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Operazione Erinni/2: intestazione fittizia dei beni nel Lazio e paura dei boss per la distruzione delle fortune illecite

Il cuore dell’operazione Erinni – che la scorsa settimana ha portato a Reggio Calabria 20 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettante persone presunte affiliate alla ‘ndrangheta, accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, di alcuni omicidi, intestazioni fittizie di beni e di avere reimpiegato proventi di attività illecita nell'acquisto di immobili – va oltre, molto oltre i pur importanti risvolti che hanno condotto investigatori e inquirenti a svelare omicidi, rapimenti e trame torbide. L’indagine è scaturita dalla ripresa della faida che vede contrapposta la cosca Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo a quella Ferraro-Raccosta, scoppiata nel ‘91 e ha portato al sequestro di 80 immobili tra case, negozi e terreni, per un valore di oltre 70 milioni.

Nel post di ieri abbiamo visto l’amore per gli investimenti a Roma e nel Lazio. Oggi proseguiamo su questa falsariga, con un salto ulteriore: la volontà di non farsi scoprire. Per i magistrati che hanno condotto le indagini – per la Dda di Reggio Calabria Gianni Musarò,Giulia Pantano e dal pm di Palmi Sandro Dolce – era chiara la volontà di tutti di non palesare la qualità di titolare o di socio di fatto delle aziende in cui hanno operato investimenti.

Dall’indagine è emerso che molti degli affiliati della locale di Oppido sono titolari effettivi di beni ed attività imprenditoriali, intestati fittiziamente a terzi.

Il presunto capo della locale di Oppido Mamertina Rocco Mazzagatti – ne sono convinti gli inquirenti – gestisce attività imprenditoriali grazie a prestanome compiacenti: suo è un distributore di carburante a Germaneto di Catanzaro; suo e di un altro soggetto è il supermercato a marchio Conad a Oppido Mamertina.

Ma ancora più numerosi sono gli immobili e le società riconducibili al sodale Domenico Scarfone, ubicati prevalentemente nel Lazio. Scarfone, si legge testualmente a pagina 272, «è proprio l’emblema dell’intestazione fittizia».

La sua filosofia è racchiusa nell’espressione utilizzata «è il mio, ma non è il mio», nel corso di un dialogo tra presenti del 28 gennaio 2013 intercorso con Rocco Mazzagatti, in visita a Genzano dove Scarfone viveva, mentre illustrava e gli mostrava molte delle sue proprietà, sulla carta inesistenti. «Pacifica la finalità della fittizia intestazione per Scarfone» chiosano i pm.

Per gli inquirenti e gli investigatori di Reggio Calabria e Palmi, come abbiamo già letto ieri, Scarfone, come si legge a pagina 348, è uomo di grande spessore criminale, molto scaltro, attento a eludere le attività di indagini, evitando contatti diretti con la famiglia Mazzagatti e con altri pregiudicati della cosca e dispone molto probabilmente di conoscenze all’interno delle Forze dell’Ordine che possano informarlo con anticipo dell’esistenza di indagini a suo carico, con grandi capacità profuse nell’investimento mobiliare ed immobiliare e nell’occultamento di fondi, trasferendo somme di denaro all’estero.

Scarfone aveva sì rapporti con gli altri affiliati, ma si guardava bene dall’intrattenerli alla luce del sole.

PREOCCUPAZIONE PER L'ARRIVO DI PIGNATONE

Scarfone alle 19.15 del 28 gennaio 2013 si trova in macchina con Rocco Mazzagatti ma non sa che la sua conversazione è intercettata. E in questo episodio testimonia, secondo l’accusa, la paura che le fittizie intestazioni di beni vengano scoperte.

I due nell’occasione commentavano i reciproci investimenti e Scarfone mostrava preoccupazione per le recenti attività di indagini intraprese dalla Procura di Roma, finalizzate a colpire l’accumulazione dei patrimoni illeciti, anche attraverso le intestazioni fittizie: «l’unica zona è questa…che ancora non è inquinata da calabresi Roma e coso…che sta …(inc.)… chi Pignatone? …eh! Ha detto che distrugge».

All’amico e sodale Mazzagatti riferiva però dell’ultimo investimento operato quel giorno stesso, attraverso la costituzione di una società, nella cui compagine sociale non compariva («e un'altra persona ed io sto dietro»), che trattava di riciclo di materiali («ora io ho costituito una società… questa sera l’ho  fatta, ho un tecnico ambientale di Aversa …che ha sempre lavorato una signora di 63 anni una professoressa amministratrice …63 anni…52 …(inc.)… e un'altra persona ed io sto dietro …(inc.)… allora…però questa società può prendere  lavoro sia a livello nazionale che internazionale»).

Scarfone, conducendo Rocco Mazzagatti lungo i Castelli Romani, gli mostrava alcune proprietà terriere nelle vicinanze di Genzano («ho una villa qua, una villa che se la vedi ti piange il cuore …(inc.)… se la      vedi …(inc.)…  di parco… quando passiamo te la …(inc.)… il telecomando»).

E MILANO NO?

Anche Rocco Mazzagatti, il presunto capo della locale di Oppido, forse per non essere da meno gli raccontava di un incontro avvenuto a Milano per l’acquisizione di un’azienda di demolizione di auto e riciclo di materiali («sono andato a Milano… ho incontrato a uno che ha una società di quelle che demoliscono le macchine… che fanno gli scarti, il riciclo …(inc.)… tutti quei macchinari che fanno la gomma, il ferro… stiamo parlando di business (fonetico: mancu li cani) …e lui ha la concessione, una delle cinque concessioni d’Italia… dove vendono…fanno le aste…vendono il ferro, il bronzo, uranio…hanno capito come fanno…»), in relazione alla quale aveva trattato direttamente con il proprietario in quanto fallita («questo è proprio il proprietario, ho parlato con il proprietario…dove ci sono i capannoni… siccome è in fallimento») e proponeva a Scarfone di entrare nell’affare. («se vuoi la trattiamo…eh? »).

 

E’ IL MIO MA NON E’ IL MIO

 

Tutti gli accertamenti effettuati sul conto di Scarfone – si legge a pagina 369 del fermo – hanno documentato l’inesistenza di intestazioni a suo nome dei beni cui aveva fatto riferimento colloquiando con Rocco Mazzagatti, «ad ulteriore conferma che laddove utilizzava l’espressione “è il mio ma non è il mio” intendesse dire che i suoi beni sono fittiziamente intestati a prestanome».

Per ora ci fermiamo qui. Ma a breve continuiamo con altri approfondimenti sull’operazione Erinni.

3 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicata il 29 novembre e il 2 dicembre)

r.galullo@ilsole24ore.com