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Matteo Messina Denaro: il paradosso dello Stato che fa pace con se stesso per garantire la sua cattura!

Dopo averle fatto fare un’ora abbondante di anticamera – perché l’ufficio di presidenza stava animatamente discutendo sul caso del Governatore della Campania Vincenzo De Luca, al centro di un’inchiesta del Fatto Quotidiano che ne aveva svelato le strategie “originali” per incentivare presso i sindaci la campagna per il si al referendum – il 23 novembre la Commissione parlamentare si è infine dedicata all’audizione di Maria Teresa Principato, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Palermo.

Ne scrivo oggi perché – proprio oggi – c’è stata l’ennesima operazione contro persone ritenute da investigatori e inquirenti vicine alla primula rossa trapanese. Gli uomini della Squadra mobile di Trapani, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, stanno infatti eseguendo 11 misure cautelari e sottoponendo a sequestro tre imprese controllate da Cosa Nostra.

L’operazione, denominata in codice “Ermes 2”, infligge un altro duro colpo al clan del superlatitante Matteo Messina Denaro. Secondo gli inquirenti il boss, attraverso le imprese sequestrate, era in grado di condizionare gli appalti nella zona del Trapanese.

Complessivamente sono impegnati nell’operazione settanta uomini della Polizia di Stato di Trapani, Palermo, Mazara del Vallo e Castelvetrano. L’indagine ha confermato i saldi contatti tra il clan mafioso di Mazara del Vallo, retto secondo gli investigatori da Vito Gondola, e quello di Castelvetrano, e ha svelato gli accordi per spartirsi gli appalti sotto le direttive del latitante Messina Denaro, cui Gondola si sarebbe rivolto per dirimere le varie controversie insorte.

Le imprese sequestrate erano direttamente controllate dalle famiglie mafiose del Trapanese attraverso alcuni prestanome. Mediante queste imprese Cosa Nostra si sarebbe infiltrata, ad esempio, nei lavori per la realizzazione del parco eolico di Mazara del Vallo e nei lavori di ristrutturazione dell’Ospedale.

L’AUDIZIONE DI PRINCIPATO

L’audizione di Principato, magistrato molto serio, capace e professionale, sulla primula rossa Matteo Messina Denaro è specchiata.

Poco o nulla c’è da commentare rispetto al quadro che dipinge. Innanzitutto partendo dall’humus nel quale si trova a vivere il superlatitante di Castelvetrano.

Matteo Messina Denaro, dirà infatti il magistrato, gode nell’ambito della città di Trapani di una protezione che spesso sconfina nella connivenza e addirittura nella condivisione di certi valori e nella contrapposizione «rispetto ad uno Stato in cui nessuno crede». Principato ricorda i grandi manifesti “Matteo torna, abbiamo bisogno di soldi” e quando una sola volta, nel 2014, lesse su un cartello posto al centro della città di Castelvetrano “Matteo sei un pezzo di merda”. Li il magistrato capì che «qualcosa forse stava cambiando».
Il consenso al criminale trapanese non viene solo dai sodali – spiegherà il pm ai commissari – ma arriva anche dalla borghesia professionale, dalla politica, dall’imprenditoria, dalla cosiddetta “società civile”. Un consenso che si è andato in qualche modo affievolendo man mano che la Procura ha proceduto all’arresto di un numero elevato di persone: quasi tutti i familiari di sangue di Matteo Messina Denaro, dalla sorella ai cugini e ai cognati e poi tutti quelli che gli erano vicini.
MANCATA REAZIONE

Principato pensava che questo potesse suscitare nell’uomo una reazione  «ma l’uomo non è un uomo normale – dirà in Commissione – è un uomo molto freddo, molto particolare. Scusate se mi riferisco a questa persona come se l’avessi conosciuta, ma in realtà dopo otto anni di studio approfondito della materia è quasi normale che si ragioni come dopo aver conosciuto una persona».
Allora ecco che accanto alla strategia del prosciugamento dell’acqua criminale nella quale nuota, la Procura di Palermo, contemporaneamente, porta avanti quella dell’impoverimento del portafoglio del latitante. E qui Principato condisce la strategia anche con una nota di colore: «Essendo lui, come tutti gli altri trapanesi, così profondamente legato al denaro, agli affari e ai propri interessi, ho ritenuto di effettuare un’azione convergente rispetto alla sezione misure di prevenzione di Trapani e provvedimenti di sequestro e confisca che abbiamo effettuato sulla base delle nostre operazioni che equivalgono a milioni di euro, se pensate che solo la catena di grande distribuzione della Despar è stata oggetto di confisca per 850 milioni».

Anche il nipote del cuore, Francesco Guttadauro, colui che era destinato ad essere il suo successore e che quanto a violenza, dirà Principato, «lo aveva già eguagliato, se non superato», è stato arrestato e sottoposto al 41-bis. Tutto questo «per ottenere un affievolimento del consenso da parte di tutti nei confronti di questo latitante – dirà Principatoperché a mio avviso era intollerabile, ed ecco perché ho dedicato anni della mia vita a questo, che lo Stato rinunciasse alla cattura di un latitante che dal 1993 sfugge e che rappresenta per la città di Trapani una primula rossa, quindi una persona da imitare, una persona da ammirare, verso la quale provare, più che una condiscendenza, una vera e propria connivenza».
Questi sistemi hanno sortito dei risultati – non quelli sperati dirà Principato che evidentemente si riferisce alla cattura – ma si è rotto il muro di omertà che tradizionalmente ha circondato la famiglia di Matteo Messina Denaro.
Pur non richiedendo di essere inquadrato come collaboratore di giustizia, ha cominciato a rompere questo muro del silenzio sulla famiglia il cugino Lorenzo Cimarosa, già detenuto per tre anni per favoreggiamento nei confronti del cognato, reato per il quale si è sempre proclamato del tutto innocente. Dopo un’iniziale timida collaborazione Cimarosa ha aiutato investigatori e inquirenti a inquadrarlo meglio, a capirne quantomeno la struttura mentale. Cimarosa ha definito Matteo Messina Denaro «un parassita», cioè un personaggio che si nutriva del lavoro degli altri senza peraltro dare niente in cambio.
Quando sono stati arrestati il cognato Vincenzo Panicola, marito di Patrizia Messina Denaro, la stessa Patrizia Messina Denaro, Filippo Guttadauro, marito di Rosalia Messina Denaro e padre di Francesco, Giovanni Filardo, figlio di Rosa Santangelo e cugino di Matteo, Matteo Filardo, fratello di Giovanni e il nipote del cuore, Francesco Guttadauro, tutti pensavano che ci dovesse essere una reazione.

LA PARTITA DI TRITOLO PER IL PM
«Fu il tempo in cui io fui minacciata di essere destinataria di una partita di tritolo – ricorda Principatoche coincise con l’arresto dei suoi familiari, ma soprattutto con l’ablazione di tanto denaro che per uno come Matteo Messina Denaro come per ogni altro, soprattutto in un periodo come questo, era estremamente importante. Non c’è stata solo questa conseguenza positiva, ma, come avrete letto su tutti i giornali, hanno cominciato a collaborare altre due persone, Attilio Fogazza e Nicolò Nicolosi che, arrestati insieme a Giovanni Scimonelli per un omicidio, hanno cominciato a parlare. Anche questo è stato un momento di rottura del muro dell’omertà, ma c’è di più: dalle intercettazioni che man mano sentivamo, perché non ci siamo limitati con questo preziosissimo strumento di indagine, emergevano delle vere e proprie lagnanze, delle valutazioni negative da parte dei sodali nei confronti del latitante.
Ne abbiamo riportate alcune in una richiesta di custodia cautelare e sono state poi riportate in un’ordinanza, sono di due persone che dicono: “ma questo ha tutta la famiglia dentro, io al suo posto farei scoppiare qualsiasi cosa!”, e sostanzialmente il significato è “ma se non pensa alla sua famiglia, come può pensare ai trapanesi, a tutti noi, all’organizzazione da lui capeggiata?”.
Questa è la cosa che più ha preoccupato tutti, questo è stato il primo commento di cui ho parlato perché è pubblico. Di altri non parlerò, però ce ne sono stati altri e molto efficaci sempre contro Matteo Messina Denaro, di grande delusione per la sua lontananza e il disinteresse nei confronti dei suoi
».

La magistratura ha dunque agito sulla perdita di consenso attraverso arresti, provvedimenti ablativi e azioni di disturbo nei confronti di persone che anche in passato lo avevano agevolato (ad esempio con perquisizioni di immobili e fermi di auto con conseguenti perquisizioni).

LA TERRA BRUCIATA NON FUNZIONA

Principato spiega poi il modo di ragionare della primula rossa trapanese e rivela che per capire le sue elucubrazioni ci ha messo un po’ di tempo. E racconta di quando Matteo Messina Denaro, in un pizzino ritrovato, parla di Leo Sutera come «di una brava persona della quale ci si può fidare». «Sutera nel 2012 stava per farci prendere Matteo Messina Denaro – dirà il pm – e il suo arresto è stato troncante, cioè ha eliminato ogni possibilità di arrivare con soddisfazione a questa operazione. È una cosa che molto difficilmente riuscirò a dimenticare, perché Matteo Messina Denaro, che è abituato a tutti gli artifici della latitanza, ricordiamo che ha vissuto con il padre Francesco latitante per tantissimi anni, dopo un arresto, dopo che anche i sospetti, le attenzioni di un investigatore si soffermano su una persona, immediatamente cambia strada, immediatamente investe su qualcosa di diverso. Immediatamente cambia strada, va all’estero con tutta probabilità; non gli mancano le occasioni, le modalità e i luoghi in cui rifugiarsi in tutta sicurezza. Questa è una caratteristica di questo latitante, cioè il fatto che procedere a degli arresti, quindi la strategia della cosiddetta “terra bruciata” per lui non è una strategia adeguata. L’ho capito dopo un po’ di tempo».
IL PROTOCOLLO FIRMATO

E qui Principato ricorda che nel dicembre 2014 «riuscì in un’operazione», cioè a firmare un protocollo con il generale Mario Parente, all’epoca a capo del Ros dei Carabinieri e Raffaele Grassi dello Sco della Ps per un’indagine comune, «affinché Carabinieri e Polizia, abbandonando le rivalità tradizionali ormai diventate oggetto di ilarità e di barzellette, lavorassero insieme, non ostacolandosi e dividendosi , da me coordinati, gli obiettivi. Ecco perché abbiamo potuto realizzare tutto questo».
Ecco, forse questo è l’aspetto paradossale (seppur conosciuto perché datato e oggetto di analisi retrospettive proprio come ha fatto il pm Principato di fronte ai commissari): che per catturare un criminale di questo tenore si siano (verosimilmente) persi anni e anni (quanti? 5? 10 o 20?) per diatribe, incomprensioni, litigi, scaramucce, gelosie (nel migliore dei casi) tra organi investigativi e sia dovuto arrivare un pm che – contando sulla disponibilità di due comandanti dei Carabinieri e della Polizia intelligenti – abbia potuto finalmente siglare una tregua. Domanda: scontato il merito a Principato, Parente e Grassi, a voi, lettori di questo umile e umido blog, sembra normale che per catturare questo rifiuto della società lo Stato debba firmare la pace con se stesso?

Ce ne dimenticheremo quando finalmente Matteo Messina Denaro sarà arrestato.

r.galullo@ilsole24ore.com

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https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/09/21/bisi-goi-in-commissione-antimafia2-su-matteo-messina-denaro-parla-solo-il-gran-maestro-ma-i-commissari-non-la-pensano-cosi/)

  • pgeniton |

    quasi ogni giorno si fanno arresti e sequestri INUTILI perché nell’ultima decina di anni il giro d’affari della mala meridionale è raddoppiato nell’ultimo decennio e si sta espandendo al nord…è evidente che ci vogliono pene adeguate alla gravità di questo banditismo diffuso, ma i nostri politici rubastipendio ritengono di TOLLERARE tutto ciò, quando non sono complici,

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