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Sul rapimento di Aldo Moro indaga la Procura di Reggio Calabria: notizia svelata, trappole, rischi e misteri

Le cose cambiano. Cambiano anche le strategie dello Stato con le quali comunicare a suocera perché nuora intenda.

Non ci credete? Beh, allora facciamo il caso del sequestro e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro.

Ora sappiamo ufficialmente che a indagare non sono solo la Procura di Roma e la Procura generale di Roma – e chi altre verrebbe da pensare? – ma anche e, dico io, con un ruolo vitale (che rischia di diventare mortale) quella di Reggio Calabria.

Come lo so? Semplice: basta leggere attentamente le carte. Non c’è bisogno di altro.

Ebbene le carte raccontano innanzitutto che il 12 ottobre 2016, appena un attimo prima di dare la parola al generale dei Carabinieri in pensione Antonio Federico Cornacchia, il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, il Pd Giuseppe Fioroni, dichiara, in coda ad una lunga serie di rituali comunicazioni, che «con lettera pervenuta in data odierna il dottor Pignatone ha informato che nell’ambito del coordinamento tra la Procura della Repubblica di Roma e quella di Reggio Calabria, la Procura della Repubblica di Roma sta procedendo al conferimento di un incarico di consulenza tecnico balistica sui reperti di via Fani e di via Caetani».

L’agenzia di stampa oltre un mese dopo

Secondo voi se ne accorge qualcuno della novità del coordinamento e dunque del fatto che la Procura di Reggio indaga su Moro? No, non se ne accorge nessuno, neppure tra i commissari. Al punto che – badate bene – il 29 novembre 2016, alle ore 14.09, l’Ansa riporta integralmente la notizia titolandola: “Esame tecnico balistico, coordinamento tra Roma e Reggio Calabria”, aggiungendo che la notizia era leggibile sul resoconto stenografico pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Ma era leggibile dal 29 novembre? Certo che no. Erano settimane che la Commissione aveva pubblicato il verbale stenografato sul suo sito. Anche ammesso – e non concesso – che il verbale fosse stato pubblicato un nanosecondo prima, che razza di notizia è quella di un coordinamento tra due Procure, cosa che dovrebbe essere, nella logica delle cose, ovvia e scontata?

La notizia che avrebbe dovuto essere battuta non era tanto quella dell’esame balistico (l’effetto) ma il fatto che a indagare su Moro è anche e soprattutto la Procura di Reggio Calabria (la causa).

Le pistole che ballano

Ma facciamo alcuni passi indietro. Il 10 marzo 2016 il magistrato Gianfranco Donadio – ex procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e ora consulente della Commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Moro – ha depositato una relazione segreta relativa a possibili accertamenti da condurre sui bossoli rinvenuti a via Fani.

Poco prima, il 22 febbraio 2016, la Polizia scientifica diede il via ad una nuova serie di accertamenti in Via Fani, dove Moro venne rapito e i suoi cinque agenti di scorta trucidati.

Oltre 37 anni fa, il giorno del rapimento, avvenuto il 16 marzo 1978, all’angolo di via Fani con via Stresa, gli agenti di Ps e i Carabinieri rinvennero 84 bossoli calibro 9 e 4 calibro 7,65, 12 frammenti di proiettili, un caricatore con 25 colpi calibro 9 lungo, un paio di baffi posticci e la pistola dell’agente di scorta Raffaele Iozzino, mentre non è stata ritrovata la pistola mitragliatrice Beretta M12 in dotazione al brigadiere di scorta Francesco Zizzi.

La perizia balistica del “Moro quater”

La perizia medico-balistica disposta il 2 giugno 1993 dall’allora pubblico ministero Antonio Marini, nell’ambito del quarto processo Moro (23 febbraio 1994, pagine 32, 33), ha ribadito quanto già affermato nella perizia del 1981, ovvero che a sparare in via Fani furono sette armi. I medici legali Silvio Merli e Enrico Ronchetti, con il perito balistico Antonio Ugolini, hanno fornito una ricostruzione dell’agguato divergente rispetto a quella descritta dal brigatista Valerio Morucci nel suo “memoriale”.

Secondo Morucci infatti i brigatisti avrebbero colpito la scorta di Moro con il fuoco di quattro mitra e due pistole semiautomatiche, sparando tutti i colpi dallo stesso lato della strada. I periti hanno invece identificato i bossoli di una quinta pistola, una calibro 9 ed hanno accertato che l’attacco fu portato da entrambi i lati.

Inoltre la nuova ricostruzione peritale rilevò un altro elemento contrastante con la versione fornita da Morucci nel memoriale scritto nel 1986: secondo questa versione l’unico del gruppo di fuoco ad avere una pistola calibro 7,65 sarebbe stato Franco Bonisoli, il quale tuttavia non avrebbe sparato contro il caposcorta maresciallo Oreste Leonardi. La perizia ha invece stabilito che a colpire Leonardi, oltretutto dal lato opposto della strada rispetto a quanto dichiarato da Morucci, sarebbe stata proprio un’arma calibro 7,65. Il che porterebbe a ritenere che il commando fosse composto da un numero di persone superiore alle nove indicate da Morucci (lo stesso Morucci, Mario Moretti, Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Alvaro Loiacono, Alessio Casimirri, Bruno Seghetti). Tanto più che la perizia, ricorda l’onorevole Gero Grassi, al quale si deve la nascita della nuova Commissione bicamerale d’inchiesta, ha anche stabilito un’ulteriore circostanza, sempre negata da Morucci e dagli altri brigatisti pentiti: il parabrezza del motorino di Alessandro Marini, l’occasionale testimone che riferisce di essere stato fatto oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di due terroristi a bordo di una moto, è risultato effettivamente infranto da un proiettile.

L’insieme di tali circostanze porta dunque, ancora una volta, a ritenere che la ricostruzione che i brigatisti pentiti e dissociati hanno fornito dell’azione di via Fani presenta ancora oggi dei vuoti.

Ricordiamo che il 6 novembre 1999 Salvatore Vecchione, allora capo della Procura della Repubblica di Roma e Franco Ionta, all’epoca suo aggiunto, terminate le brevi indagini effettuate a stretto giro dalla richiesta della precedente Commissione parlamentare d’inchiesta, risposero trasmettendo copia della perizia balistica conferita il 16 marzo 1978 sui reperti di via Fani e depositata l’11 luglio 1978.

La ‘ndrangheta (entra sempre) in quella stagione

E allora che c’azzecca – direbbe l’immarcescibile Antonio Di Pietro – la Procura di Reggio Calabria? C’azzecca, c’azzecca…

Non solo per la ricostruzione fatta sopra – vale a dire 1) una pistola mitragliatrice Beretta M12 in dotazione al brigadiere di scorta Zizzi mai ritrovata e che magari, hai visto mai i casi della vita, potrebbe essere magicamente ricomparsa in riva allo Stretto con altre armi “datate”; 2) le nuove perizie balistiche della Polizia scientifica sui bossoli, che conducono a Reggio; 3) le divergenze tra ricostruzione degli investigatori dell’epoca e le dichiarazioni di Morucci; 4) le testimonianze di investigatori e pentiti che nel corso degli anni hanno ricondotto in Calabria per il suo ruolo chiave di “ombrello” a terrorismo e servizi deviati; 5) per il profilo assunto all’epoca dei fatti dalla cosca De Stefano nella fornitura di armi urbi et orbi ma anche e soprattutto 6) perché non dobbiamo dimenticare la cosa più importante. Qual è?

Nirta “due nasi”

Presto detto: la presenza (chiamiamola ancora eventuale per rispetto del lavoro degli inquirenti) sul luogo dell’eccidio di Antonio Nirta, detto due nasi (per la passione per la doppietta), che già verso la fine del 1992 entrò in scena con la deposizione di Saverio Morabito, uomo di punta della ‘ndrangheta, che decise di collaborare con la giustizia e venne pertanto interrogato nel carcere di Bergamo dall’allora giovane sostituto procuratore della repubblica di Milano Alberto Nobili. Saverio Morabito riferì della presenza in via Fani di un elemento di spicco della ‘ndrangheta calabrese, Antonio Nirta.

La Commissione bicamerale d’inchiesta già a febbraio raccolse sul punto due preziose testimonianze e incaricò proprio Gianfranco Donadio di scavare sui tanti misteri.

Il presidente della Commissione d’inchiesta sul rapimento e la morte di Moro, Giuseppe Fioroni, il 13 luglio 2016 disse testualmente: «Possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta. Il comandante del Ris, Luigi Ripani ha inviato l’esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell’archivio del quotidiano romano Il Messaggero, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss, gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è l’assenza di elementi di netta dissomiglianza».

L’audizione di Pignatone il 21 ottobre 2015

Il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone venne audito dalla Commissione parlamentare presieduta da Fioroni il 21 ottobre 2015.      Confermò, naturalmente, la collaborazione della Procura con la Commissione e quella con la Procura generale della Capitale.
Tra Procura e Procura generale di Roma c’è stato uno scambio di lettere che si concludeva così: «In definitiva, l’ambito delle indagini di questa Procura generale è limitato, allo stato, all’accertamento dei fatti di via Fani, con particolare riguardo al ruolo svolto dai due a bordo della moto Honda prima, durante e dopo la strage e a quello svolto da Bruno Barbaro, verosimilmente collegato al colonnello Guglielmi e al colonnello Pastore Stocchi. Strettamente connesso a tale accertamento è quello relativo al presunto ruolo svolto dal “quinto sparatore” o “tiratore scelto” di cui si parla nell’opposizione alla richiesta di archiviazione dell’avvocato Biscotti». Assicurava poi la leale collaborazione fra gli uffici.
In partica la Procura generale – con la quale la Procura ordinaria ha varato il coordinamento di indagini, procedimenti collegati e scambio di informazioni – segue un filone specifico. Tutto il resto tocca alla Procura ordinaria. Ora sappiamo anche in collegamento con quella di Reggio Calabria.

L’onorevole Gaetano Piepoli (Des-Cd) terminata una prima ricognizione chiese a Pignatone:  «In relazione al fatto che lei interviene a distanza di anni dai fatti, secondo cui il tempo trascorso in che misura può aiutare o, al contrario, obnubilare i risultati acquisiti ? Glielo chiedo come impressione, ovviamente».

Ecco la risposta di Pignatone: «Sono estremamente scettico sul fatto che a distanza di tanti anni si possa trovare qualcosa di giudiziariamente utile (…).

(…)  Se, però, noi parliamo di fatti di trentacinque anni fa, di cui tutti i mezzi di informazione del mondo si sono occupati e su cui sono stati scritti decine, anzi probabilmente centinaia di libri, e in cui certamente il quadro generale non è quello che ipotizzavo io, quello dello sconosciuto contadino di un paese della Sicilia o di un quartiere di Palermo, ma quello che le Commissioni si sono sforzate di enucleare, non invidio il vostro compito e, pro quota, il mio».

Rischi e manine

Ora – dopo questo quadro credo esaustivo – mi chiedo: ma vista già la delicatezza del coordinamento tra due procure romane perché viene a galla e di conseguenza alla luce del sole quella con la Procura di Reggio Calabria, grazie a una nota di agenzia oltre un mese dopo l’annuncio in Commissione? Un coordinamento – ripeto – che non è una notizia visto che è la logica ad imporlo e, soprattutto, la legge?

Semplice: perché la notizia – data in quel modo asettico – non doveva passare inosservata negli ambienti che contano (per questo solo ora ne scrivo) e grazie a quell’agenzia Ansa tutte le Istituzioni sapevano e potevano intuire i retroscena di quella uscita. Tanto che – il giorno stesso dell’agenzia – c’è stato un frenetico via vai di telefonate e incontri in alcuni uffici istituzionali per capire “chi” stava facendo “cosa, come e dove”.

Ora voi vi chiederete – cari lettori di questo umile e umido blog che, come sapete, non guarda in faccia a nessuno – chi, in particolar modo, doveva sapere ufficialmente e al tempo stesso educatamente che Roma e Reggio Calabria collaborano e che (anche) Reggio indaga, nella speranza che l’opinione pubblica – l’unico ombrello che pone al riparo i Servitori dello Stato – non ne sapesse una beata fava?

I servizi segreti del nostro Paese. Magari – avrà pensato qualcuno – i servizi non hanno il tempo di leggere i verbali stenografati e incomprensibili del Parlamento.

Il ruolo dei servizi (impuri)

E già, perché – sul caso Moro – i servizi segreti (di allora) molto avevano da spiegare e non a caso questa Commissione Moro (come le precedenti) si sta dannando l’anima per scavare su anomalie, coperture e omertà. Quelli di oggi sono pronti a seguire con enorme attenzione ogni stormir di fronde sulla vicenda Moro e quando poi vengono avvisati grazie ad un’agenzia di stampa, scattano!

Richiamiamo, a volo d’angelo, sul ruolo dei servizi segreti, alcune “chicche” (ma ce ne sono a centinaia).

Il memoriale di Francesco Fonti, ex ‘ndranghetista della cosca Romeo di San Luca poi pentito. Fonti (deceduto il 5 dicembre 2012) racconta che egli andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Incontrò un non meglio identificato “cinese” che risultava essere un uomo della banda della Magliana e diversi calabresi che abitavano a Roma.

Non vi piace Fonti?

E allora torniamo a Morabito e a quel che disse al pm Nobili: «Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la Polizia o con i servizi segreti».

Non vi piace manco Morabito?

E allora leggete ciò che Sergio Flamigni (parlamentare del Pci dal 1968 al 1987, membro delle Commissioni sul caso Moro, P2 e antimafia, tra i più seri analisti del caso Moro e autore nel 1988 di un libro base, “La tela del ragno. Il delitto Moro”) rispose per iscritto a Paolo Bolognesi, deputato Pd dell’attuale Commissione Moro.

Bolognesi gli chiese di una stampatrice proveniente dagli uffici dei servizi segreti, in particolare da quello che si occupava dell’addestramento degli appartenenti alla struttura segreta Gladio e ritrovata nella tipografia delle Br e Flamigni risponde così: «Su questa allarmante collusione tra servizio segreto militare e Br non è stata fatta alcuna chiarezza, sia a causa del depistaggio operato dai servizi segreti, sia per deliberare omissioni….

…la ricostruzione del Sismi era un oggettivo e deliberato depistaggio…

…a dispetto di tutti i depistaggi tentati e attuati dal Sismi e dalla compiacente passività della magistratura, rimane un fatto certo e assodato: una stampatrice appartenente a un ufficio del controspionaggio militare (il Rus, Raggruppamento unità speciali) era approdata nella tipografia romana delle Br e con quella macchina erano stati stampati i comunicati brigatisti relativi al sequestro Moro. Per giunta il Rus non era un ufficio militare qualsiasi: tra le unità speciali gestiva anche quelle di “Gladio”. Infatti il Rus era l’ufficio segreto dove si osservavano le regole della compartimentazione nel modo più rigoroso e che provvedeva alle chiamate per l’addestramento dei gladiatori: lo ha rivelato il generale Serravalle, già capo di Gladio, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi. E’ dunque uscita da quell’ufficio adibito ai compiti più occulti di Gladio (l’organizzazione paramilitare clandestina italiana sulle orme di quella promossa dalla Nato nell’ambito dell’operazione Gladio, organizzata dalla Cia per contrastare una ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte dell’allora Unione Sovietica e dei paesi aderenti al Patto di Varsavia nda) la stampatrice utilizzata dalle Brigate Rosse durante il sequestro Moro».

L’azione del rapimento di Moro e dell’uccisione di cinque agenti di scorta è stata definita «un gioiello di perfezione» da un ufficiale dei servizi segreti, la cui intervista è stata pubblicata dalla “Repubblica” del 18 marzo 1978. Secondo quell’ufficiale un’azione di tal genere poteva essere portata a termine solo da due categorie di persone: o militari addestrati in modo ultra sofisticato oppure, il che è sostanzialmente lo stesso, da civili che fossero stati sottoposti ad un lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando.

Alla luce di questa dichiarazione, disse Flamigni nel 1991, appare piuttosto superficiale credere all’ex brigatista Valerio Morucci quando disse che «l’unica prova dell’azione era stata compiuta nella villa di Velletri», naturalmente senza poter sparare.

E invece si sparò eccome. Ma non tutte le armi e i proiettili usati, allora poterono “parlare”.

Oggi possono “parlare” grazie a nuove e più raffinate perizie balistiche su ciò che c’era e su ciò che – a maggior ragione – all’epoca non fu mai trovato. O nascosto. O deviato.

Proprio per questo le antenne dei servizi sono alte. Perché di servizi in Italia non ce n’è mai uno ma sempre due. Come nel tennis. E se non entra la prima palla di servizio – quella buona perché lanciata per l’ace – entra in campo la seconda palla di servizio.

Ora lo sapranno tutti. Buoni e cattivi. Belli e brutti. Su questa indagine c’è chi – sull’asse, leggete bene, Roma-Milano-Reggio Calabria – rischia di saltare. E non solo metaforicamente. L’unica protezione è la conoscenza e l’informazione presso l’opinione pubblica.

r.galullo@ilsole24ore.com

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