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Memoriale di Nino Lo Giudice/4 La cupola mafioborghese di Reggio Calabria ora è nuda di fronte a pm e investigatori

C’è una parte del memoriale di Nino Lo Giudice, il pentito pentitosi di essersi pentito e ora (sbagliando) in fuga per la vita tra la Calabria e, verosimilmente, Romania e/o Tunisia, che mi convince.

E’ la parte in cui sbatte sul tavolo dell’opinione pubblica – che ovviamente di queste vicende delicatissime poco o nulla sa – la burla del pentimento. Non il suo ma proprio lo strumento della collaborazione con la Giustizia.

Negli anni Novanta questa opportunità fu utilizzata con cura e maestria da professionisti come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (cito loro ma non furono gli unici) e i risultati si videro.

Dei pentiti – credo, e non solo io – non si può fare a meno ma si può fare a meno dell’uso maldestro e dunque – viene da pensare – volontariamente manipolatorio che spesso si fa della loro vita in giro per le Procure italiane.

Il ragionamento sui pentiti porterebbe lontano e prima di affrontare il tema che oggi ho deciso di affrontare voglio fare un inciso (è solo uno spaccato, dunque, ma significativo di un tema più ampio che affronterò domani).

MA COME SI PUO’?

L’inciso è questo: ma come è stato possibile – ripeto: come è stato possibile – credere completamente e fin dall’inizio ad un personaggio come Nino Lo Giudice?

L’ho scritto – isolato e solo in questi quattro anni – in tutte le salse e, per tutta risposta, dalla politica e dalla società civile è giunto un silenzio pilatesco e assordante e da una parte di inquirenti e investigatori calabresi, anziché arrivare il rispetto per chi scrive senza dar fiato alle veline dei Palazzi e senza avere padroni alle spalle se non il lettore, è arrivata un’ostilità senza precedenti che è sfociata in attacchi veri e propri senza alcun fondamento.

Ho scritto tanto nel passato, anche su questo aspetto, che sono financo stufo di ripeterlo ma rivendico con orgoglio – ancora una volta – il diritto di riflettere e studiare, studiare e riflettere e non fermarmi mai all’apparenza. Il dubbio è l’anima del giornalismo. Dovrebbe esserlo – sempre – anche degli investigatori e degli inquirenti.

Ma dico io, infine: come è stato possibile creare tre anni di percorsi giudiziari su un uomo di quart’ordine nelle gerarchie mafiose che alla prova dei fatti hanno prodotto due soli, immensi, devastanti risultati: distruggere carriere e dignità(lanciandone fulgide altre) e far rafforzare la cupola mafioborghese calabrese?

Di tutto questo che risponde? I danni immensi prodotti alla Giustizia e alla società chi li paga?

Come è stato possibile – mi domando ancora, dopo le recenti scoperte che si devono proprio al nano – che perfino la Dna si sia lanciata a braccia aperte verso lui stesso e verso pentiti come Consolato Villani, cercando di strappargli segreti inconfessabili su cosa?…Sulle stragi siciliane! E a Lo Giudice lo vai a chiedere? Ma vallo a chiedere alla terna secca De Stefano-Condello-Libri, vallo a chiedere!

Ed infatti – ho il sospetto – che qualcuno finalmente nelle Procure, da Palermo a Reggio passando per Caltanisetta e tra gli organi investigativi, abbia "libero" sfogo in questo senso.

Sulla vicenda del pentimento di Lo Giudice – come i cinesi aspetto sempre che il cadavere scorra davanti ai miei occhi anche se l’attesa può durare anni – rivendico infine la coerenza anche in presenza del secondo memoriale e anche a fronte del fatto che l’istinto porterebbe, per i gli infamanti attacchi subiti, in altra direzione. Ma il Giornalismo non si fa con il cuore (con la passione sì) ma con la testa, senza privilegi e sconti a nessuno. Nemmeno a mio padre e a mia madre.

Ebbene: ribadisco che per me Lo Giudice è un abilissimo tragediatore che dopo aver distrutto – sotto un’abile regia che non è certo la sua – da una parte, ora cerca di distruggere dall’altra, seguendo il filo di un disegno chiarissimo fin dalla prima bomba a Reggio della notte tra il 2 e il 3 gennaio 2010. Questo scrissi fin dalle prime battute, questo riconfermo.

Un disegno i cui contorni – ancora – non si profilano e, forse, non si vedranno mai, ma quel che appare certo è che l’obiettivo del discredito della Giustizia, in Calabria, è stato raggiunto ancora una volta.

A vantaggio di chi, Signori miei (e con “Signori miei” mi riferisco ora e sempre solo ai lettori)? A vantaggio di quella cupola mafioborghese che tante volte ho descritto e che governa Reggio e su per li rami l’Italia: da Roma a Milano.

Una mafia borghese che – forte di decenni di sperimentazioni e innesti nella vita sociale, politica, economica e finanziaria avviata a Reggio fin dagli anni Settanta – ha gemmato una cupola di una forza straordinaria.

CONTI SBAGLIATI?

Solo che la cupola – della quale, oltre alle cosche, fanno parte gli “invisibili” allevati a codici, diritto, leggi, politica, logge deviate, Stato marcio e Vangelo (no, non quello degli Evangelisti) – questa volta a Reggio sembra aver fatto male i conti. Finora.

Aveva infatti immaginato che terrorizzare prima la Procura generale (all’interno della quale molti conti erano e restano in sospeso), continuare a lanciare messaggi verso il pg Salvatore Di Landro (facendogli, anche con l’ultimo memoriale, capire che lo tengono, per motivi che loro consocono, sempre nei loro pensieri), piazzare un bazooka (ma dov è?) sotto la sede del Cedir, allontanare per "trago(i)dia" il fantasma della terna Cisterna/Macrì/Pennisi e contemporaneamente godere beata all’Operazione Crimine/Infinito, peraltro importantissima sotto altri profili come ho sempre sostenuto, fosse sufficiente a farla campare di rendita ancora per 100 anni.

Qualcosa è andato storto. Gli eventi politici – non dimentichiamoci mai e poi mai che in Calabria tutto si regge e che se cade una tessera il domino può assumere dimensioni devastanti – sono precipitati in città simbolo come Reggio ma, soprattutto, un manipolo quasi carbonaro di pm e investigatori ha continuato a scavare sotto la piramide mafioborghese cercando almeno un varco per infilarsi.

E – badate bene – ribadisco che è questo il momento più delicato: perché quel manipolo di carbonari, folli e visionari – guidato ora da un nome che non si aspettavano e che poi hanno temuto, quel Federico Cafiero De Raho che di carboneria e follia non vuol proprio sentir parlare ma di mera applicazione della legge uguale per tutti sì – può diventare finalmente squadra e andare oltre ma molto oltre chi distribuisce santini da Polsi a Viggiù.

Questo insieme di cose è andato storto e questo – la cupola mafioborghese – ha capito tentando, da tragedia che era, di gettare tutto in vacca. Dal colpire una parte pericolosissima per il proprio futuro (Cisterna, Macrì,
Pennisi, Mollace
, Lardieri, Panvino, Giardina e via discorrendo), si è passati a colpire il tutto: la Procura fin dalla (ex) testa.

Tentativo maldestro, che nasconde verità e menzogne rendendo arduo, se non impossibile, l’espletamento della Giustizia stessa.

Un momento, dunque, di transizione pericolosissimo perché – mentre la cupola sta cercando di studiare le prossime mosse da compiere e sta cercando di capire quando assisterà ad una nuova pax politica a Reggio Calabria (posso rassicurarla io: a primavera 2014 si va al voto, garantito al limone) – la Procura di Reggio Calabria si è messa di traverso e sta cercando di tirare da una parte le fila del processo Meta, dall’altra quella del processo Fallara e, come se questo non bastasse, sta minando con l’indagine Breakfast non ancora giunta in un’aula di Tribunale, le fondamenta della prodigiosa scalata ai vertici politico, professionali, partitici, imprenditoriali e finanziari della cupola stessa da Reggio a Milano.

In questa pentola in ebollizione continua, mancano due ingredienti che rendono ancora più esplosiva la situazione (al netto di tutte le indagini che non conosciamo e per fortuna la Procura di Reggio sta cominciando a tappare i buchi del colabrodo): l’indagine sull’omicidio del giudice Nino Scopelliti e i collegamenti da quel momento stravolti tra ‘ndrangheta e Cosa nostra e, infine, le relazioni tra mafie in ordine alle precedenti stragi siciliane.

In tutti questi procedimenti Giuseppe Lombardo – anima carbonara negli anni delle catacombe giudiziarie con un manipolo di uomini sparsi ora qui ora li – in Procura non è più solo. Questo la cupola lo sa. Questo si legge nel Vangelo laico di “PicoLo Giudice. Per fortuna lo sa anche la Dna, l’opinione pubblica e perfino il giornalismo dei quei giornalai che ora sono straordinariamente bravi a piroettare e danzare garruli intorno a Lombardo e Cafiero De Raho.

4 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 26, 27 e 28 agosto)

r.galullo@ilsole24ore.com