri è un Comune di 5.006 abitanti in provincia di Reggio Calabria, conosciuto come l’Acropoli della Magna Grecia in Calabria, poiché è l’unico borgo tuttora interamente ellenofono anche se a parlare il greco-calabrese sono rimasti ormai in pochi.

Gallicianò è un borgo di circa 60 abitanti (frazione del Comune di Condofuri), noto per l’amore con cui conserva le tradizioni grecaniche in ambito linguistico, musicale e gastronomico.

Premesse necessarie ma non sufficienti per tracciare il solco tra quel che è stato e quel che è di un piccolo centro, sciolto per mafia nell’ottobre 2010 e che dal 29 ottobre 2012 ha una nuova amministrazione. Durante il periodo di commissariamento prefettizio non mancarono le intimidazioni (il 6 luglio 2011 una busta con due cartucce calibro 12 fu lasciata da ignoti attaccata alla maniglia del portone d’ingresso del Municipio).

Neppure questo è sufficiente per calarci appieno in quello che da oggi – e per diverse puntate – racconterò a proposito non solo di Condofuri ma innanzitutto dell’operazione El Dorado (a causa del ricco riciclaggio!) con la quale il 6 maggio il Comando provinciale di Reggio Calabria dell’Arma dei Carabinieri ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 22 soggetti appartenenti e contigui alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata “locale di Gallicianò”, operante a Condofuri e territori limitrofi, oltre che nella provincia di Viterbo.

I 22 sono responsabili a vario titolo di: associazione di tipo mafioso, detenzione illegale di armi comuni, concorso in riciclaggio, concorso in impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (tutte con l’aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni dell’associazione mafiosa e allo scopo di agevolare l’organizzazione stesa). A guidare l’indagine della Dda il Pm Nicola Gratteri con il sostituto Antonio De Bernardo.

IL “LOCALE”

Nel corso dell’attività investigativa, avviata nel settembre del 2009, i Carabinieri hanno accertato che nel comune di Condofuri operano tre “locali” di ‘ndrangheta: Condofuri Marina, San Carlo e Gallicianò.

Ora, con le parole dell’ex pm della Procura di Reggio Calabria, Salvo Boemi, ricordo a tutti cosa è un “locale” di ndrangheta. definibile «come porzione di territorio nel quale almeno quarantanove affiliati, presenti ed attivi, reclamano il controllo criminale dello stesso, potendone assicurare l’ordine delinquenziale mafioso».

A questo punto capite il perché della premessa: se già appare incredibile che su un territorio comunale di 58 km quadrati ci siano ben tre “locali” (!) di ‘ndrangheta, appare ancora più pazzesca la proporzione di un affiliato ogni 33 abitanti (visto che la matematica non è un'opinione, 5.006 abitanti residenti diviso per almeno 150 affiliati visto che i "locali" sono 3 e ognuno ne conta almeno 49 + il capo, fa esattamente un affiliato ogni 33,37 residenti). Pensate che gli abitanti per km quadrato sono 85!

Continuando con questo filo logico, visto che una locale ha almeno 50 affiliati e ne esiste una, secondo le evidenze della Procura, nella frazione Gallicianò che ha in tutto 60 abitanti (da ultimo censimento), ditemi voi chi si salverebbe dall’affiliazione…Giusto i neonati (ma non è detto perché si nasce anche “uomo d’onore”). Incredibile davvero!

Lungi da me voler criminalizzare una popolazione (anzi, sperando che l’accusa decada e che gli onesti si ribellino a una cultura di morte) ma limitandosi a quelle che sono le attuali evidenze messe nero su bianco da un procuratore come Gratteri e controfirmate il 22 aprile da un Gip come Silvana Grasso, quel territorio sembra pullulare di criminali, con un tasso verosimilmente tra i più elevati in Italia.

Le indagini hanno ulteriormente consentito di confermare e documentare le attività criminali e le sue dinamiche interne – ci spiega l’Arma dei Carabineri nel comunicato stampa - anche attraverso l’assegnazione di cariche e gradi e contestualmente all’esecuzione del provvedimento restrittivo, è stato eseguito un decreto di sequestro probatorio di 6 aziende, operanti nel settore dei trasporti, ortofrutticolo e immobiliare.

Le attività, ancora una volta, come si legge nel comunicato stampa del Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri, «dimostrando la presenza ed il controllo del territorio da parte della ‘ndrangheta, hanno consentito individuare, addirittura, le precise delimitazioni territoriali e le competenze dei rispettivi locali. Infatti, la località Acquapendente dividerebbe il confine del locale di Gallicianò con quello di San Carlo».

E QUI COMANDO IO E QUESTA E’ CASA MIA…

Eloquente è il contrasto sorto per l’assunzione del comando all’interno della famiglia, dove, per ribadire i poteri di un capo su un altro, sono dovuti intervenire altri soggetti “importanti” che, nonostante non appartenessero a quel “locale”, hanno posto soluzione alla questione.

Tutto nasce – ricostruiscono gli inquirenti - nel 2002 con l’arresto per 416 bis di Giuseppe Nucera, classe ’46, già capo-locale di Gallicianò, quando Antonio Nucera, classe ’55, si surroga il diritto di autonominarsi capo-locale, senza chiedere alcuna autorizzazione ne far giungere al primo alcuna “imbasciata”.

Quando nel 2008, Giuseppe Nucera viene scarcerato e termina tutti gli obblighi di legge, pretende nuovamente la carica. A quel punto Domenico Nucera, genero di Giuseppe e nipote di Antonio Nucera, interviene per porre fine alla questione ed organizza un incontro il 26 dicembre 2009, che si risolve a favore di Giuseppe Nucera.

Roba da farsi venire il mal di testa anche perché si chiamano tutti…Nucera!

A TUTTA CARICA!

Le investigazioni hanno consentito di appurare come sin dall’inizio, Alberto Corso, socio in affari dei fratelli Nucera e loro referente nella provincia di Viterbo (ma su questo torneremo a giorni), è indicato da Domenico Foti e Antonio Nucera come “contrasto onorato” (cioè un iniziato che si avviava al rito del “battesimo”) ed è lui stesso a ricevere un illuminante lezione sulla ‘ndrangheta da parte di Domenico Nucera che gli spiega l’organizzazione, l’assegnazione delle cariche in occasione della festa della Madonna di Polsi, la suddivisione dei “locali”, lo sviluppo della carriera ‘ndranghetistica dal basso, gli fa vedere la propria incisione e la carica di “Santa” che detiene.

Alberto Corso viene poi rassicurato da Domenico Nucera che gli promette direttamente la carica di sgarrista, senza passare per quella intermedia di camorrista e che, se poi vorrà andare oltre, non deve preoccuparsi poiché comunque lo aiuterà lui. Domenico Nucera continua raccontandogli il rito del battesimo, la lettura di una formula, la ferita da procurarsi con un coltello sul dito e la goccia di sangue che deve fare cadere su un limone ed infine il santino che deve essere completamente bruciato.

LA VIVA VOCE

Per ricostruire questo mosaico di ben tre “locali” di ‘ndrangheta in un fazzoletto di terra, gli inquirenti fanno ricorso anche a moltissime intercettazioni telefoniche e ambientali. Come quando, ad esempio, Francesco Nucera, classe ’81, afferma l’autonomia del “locale di Gallicianò”: «Come Gallicianò, come “locale" risponde per fatti suoi», nonostante nel territorio comunale insistano tre diverse locali di ‘ndrangheta: «Ci sono tre "locali" di Condofuri, c'è di Condofuri Marina .. ... San Carlo, Condofuri e Gallicianò».

Un altro esempio: a colloquio con una persona gli spiega che il posto in cui si trovano è chiamato Perdigia, ma di fermarsi poco dopo, in località Acquapendente: «Dice, Perdigia lo chiamano qua, ma tu ti fermi più sotto. Mico, compare Mico, qua vedi, si chiama Acquapendente». Quando l’interlocutore chiede la conferma del nome (“Acquapendente”), questa volta Giuseppe Nucera rivela ai presenti che quel luogo indica il confine territoriale della “locale di Gallicianò”: «Da qui per sotto il "locale" non è nostro», poiché da li in poi è di “competenza” di Condofuri («Eh, eh come ci dicono i nostri anziani, qua va con Condofuri. Tu non lo sapevi no? Ora lo sai»). Domenico Foti commenta che non era a conoscenza di tale limite («Pensavo che arrivavate sino a la sotto») mentre Giuseppe Nucera precisa che anche se la strada è loro, Acquapendente fa parte del territorio di Condofuri («No, no, vedi che ti stai sbagliando, Acquapendente va con Condofuri, e la strada che è nostra»), ribadendo la competenza territoriale delle due “locali”.

Insomma: contano anche le strade, che fanno da confine e allora guai a cambiarne il tracciato facendo, che so, una rotonda!

BASE FAMILIARE

La struttura criminale, organizzata prevalentemente su base familiare e che vedeva in posizione di rilievo Giuseppe Nucera (cl. 46), alias ’u luvuru e Antonio Nucera (cl. 55), noto come ‘Ntonaci, era diretta, secondo i canoni ‘ndranghetisti tipici, da un “capo locale” (identificato, per sua stessa ammissione nel primo dei due, scrive il Gip!) il quale espressamente come tale si indicava in un significativo dialogo intercettato: «…gli ho detto io che le "cariche"  le imposto io, il "capo locale" sono io e le incorporo io…», con una presa di posizione che non era certo una mera manifestazione di millanteria, posto che risultava confermata in separate circostanze dal genero, Domenico Nucera, che ne ribadiva il ruolo di vertice in occasione di un separato dialogo intrattenuto con Alberto Corso di Viterbo, persona di sua fiducia di cui si avvaleva, secondo l’accusa, per il reimpiego dei capitali provenienti dalla Calabria. In quell’occasione gli spiegò che: «Nel "locale" di Gallicianò comanda mio suocero» e precisandogliene la posizione differente da quella di Antonio Nucera (cl. 55), che, pur detenendo lo stesso grado ‘ndranghetistico, non riveste la funzione di “capo locale”, che apparteneva al proprio suocero: «Ah, come locale di, come, cioè come cosa sono la tutti e due».

CONCLUSIONI

Anche i dialoghi (non solo quelli riportati ma tantissimi altri) hanno consentito agli investigatori, via via, di allargare il novero dei componenti della consorteria che regge il “locale” Gallicianò ricostruendone l’organigramma piuttosto nutrito, nonostante si tratti di un centro modesto, frazione del Comune di Condofuri, in cui molti dei componenti risultano imparentati tra loro ed hanno lo stesso cognome e, talvolta, anche lo stesso nome.

«I legami parentali rinsaldano con il legame di sangue quello criminale e l’indagine – si legge nell’ordinanza - approfondita e puntuale, è pervenuta, nonostante le omonimie, alla individuazione chiara ed inequivoca dei componenti del contesto associativo, colti ciascuno in momenti significativi ed indicativi della loro appartenenza al gruppo criminale, osservati muoversi con sicurezza e capacità di dominio delle situazioni in trattazione, perfettamente consapevoli degli obblighi scaturenti dal vincolo solidale, degli interessi in gioco e della  stabilità del legame intrattenuto. La padronanza nella trattazione di ritualità, cariche, scale gerarchiche, ormai ben note nella casistica giudiziaria,  si dimostrano vissute dal gruppo criminale in esame, particolarmente tradizionalista quanto a rispetto di consuetudine interne e regole non scritte, attuali e tuttora vive ed operative».

Ora mi fermo ma tra qualche ora sarò di nuovo qui a raccontarvi dell’operazione El Dorado

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued

Permalink Commenti (3) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

15 maggio 2013 - 6:19

Polveriera calabra: aggiungi un posto a tavola che c’è un Cafiero De Raho in più – Muro contro muro con la politica e oggi si replica 3 volte!

Cari lettori per capire cosa è oggi Reggio Calabria – una polveriera nella quale basta il gesto di un folle per incendiarla – vi racconto un episodio che la brava collega Alessia Candito ha appena accennato su www.corrieredellacalabria.it in un ampio servizio dedicato il 5 maggio all’incontro con il capo della Procura Federico Cafiero De Raho, organizzato dall’associazione Reggio Non Tace.

Ve lo descrivo perché nella vita contano i dettagli, tanto quanto nello charme di una donna elegantemente vestita contano le calzature: rappresentano il 100% del fascino, altro che l’abito.

E quando i dettagli, in una città come Reggio Calabria, coincidono con i simboli, allora è davvero il caso di interrogarsi sul tempo che è rimasto prima che la polveriera esploda o – mutatis mutandis - prima che lo Stato disinneschi la miccia.

L’episodio è vero, legittimo e reale – come si direbbe giocando a sette e mezzo – e testimonia la tensione che si vive in città, che non può del resto essere sopita visto lo stato in cui versa il Comune (dove la terna commissariale sta incontrando ostacoli insormontabili), lo stato in cui versa la Procura (ancora messaggi inquietanti di delegittimazione prossima ventura da parte dei megafoni dei sistemi criminali nei confronti del pm Giuseppe Lombardo e inquietanti avvisi capitolini che si sta battendo contro i mulini a vento), lo stato in cui versa la Regione (con una confusione a dir poco pazzesca in Giunta e Consiglio) e lo stato in cui versa…lo Stato (visto che la miscela esplosiva fatta di servitori infedeli e servizi deviati la fa ancora da padrona).

IL TAVOLO E’ OCCUPATO, ANZI NO

L’episodio ha coinvolto in prima persona il capo della Procura che, arrivato da pochissimi giorni e al termine di una giornata di lavoro, era andato a pranzo con il collega Francesco Curcio, applicato della Dna. Un suo amico di lunga data (hanno lavorato insieme a Napoli). Uno di quelli su cui si fonderà il pool che ha in testa Cafiero De Raho.

Il ristorante dove avrebbero voluto pranzare era chiuso. Poco male: a Reggio i buoni ristoranti non mancano. Basta girare l’angolo, fare poche centinaia di metri e il posto giusto è la. Si scende dalle macchine e si entra – con le scorte – nel locale.

Ma qui avviene quel che analisti distratti (o compiacenti) potrebbero sottovalutare. Il locale è semivuoto (ad essere generosi) ma il posto a tavola per il capo della Procura e per il suo collega non c’è. Non si trova, nonostante i due clienti abbiano fatto presente che bastava guardarsi intorno…C’era solo l’imbarazzo della scelta!

Qui accade il contrario di ciò che sarebbe accaduto oggi in quella Casal di Principe che pure il capo della Procura per la prima volta ha richiamato il 2 maggio (si veda articolo in archivio di questo blog del 3 maggio) come pietra di paragone con l’attuale e disperante stato in cui versa la città di Reggio Calabria, impaurita anche della propria ombra.

A Casal di Principe, Napoli o Caserta i ristoratori si sarebbero fatti in quattro per trovare un tavolo, a costo di portare il conto agli ultimi arrivati ancora in attesa delle portate. O a costo di spedire tutti i clienti in cucina e apparecchiare “per sua eccellenza il Procuratore”. Scaltrezza campana ma – al tempo stesso – rispetto per la Giustizia, fosse anche formale o per tornaconto.

A Reggio no. L’ospite inatteso – sfido qualunque ristoratore di Reggio a sostenere di non riconoscere Cafiero De Raho nonostante il suo fresco arrivo, non fosse altro che per la scorta armata fino ai denti che si porta giocoforza dietro – viene cortesemente ma fermamente invitato a desistere.

Ma qui accade il contrario di quanto un comune cittadino potrebbe fare nelle stesso condizioni. Il capo della Procura e il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia restano in piedi. Fermi ad aspettare gli eventi.

Sorpresa che si trasforma (sempre troppo tardi) in accondiscendenza. Sbuca da un angolo un signore…et voilà, il tavolo che prima non c’era, si trova. E ci credo: non c’era nessuno!

LA POLITICA ALLA LARGA

L’episodio, che da negativo si trasforma in positivo o, quantomeno, assolutamente “naturale” visto l’epilogo logico, la dice lunga sulla paura, sulla tensione e sulla mancanza di punti di riferimento di una città smarrita. Anche il solo ingresso di un procuratore in un ristorante “confonde” e manda nel panico.

Questo accade e può accadere solo in un territorio in cui le tenaglie dei sistemi criminali rendono la gente incapace di intendere e volere per il meglio. Gesti “contro natura” verrebbe da dire, che pure accadono quando lo Stato (o meglio: parti importanti dello stesso) è venuto meno al suo ruolo di garante della legalità e quando le Istituzioni (rectius: parti importanti delle stesse) non sono state in grado di garantire linee di sviluppo socioeconomico ad una città e ad una regione tutta allo stremo.

Non è un caso che Cafiero De Raho sia andato allo scontro diretto con la classe politica, con parole durissime che riprendo dalla puntale cronaca di Alessia Candito: «In un territorio così condizionato è difficile pensare che in due anni il voto possa tornare a essere libero. Nei territori che vedono l’esistenza di gruppi criminali forti, magari bisogna trovare dei meccanismi di vigilanza aggiuntiva che non sospendano la democrazia ma che tengano conto delle dinamiche presenti in contesti di questo genere. Quando i commissari andranno via, è probabile che il Comune torni nelle mani di quelli che ne hanno provocato lo scioglimento, allora bisogna iniziare a muoversi da subito. Se i politici che dovrebbero starci vicini sono quelli che hanno portato allo scioglimento del Comune, allora preferisco che stiano ben lontani».

Queste parole – ripeto, pronunciate il 5 maggio nel corso dell’incontro organizzato dall’associazione Reggio Non Tace, la cui anima è padre Giovanni Ladiana – giungono a poche ore di distanza da un altro evento, di cui vi ho raccontato in questo blog il 2 e 3 maggio (rimando all’archivio).

In occasione delle due giornate di incontri e dibattuti organizzati dall’associazione Riferimenti, a nessuno sono sfuggite due coincidenze (la terza, come amava dire Agatha Christie sarebbe stata una prova). Il giorno in cui i ragazzi sfilavano con una gerbera gialla da sventolare e depositare in ricordo della vittima di ‘ndrangheta Gennaro Musella, la giunta regionale si riuniva. Coincidenza. Pura coincidenza. La politica ha i suoi tempi. Che non coincidono – casualmente – con quelli dei ragazzi che sfilano contro le mafie, la corruzione e la violenza.

Nelle stesse ore in cui tutto questo accade, accade anche la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Piero Grasso, arrivi in città senza che un-politico-uno lo accolga (eccezion fatta, a quanto mi risulta, per il presidente del consiglio regionale calabrese Francesco Talarico, ma solo perché se lo ritroverà fianco a fianco il 3 marzo nel corso della premiazione Gerbera Gialla).

La cosa non è sfuggita alla città tutta che – per i motivi descritti sopra – ha desistito dal commentare o prendere posizione. Salvo poche eccezioni rappresentate, ad esempio, dagli 88 ragazzi e ragazze della Rete degli studenti delle scuole superiori e universitari Gerbera Gialla, che alcuni giorni fa hanno diffuso e singolarmente frimato una nota dall’oggetto incontrovertibile: «Quale classe politica ha la Calabria? Denuncia degli studenti .Nessun politico ad accogliere il Presidente del Senato in Calabria».

Nella lettera – che continua ad essere aperta a firme e adesioni – si legge, tra le altre cose: «…eravamo in 10mila a sfilare per le strade della Città dello Stretto: studenti delle scuole elementari, medie, superiori e dell’università. Da San Luca a Scampia da Rosarno a Ciro', da Vibo a Cosenza, Crotone e Reggio...Ci ha fatto molto male, però, constatare l’assenza delle Istituzioni Calabresi che denunciamo con forza  per non essere da loro rappresentati così' come dovrebbero e come noi vorremmo.

Il 3 maggio non c'era un politico che sfilasse al nostro fianco; non c'era un politico ad accogliere il Presidente del Senato,seconda carica dello Stato al cui cospetto ,questa terra non è' stata rappresentata se non da noi e dalle alte cariche: prefetti, magistrati e massimi rappresentanti delle Forze dell'ordine.

Il Comune di Reggio Calabria, si sa, è sciolto per mafia ed era rappresentato dal Commissario. Ci chiediamo ,però dove fossero gli altri: a partire dalla Provincia di Reggio, assente in tutte le sue componenti per finire al Governo regionale.

E’ stato un segnale davvero pessimo, soprattutto per la condizione della nostra terra, schiacciata dal potere mafioso e aggredita da gravi emergenze sociali.

Ci chiediamo: ma la Calabria ha una classe politica che la rappresenta nelle Istituzioni o è figlia di nessuno così come è apparsa agli occhi del Presidente del Senato il 3 maggio?

Calabria uguale 'ndrangheta? Per quel che ci riguarda non di certo ma riteniamo che la nostra classe politica sia lontana anni luce dalla voglia di riscatto e ribellione delle nostre coscienze.

Anche il comportamento di qualche mezzo d’informazione locale non va sottovalutato. Qualche televisione privata della città, il cui editore, guarda caso, è in politica, ha oscurato la manifestazione e questo la dice lunga. Certo ognuno ha la facoltà di pubblicare o mandare in onda ciò che preferisce! …Ad arrossire nei confronti del presente deve essere una politica latitante che non rappresenta la ribellione di questa terra nè la nostra. Che si vergognino tutti coloro che si sottraggono al dovere etico della denuncia».

Benedetti ragazzi prendete esempio dal capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria: con la classe politica reggina e calabrese esiste una sola cosa. Il muro contro muro. Il più forte resterà in piedi e a partire da quello sarà (forse) costruita la nuova città.

A GRANDE RICHIESTA…

Oggi si replica e sarà interessante vedere come si muoverà la città alle prese con tre eventi. Il primo, alle 10, organizzato ancora da Riferimenti, è al Teatro Siracusa. Un incontro con gli studenti, aperto al pubblico. Ospite Antonino Di Matteo, oggi più che mai al centro dell’attenzione per le minacce ricevute (si vedano in questo blog, nell’archivio, i recenti servizi del 4, 9 e 19 aprile e 5 maggio).
Alle 16.30, presso la Sala dei Lampadari Palazzo San Giorgio, in un incontro anch’esso aperto al pubblico e alla stampa, saranno protagonisti ancora Di Matteo, Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria e Adriana Musella, presidentessa del Coordinamento nazionale antimafia Riferimenti. Si parlerà di intrecci Stato-mafia, a meno di due settimane dall’inizio del grande processo sulla trattativa a Palermo (diretta streaming su www.riferimenti.org e possibilità di intervenire direttamente in chat con il numero 348 41 32 891).

Alle 20.30, invece, il procuratore capo Cafiero De Raho parlerà con Roberto Saviano del suo ultimo libro e dei temi che, inevitabilmente, girandoci intorno, non potranno che passare anche da Reggio e dalla sua cupola mafiosa.

Le tre di oggi saranno repliche a grande o piccola richiesta? Ve lo racconterò dopo che le avrò vissute.

r.galullo@ilsole24ore.com

 

P.S. Su www.ilsole24ore.com domani, come ogni giovedì non perdete “ORA LEGALE – Lezioni di antimafia di imprese e società”. E’ uno spazio di approfondimento giornalistico che ogni settimana racconta storie e volti di imprenditori, commercianti, professionisti, uomini e donne, associazioni e istituzioni che si oppongono in tutta Italia alle mafie e combattono – con i fatti e non a parole – per la legalità. ORA LEGALE – Lezioni di antimafia di imprese e società potrete trovarla anche cliccando su qualunque motore di ricerca a partire da Google. Attendo anche le vostre storie da indirizzare a r.galullo@ilsole24ore.com

Permalink Commenti (1) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

14 maggio 2013 - 9:36

A Montreal e Toronto (ri)scoppia la guerra di mafia: asse con Palermo, riciclaggio nell’edilizia e sponde politiche –‘Ndrangheta alla finestra

Lo chiamano “Teflon don” ma non è l’originale. Quello è solo John Gotti. Lo stesso soprannome – però – tocca anche a Vito Rizzuto, nato a Cattolica Eraclea (Agrigento) ma, soprattutto, presunto boss della famiglia italo-canadese, dal 1954 alleata della potente cosca siciliana, con ramificazioni in mezzo mondo, Cuntrera-Caruana. Quando il figlio Nick venne ucciso il 28 dicembre 2009, i funerali fecero il giro del mondo per via di quella foto che immortalava la salma in una bara completamente d’oro.

E’ ancora la famiglia Rizzuto a incrociare i propri destini con quelli siciliani e quelli canadesi, dopo la scoperta di due cadaveri bruciati alle porte di Palermo che potrebbero essere giunti sull’Isola per trattare un nuovo patto, nel nome degli affari, con la mafia di Bagheria.

Quei due cognomi ispanici dei morti, legati secondo gli investigatori canadesi alla famiglia Rizzuto – Juan Ramon Fernadez Paz e Fernando Pimentel – non devono trarre in inganno. Il 19 settembre 2002, dopo l’ennesima retata di sudamericani, polacchi, vietnamiti, statunitensi, francesi e greci ritenuti vicini ai Rizzuto, il Chief superintendent della Royal canadian mounted police, Ben Soave, dichiarò al Corriere canadese: «La mafia allarga i propri orizzonti e si apre a sempre maggiori profitti e contemporaneamente viene meno la protezione del vincolo etnico e famigliare, ormai sono diverse etnie a lottare sullo stesso fronte».

Se si analizza quello che è successo sull’asse Palermo-Toronto-Montreal dall’uscita di scena alla ricomparsa di “Teflon don”, non può sorprendere il fatto che la prima ipotesi fatta dalla Procura di Palermo è che l’ordine di morte nei confronti dei due sia giunto dal Canada. Il regno dei Rizzuto, infatti, è diventata una galassia nebulosa dove morti, tradimenti e rapimenti si susseguono nel nome degli affari. Negli ultimi cinque anni tra omicidi e “lupare bianche” tra il Canada (soprattutto) e l’Italia se ne sono andate almeno 50 persone.

IL RITORNO SULLA SCENA

Che sul fronte siculo-canadese impegnato nel narcotraffico e nel riciclaggio di denaro sporco nel commercio e nell’edilizia oltreoceano, qualcosa dovesse cambiare, si era capito il 6 ottobre 2012, allorché “Teflon don” venne rilasciato dalla Florence federal correctional complex in Colorado (Usa), dove aveva scontato una condanna a 10 anni per aver partecipato al triplice omicidio di tre esponenti del clan Bonanno (Philip “Phil Lucky” Giaccone, Dominick “Big Trin” Trinchera e Alphonse “Sonny Red” Indelicato). Durante la detenzione negli Stati Uniti, furono uccisi tra gli altri Nick Rizzuto jr, Nicola Rizzuto, Agostino Cuntrera e il 20 maggio 2010 fu rapito il cognato di Vito, Paolo Renda. La vicenda di Renda è paradossale: la moglie il 12 gennaio 2013 ha chiesto alla Corte superiore canadese di dichiarare morto il marito ma il giudice, 10 giorni dopo, ha negato la richiesta. Per molti, dietro ad alcuni di questi omicidi, c’era la mano vendicativa dell’ex boss del clan Bonanno, Salvatore Montagna (poi a sua volta morto ammazzato).

Un ritorno non facile dunque, visto che Vito Rizzuto trovò il suo clan decimato mentre l’Ontario era stato preso d’assalto dalla ‘ndrangheta.

Una partita a scacchi delicatissima nella quale lo Stato italiano finora è stato a guardare perché non risulta alcuna nuova domanda di estradizione nei suoi confronti, dopo quelle inevase e relative a due inchieste della Dia sfociate in due diversi processi davanti al Tribunale di Roma: il primo riguardava l’indagine sul tentativo di infiltrazione nell’appalto sul ponte dello stretto di Messina per il quale Vito Rizzuto, secondo l’accusa, era pronto a investire 500 miliardi di dollari e un’altra per il riciclaggio di 600 milioni di dollari attraverso una società con la sede di fronte a Palazzo Chigi.

LA FAIDA E GLI EQUILIBRI ROTTI

A nemmeno un mese dal suo ritorno, il 5 novembre 2012 a Montreal venne ucciso Joseph Di Maulo, cognato di Raynald Desjardins (in prigione proprio per l’omicidio di Salvatore “The Iron worker” Montagna). Di Maulo prima di legarsi a Rizzuto era in stretti rapporti con il clan Cotroni , con Paul Violi e i calabresi ma allo stesso tempo era vicinissimo a Raynald Desjardins, ex braccio destro di Vito Rizzuto, dal quale si è poi separato giocando comunque sempre ruoli ambigui.

L’11 dicembre 2012 venne ucciso Emilio Cordileone, che vantava conoscenze nel clan Cotroni, che prima dei Rizzuto gestiva i traffici e la criminalità in Québec.

Il 18 dicembre 2012 è il turno di Giuseppe Fetta, il 22 di gennaio 2013 viene ucciso in un agguato Gaétan Gosselin, ex cognato di Raynald Desjardins.

A cavallo tra fine gennaio e febbraio di quest’anno, sempre a Montreal viene ucciso Vincenzo Scuderi, ritenuto vicino a Desjardins e viene ferito Tonino Callochia nel corso di un agguato in un ristorante.

C’È DEL MARCIO IN CANADA

Il ritorno di Vito Rizzuto ha dunque rotto gli equilibri e la sua storia e quella di Raynald Desjardins si incrociano – secondo investigatori e inquirenti italiani e canadesi - non solo con i traffici di droga sull’asse Palermo-Toronto-Montreal ma anche con la vita interna canadese, ultimamente scossa da scandali politici legati a doppio filo a corruzione e “sirene” criminali.

La commissione Charbonneau (una sorta di commissione parlamentare d’inchiesta) ha oltre 20 indagini in corso, dal settore delle costruzioni agli appalti sugli ospedali, dai contratti per la consulenza informatica al piano di sviluppo nel nord del Quebec. Attesissime proprio le udienze di Raynald Desjardens e di Vito Rizzuto. Le audizioni della Commissione – che nell’autunno scorso hanno contribuito alle dimissioni di diversi sindaci tra cui quello di Montréal e quello di Laval - sono sempre più aspre.

NON SO COS E? LA MAFIA

Il 20 febbraio il giudice France Charbonneau si rivolse a Nicolò Milioto, detto Mr. Sidewalk, che molti oltreoceano ritengono essere amico di Rizzuto e molto ben introdotto nel mondo dell’imprenditoria, in questo modo: «Sospenderemo l’udienza per il momento e chiederò al suo avvocato di spiegarle che cosa significa oltraggio alla corte e spergiuro». «Lei crede che la mafia esista?» gli chiese l’avvocato della commissione Sonia LeBel. «Non lo so» fu la risposta di Milioto. «Che cos’è la mafia?» replicò LeBel. «Non lo so», ripetè Milioto. La polizia canadese riprese 236 volte Milioto al Cafe Consenza, storico punto di ritrovo dei mafiosi di Montréal.

In questo contesto Raynald Desjardins, per molto tempo braccio destro di Rizzuto, ha chiesto di essere rilasciato su cauzione in attesa del processo per l’omicidio di Salvatore Montagna, uno dei capi del clan Bonanno di New York, avvenuto il 24 novembre del 2011. Il suo corpo venne ripescato dall’Assomption River a Charlemagne, a nord est di Montréal. A nulla gli valse il soprannome Iron worker, il “fabbro”.

In questo labirinto di alleanze, tradimenti e omicidi, la morte di due persone ritenute “interne” al clan Rizzuto in quel di Palermo, si incrocia dunque non solo con le rotte del narcotraffico ma anche, inevitabilmente, con il passato, il presente e il futuro della vita sociale e politica canadese. Oltre che di quella italiana.

 LA 'NDRANGHETA STA A GUARDARE

 A questa serie di omicidi come sempre, sapientemente, guarda la ‘ndrangheta.

Come nel 2010 quando si diffuse il sospetto che a uccidere Nicola Rizzuto senior fossero state le cosche calabresi – che aveva combattuto per una vita - con la benedizione delle famiglie dell’Ontario e delle 5 di New York (Gambino, Genovese, Bonanno, Lucchese e Colombo).

Colpito a morte nella lussuosa casa di un quartiere residenziale dove vivono molti boss italo-canadesi, a partire da Paolo Renda, braccio destro di Rizzuto. Un omicidio plateale per  far capire che, d’ora in avanti, i ricchi business del narcotraffico, del riciclaggio del denaro in attività commerciali e imprenditoriali in Canada, Usa e Italia e del gioco d’azzardo, non sono più solo Cosa Nostra ma tornano ad essere anche “cosa” dei calabresi.

Come Specificò Denis Mainville della Divisione grandi crimini della Polizia di Montreal, l'omicidio fu il risultato di una "catena di eventi".

La guerra in corso potrebbe ricordare quella con cui Rizzuto, giunto a Montreal nel ’54 quando comandava il calabrese Vic Cotroni, spazzò via nel ’78 il clan dei calabresi allora guidati da Paolo Violi, grazie all’appoggio del cartello dei narcos colombiani, della famiglia Bonanno di New York della quale era una costola e di un’altra potentissima cosca agrigentina di Cosa Nostra, i Cuntrera-Caruana. Questi ultimi Rizzuto li conobbe nel corso dell’esilio forzato in Venezuela, nel ’70, per evitare la sua condanna a morte decretata dalle altre famiglie di mafia. Dopo il ritorno in Canada nel ’78 e l’omicidio di Violi, ci furono alti e bassi nei rapporti con i calabresi, sempre più forti.

E proprio l’inchiesta Il Crimine, che il 13 luglio 2010 ha condotto all’arresto di oltre 300 persone sull’asse Reggio-Calabria, fa il nome di un calabrese predestinato al comando: Francesco Arcadi, “consigliori” della famiglia. Era lui, a esempio, secondo gli inquirenti, a tenere i rapporti con Carmelo Abruzzese, originario di Gioiosa Ionica, legatissimo a Rizzuto. Certo, a distanza di tre anni, vai a capire che ne è di questa persona. Sarà ancora nelle grazie o sarà scomparso dai radar?

Gli investigatori sono sempre più convinti, proprio a seguito degli sviluppo dell’inchiesta Il Crimine, che il legame tra le cosche reggine, della Piana di Gioia e quelle in Canada sia sempre più stretto. Un magistrato, da anni impegnato alla lotta del narcotraffico che preferisce restare anonimo, rivela al Sole-24 Ore che le indagini stanno appurando che ogni 15 giorni i boss calabresi volano a Montreal o ricevono a Reggio la visita dei loro concittadini trapiantati in Canada, per discutere di affari nei due Paesi e negli Usa. I soldi da riciclare nei tre Stati non mancano, si tratta di miliardi, che vanno in ogni direzione.

r.galullo@ilsole24ore.com

Permalink Commenti (2) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie

13 maggio 2013 - 9:00

Francesco Calabrese: «Io, imprenditore onesto, vi racconto perché i reggini hanno paura e come i dipendenti boicottano la macchina comunale»

Cari lettori, forse molti di voi ricorderanno che l’8 aprile, su questo blog e il 10 aprile sul Sole-24 Ore, ho raccontato una delle tante storie di ordinaria follia italiana.

Riguardava l’imprenditore reggino Francesco Calabrese, che detiene il 51% della Taeec  (Technology-aspiration-environmental-ecology-construction) ma, soprattutto, che dal 2011 attende dallo Stato 190mila euro per lavori d’urgenza fatti a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), allora colpita dall’alluvione.

Bene, forse molti di voi ricorderanno anche il mio articolo su questo blog il 3 maggio (ad esso rimando) nel quale, anche utilizzando la durissima critica fatta dal Procuratore della Repubblica Federico Cafiero De Raho alla cittadinanza reggina, “schiava della paura” ma senza più alibi, ricordavo che all’incontro con lo stesso Procuratore organizzato il giorno prima dall’associazione Riferimenti in un cinema cittadino, c’erano i soliti quattro gatti. E dire che l’occasione era straordinaria.

Ricorderete che - provocatoriamente e paradossalmente  -scrissi che se in quel cinema ci fosse stato un evento organizzato dalla cosca De Stefano (che in città e fuori detta legge) quella sala sarebbe stata piena e la coda sarebbe arrivata in strada.

Dopo quell’intervento ho ricevuto una lettera dell’imprenditore Calabrese. Anzi due. Una più dura e cruda dell’altra sullo stato di agonia in cui versa Reggio Calabria. Con la prima – contestualmente – mi informa che la richiesta di avere legittimamente quei 190 mila euro non ha fatto un millimetro di strada: è ancora lì che aspetta.

Ve le propongo pari pari perché descrivono dall’interno (Calabrese è infatti reggino) la fine annunciata di un capoluogo (mezzo) e della regione.

Buona lettura.

r.galullo@ilsole24ore.com

LA PRIMA LETTERA (SULLE VICENDE CITTADINE)

Dottor Galullo ,

al solito Lei a differenza di altri ha qualcosa in più, il suo intuito e la sua esperienza su queste problematiche centrano in pieno le verità di questa terra.

Tante volte lo sento crudo nei nostri confronti, (nei confronti dei reggini) ma ha pienamente ragione, la nostra cultura, il nostro sentirsi intelligenti tante volte ci fanno pagare prezzi cari.

Il prezzo che paghiamo e proprio quello che non volendo cambiare ci ritroviamo a morire asfissiati da questi quattro balordi (quattro per modo di dire).

Nell’articolo che lei ha pubblicato sul suo blog leggo una frase che dice: “Di che cosa hanno paura i reggini”.

Vorrei parlare di queste paure. Io oggi ho 39 anni e da quando ero ragazzino (12-15 anni) si sentiva parlare in città sempre delle stesse problematiche.

Oggi a distanza di tempo i miei figli sentono parlare delle stesse cose.

Ero appunto ragazzino quando si sentiva parlare di guerra di mafia tra famiglie, si macellavano circa due tre/persone al giorno, tutto nella nomale routine quotidiana e ricordo tante di quelle persone protagoniste (gli attori principali ) di quella guerra che in questi anni sono entrati ed usciti dal carcere decine di volte (entrarci per l’ennesima volta sarebbe una “passiata”, cosi dicono quando si vantano).

Gli abitanti dei quartieri, abitualmente, quando uno di questi usciva dal carcere, creavano una fila di fronte casa per andarlo a salutare portando soldi e viveri oltre a i saluti di bentornato…

Di certo tra questi, tanti avevano paura, chi per le proprie attività, chi per ovvie ragioni di lavoro. Hanno sempre pensato che con i don si possa campare (non progredire: campare).

E’ normale. A memoria ricordo questa gente sulla settantina, come i vincitori nei confronti dello Stato, hanno fatto quello che hanno voluto per anni per decenni e quindi il reggino riconosce loro come un potere forte indistruttibile.

Credo che la vera paura dei reggini sia questa: le famiglie di ndrangheta sono più potenti dello stato…Nessuno pensa di passare dal lato dello Stato altrimenti saranno guai. Anche dopo decenni pagherai lo sgarro.

E credo che lo Stato in questi vent’anni abbia avuto bisogno di loro (per voti etc) e in cambio ne abbiamo pagato le spese noi, rimanendo nella regressione totale. Questo il reggino lo sa è ha paura.

Dottore lei me lo deve consentire di dire, e va detto: i reggini hanno paura perché lo Stato non c’è stato negli anni 85/ 2000, poi dopo la strage di Duisburg ha fatto la scenetta di scoprire in casa la potentissima mafia a livello mondiale, la ndrangheta. Se lei nota, delle famose retate di Cortese, Pignatone e colleghi, tantissimi arrestati sono fuori, sono tornati ai loro posti. Questa è la paura dei reggini ritrovarseli dopo due mesi li, dove li avevi lasciati.

Noi del Sud abbiamo bisogno di leggi su misura solo per noi, pene pesantissime, niente sconti, e processi corti anzi cortissimi. Li forse il reggino, il politico,il pecoraro, e tutti comincerebbero a capire chi comanda.

Può non condividere su quanto detto, questo è il mio pensiero

Buon lavoro Galullo

Francesco Calabrese

LA SECONDA LETTERA (SULLE VICENDE COMUNALI)

Caro dottore,

a parte il mio problema, le volevo raccontare una delle piccole storielle di cattiva amministrazione che capitano tra le mura degli uffici comunali di Reggio Calabria.

Vanto un piccolo credito con il Comune di Reggio Calabria: esattamente 8000,00 euro per dei servizi prestati al Comune in occasione di una festa dell’Arma dei Carabinieri nel 2010.

Ad occuparsi di quest’evento è stato l’ufficio U.O. Cultura, immagine e turismo di Reggio Calabria.

Bene. Dopo tanti mesi trascorsi mi sono rivolto a questo ufficio per ricostruire un pò la pratica (esattamente 20 giorni fa). Premesso che questa è una delle tanti sedi distaccate del Comune, all’interno ho notato un covo, un nascondiglio, non so come definirlo, ma di certo non era un ufficio. Ci lavorano almeno una dozzina di soggetti che tutto fanno tranne che lavorare. Vedi il solito giornale, Iphon ,solitari,qualcuno che controlla il portone d’ingresso o sbircia dalla finestra. Quasi una prigione. Ma sicuramente era la conseguenza del casino di quei giorni sulle indagini ai dipendenti comunali.

Entrato ho notato l’aria di disturbo che avevo arrecato chiedendo un semplice documento e le decine di stupide scuse che prendevano pur di toglierti dalle scatole. Mi fanno ritornare dopo una decina di giorni per ritirare la copia della pratica perché il dirigente non c’era. Ritorno come richiesto è stavolta non c’era né la pratica, né il dirigente, né la capoufficio che avevo incontrato in precedenza. Ritorno Martedì scorso, solita aria: tutti inerti sulle scrivanie, tutti mi guardano con aria sospetta, appena chiedo, hanno già dimenticato di cosa si trattava, mi dicono di ritornare un altro giorno. Stamattina mi alzo come al solito di buon ora e mi dirigo verso il centro per essere in quell’ufficio all’apertura, convinto di ritirare un pezzetto di carta. Non ci crederà: non c’era né il dirigente né la capoufficio. Il personale infastidito al solito per il disturbo arrecato mi ha detto senza molte parole di ritornare.

Bè che dire si trattava in fondo di una piccola pratica posata dentro un faldone alla portata anche dell’usciere .A me torna utile per poter intraprendere un azione legale contro il comune e recuperare i miei soldi. Loro continuano a derubare il comune con la loro inerzia, e a mettere in difficoltà il Commissario Panico boicottando l’efficienza del servizio.

Cambiare a Reggio è difficilissimo: bisognerebbe cambiare tutto e tutti. Questa gente è di una cultura talmente ottusa e stupida che ti vien la voglia di mandarli a quel paese pur di non averci a che fare. Si figuri se potrebbero avere la mentalità di partecipare al Cilea in occasione della giornata della Gerbera Gialla.

Cordiali saluti

Francesco Calabrese

Permalink Commenti (1) TrackBack (0)

facebook twitter ok notizie
 

Categorie

Archivi

  • maggio 2013
  • aprile 2013
  • marzo 2013
  • febbraio 2013
  • gennaio 2013
  • dicembre 2012
  • novembre 2012
  • ottobre 2012
  • settembre 2012
  • agosto 2012

Pagine

  • Chi sono

Link

  • Il Sole 24 ORE
  • Radio24.it: Un abuso al giorno
  • Radio 24.it: Guardie o ladri

Album Fotografici

I nostri blog