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Operazione Erinni/1: il cuore imprenditoriale delle cosche di Oppido Mamertina batte a Roma e nel Lazio

Il cuore dell’operazione Erinni – che la scorsa settimana ha portato a Reggio Calabria 20 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettante persone presunte affiliate alla ‘ndrangheta, accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, di alcuni omicidi, intestazioni fittizie di beni e di avere reimpiegato proventi di attività illecita nell'acquisto di immobili – va oltre, molto oltre i pur importanti risvolti che hanno condotto investigatori e inquirenti a svelare omicidi, rapimenti e trame torbide. L’indagine è scaturita dalla ripresa della faida che vede contrapposta la cosca Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo a quella Ferraro-Raccosta,

scoppiata nel ‘91 e ha portato al sequestro di 80 immobili tra case, negozi e terreni, per un valore di oltre 70 milioni.

Venerdi scorso ho raccontato la faccia truce, violenta, sanguinaria e sanguinolenta delle faide, attraverso le fasi dell’omicidio di un ventenne dato in pasto vivo ai maiali.

Da oggi comincerò a dedicare a questa operazione alcuni articoli che, invece, andranno a testimoniare come – secondo la ricostruzione delle Procure di Reggio Calabria e Palmi, attraverso il lavoro dei pm Gianni Musarò, Giulia Pantano e Sandro Dolce – l’evoluzione della ‘ndrangheta fa sì che violenza e dolcezza (negli affari) siano due volti della stessa medaglia. «E’ stata altresì provato che le attività illecite della locale di Oppido Mamertina – si legge ad esempio nel decreto di fermo a pagina 20 – si sono indirizzate prima di tutto contro soggetti intranei alla criminalità organizzata del luogo, attraverso la loro eliminazione fisica, e sono state finalizzate al controllo di quel territorio con estensione degli interessi criminali non solo nelle altre provincie calabresi, ma anche fuori Regione ed in particolare a Roma».

Più che interessi criminali (rectius: oltre) bisognerebbe dunque parlare di interessi imprenditoriali criminali. «Accanto ad un nitido ed incontrastato dominio nel territorio di Oppido Mamertina – si legge a pagina 20 – attuato secondo i tipici metodi della ‘ndrangheta, è emerso il quadro di una “locale” molto proiettata agli investimenti e con tendenza a progetti economici fuori provincia, resi possibili grazie anche all’azione del capo della locale, Rocco Mazzagatti che,  trasferendo la propria residenza nella provincia di Catanzaro, aveva determinato anche in quei posti una forte dislocazione di uomini e mezzi, aveva intrecciato forti legami con esponenti di vertice delle organizzazioni di ‘ndrangheta del catanzarese e del crotonese nonché con gli imprenditori del luogo, ed aveva acquisito attività commerciali successivamente intestate a terzi».

ATTENTI A QUEI DUE!

Come ogni business che si rispetti, la dislocazione degli uomini e il loro profilo contano, e come! Ed infatti i tre magistrati, sempre a pagina 20, scrivono che è fondamentale il «supporto del sodale Scarfone Domenico, che a Roma era il referente per gli investimenti dell’organizzazione criminale e poteva contare su amicizie con avvocati e soggetti gravitanti nell’orbita delle aste giudiziarie e delle procedure fallimentari, le mire espansionistiche nel settore economico-finanziario della cosca Mazzagatti confluivano nel Lazio, con la finalità di trarre vantaggio dagli incanti pubblici, con l’aggiudicazione di beni che venivano però intestati fittiziamente a terzi».

I due – Mazzagatti e Scarfone – secondo la ricostruzione delle Procure sono due tipini fini se è vero che il loro operato si contraddistinguerà per l’onnipresenza in ogni attività redditizia su cui i due puntavano l’attenzione. Per i magistrati hanno «capacità di fagocitare ogni fonte di ricchezza, evidentemente forti delle risorse finanziarie che a loro promanano dall'apparato strutturale di appartenenza, possiedono una riconosciuta forza 'ndranghetistica, hanno il rispetto, e verso di loro si nutre uno stato di assoluta soggezione riscontrato in tutti coloro che ne sono venuti in contatto (anche degli stessi ‘ndranghetisti)».

Mazzagatti sarebbe (uso il condizionale perché tutto dovrà essere provato dopo tre eventuali gradi di giudizio) in grado con il suo «strapotere economico» di movimentare milioni e di essere costantemente in affari con imprenditori, anche stranieri.

Il capo della locale di Oppido secondo inquirenti ed investigatori è uno specialista nel compiere investimenti di ampia valenza finanziaria ed era assolutamente consapevole delle sue indubbie capacità gestionali del patrimonio dell’organizzazione illecitamente accumulato, tanto da confrontare il suo modus operandi – in un paragone dal quale usciva vittorioso – durante una conversazione con il suo uomo di fiducia Domenico Scarfone, con quello della cosca Alvaro, rea di commettere errori di strategia nella conduzione di attività commerciali di rilevante gettito quale quella del Cafè de Paris di Roma: «…ma è normale perché non è cosa sua… non sono ai livelli nostri, noi non…».

 

IMMUNE DA PRECEDENTI MAFIOSI

Del pari, Scarfone,  immune da precedenti penali per reati di stampo mafioso, si è rilevata una persona impegnata in svariate attività imprenditoriali nel Lazio, dove è dislocata una frangia della ‘ndrangheta oppidese. «Forte della sua caratura mafiosa, attorniato da personaggi del medesimo substrato criminale – scrivono i magistrati da pagina 200 –  dava prova di essere uno dei personaggi più rappresentativi di Oppido. Assistito dalla ex coniuge, da una nuova compagna nonché da terzi non ancora identificati, gestiva infatti, in prima persona, dall’inizio alla conclusione delle trattative fino al successivo momento di concretà operatività, l’acquisizione di numerosissime attività nel Lazio. Risulterà evidente, senza che si appalesi necessario alcuno sforzo interpretativo, la sua posizione di socio occulto in svariate attività imprenditoriali nonché la sua capacità di insinuarsi in tessuti istituzionali (la curatela fallimentare) per trovare intermediari che lo possano favorire in acquisti di immobili a prezzi di maggior favore».

Scarfone, per le Procure di Reggio Calabria e Palmi, intraneo alla locale di Oppido, anche se da anni risiede a Genzano di Roma, ha sempre mantenuto i rapporti con gli altri sodali, In altre regioni d’Italia e anche all’estero possiede immobili (certamente una villa nella periferia dei Castelli Romani, una villa acquistata all’asta ubicata ad Ariccia), società (un’azienda che ha come oggetto sociale il riciclo di materiali) e denaro, frutto di attività illecita, riconducibili apparentemente a terzi estranei.

Scarfone rappresenta, come Rocco Mazzagatti, quindi, il volto imprenditoriale della cosca, avendo dimostrato di sapersi muovere nell’ambiente dell’economia, (avendo la gestione diretta di svariate società) e in quello della curatela fallimentare, nel cui ambito disponeva di un canale preferenziale per l’acquisto di beni immobili all’asta.

Il suo patrimonio immobiliare
è davvero cospicuo, anche se formalmente a lui non intestato.

Ma di questo aspetto leggerete domani

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata il 29 novembre)

r.galullo@ilsole24ore.com