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Operazione Erinni/3: gli investimenti all’estero delle cosche di Oppido Mamertina e gli affari con i russi

Il cuore dell’operazione Erinni – che la scorsa settimana ha portato a Reggio Calabria 20 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettante persone presunte affiliate alla ‘ndrangheta, accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, di alcuni omicidi, intestazioni fittizie di beni e di avere reimpiegato proventi di attività illecita nell'acquisto di immobili – va oltre, molto oltre i pur importanti risvolti che hanno condotto investigatori e inquirenti a svelare omicidi, rapimenti e trame torbide. L’indagine è scaturita dalla ripresa della faida che vede contrapposta la cosca Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo a quella Ferraro-Raccosta, scoppiata nel ‘91 e ha portato al sequestro di 80 immobili tra case, negozi e terreni, per un valore di oltre 70 milioni.

Nel post di due giorni fa abbiamo visto l’amore per gli investimenti a Roma e nel Lazio. Ieri abbiamo proseguito su questa falsariga, con un salto ulteriore: la volontà di non farsi scoprire. Per i magistrati che hanno condotto le indagini – per la Dda di Reggio Calabria Gianni Musarò,Giulia Pantano e dal pm di Palmi Sandro Dolce – era chiara la volontà di tutti di non palesare la qualità di titolare o di socio di fatto delle aziende in cui hanno operato investimenti.

Oggi, ancora su questa falsariga, leggeremo insieme dello strepitoso fiuto per gli affari della cosca Mazzagatti-Polimeni-Bonarrigo. Proseguiamo, dunque, nel raccontare l’anima imprenditoriale della ‘ndrangheta 2.0.

VAI CON I RUSSI

Il fiuto per gli affari da parte di Rocco Mazzagatti e Domenico Scarfone agli inquirenti sembra non avere confini e limiti e i due sodali, ritenuti ai vertici della locale di Oppido Mamertina, in alcune conversazioni intercettate il 28 gennaio 2013, cominciano a parlare di investimenti da effettuare, intavolando trattative con i russi («…se vengono russi li deve pagare regolari… si, ma uno e mezzo a quest’ora… senti…(n.d.r. abbassa il tono della voce) uno e mezzo sottobanco»”), che avevano già acquistato un centro commerciale a Lamezia Terme («avranno un giro…questi qua sono entrati in un giro in Russia fuori dal normale…questo fa la fiera in Russia…parte va in Russia hanno l’agenzia hanno canali impressionanti…hanno canali impressionanti! …(inc.)… gli è venuto qualche diecimilioni di euro il centro commerciale di Lamezia…non so dove cazzo li prende tutti questi soldi»).

Mazzagatti prospettava di fare da mediatore in tali affari, grazie ai rapporti con gli investitori russi. («se li aggancio? Queste sono cose, cose mie…non c’è bisogno che li aggancio»).

Il collegamento con i russi sembrava poi rappresentato dal legame con la ditta …omissis…(«sono abbastanza amico con… (n.d.r. abbassa il tono della voce in modo evidente) …omissis…quello che fa le piastrelle… materiali edilizi è uno grosso…se tu vai sopra il sito vedi…(n.d.r. abbassa il tono della voce in modo evidente) è parente si può dire di un mio cugino… quindi là non c’è nessuno…ma sono legalizzati perfettamente…hanno aperto un mercato che secondo me sono sempre loro big G internazionale russo, stanno vendendo…senti…stanno vendendo in un posto schifoso, schifoso…hanno aperto le agenzie pure in Russia…stanno vendendo…perché loro li costruiscono e secondo me loro li comprano …(inc.)… a tremila e cinquecento euro al mq»).

Gli accertamenti condotti dalle Procure hanno poi permesso di appurare che la ditta…omissis… con sede a Settingiano (Catanzaro), era una grande azienda operante nel settore della produzione di piastrelle e materiale per l’edilizia.

 

CONTI ALL’ESTERO

Dal materiale probatorio raccolto a carico di Domenico Scarfone, le Procure ricavano inoltre che quest’ultimo, oltre a rappresentare il volto imprenditoriale della ‘ndrina, ricicla denaro di provenienza delittuosa, disponendo di conti all’estero. Svizzera? Lussemburgo? Verosimile ma comunque le indagini sono ancora in corso.

Scarfone era abilissimo ad occultare i propri fondi, trasferendo il denaro all’estero («io con l’estero mi sono assicurato praticamente la pensione… in tutti questi casini… ho fatto investimenti… a me tutti i mesi mi danno quattromila euro al mese»”), per poi reintrodurlo ancora in Italia in modo illecito. («l’unica cosa ogni tanto devo prendermi il treno per andare a prendermeli… devo fare questo sacrificio che ogni tanto… ogni, ogni tanto vado lì»).

Poverino, faceva anche il sacrificio di prendere il treno…

Tipo molto cauto Scarfone, come quando ricorda (e la sala ascolto della Procura di Reggio è li a intercettarlo) che il proprio difensore gli aveva consigliato di evitare movimenti finanziari che potessero insospettire gli inquirenti  («l’altro giorno sono andato dall’avvocato c’erano altri due…per le cause…dice a livello di…di, di fini l’unica cosa stai attento, non fare movimenti economici, non fare collegamenti non… non gli diamo…va bene meglio…non esco più»).

Il patrimonio finanziario di Domenico Scarfone era poi gestito da una donna, che si occupava della cassa («la cassa la tiene lei… meglio di Silvana…… io con Silvana ho la linea d’azione, come lei ce l’ha per me») presso la quale, in sede di perquisizione, dice a questo umile e umido blog il sostituto procuratore Musarò, «sono stati trovati 150mila euro in contanti».

I successivi accertamenti hanno dimostrato che molte delle società, gestite di fatto da Scarfone Domenico, erano intestate o alla convivente o alla ex moglie Silvanaha tutto in mano lei ancora oggi, non c’è distinzione, non c’è cosa»).

Ora ci fermiamo ma a breve ritorno con altri risvolti di questa operazione.

4 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicata il 29 novembre, il 2 e il 3 dicembre)

r.galullo@ilsole24ore.com