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Roberto Galullo

Guardie o ladri di Roberto Galullo

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28 gennaio 2012 - 8:16

La Regione Sardegna attende che lo Stato “sleale” gli trasferisca almeno tre miliardi per il triennio 2010/2012

Questa è la mia inchiesta sulla Regione Sardegna, pubblicata due settimane fa sul Sole-24 Ore, nella serie “I conti delle Regioni”. La ripropongo anche al pubblico del mio blog.

Provateci voi a fare un bilancio familiare o aziendale con soldi che vi promettono ma che non vi arrivano mai. E magari provate anche a protestare, a fare la voce grossa con chi è molto più grande di voi e quei soldi proprio non li vuole sganciare. Abbaierete, anche voi, senza poter mordere.

La Regione Sardegna spera, prima o poi, di assumere le vesti di Davide che decapita, con fionda e pietre, il filisteo Golia, lo Stato centrale che dal 2010 promette miliardi ma non sgancia un centesimo. Per il momento subisce come un onta il ruolo del ragionier Fantozzi costretto a mendicare un aumento al mega direttore generale che lo rimanda al posto con una busta paga più leggera.

Il bilancio 2012 sarà il terzo consecutivo nel quale la Regione Sardegna iscriverà alla voce “entrate” risorse virtuali. Colpa di quel maledetto/benedetto articolo 8 dello Statuto speciale, riscritto in apparente armonia tra Stato e Regione, con la Finanziaria 2007. Una rivoluzione, a partire dal 2010, con il nuovo regime di compartecipazione della Regione alle entrate erariali, a fronte dell’assunzione delle spese in materia di sanità, trasporto pubblico e continuità territoriale. A conti fatti dallo stesso Governo Prodi – per il primo anno- si sarebbe trattato di 3,2 miliardi che netti – secondo i calcoli della Ragioneria regionale – valevano inizialmente 1,6 miliardi, corretti poi a 1,1 miliardi, diventati poi 1,8. Nessuno ha modo di capire se e quali cifre fossero esatte. Tanto non arrivano anche se ogni anno sono iscritte a bilancio, ogni volta con cifre di fantasia. Per il 2012 dovrebbero essere tra 650 e 800 milioni. La stima per il triennio oscilla dunque tra i 2,4 miliardi (se 800 milioni fosse la cifra corretta dall’origine) e i 4,4 miliardi (ipotesi massima con 1,8 miliardi nel biennio 2010/2011) passando per i quasi 3 miliardi (se la cifra corretta, almeno per i primi due anni, fosse di 1,1 miliardi). Un balletto di cifre, comunque enormi.

Ma perché tanta incertezza sul nuovo regime di compartecipazione? In coda all’accordo tra Stato e Regione c’è il veleno: il nuovo regime entra in vigore, come disse il viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, il 13 luglio 2010 alla V Commissione della Camera, solo dopo una norma di attuazione che deve stabilire i criteri di determinazione delle singole entrate.

Quella norma non è stata mai approvata e dal 13 luglio a oggi si sono sprecati fiumi di parole e di inchiostro: le prime dei politici, i secondi degli esperti chiamati a dare lumi sul contenzioso. L’ultimo – datato 15 febbraio 2011 ma reso noto solo ora dal presidente Ugo Cappellacci – è di Valerio Onida, ex giudice della Corte costituzionale. Lui non ha dubbi: la Regione può e deve reclamare la compartecipazione subito, a parte forse le entrate in materia di lotto, giochi e scommesse che però alla luce della febbre da slot machine, è una voce sensibilissima.

Il Governatore, che a fine 2010 aveva già tuonato contro l’inerzia del Governo Berlusconi nei confronti dell’isola e che ogni giorno si trova a fare i conti con nuovi e drammatici scenari occupazionali, l’ultimo dei quali è il fronte Alcoa, avrebbe bisogno come l’ossigeno di risolvere amichevolmente il contenzioso.

“I soldi saranno certi - dichiara il vicepresidente e assessore al Bilancio Giorgio La Spisa poche ore prima dell’incontro con il premier Mario Monti al quale è stata riproposta interlocutoriamente la vertenza – nel momento in cui ci saranno le norme di attuazione. Nella commissione paritetica Stato-Regione siamo riusciti persino a delineare i criteri di attuazione. Chi nel passato si è opposta è stata la Lega Nord, alla faccia del federalismo. Stiamo premendo per avere anche un giudizio della Corte costituzionale di fronte all’iscrizione delle quote in bilancio anche nel 2012. Se lo Stato impugnerà la legge finalmente la Consulta si pronuncerà, se non la impugnerà vuol dire che riconosce il nostro diritto”.

L’opposizione fa quello che deve fare: incalza. Mario Bruno, Pd, vicepresidente del consiglio regionale, mette in fila, uno dietro l’altro, i fogli di mozioni, interpellanze, interrogazioni, risoluzioni e ordini del giorno che il suo partito ha presentato dal 2010. “Credo però – aggiunge Bruno – che da parte nostra c’è sempre stata massima collaborazione ed è soprattutto merito nostro se oggi il Governatore ha alzato la testa. Noi eravamo anche pronti a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale ma abbiamo preferito seguire la via della collaborazione con la maggioranza e con lo Stato”.

Anche parti importanti della maggioranza incalzano il Governatore. Lo fa per primo un’istituzione dell’isola, il sassarese Paolo Maninchedda, docente universitario di filologia romanza e consigliere regionale del Partito sardo d’azione. Le sue analisi sono una spina nel fianco della maggioranza. Come l’ultima, che è diventato un libro regalato sotto Natale a tutti i consiglieri. Si chiama “Slealtà di Stato e di regione” e mette sotto la lente gli ultimi due anni di politiche finanziarie. Le premesse sono amare. “I documenti di previsione recano stime – dichiara Maninchedda – che da un anno all’altro oscillano a colpi di centinaia di milioni. I bilanci di previsione risultano oggettivamente gonfiati in modo da poter iscrivere nella spesa interventi che però sono sostanzialmente scoperti o, nella migliore delle ipotesi, erogabili in forma rateizzata, cosa che sottrae efficacia a qualsiasi strategia di sviluppo”.

Se le premesse son amare, le conclusioni sono al fiele. “Qualsiasi presidente della Regione che giunga a governare senza aver compreso che oggi la sovranità che ci serve per lo sviluppo ha un unico grande avversario che è l’Italia – scandisce nel corso della chiacchierata al Caffè Svizzero di Cagliari, che nel sottosuolo ha conservato per oltre due secoli le spoglie di Sant’Agostino – non riuscirà a mettere a fuoco la strategia giusta per legare sovranità, fiscalità, lavoro e sviluppo”.

Tutto ruota intorno a quel maledetto/benedetto articolo 8, che condiziona il bilancio in ogni piega, rendendolo di fatto virtuale: ne blocca le entrate ma a maggior ragione le spese. Prendete il patto di stabilità. Quest’anno il bilancio di previsione – non ancora approvato - sarà di circa 8,2 miliardi, di cui la metà assorbito dalla spesa sanitaria ma il patto vincolerà una spesa non superiore nei pagamenti a 2,7 miliardi e negli impegni di spesa a 3,4. Ma anche in questo caso le cifre sono virtuali dal momento che l’articolo 8 – come ricorda il professor Valerio Onida nel suo parere – comportando nuove entrate ma anche nuove spese “non può non tener conto di esse nel calcolo del tetto annuale di spesa compatibile con il rispetto del patto di stabilità interno….Un atteggiamento pregiudizialmente negativo del Governo che rifiutasse di cercare un accordo per la determinazione di un livello di spesa che tenga adeguato conto di tale elemento contrasterebbe con il principio di leale collaborazione”. E così ora tutta l’isola guarda al 14 febbraio come una data importante: la Corte costituzionale, quel giorno, dovrebbe esprimersi sul ricorso della Regione contro i vincoli del patto. “Chiediamo che il patto sia adeguato – dichiara La Spisa – con una maggiore spesa di 400 milioni.”.

Una goccia nel mare del bilancio sardo ma almeno servirà per renderlo meno virtuale.

Il sardista Maninchedda ci ha visto giusto nel titolo del suo libro. Tutto ruota intorno alla lealtà – che per i sardi è una regola di vita – e che, secondo loro, viene continuamente violata innanzitutto dallo Stato centralista. Come è accaduto per i Fas, i fondi regionali cofinanziati dalla Ue per le aree sottosviluppate. Alla Sardegna, dichiara Maninchedda, dopo una serie di decurtazioni negli anni, sono stati ultimamente scippati dallo Stato 216 milioni per il periodo 2007-2013 e ora la dotazione è di 1,9 miliardi.

Una lealtà che permea ogni mossa, soprattutto quelle promesse e attese. Per questo, ad esempio, il 29 novembre 2011 il Governatore Ugo Cappellacci ha salutato con favore il decreto sull'imposizione degli oneri di servizio pubblico sulle rotte aeree per la Sardegna, firmato dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera. “Quello dato dal ministro - ha detto Capellacci - è un esempio di quella leale collaborazione istituzionale che rappresenta l’elemento fondamentale per dare risposte ai territori. Passo dopo passo andiamo avanti verso quel ponte aereo con la Penisola che dovrà garantire il diritto alla mobilità dei sardi e la creazione di un circuito positivo e virtuoso per il sistema produttivo e turistico dell’Isola, attraverso l’attrazione di nuovi flussi di passeggeri".

Il giorno stesso il Consiglio regionale ha dato il via libera alla leggina-stralcio alla manovra finanziaria che autorizzata per il triennio 2012/2014 la spesa annua di 57,5 milioni per garantire la nuova continuità territoriale aerea da e per la Sardegna. Soldi che dovrebbero rientrare dall’incremento di almeno 500mila turisti in più all’anno, che pagheranno il biglietto come gli isolani. “Soldi – nota il vicepresidente del consiglio regionale, Mario Bruno del Pd – prelevati dalla fiscalità regionale. Ma qualcuno spiega per favore a un contribuente di Orgosolo quale beneficio avrà dall’incremento del turismo in assenza di un piano serio si sviluppo e, dunque, perché deve contribuire a questa spesa?”

r.galullo@ilsole24ore.com

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27 gennaio 2012 - 16:49

Commissione antimafia: 25 miliardi per Expo 2015 fanno gola – Pisanu: “Lotta alle mafie? Tempi lunghi”

Certo che fa male scoprire – a distanza di decine di anni dalla presa coscienza del fenomeno, migliaia di indagine della magistratura e decine di migliaia di operazioni delle Forze dell’Ordine - che per avere ragione delle mafie “occorrerà sferrare un’offensiva di medio-lungo periodo, mettendo in campo risorse adeguate e combinando ciò che oggi è invece sterilmente disgiunto: e cioè la forza della repressione con la forza dello sviluppo economico e del rinnovamento sociale”.

Nero su bianco è quanto scrive Beppe Pisanu nella relazione sulla penetrazione delle mafie nell’economia della Commissione parlamentare antimafia di cui sto scrivendo da alcuni giorni (si vedano post in archivio ieri e oggi).

Fa male scoprire che siamo non dico all’anno zero ma…insomma…Certo la commissione antimafia ha ragione nel battere sul nervo scoperto: senza sviluppo economico, come può il Sud allontanare l’ombra lunga delle mafie?

Solo il Sud? Eh no ragazzi miei.

Una parte invero molto interessante della relazione è quella relativa alla “cruciale e fruttuosa” missione a Milano (così testualmente la definisce Pisanu) che la Commissione parlamentare antimafia ha condotto il 21 e 22 gennaio 2011.

Cruciale perché Milano, "capitale economica d'Italia", non può non essere obiettivo dell'espansione economica delle mafie di ogni tipo e di ogni provenienza, sempre interessate a qualunque fonte di arricchimento, con strumenti leciti o illeciti.

Fruttuosa perché i dati acquisiti nel corso della missione hanno delineato un quadro chiaro delle problematiche in gioco ed un altrettanto chiaro quadro delle possibili soluzioni.

L’area metropolitana di Milano è il territorio più ricco ed economicamente sviluppato d’Italia: le 338.659 imprese attive nel 2007 costituiscono circa il 42% delle imprese lombarde e il 6,5% delle imprese italiane. Anche il reddito disponibile pro capite si attesta su livelli molto alti (21.660 euro) e lo stesso dicasi per i consumi finali interni pro capite (19.392 euro).

La leadership nel settore economico del territorio milanese è confermata dai dati relativi alla produzione di ricchezza: nel 2007 l’area metropolitana di Milano ha generato un Pil di 153.384,8 milioni di euro (pari a circa il 10% del Pil nazionale), con una quota di Pil pro capite di 39.557,08 euro. “Non stupisce, pertanto, che il territorio milanese, come tutte le aree produttive del Paese - si legge nella relazione -  sia obiettivo privilegiato di espansione e radicamento di strutture associative di tipo mafioso, che tendono sempre di più ad infiltrare la attività produttive, economiche, imprenditoriali sane, per reinvestire (e così riciclare) attraverso l'uso di strumenti economico-giuridici "puliti" e formalmente legali - capitali provento di attività illecite”.

Le imprese non hanno difficoltà di accesso al credito, atteso che hanno un surplus di liquidità, ovviamente di provenienza illecita; non hanno difficoltà a superare concorrenti o ad imporsi nei rapporti commerciali, anche senza l'uso della violenza ma con la semplice "spendita del nome mafioso"; hanno facilità a trovare manodopera senza incorrere in episodi di conflittualità sindacale, potendo contare su un notevole numero di soggetti disposti a lavorare per essa e potendo vincere le resistenze dei contraddittori con metodi eterodossi).

Negli ultimi anni molte cosiddette "grandi opere" sono state progettate, finanziate e poste in esecuzione nella regione Lombardia: sistemi stradali come l'Autostrada Pedemontana e l'Autostrada Brescia-Bergamo, la Tangenziale Est esterna di Milano, il Raccordo Autostradale della Valtrompia; sistemi ferroviari quale l'Alta velocità ferroviaria Torino-Lione.

Certamente, però, il grande evento è rappresentato dall'Expo 2015, assegnato dal Bureau International des Expositions proprio a Milano. Come vero e proprio traino, l'Expo comporta da solo la realizzazione di ben 17 grandi opere infrastrutturali connesse (viarie, ferroviarie e metropolitane, contemplate o direttamente indicate nel dossier di candidatura), alcune delle quali sono in realtà opere già avviate indipendentemente dall'Expo e poi rifinanziate con i fondi stanziati per la manifestazione internazionale.

L' elenco delle opere previste fa percepire concretamente che è in arrivo su Milano una marea di denaro pubblico, stimato fino a 25 miliardi tra opere e costi diretti (ossia creazione degli spazi espositivi e gestione, che rappresentano tuttavia la voce minore, pari a circa 4 miliardi) e costi indiretti (infrastrutture connesse). “Per questo l'Expo 2015 – afferma la Commissione parlamentare antimafia - rappresenta una vera e propria emergenza di legalità per i concreti e notevoli rischi di infiltrazione delle imprese mafiose nelle procedure di aggiudicazione ed esecuzione dei lavori, come confermato dall'emanazione da parte del Governo di un decreto-legge che ha esteso all'Expo milanese la normativa di verifica e di prevenzione antimafia già utilizzata per prevenire infiltrazioni di tipo mafioso nelle opere di ricostruzione in Abruzzo”.

Per ora mi fermo qui.

r.galullo@ilsole24ore.com

3 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata ieri 26 gennaio, la seconda oggi)

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27 gennaio 2012 - 9:22

Beppe Pisanu: “La zona grigia diventa nera – Dai professionisti solo 223 segnalazioni antiriciclaggio su 26.947!”

Se certe cose le scrivono –propria sponte – i giornalisti, vengono accusati di diffamare le categorie. Se a metterle nero su bianco è il presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu nella proposta di relazione sulla prima fase dei lavori della stessa Commissione con particolare riguardo al condizionamento delle mafie sull'economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno, magari le cose cambiano (si veda in archivio il post di ieri).

E già, perche Pisanu, - ma in realtà questa proposta sarà, al massimo con ritocchi, fatta propria dall’intera Commissione parlamentare antimafia e dunque si può parlare di un idem sentire collegiale  e di una relazione sostanzialmente approvata - con riferimento alla cosiddetta zona grigia scrive che certamente una quota non insignificante di popolazione meridionale partecipa in forme diverse alle attività criminali. Ma quella che più inquieta è la cosiddetta “zona grigia” che spesso la Commissione ha incontrato nelle sue indagini. Ne fanno parte persone generalmente insospettabili e dotate di competenze imprenditoriali, finanziarie, giuridiche, istituzionali e politiche che, nel loro insieme, costituiscono il filtro indispensabile per far passare enormi capitali dall'economia criminale all'economia legale.

“Cito a questo proposito un solo dato – si lancia ben sapendo di cogliere nel giusto Pisanu – e cioè nel 2010 sono state segnalate alla Guardia di Finanza e alla Dia 26.947 operazioni sospette, delle quali ben 4.700 sono poi confluite in procedimenti penali per riciclaggio, usura, estorsione, abusivismo finanziario, frode fiscale eccetera. Però quasi tutte le segnalazioni sono arrivate dal sistema bancario, mentre da operatori non finanziari e liberi professionisti ne sono arrivate solo 223”. La zona grigia è dunque nera e complice: attenzione non sono parole mie ma proprio quelle testuali del presidente della Commissione parlamentare.

Individuare e rompere i legami occulti tra zona grigio-nera e ambienti criminali è uno dei grandi compiti che la Commissione si propone dopo il giro di boia dei prima anni di lavoro. Anche sul piano legislativo. “A questo fine – scrive Pisanu - forse dovremo puntare di più sul reato di "favoreggiamento" specificamente aggravato, superando quei limiti del "concorso esterno in associazione mafiosa" che le statistiche giudiziarie evidenziano impietosamente. Mi riferisco al fatto che fino al 2008 di circa 7.000 indagati a questo titolo, il 60% é stato archiviato, mentre solo l'8% è arrivato a condanna. Mi chiedo, onorevoli colleghi, come sia possibile battere militarmente la mafia se non la si sconfigge contemporaneamente sul terreno dell'economia, delle relazioni sociali, della pubblica amministrazione e della stessa moralità politica.          Non si sono mai visti tanti interessi criminali scaricarsi pesantemente, senza neanche il velo della mediazione, sugli enti locali, sulle istituzioni regionali e sulla rappresentanza parlamentare. Gli organi di informazione, le indagini della magistratura, i primi controlli sulla formazione delle liste ci hanno dato in questo senso conferme inequivocabili”.

Un ragionamento che non fa una grinza e che – nel mio piccolo – sottoscrivo.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata ieri 26 gennaio)

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26 gennaio 2012 - 14:34

Beppe Pisanu: le mafie mangiano alle 4 regioni del Sud il 20% del loro Pil – Il silenzio della società civile

Circola in questi giorni la proposta di relazione sulla prima fase dei lavori della commissione con particolare riguardo al condizionamento delle mafie sull'economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno, presentata nei giorni scorsi alla Commissione Parlamentare antimafia dal suo presidente Beppe Pisanu.

Gli spunti sono moltissimi e – con questo primo post – comincerò a darvi conti di quelli più interessanti. E’ datata 12 luglio 2011 – in vero – ma l’analisi ovviamente è attualissima.

Lo stesso Pisanu, in premessa scrive che: “Non è tempo di fare bilanci. Possiamo però affermare che nonostante talune difficoltà, compresa la non favorevole organizzazione dei lavori parlamentari, la nostra Commissione giunge a oltre metà mandato con un consistente patrimonio di conoscenze, analisi e proposte”.

La relazione sembra quasi scusarsi nel ricordare una cosa ovvia. Anzi due. La prima indigesta a molti osservatori del Nord:  il progressivo spostamento delle pratiche e degli interessi mafiosi ben oltre i confini del Mezzogiorno. “Possiamo dunque affermare che esse – scrive Pisanu - si sono, a loro modo, globalizzate e che in Italia sono entrate a far parte anche della cosiddetta questione settentrionale".

La seconda è drammatica: la Commissione antimafia ha stimato che l’attività mafiosa nella quattro regioni di origine causa un mancato sviluppo equivalente al 15-20% del Pil delle stesse regioni. “Come abbiamo ampiamente documentato – scrive Pisanu - gli investimenti e le speculazioni mafiose giungono in ogni settore di attività del Mezzogiorno e si confondono sempre più con l'economia legale. Va detto che, mentre l'accumulazione dei capitali illeciti procede per le vie consuete del racket, dell'usura, della droga, del gioco illegale e legale, della contraffazione e dei numerosi traffici di esseri umani, armi e rifiuti, si registra una evidente evoluzione dei comportamenti criminali: nel senso che i reati tradizionali sono in diminuzione e quelli di nuova specie in aumento. Ma va anche detto che se molto sappiamo su come i capitali mafiosi vengono raccolti, ancora poco sappiamo su come vengono occultati e investiti nell'economia legale e nei circuiti finanziari nazionali ed internazionali”.

Per intercettare e stroncare le reti e gli affari della criminalità organizzata lo Stato ha fatto e sta facendo molto. Nonostante ciò, le statistiche mandano segni allarmanti. Il 53% dei referenti del sistema Confindustria del Mezzogiorno reputa la propria area territoriale molto insicura; e il 42% attribuisce questa insicurezza alla criminalità organizzata e alla illegalità diffusa (con la seconda spesso preordinata o subordinata alla prima).

E' accertato, inoltre, che circa un terzo delle imprese meridionali subisce una qualche influenza delle mafie, con dati che oscillano tra il 53% della Calabria e il 18% della Puglia.

Pisanu non le manda a dire e rileva come alla forte iniziativa dello Stato sul terreno della repressione della criminalità organizzata, non sia ancora partita un'azione egualmente forte per distruggere il suo brodo di coltura, cioè il sottosviluppo. “Ciò che più sgomenta – si legge nella bozza di relazione - è l'enorme impronta che le attività mafiose, la dilagante corruzione, il deterioramento dell'etica pubblica e della stessa morale privata continuano a scavare nella società civile e nelle istituzioni del Mezzogiorno. E non di meno sgomentano i troppi silenzi e la diffusa indifferenza di fronte a questi fatti. Se si prospetta una manovra finanziaria biennale di circa 38 miliardi, l'opinione pubblica entra in fibrillazione. Ma se si afferma che solo sui giochi e le scommesse le organizzazioni criminali lucrano almeno 50 miliardi all'anno, pochi se ne curano!”

Alla stoccata segue una pillola più “dolce”: “Non si spezza la spirale della criminalità, il suo crescente e oscuro reclutamento, se non si riformano l'economia e la società del Mezzogiorno. Bisogna riconoscere senza mezzi termini che la debolezza e la scarsa attrattiva del Sud dipendono in buona parte dalla presenza soffocante della criminalità organizzata. In talune aree, controllando il territorio e le stesse forze produttive, essa riesce perfino a plasmare l'economia locale sui propri disegni criminali.    A questo fine intimidisce i cittadini, scoraggia l'autonoma volontà di intraprendere e la orienta verso le sue imprese, ponendosi in alternativa allo Stato. In cambio offre i suoi "sostituti assicurativi": e cioè una generale protezione nei confronti delle amministrazioni e delle burocrazie locali, dei sindacati e della concorrenza. Si formano così dei monopoli o quasi monopoli mascherati che impongono le loro scelte anche sulle forniture, i mercati di sbocco e il reclutamento della manodopera”.

Per il momento mi fermo qui ma torno prestissimo.

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued

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26 gennaio 2012 - 7:13

Esclusivo/4 Memoriale del pentito di ‘ndrangheta Di Dieco: tra i prossimi bersagli da colpire c’è Nicola Gratteri

Carissimi amici di blog come va la vita? Vi sto raccontando da alcuni giorni il memoriale che Antonio Di Dieco ha scritto e spedito a luglio 2010 alla Dna e alla Dda di Reggio dopo aver raccolto le confidenze nel carcere romano di Rebibbia, nell’ottobre 2010, del pentito più veloce della Calabristan, Nino Lo Giudice, sull’esistenza di un complotto nazionale partito nel 2002 per distruggere il pm antimafia Alberto Cisterna e compagnia (abbiate pietà: rimando ai post in archivio).

Ebbene, dopo avervi detto quali sarebbero, secondo il racconto di Di Dieco su confidenze del “nano-Nino”, i pm da colpire immediatamente, ecco a voi i bersagli prossimi venturi.

Alcuni di questi nomi fanno accapponare la pelle. Su alcuni di essi (che conosco da anni), sulla loro trasparenza, rettitudine, rigore e sulla loro onestà metterei la mano sul fuoco: a partire dal mio amico Nicola Gratteri. A lungo mi sono interrogato in questi giorni sull’opportunità di scrivere o di non scrivere questi nomi ma ho deciso di farlo per un motivo: nessuno, domani, potrà dire che dietro il fango scagliato contro certi nomi e certi cognomi specchiatissimi non c’era una regia “a orologeria”. Nino Lo Giudice, secondo quanto si legge nel memoriale, fece capire a Di Dieco, “che la sua collaborazione era pilotata dal fratello Luciano, vera mente della famiglia, collaborazione volta a colpire le cosche avversarie sugli interessi illeciti (al momento a Reggio Calabria vige una pax mafiosa seppure molto fragile), infamare il lavoro e l’onorabilità dei magistrati della Dda di Catanzaro e Reggio Calabria, nonché dei magistrati della Dna ed alcuni del Csm, colpendo in primis il dottor Cisterna ma  a breve, con altre collaborazioni pilotate, dottori e magistrati: Macrì, Pennisi, Verzera, Andrigo, Boemi, Mollace, Lombardi (ex capo di Catanzaro recentemente scomparso), Chiaravalloti alias Topo Gigio, Rinaudo, Pittelli, tale Pollichieni giornalista di Reggio Calabria, Lorenzo Cesa, Buccico, Teresa Fulco”.

Dopo aver fatto, secondo il racconto di Di Dieco, questi nomi, Lo Giudice “fece capire chiaramente che attivando questo complotto nazionale avrebbe ottenuto garanzie da parte della ‘ndrangheta di non avere ritorsioni su tutti i familiari rimasti a Reggio Calabria a delinquere. Avrebbe ottenuto la riconferma di leadership del fratello Luciano, che avrebbe così ricominciato a gestire la cosca, grazie alle dichiarazioni di Nino che ne avrebbero volutamente sminuito il ruolo per facilitarne la remissione in libertà”.

Alla fine del memoriale Di Dieco ricorda che Lo Giudice, con lui, non si è confidato ma “ha cercato di coinvolgermi in questo complotto, richiedendomi notizie e/o tasselli mancanti al suo personale quanto calunnioso mosaico, avendo poco tempo a disposizione, poichè a suo dire, aveva iniziato a collaborare da un paio di giorni e stava già sottoponendosi a interrogatori con la Dda di Reggio Calabria e con altre autorità giudiziarie (mi riferì di Sco, Sismi, Ros e altri che non ricordo)”.

Bene, così sappiamo che, secondo quanto scrive Di Dieco, persino il Sismi si starebbe interessando o si è già interessato – secondo quanto rivela – di Nino Lo Giudice. Il motivo, se davvero lo hanno ascoltato o lo ascolteranno, ve lo dico io e sono stato il primo a scriverlo su questo umile e umido blog: proprio il Sismi ha un ruolo attivissimo e centrale nella cattura di Pasquale Condello. Ma la mia sensazione – sbaglierò ma non credo – è che il Sismi voglia sapere se Nino Lo Giudice ha notizie di altri e ben più clamorosi arresti di megalatitanti, che sono stati forse venduti dallo Stato come frutto del genio delle nostre forze investigative e che invece sono o sarebbero stati, a quanto sembra, il frutto di un lucroso (e in parte disatteso) patto con il diavolo. Vere e proprie trattative tra Stato e mafia su padrini da catturare, latitanti da tempo immemorabile. Ci può stare (anche se la cosa mi fa schifo) ma sembra che a qualcuno i conti (letteralmente) non tornano.

Il memoriale si conclude così: “Consolato Villani, cugino o nipote dello stesso Nino, che ha ricoperto il merito di “vangelo” all’interno delle cosche di ‘ndrangheta dei Lo Giudice, mi ha confermato in almeno 20/30 socialità (incontri nel carcere ndr) innanzi ad altri 3 collaboratori di giustizia, del complotto calunnioso verso i magistrati della Dna, da parte della famiglia Lo Giudice”.

Fine delle trasmissioni. Non resta che attendere i futuri sviluppi. E ce ne saranno, credetemi.

r.galullo@ilsole24ore.com

4 – the end (le prime tre puntate sono state pubblicate il 23, il 24 e il 25 gennaio)

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25 gennaio 2012 - 8:50

Esclusivo/3 Memoriale del pentito di ‘ndrangheta Di Dieco: il pm Mollace e la faccia persa dalla cosca Lo Giudice

Cari lettori da alcuni giorni vi sto raccontando il mini-memoriale spedito a Roma (Dna) e Reggio Calabria (Dda) a luglio 2011 dal pentito Antonio Di Dieco. Nel suo memoriale raccoglie le confidenze fattegli nel carcere di Rebibbia da Nino Lo Giudice. Sappiamo (si veda il post in archivio di martedì 17 gennaio) che la Procura sta indagando Di Dieco per calunnia nei confronti di Lo Giudice. In altre parole, non crede alle parole Di Dieco e al suo memoriale, par di capire. In tutto? In parte? Non lo so ma presto lo sapremo.

Intanto vi racconto come Di Dieco – attraverso la ricostruzione che gli avrebbe fatto per filo e per segno Nino Lo Giudice – ricostruisce il “peccato originale” che avrebbe scatenato l’inferno della trimurti delle cosche reggine contro il pm antimafia Alberto Cisterna e altri pm antimafia, tra i quali Enzo Macrì e Roberto Pennisi.

Il peccato originale ha un nome e un cognome: Franco Mollace, procuratore regionale aggiunto e per molti anni in Dda a Reggio. Sarebbe stato gettato anche lui nel fango, “ingiustamente accusato”, scrive testualmente Di Dieco, “per motivi di vendetta e rancori personali, per aver convinto, insieme ai magistrati Pennisi e Macrì, il fratello minore, Maurizio, a collaborare le autorità giudiziarie agli inizi degli anni Duemila, creando così, nella cosca Lo Giudice, una macchia d’onore non semplice da ripulire che ne condizionò notevolmente l’ascesa criminale verso i vertici della cupola provinciale della ‘ndrangheta reggina della cosca Lo Giudice. Rancori ed astio ancora oggi esistenti, visto che quando io lo stuzzicai dicendogli che nelle riunione tenutesi nel ’99, 2000 e 2011 in contrada Bosco di Rosarno per la spartizione delle estorsioni sulla Salerno-Reggio Calabria e per gli accordi sul Ponte sullo Stretto i Lo Giudice non furono presenti ma da Reggio Calabria vennero in rappresentanza di tutti i locali di ‘ndrangheta di Reggio Città le famiglie Labate e i Latella. Nino Lo Giudice mi rispose con disprezzo che tutti i Lo Giudice non si sono (erano) dimenticati del danno causato dal dottor Mollace e che, a breve, i conti si sarebbero saldati, dicendomi che anche il dottor Mollace sarebbe stato accusato nel complotto nazionale, insieme ai colleghi”.

Dunque si scrive Lo Giudice Nino (colui il quale sta raccontando tutto e di più, anche se smentito non solo dal cugino Consolato Villani ma anche dall’altro pentito Marco Marino e non ritenuto attendibile – non dimentichiamolo mai – dalla stessa Procura generale di Reggio che pur respingendo la richiesta di altra sede giudiziaria avanzata da Alberto Cisterna, ha detto chiaro e tondo che le dichiarazioni del “nano” valevano quel che valevano) ma si legge trimurti delle cosche reggine. E’ delle cosche Condello, De Stefano e Libri - ne sono personalmente convinto – la regia del complotto nazionale anche se ovviamente non ho le prove. E temo che non le avrà mai nessuno. La vendetta dei Lo Giudice diventa - secondo il filo logico del memoriale Di Dieco ma, ripeto, credo che sarà difficile tirarne fuori le mani - una vendetta a uso e consumo della trimurti che soffoca Reggio, la Calabria e ampie parti d’Italia. La trimurti per togliersi per sempre di mezzo quel magistrato e con lui i muchachos Macrì e Pennisi sarebbe disposta a tutto.

Lo Giudice si lascia (si sarebbe lasciato) andare, secondo quanto si legge nel memoriale ad altre confidenze. Lo Giudice non avrebbe mai avuto rapporti diretti con Pasquale Condello e Pasquale Tegano ma con il nipote e il genero, al fine di girare le informazioni utili per la cattura del “Supremo” alle autorità giudiziarie. Un moto di bontà? Macchè: per togliersi di mezzo colui il quale, con i Tegano e i De Stefano, “aveva supremazia e considerazione totale”.

Confidò (con il solito e obbligatorio condizionale) anche che il bazooka fatto trovare sotto il materasso nei pressi del Cedir era scarico perché “tale Cortese lo aveva provato in contrada Sambetello o Fiumara di Muro, sparando l’unico colpo in dotazione”. Confidò ancora che i debiti con le banche accesi per le attività commerciali della famiglia Lo Giudice erano state accesi appositamente, per dimostrate che non esisteva riciclaggio ma solo linee di credito bancarie regolari.

Ma soprattutto Nino Lo Giudice avrebbe rivelato i prossimi bersagli da colpire. Volete saper chi sono? Leggetemi a ore.

r.galullo@ilsole24ore.com

3 – to be continued (le prime due puntate sono state pubblicate il 23 e il 24 gennaio)

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24 gennaio 2012 - 8:56

Esclusivo/2 Memoriale del pentito Di Dieco: il piano anti-Cisterna & C. data 2002 – Massoneria deviata e servizi segreti

“In accordo con la ‘ndrangheta reggina”: il complotto diabolico per sputtanare a vita Alberto Cisterna, numero 2 della Dna, altri magistrati, politici calabresi, uomini delle Forze dell’ordine, sarebbe avvenuto in “accordo con la ‘ndrangheta reggina”. Queste le parole che il collaboratore di giustizia Antonio Di Dieco avrebbe raccolto dal “nino-Nano Lo Giudice” nel carcere romano di Rebibbia nell’ottobre 2010 (rimando al post di ieri e a quelli del 4 luglio 2011 e del 7 e 10 agosto 2010).

Un complotto, si badi bene, partito 10 anni fa. Ma guarda tu le coincidenze, nel momento in cui Cisterna (e altri magistrati come Roberto Pennisi) sono stati costretti a lasciare Reggio Calabria perché la loro fine (fisica intendo dire) era vicina grazie alle amorevoli attenzioni della ‘ndrangheta. Le cosche reggine, infatti, avevano decretato la loro morte dopo i durissimi colpi inferti negli anni ai loro interessi economico-criminali. Ma la ‘ndrangheta non dimentica, ha la memoria lunghissima che riaffiora – guarda tu ancora le coincidenze – quando proprio gli stessi magistrati (che nel frattempo hanno continuato a pestare duro sui calli delle cosche, a partire da Condello) possono o potrebbero rientrare a Reggio Calabria per terminare un lavoro che non è mai stato portato a termine: colpire la zona grigia che in questi anni ha vissuto serena e pacifica all’ombra dei compassi e dei servizi segreti deviati.

“Quello che mi fece rimanere stupefatto – scrive Di Dieco nel memoriale in mio possesso – fu l’affermazione fatta dallo stesso Nino Lo Giudice quando disse che il complotto nazionale era stato organizzato sin dal 2002/2003. Si erano create in anticipo dette situazioni e nel momento in cui il Nino Lo Giiudice avesse iniziato a collaborare, codeste situazioni sarebbero diventate prove ed anche riscontri alle dichiarazioni rese all’Autorità giudiziaria dallo stesso. Un piano diabolico, così lo definiva lui, organizzato da Luciano Lo Giudice, da loro amicizie con funzionari del Sismi conosciuti dagli anni 2002 e funzionari della Telecom security che erano in contatto con gli stessi Lo Giudice, ove hanno attinto notizie e informazioni. Le lettere, i fax e i telex inviati da Luciano Lo Giudice al magistrato dottor Cisterna ed anche ad altri, avevano un tenore affettuoso, evidenziato appositamente per lasciare intendere che vi fossero chissà quali rapporti confidenziali tra i Lo Giudice e i magistrati!!! Anche alcune agendine, nelle quali furono appuntati orari e periodi di telefonate intercorse con il magistrato dottor Cisterna, sempre in periodi dal 2003 in poi, furono appuntate ad arte per farle rinvenire alle Autorità giudiziarie, nel corso delle perquisizioni subite a seguito di indagini, per poi utilizzare queste annotazioni quali riscontri al dichiarato del Nino Lo Giudice. Tutto organizzato anni fa, in tempi non sospetti! Tutte prove precostituite per dare conforto, supporto, riscontro alle accuse che Nino Lo Giudice, nella veste di collaboratore di giustizia, avesse rivolto al magistrato della Dna. Meglio mi permetto di definire calunnie gratuite. Non sono a conoscenza se effettivamente queste lettere, questi telex e questi fax con queste agendine esistono veramente. Riferisco “solo” quanto appreso direttamente da Nino Lo Giudice nei colloqui che sono intercorsi tra noi…”.

Di Dieco ricorda di aver acquisito tranquillamente la fiducia di Lo Giudice che ritiene di un’intelligenza mediocre (“è sotto i livelli minimi di uno studente della scuola media”, scrive testualmente Di Dieco riferendosi al cosiddetto “nano”) e così accade l’inaspettato: Lo Giudice gli propone di partecipare al complotto “una volta che si rese conto delle mie conoscenze, di quelle della mia famiglia d’origine, dei rapporti leciti e professionali intrattenuti dal mio avvocato con le Istituzioni, con la speranza di reperire fatti, notizie circostanziate mancanti ai suoi corposi appunti, ripeto, stampati perfettamente, senza errori di margine, come se fossero pagine di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere…come se fossero ma non lo erano, viste le notizie che con insistenza e pressione, mi chiedeva ripetutamente, ogni qualvolta avevamo la possibilità di interloquire!!! Dico ciò perché nel mentre scrivo, c’è un altro collaboratore di giustizia appartenente ad una regione limitrofa alla nostra Calabria, che in accordo con i Lo Giudice sta tentando di confortare e supportare le calunnie di Antonino Lo Giudice. Codesto collaboratore di giustizia, insieme a Luciano Lo Giudice, “mente” della famiglia, erano iscritti a una presunta loggia massonica definita “Trinacria” ove confluiscono uomini dei servizi segreti, ufficiali della Guardia di finanza, dei Carabinieri e qualche magistrato siciliano. Tutto ciò è fuoriuscito nei discorsi intercorsi con Nino Lo Giudice, il quale ribadiva che il fratello Luciano, del quale lo stesso Nino avrebbe sminuito ruolo e gerarchie all’interno della loro cosca, aveva detenuto accordi con altre famiglie di ‘ndrangheta, per attuare il cosiddetto complotto nazionale. Ottenendo così il perdono per tutti i Lo Giudice e familiari affini, con l’autorizzazione di continuare a vivere di ‘ndrangheta ma in maniera marginale, con il divieto di poter presenziare ai “circoli formati” e ai “tribunali di omertà”.

Direi di fare una sintesi di quanto emerso finora perché questa ricostruzione sarebbe di una banalità drammaticamente sconcertante. Il piano contro Cisterna è partito nel 2002 con una strategia e un obiettivo chiarissimo: abbattere lui e tutti quelli che con lui hanno contribuito a mettere nel sacco il “Supremo”. Anziché distruggere la famiglia la trimurti delle cosche reggine (Condello, De Stefano e Libri) volgono (volgerebbero) la situazione a proprio vantaggio: cominciamo a distruggere Cisterna e compagnia cantando. Il tempo c’è. Per il momento lui e quegli altri rompicoglioni di Enzo Macrì e Roberto Pennisi sono lontani. Ma se iniziamo oggi, raccoglieremo i frutti nel momento in cui quel trio maledetto di pm “banditi” si riaffaccerà. Ma c’è un’altra verità che emerge da questo racconto: il ruolo della massoneria deviata e dei servizi segreti.

Ora voglio essere chiarissimo: come sapete non guardo in faccia a nessuno. Non ho la più pallida idea se ‘sto Di Dieco sia pazzo, tragediatore o dica il vero. Volete che sia ancora più chiaro? Bene: se la Procura ha deciso di indagarlo per calunnia avrà le sue motivazioni (che sono curioso di leggere e che appena conoscerò vi racconterò) ma una cosa è certa: questa ricostruzione è esattamente quella che da oltre un anno sto descrivendo su questo blog: il complotto è stato ordito a regola d’arte e la regia della trimurti delle cosche reggine si spande all’ombra delle logge massoniche deviate. Lo scopo ultimo è evitare che i tre muchachos (Cisterna, Pennisi e Macrì) rimettano piede in città. Chiunque di voi potrà verificarlo: basta che vi andiate a leggere i post sull’argomento, di cui ho perso ormai il conto.

E allora forse Di Dieco è pazzo o tragediatore ma la sua ricostruzione è calzante. Per Dio se lo è! E se leggerete il post che a ore metterò in linea scoprirete altre cose di questo maledetto intrigo.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata ieri, 23 gennaio)

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23 gennaio 2012 - 8:46

Esclusivo/1 Memoriale del pentito di ‘ndrangheta Di Dieco: la lista dei contatti chiesta da Lo Giudice

Neanche lui sa perché lo abbiano tenuto per oltre due settimane nella sezione 46 del carcere romano di Rebibbia, quella in cui sono “parcheggiati” i detenuti che manifestano la volontà di collaborare con la giustizia.

Lui – Antonio Di Dieco – era infatti già un collaboratore di giustizia. Fatto sta che lì, a ottobre 2010, per una quindicina di giorni al massimo, è rimasto anche Nino Lo Giudice, il “nano” che ha raccontato come il numero 2 della Dna, Alberto Cisterna, a parte il parziale inabissamento della Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio, sia responsabile di quasi tutti i gravissimi misfatti accaduti sul globo terracqueo negli ultimi 20 anni.

Questo “contatto ravvicinato” tra i due – che per la Procura di Reggio Calabria vale probabilmente zero in quanto Di Dieco è indagato per calunnia proprio contro Lo Giudice e secondo la stessa Procura c’è una vera e propria falsità documentale di cui a breve dovremmo sapere di più – è diventato un mini-memoriale che lo stesso Di Dieco ha messo da alcuni mesi (da luglio 2010) a disposizione dei pm di Reggio.

Questo memoriale – di cui do conto in esclusiva – ripeto, non sembra avere retto (in tutto? In parte?) alla “prova” della Procura di Reggio.

In attesa di sapere perché non ha retto, io ve lo propongo ripetendo ciò che scrissi nell’articolo del 29 dicembre 2011 (si veda archivio): Di Dieco o è pazzo o è un tragediatore. Solo un pazzo racconterebbe nel dettaglio ciò che leggerete o solo un tragediatore, pedina di un complotto più ampio, potrebbe saper mischiare così abilmente le carte. Solo un pazzo o un tragediatore potrebbe ricordare perfino le sigarette fumate da Lo Giudice (Merit per la cronaca) mentre i due colloquiavano da uno spioncino aperto della porta blindata che li divideva.

Solo un pazzo o un tregediatore si spingerebbe a raccontare che gli incontri avvenivano anche “all’aria” posizionandosi negli angoli dei cubicoli e solo un pazzo o un tregediatore – senza evidentemente paura di essere sconfessato e sbugiardato palesemente – allega anche una meticolosa cartina disegnata a mano, degli alloggiamenti, delle celle, delle docce comuni, dei cubicoli, delle entrate e il prospetto del transito nel quale gli incontri erano (sarebbero stati) possibili.

Ma a favore di chi tutto ciò?

C’è, ovviamente, una terza possibilità: che quel che racconta è vero ma non sta a me appurarlo. A me spetta solo raccontare i fatti e questo memoriale è un fatto che si inserisce in una storia nebulosa che dura da tempo, in cui buoni e cattivi si mischiano. Ad arte.

LE PRODI GESTA

Vi ho già dato conto, nei post del 4 luglio 2011 e del 7 e 10 agosto 2010, del complotto nazionale che, secondo Di Dieco, sarebbe stato ordito contro Cisterna (per questo, dunque, rimando ai post in archivio). In queste pagine consegnate in Dna e a Reggio Calabria c’è molto di più.

Innanzitutto Di Dieco scrive: “Nino Lo Giudice mi riferì di aver personalmente ucciso nei pressi di un semaforo, ubicato in Viale della Libertà, Angelo Geria e di aver partecipato anche agli omicidi di Mimmo Crucitti, attentato in un’auto blindata, e di altri killer, appartenenti allo schieramento De Stefano”.

Ricordiamo, per la cronaca, che Angelo Geria (della cosca Geria/Rodà) venne ucciso il 21 giugno 1983 mentre Mimmo Crucitti, durante la guerra di mafia che incendiò Reggio, venne effettivamente fatto fuori su una 127 blindata il 1° agosto 1990. Il collaboratore di giustizia Lauro, il 18 febbraio 2004 e ancora il 14 gennaio 1995 dice testualmente ai pm di Reggio Calabria: “Riconosco nella foto contrassegnata dal numero 1/Q il fratello di Mimmo Crucitti ucciso dalla mia organizzazione nel corso della guerra di mafia perchè alleato, con il suo omonimo gruppo, allo schieramento destefaniano. I fratelli Crucitti erano uomini d'onore alle dipendenze di Ciccio Canale detto "u 'gnuri"; dopo la morte di quest'ultimo transitarono a pieno titolo nelle file di Paolo De Stefano. La famiglia Crucitti è una famiglia di imprenditori operante nel rione Condera di Reggio Calabria. La persona in questione, pertanto, è uno dei capi della omonima famiglia”.

Il collaboratore Filippo Barreca alla udienza del 10 ottobre 1997 nel corso del processo Olimpia delineò anche lui l’esistenza di una “famiglia” Crucitti , operante nella zona di Condera, legata ai Libri e della quale faceva parte anche Santo Crucitti nonchè Demetrio , ucciso da “Cavallina “ (è il nomignolo con il quale veniva chiamato il collaboratore Giuseppe Lombardo durante la guerra di mafia).

Chi ha ragione?

L’AVVOCATO DI ROMA

Nel corso dei colloqui che Di Dieco sostiene di aver sostenuto con Lo Giudice, quest’ultimo a un certo punto gli parla della sua difesa legale. Testualmente, scrive Di Dieco, “si parlò di un avvocato con studio in Roma ma che non vedeva sicuro nella sua difesa…”. Strano in vero questo passaggio sull’”avvocato di Roma” che è il paravento dietro il quale secondo Lo Giudice si celerebbe lo stesso Cisterna. Ma Cisterna non è un avvocato.

Ancor più strano – secondo quanto, nero su bianco, scrive Di Dieco nel suo memoriale – che a un cero punto Lo Giudice, “aveva degli appunti, che consultava, e iniziò a fami domande se, tramite il mio avvocato, avrei potuto fargli avere in breve tempo” una serie di numeri telefonici e informazioni. Di chi? E qui la lista è sorprendente. E ancor più sorprendente sarebbe sapere a cosa cavolo servivano quegli eventuali contatti e quelle informazioni. A partire – ma come? Non sapeva già tutto di lui? – della vita, della morte e dei miracoli indovinate di chi? Ma di Alberto Cisterna, il pm più corrotto del globo terracqueo! La lista ve ripropongo para para come la riporta Di Dieco:

1)     numero cellulare personale di Alberto Cisterna

2)     dove abitasse, a Roma, lo stesso magistrato

3)     come era ubicata la stanza del dottor Cisterna, negli uffici della Dna, la disposizione degli arredi

4)     il numero cellulare del dottor Mariano Lombardi della Dda di Catanzaro

5)     se potevo avere notizie su tale Paolo Pollichieni, numero cellulare personale e recapito del suo ufficio personale

6)     il numero cellulare dell’onorevole Giancarlo Pittelli (Pdl)

7)     il numero cellulare dell’avvocato Maria Teresa Fulco con studio a Roma

8)     il numero cellulare della dottoressa Adalgisa Rinaudo, magistrato del distretto di Catanzaro

9)     l’ubicazione, precisa, di una società di impiantistica con sede a Roma

10)l’ubicazione precisa a Catanzaro dell’onorevole Giuseppe Chiaravalloti che Lo Giudice soprannominava “Topo Gigio”

11)l’ubicazione precisa a Roma dell’abitazione dell’onorevole Lorenzo Cesa ed eventuali utenze telefoniche personali

12)informazioni e dati personali di un magistrato del Csm, Nicola Buccico

13)i numeri dei cellulari e le abitazioni precise dei magistrati Domenico De Lorenzo e Alfredo Garbati

14)i numeri cellulari e le ubicazioni degli studi legali a Catanzaro degli avvocati Rita e Salvatore Staiano

15)numero cellulare e indirizzo preciso dell’onorevole Nicola Adamo (Pd)

16)numero cellulare ed indirizzo preciso dell’onorevole Pino Galati (Pdl).

“Tutte notizie ed informazioni richiestemi da Nino Lo Giudice – scrive Di Dieco testualmente – con insistenza e ripetutamente tutte le volte che abbiamo parlato”.

Per oggi mi fermo qui ma a ore vi divertirete (si fa per dire) a leggere i dettagli del complotto nazionale contro Cisterna & C.

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued

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21 gennaio 2012 - 8:29

Eureka: accesso agli atti del Comune di Reggio Calabria – Se si scioglie il Municipio sarà l’inferno

Voglio essere subito chiaro in modo che non ci siano equivoci. Considero (purtroppo, per la rabbia amorosa o per l’amore rabbioso che provo per questa terra che ha dato il 50% del sangue ai miei figli) la Calabria una regione persa. Un cancro per il Paese. Per l’Europa intera. Vogliamo (non) esagerare? Prima o poi del mondo intero. E la colpa è -  a parte le volontarie e interessate connivenze fuori regione - solo dei calabresi. Ripeto: solo dei calabresi.

Dagli anni Sessanta ha esportato massicciamente mafia e ha importato – come il resto del Sud – risorse pubbliche dissipate in mille rivoli senza sviluppo e senza futuro, nella colpevole indifferenza della gran parte di voi, cari calabresi. Ovunque voi siate. Vicini o lontani dalla vostra amata terra.

Ma attenzione: questa è stata (è ancora) la sorte migliore. La gran parte del fiume rigoglioso di denari è andato direttamente nelle tasche dei clan e della politica marcia. Ha arricchito le canaglie e le sanguisughe. I bastardi della miscela esplosiva ‘ndrangheta-massoneria deviata-politica marcia.

Il fiume di denaro – per paradosso mortale - ha impoverito la brava gente che ha rincorso e ancora oggi rincorre le sottane dei politici, per un posto di lavoro che diritto non è. Favore. Ecco cos’è: favore. E il favore in Calabria si paga due volte.

Anche la brava gente – tanta e tanti ne conosco - ha adorato e implorato i politici-boss e i boss-politici e ha venduto l’anima al diavolo. La brava gente ha distrutto per sempre questa terra. Per sempre. La colpa – prima ancora dei “cattivi” - è dei “buoni”, che si sono girati dall’altra parte. Spesso piangendo lacrime vere. Altre di coccodrillo. Ho ancora negli occhi una scena pietosa vissuta anni e anni fa quando sul lungomare di Diamante, ali di folla si aprivano per fare spazio ad un presunto politico che veniva riverito come San Francesco di Paola. Baciamano, implorazioni, tentativi di avvicinarlo, baci e saluti, respinti con il ghigno di chi tutto poteva. Una scena disgustosa che non dimenticherò mai.

Ma quale sviluppo e quale futuro volete che abbia una terra che da Scalea a San Giovanni, da Cassano a Siderno è una colata di cemento soffocante, mare da bere (sic!) come ebbe a dire nel 2008 il presidente della Provincia di Cosenza Mario Oliverio (e per questo reso celebre tanto da girare il mondo) e turismo inventato. Ma quale futuro e quale sviluppo volete che possa avere una regione in cui tra il 70% e l’80% dei commercianti e degli imprenditori paga il pizzo ma il 94% di loro dichiara che a loro il pizzo non lo ha mai chiesto nessuno! Ma quale futuro e quale sviluppo volete che abbia una regione in cui il Porto di Gioia Tauro, ormai gioiello da Monte dei pegni, agonizza e le imprese vivono quasi solo di soldi pubblici.

Ma quale futuro e quale sviluppo volete che abbia una regione in cui i magistrati antimafia si fanno la guerra! Quelli antimafia capite!

Ma quale futuro volete che abbia una regione in cui – come hanno splendidamente raccontato Paolo Pollichieni e i suoi ragazzi del Corriere della Calabria nel volume “Casta Calabra” – la politica non è casta: è divinità che tutto può.

Quale futuro e quale sviluppo volete che abbia una terra in cui il terziario non solo non è avanzato ma è arretrato e in cui la larga banda diventa “banda larga”. Solo che non si tratta di cavi ad alto potenziale di trasmissione-dati ma di gang criminali ad alto potenziale di trasmissione-morte. Ma quale futuro e quale sviluppo volete che possa avere una regione che ha i politici che ha. E che ha la classe dirigente – ovunque – che ha.

Questa Calabria andava (va?) bene a tutti: l’Italia (finora) e l’Europa (fino al 2013) sono due polmoni economici che fanno ingrassare le vacche calabresi e in cambio dell’ossigeno finanziario restituiscono, come una fotosintesi clorofilliana contraria e mortale, voti clientelari. A destra e a manca. In Calabria la distinzione di colore politico non esiste.

L’Italia – proprio in virtù dello scambio asfittico-clientelare – continua (non so per quanto) a tollerare questa regione benedetta da Dio e maledetta dagli uomini. L’Europa, invece, da tempo si è stancata degli “italiani-soppressata”.

Me lo vedo già il calabrese che si incazza per quanto sto scrivendo: ma come si permette? Ma chi cazz’ è ‘sto Galullo per sputare sentenze. Siamo magna pars della Magna Grecia. Siamo la patria di Pitagora e di Gioacchino da Fiore. Siamo la terra di Corrado Alvaro e del giudice Antonino Scopelliti. Siamo partiti con la valigia di cartone e abbiamo contribuito alla ricchezza del nord Italia come alla ricchezza della Germania, del Lazio, come quella della West Virginia, Stato federato degli Usa dove i politici locali ogni anno si recano in pellegrinaggio per vitali (!) accordi bilaterali di collaborazione e grassi mangiate e danze a ritmo di “calabrisella mia sciuru d’amuri tirullaleru, lalleru, la la, sta calabrisella muriri e mi fa”.

Bene cullatevi del passato. Anche io avevo 20 anni, un mare di capelli neri e spalle forgiate dal nuoto. Oggi ne ho 49, tanti capelli neri in cui spuntano sempre più minacciosi quelli grigi e ‘na panza che è possibile accompagnarci la banda del paese spacciandola per grancassa.

La Calabria non è più Pitagora. E’ Pesce. Non è più Gioacchino da Fiore. E’ Morabito. Non è più Telesio. E’De Stefano. Non è più il giudice Scopelliti. E’Condello. E non è più nemmeno il tempo del brigante Musolino. Oggi imperversa Alvaro. Che non è Corrado. Questo è il volto della Calabria – attenzione – non tanto e non solo a Rosarno, Reggio, Locri o Gioia. Ma in Italia. In Europa. Nel mondo. I calabresi continuano a tirare su case e palazzi, negozi e botteghe, imprese e finanziarie. Vero. Solo che non lo fanno più spezzandosi le ossa, vivendo a Via Veglia a Torino peggio dei neri a Rosarno, buttando il sangue e morendo cadendo da un ponteggio. Oggi – per la maggior parte – quei mattoni e quel cemento sono il frutto del riciclaggio e della corruzione. Forse – amici miei – non vi siete accorti che l’economia e la finanza criminale calabrese stanno divorando l’economia sana. Da Torino a Reggio Emilia, da Milano a Modena dove il mio amico Giovanni Tizian, calabrese figlio di calabresi morti per mafia, è costretto a vivere con la scorta. A Modena, capite! A Modena (si veda post del 13 gennaio in archivio).

Queste cose ho detto e scritto mille volte. Ergo: nessuna novità ma è meglio riaffermarli certi concetti. Così, tanto per far capire a certi politicazzi che non arretro di un millimetro di fronte alle loro minacce.

Abbandonata dagli uomini, la Calabria comincia a essere abbandonata anche da Dio, come dimostra anche il viaggio di Papa Ratzinger a Lamezia Terme nell'ottobre 2011. Privo di pathos e colmo di pietas cristiana ma nulla più. Forse, chissà, il filo diretto con Nostro Signore deve aver convinto anche Sua Santità che la Calabria è il filo spinato che cinge la testa della nostra povera Patria (si vedano in archivio i post dell’8 e del 10 ottobre).

VIVA L' ACCESSO

Ma in questo mare di melma in cui soffoca la Calabria ho una speranza. Una speranza in quello Stato che ha dato la forza ad un ministro donna – Anna Maria Cancellieri alla guida del Viminale – di decidere l’accesso agli atti del Comune di Reggio Calabria per verificarne le possibili infilitrazioni mafiose. Sono stato forse il primo giornalista – quasi un anno e mezzo fa! - ad auspicarlo e a chiederlo sulla base non della filigrana ma dell’evidenza di un Comune alle prese con tanti, troppi casi inquietanti. Inutile rievocarli tutti. Sono troppi. E’ impossibile. E comunque l’archivio di questo blog e del Sole-24 Ore tracima dei miei articoli e delle mie analisi su Reggio e sulla Calabria. Paolo Pollichieni scrive su www.corrieredellacalabria.it che la notizia – che loro hanno tenacemente seguito – va gridata. Di più Paolo: va goduta da chi, come me, non è mai arretrato di un millimetro di fronte alle recenti intimidazioni di ogni tipo.

In uno di questi miei articoli auspicavo che la politica tutta calabrese e nazionale, senza distinzione di colore (potete da questo capire quanto il fanciullino ancora alberghi in me) si battesse per l’accesso antimafia agli atti del Comune. Quale miglior maniera per dimostrare la trasparenza di una gestione che è stata per lungo tempo sbandierata come un “modello”? Se lo è, prego. Accomodatevi. Siamo qui per questo. Il Comune è una casa di vetro. Il vetro di Scopelliti Beppe.

E invece sono stato deriso, attaccato, insultato. Risate e attacchi che mi rendono ancor più forte, al punto da chiedere che Nostra Signora del Viminale porti anche un accesso agli atti di altre (e alte) assemblee amministrative. Sarebbe un miracolo e per i miracoli i comuni mortali non sono attrezzati. Quel mio auspicio - limpido e pulito – restò a lungo isolato. Pochi politici tirarono fuori gli attributi per metterli sul tavolo. Tra questi due donne parlamentari: Angela Napoli (Fli) e Doris Lo Moro (Pd). Ivan Tripodi (Pdci), che io ricordi, è stato il primo uomo a chiederlo. Per il resto un’agghiacciante silenzio. Paura e connivenza allo stato puro. Non è un caso che in un comunicato stampa semplicemente spettacolare, ieri il gruppo consiliare Pdl a Palazzo San Giorgio si sia scagliato incredibilmente contro la libera stampa (ancora una volta) Angela Napoli, Ivan Tripodi (irripetibile ciò che si legge) e il Pd (ma quale Pd che non esiste a Reggio!). Un comunicato stampa disperato e disperante. Il tentativo – non sarà l’ultimo – di dibattersi per non morire.

Non so quale sarà l’esito dell’accesso – e pregherò Iddio che porti alla luce la verginità di ogni pagina e di ogni parola di ogni singolo atto – ma so per certa una cosa. A Reggio un potere sta crollando. Non so se troverà le stampelle per reggersi. E anche se le troverà correrà il rischio di trovarle rose dai tarli. Appoggiandovisi, allora, crollerà. Cercheranno tutti – potere politico, magistratura, classe dirigente – di strapparle agli altri le stampelle. Ma il primo che prenderà le stampelle tarlate trascinerà appresso tutti gli altri. Come un domino. Accadrà? Non lo so ma lo spero. Anche se sono certo che la cupola mafia-massoneria deviata-politica marcia ha ancora le sue carte da giocare. Molte avvelenate e le prime voleranno sui tavoli degli uffici giudiziari quando Pignatone Giuseppe sarà volato alla Procura di Roma.

r.galullo@ilsole24ore.com

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20 gennaio 2012 - 7:55

Criminal mind/3 A San Marino il capodanno si festeggia “lanciando” gli imprenditori dal quarto piano!

C’è un aspetto che mi ha colpito molto dell’operazione “Criminali mind” della Procura e della Guardia di finanza di Rimini (rimando ai due precedenti post in archivio).

Un dettaglio, direte voi, ma che la dice a mio avviso lunga sulla “mafiosità” e sulla “cultura mafiosa” che permea orami San Marino. Senza – si badi bene – che San Marino se ne sia accorta. Un rifiuto psicologico che ricorda quello dei miei connazionali settentrionali. Un contagio che permea persino i nostri prefetti, molti dei quali, ancora in tempi recenti, hanno sostanzialmente detto: “Mafia? What is it? Something edible?” Traduco: “La mafia? E che cos’è? Quarcosa che se magna?”.

No, cari miei: è qualcosa che “ti” mangia, anzi, che “ti” spolpa.

Bene. E allora veniamo al dettaglio nel quale si annida il diavolo.

Accade che Bruno Platone e Riccardo Ricciardi (arrestati entrambi) in concorso e in accordo, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, si sarebbero procurati un ingiusto profitto costituito dalla somma complessiva di 320mila euro ai danni di Claudio Vitalucci. Come? Costringendo quest'ultimo a sottoscrivere una falsa quietanza di avvenuto pagamento dell'intera somma nonché, il 20 maggio 2009, a sottoscrivere un falso contratto di vendita di auto in cui appariva che la "Immobiliare Ponte Sasso s.r.l." (di cui, secondo la Procura di Rimini, è amministratore di fatto Vitalucci), acquistava un Aston Martin (di fatto mai entrata nella disponibilità della società acquirente), da MB Class Motors srl (società sammarinese di cui è legale rappresentante Bruno Platone), corrispondendo a quest'ultima, ad apparente titolo di caparra, la somma di 50mila euro con assegni circolari.

Ma come avrebbero fatto i due allegri “compari” a convincere Vitalucci?

L’aperitivo è stata in una bella gragnuolata di cazzotti e mazzate che Ricciardi avrebbe scatenato sul povero Vitalucci, all’interno della società "MB Class Motors srl" a San Marino, nell’ottobre 2009.

Dopo l’aperitivo, antipasto, primo e secondo. Niente contorno: appesantisce troppo! Ricciardi avrebbe minacciato Vitalucci di non farlo uscire dall'ufficio fino al giorno dopo, usando le maniere dolci. Eccole a voi: un lancio di estintore, un tavolo e delle sedie, tutte specialità non ancora riconosciute ufficialmente dal Comitato olimpico internazionale (Cio).

Ed ecco il dolce: Ricciardi avrebbe afferrato Vitalucci e lo avrebbe fatto sporgere dalla finestra del quarto piano di un ufficio dell’Admiral Point, un centro servizi sito nella Repubblica di San Marino, dicendogli che lo avrebbe buttato di sotto. E questo sapete quando? Il 31 dicembre 2009, quando il resto dei sammarinesi si preparava a stappare champagne e a fare trenini a tempo di samba!

E Platone? L’allegro compare avrebbe anche lui minacciato Vitalucci di far intervenire un' associazione criminale contro di lui, affinché non richiedesse la restituzione della somma, in quanto una parte della stessa veniva presa da Platone stesso, una parte da Ricciardi e una parte era destinata ad una non meglio precisata "famiglia", facendo intendere che se Vitalucci avesse preteso la restituzione del denaro a lui spettante, avrebbe dovuto rivolgere la sua istanza alla "famiglia", così prospettando l'esistenza di un'associazione criminale a cui Platone e Ricciardi avevano versato una parte delle somme di spettanza di Vitalucci. Tutte condotte finalizzate a procurare a Platone e a Ricciardi la somma di 320mila euro, che costituiva l'ingiusto profìtto dell’estorsione.

Quest’anno fate come me: se non saprete come passare l’ultimo dell’anno, venite a San Marino. Un imprenditore da lanciare dal quarto piano lo si trova sempre! Pepè pepepepè pepè pepepepè…zarzueeelaaa….zarzueeelaaa…

3 – to be continued (le prime due puntate sono state pubblicate il 18 e 19 gennaio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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19 gennaio 2012 - 7:13

Criminal mind/2 La camorra pascola a San Marino e per risolvere i problemi si scende a Napoli

Cari amici di blog sto raccontando alcuni aspetti “sistemici” della recentissima operazione “Criminal minds” della Procura e della Gdf di Rimini (si veda il post di ieri).

In questa operazione non poteva mancare un riferimento alle mafie. Perché parlo di riferimento e non di coinvolgimento? Lo faccio perché questo è quello che – al momento ma ho l’impressione che il quadro potrebbe cambiare – il Gip del Tribunale di Rimini Fiorella Casadei scrive nell’ordinanza quando fa riferimento a un’estorsione la cui vittima è Claudio Vitalucci. Costui, risultava essere stato minacciato da Bruno Platone, 46enne di Cattolica e Riccardo Ricciardi, 47enne napoletano (poi vedremo meglio il profilo dei due, che sono stati arrestati), che lo avrebbero costretto a consegnargli 320mila euro.

Anche in questo caso il fatto estorsivo, così come emerso dalle intercettazioni, era stato denunciato dalla vittima presso il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Rimini. I due fatti estorsivi (dell’altro parlerò a breve), fra loro strettamente correlati non solo per la parziale comunanza di soggetti coinvolti, ma soprattutto per il complicato intreccio di interessi economici facenti capo ai soggetti e alle società dai medesimi gestite (fra cui la società finanziaria Fingestus sa di San Marino, facente capo a Marco Bianchini e Daniele Tosi), erano infatti espressione di un più generalizzato modo di gestione degli affari. Un modo, scrive testualmente il Gip, “improntato a schemi posti al di fuori delle regole ordinamentali, con sistematico ricorso a metodologie illecite, non disdegnando di ricevere e rimettere nel circuito economico utilità provento di delitti, e di risolvere contrasti e controversie derivanti dagli affari, attraverso sistemi evocativi di una mentalità, uniformata, seppure ancora in modo del tutto generico, "a metodi di tipo mafioso o camorristico" (così che, allo stato e condivisibilmente, l'organo di accusa non ha ritenuto di contestare l'aggravante di cui all’articolo 7 della legge 203/91) ma che una cultura attenta anche. alle strategie di prevenzione, non può ignorare e non può doverosamente far riflettere gli organi istituzionali preposti alla preventiva tutela dal rischio di infiltrazioni camorristiche e della ricerca delle collusioni con il tessuto economico locale”.

A casa mia, più chiaro di così si muore. Il Gip in pratica dice: non c’è bisogno di un’imputazione per mafia o l’aggravante del metodo mafioso (appunto l’articolo 7 delle legge 203/91) per capire che ce l’avete in casa, cari sammarinesi! Ma tanto è fiato sprecato: anche per loro, come per i miei connazionali del Nord, la mafia è un problema del Sud.

POCHE PAROLE MA CHIARE

Del resto anche questo Claudio Vitalucci sembra davvero un tipino fino. Ecco cosa intercetta la sala ascolto il 5 maggio 2010 nel corso della telefonata che ha con Daniele Tosi (ex Direttore Generale di Fingestus s.a., società di cui era Presidente Marco Bianchini): “Dopo io una mattina, dopo te vengo a casa a trovatte, dopo me dispiace, e ma io vengo, io non é che, sai che io sono strano, perché io mi sono rotto il cazzo di essermi fatto prendere per il culo, vengo da te a incazzarmi come una bestia perché stai aiutando a fare le truffe a loro e compiere tutti questi atti a mafiosi, però non passerà un altro anno perché dopo Danié, guarda io ti vengo là a casa tua, ti vengo a prendere poi andiamo su da Bianchini io e te insieme hai capito? Perché io, vengo io a piatte, hai capito? E poi andiamo su io e te a casa a bussare".

Alla risposta di Tosi: "Mi puoi minacciare quanto vuoi", Vitalucci prosegue: "No, io non te minaccio, io ti vengo a prendere, io non te minaccio, perché se te minaccio .. ".a te che vieni con me, capito? A sistemare le cose su".

Il nuovo e successivo comportamento aggressivo si verifica il 17 maggio 2010, per opera di Nicola Zaccheroni (domiciliari), 39enne di Cesena, che, dopo aver contattato Bruno Platone per concordare un incontro che per tema aveva sempre la questione Vitalucci (domiciliari), si presentava insieme a Roberto Fonti (domiciliari), 40enne di Rimini e a Ardian Kazazi (arrestato), un albanese di 46 anni, presso l’abitazione di Platone, la cui moglie, vedendoli arrivare e chiedere del marito, si era spaventata, tanto da avvertirlo immediatamente. L’effettiva portata intimidatoria di quelle presenze era del resto rimarcata dall'immediata e successiva telefonata dello stesso 17 maggio, con la quale Platone comunicava a Fonti di non presentarsi più presso la sua abitazione in quanto la moglie e i figli si spaventavano e che se voleva parlargli doveva recarsi presso la sede della “Mb Class motors” a San Marino.

La conferma che Platone fosse divenuto diretto bersaglio delle condotte intimidatorie preordinate per estorcere tre milioni a Bianchini  e che queste condotte fossero materialmente tenute da Fonti, Kazazi, Domenico Avitabile e Zaccheroni, si ha con la telefonata del 22 maggio 2010.

Durante il colloquio tra Platone e il socio Daniele De Sisto, il primo riferisce che per trovare una soluzione al problema, si sarebbe recato in Napoli per parlare con appartenenti ad un’associazione, non meglio precisata, di stampo camorristico, i quali a loro volta avrebbero telefonato a Domenico Avitabile chiedendogli di non intimidire più Platone: " ... domani mattina vado proprio nel suo paese, diciamo.... "Si, si e domani mattina lo chiamano direttamente ....da giù." "Tu..tu dai fastidio ...Tu dai fastidio a mio fratello e noi diamo fastidio alla tua famiglia, adesso vedi tu...adesso cosa vuoi fare?"

LA GITA A NAPOLI

Platone, hanno verificato gli investigatori, effettivamente si era recato a Napoli insieme a Salvatore Vitucci, di origine partenopea e domiciliato a Bologna.

In particolare da una telefonata intercettata il 23 maggio emergeva che Platone aveva dato il proprio cellulare a tale Carletto Del Piano detto "ro piano", perché chiamasse Avitabile per farlo cessare dalle minacce. La telefonata, nella quale Del Piano, presentatosi come amico di Pasquale Gallo, attuale reggente di un'associazione a delinquere di stampo mafioso denominata clan Gallo-Cavalieri (tra i più potenti della fascia vesuviana del napoletano, dedito al traffico internazionale di stupefacenti e alle estorsioni) e operante a Torre Annunziata, aveva esplicito contenuto intimidatorio in quanto Avitabile era informato che i soldi di Vitalucci erano a Torre Annunziata e che l’attuale reggente del clan sarebbe stato in grado di dare gli eventuali chiarimenti.

La modalità di un tale intervento, con il ricorso di Platone a un personaggio contiguo ad ambienti camorristici al fine di far definitivamente naufragare la pretesa estorsiva – si legge nell’ordinanza – “è evocativa di una percezione da parte della vittima, di una connotazione mafiosa della modalità esecutiva con cui era gestita la vicenda estorsiva. Pur se non vi è in atti tale contestazione da parte dell'organo d'accusa dell'aggravante dell’articolo 7 della legge 203/91, ciò non esclude che l'intera vicenda possa assumere in una evoluzione investigativa e di approfondimento, anche una tale, più grave connotazione, poiché sono emersi elementi ancora generici ma in sé vagamente evocativi di un latente ricorso all'impiego del metodo mafioso e in particolare a quello di tipo oggettivo, ossia avvalendosi nella commissione del reato, delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale. Se è pur vero che dagli elementi raccolti non è ancora dato evincere, con una valenza rassicurante, il fatto che gli autori della condotta estorsiva abbiano agito con metodo mafioso, ponendo cioè in essere una condotta idonea a esercitare una particolare coartazione

psicologica con i caratteri propri dell'intimidazione derivante dall'organizzazione criminale, pur tuttavia emergono profili, quantomeno inquietanti, di una modalità di agire che pare improntata ad una mentalità che fa della prepotenza, della sopraffazione e dell’omertà diffusa i propri punti di forza. Non possono in questa sede sottacersi gli episodi relativi al lancio di due bombe molotov, avvenuto il 30 aprile 2010 contro l'abitazione di Marco Bianchini, di cui al momento non è dato sapere se da porre in relazione con i fatti in esame, ovvero il ricorso alla figura di Giovanni Pascarella, di cui se pure non è provata una sua contiguità camorristica, è tuttavia quasi '"palpabile" il diffuso convincimento - manifestato dai vari Platone, Ricciardi nel corso di conversazioni intercettate di tale appartenenza e la conseguente intimidazione, manifestatasi nei singoli secondo gradate intensità a seconda del tipo di contatto avuto”.

Insomma da San Marino, per risolvere i problemi, si scende a Napoli. Proprio come fa la ‘ndrangheta lombarda o piemontese che per risolvere i problemi al Nord scende a Platì, Reggio Calabria o Locri. E proprio come fa la camorra casertana che per ricomporre i dissidi in Emilia Romagna scende a Casal di Principe. Viva San Marino e la sua cecità!

2 – to be continued (la prima puntata è stata pubblicata ieri, 18 gennaio)

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