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Il dopo Lombardo/1 Maurizio Bernava (Cisl): “La Sicilia cambierà solo quando si toglierà alla politica il potere di intimidire l’economia”

Questo mio servizio è uscito sul Sole-24 Ore il 17 ottobre. Lo ripropongo, per quanti non lo avessero letto sul quotidiano, arricchito di dichiarazioni e analisi che, quel giorno, sul giornale non sono potute entrare per mancanza di spazio.

A poche ore dal voto per le elezioni regionali siciliane, è uno spaccato interessante e che fa riflettere moltissimo sul futuro che attende questa terra meravigliosa. Buona lettura.

La Sicilia cambierà solo quando si toglierà alla politica il potere di intimidire l’economia. Maurizio Bernava, segretario regionale della Cisl non ha dubbi e a poche ore dal voto, pure lui, come le principali voci intellettuali dell’isola, sa che anche questa volta nulla cambierà. Anche lui sa che la Regione, dopo cinque o sei mesi, si troverà nuovamente ingessata. Nel frattempo altro tempo – che per l’orologio dell’economia globale è una vita – sarà stato bruciato.

Il paradosso che si ripete a ogni competizione è la valanga di candidati, liste e movimenti a supporto. Un calcolo approssimato per difetto indica 1.600 persone pronte ad entrare in Assemblea regionale per 90 seggi disponibili, circa 50 simboli e 11 aspiranti Presidenti. La parola legalità – declinata nelle voci antimafia, anticorruzione e trasparenza – a parole è proclamata da tutti ma nei programmi, spiega Bernava, non c’è alcun approfondimento concreto.

Tanto affollamento sembrerebbe indicare voglia di partecipazione popolare per cambiare le sorti di una regione il cui declino sembra inarrestabile. Nulla di più sbagliato. «Questo arrembaggio al seggio – precisa Bernava al Sole-24 Oreè esclusivamente il frutto della degenerazione e non della voglia di partecipare. L’appuntamento elettorale viene vissuto come controllo del territorio. Soggetti di bassissimo profilo si candidano per offrire una sponda agli interessi mafiosi. Questo è diventato il modello Sicilia, perfino nei consigli dei quartieri. Guardi ai programmi di tutti, la lotta alla corruzione e la legalità non compaiono neppure. La differenza nei comportamenti non si coglie. Parlano di altro e non ci sarà nulla di nuovo. Non ci sarà neppure una maggioranza: chiunque vincerà dovrà andare a chiedere voti a ogni singolo deputato, a sua volta espressione di bassezza e scambierà il suo voto con un interesse personale. Monti si pentirà di non aver commissariato la Sicilia e cinque, al massimo sei mesi dopo l’elezione si tornerà daccapo. Questo è stato scientificamente voluto: non si sono fatte elezioni per cambiare ma solo per riaffermare un potere. L’apparato è malato e fradicio: la burocrazia non è un elemento neutro e diventa strumento per ricatto, corruzione e infiltrazioni. Quasi il 90% dei deputati saranno gli stessi di prima».

Parole durissime che sembrano chiudere la porta a ogni speranza. Anche qui si sbaglia, perché nel Dna dei siciliani c’è anima, cuore, cultura e intelligenza. Insomma gli anticorpi necessari per battere il gene mafioso. «Contro la contiguità di clima e di comportamenti in questa campagna elettorale – spiega Bernava – non resta che fare appello al patto irrinunciabile tra le forze sane del mondo del lavoro. Il primo marzo, cosa mai successa prima, sindacati e associazioni datoriali hanno marciato insieme a Palermo portando in piazza 25mila persone che hanno detto basta alle pratiche mafiose. Ricorda qual era lo slogan? "La Sicilia produttiva marcia per il lavoro e lo sviluppo" La Sicilia cambierà solo quando si toglierà alla politica il potere di intimidire l’economia». E per togliere spazio alla politica e al suo potere ricattatorio, Bernava ricorda che c’è bisogno di poche e semplici azioni. «Comunque vada, chiunque governerà – spiega il sindacalista – deve fondare il governo su poche azioni strategiche: risanamento del bilancio, fondi Ue, circolo della spesa e norme di legalità e trasparenza. In una Regione devastata dalla mafia e dalla corruzione, cosa ci vuole a costruire prima una white list di imprese e poi uno strumento operativo, come una convenzione con la Dia, che faccia le pulci alle imprese in tempo reale. Ma nessuno, in campagna elettorale, ha posto questo problema. In Sicilia gli uffici vivono di continui passaggi e rimbalzi da una stanza all’altra delle istituzioni locali, perché attraverso i tanti passaggi politici riesci ad avere il controllo di tutto e il potere di vita o di morte».

IL RUOLO DELLA CHIESA

E la Chiesa quanto e come è scesa in campo per difendere i valori della legalità e della trasparenza? Mai come questa volta. Se lo senti da Bernava dire che «le elezioni sono state preparate per un governo di occupazione con le stesse persone di prima, che spingeranno Monti a pentirsi di non avere commissariato la Sicilia» è un conto. Se quel filo logico lo vedi proseguire dalle menti illuminate della Chiesa, è un altro.

Il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo e presidente della Conferenza episcopale siciliana, pochi giorni fa ha tuonato contro i profanatori della politica. «La corruzione – ha sostenuto – è un problema che in Sicilia sortisce effetti più gravi per via dei legami che ha con la malavita e la politica. Mi meraviglia che anche nell’attuale campagna elettorale si facciano discorsi generali ma non si indichino sentieri concreti per ridurre quella che è una gigantografia economica che vede in Sicilia un’Assemblea regionale più numerosa che in tutte le altre regioni d’Italia, le spese dei partiti, a quanto pare non rendicontate, gli enti pubblici come peso enorme e ormai insostenibile per la società».

Romeo ha rotto gli indugi e, con il Sole-24 Ore, Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina (Enna) è ancora più esplicito. «La Chiesa da queste elezioni non si aspetta nulla – dichiara con voce ferma – e tutti sanno che uscirà dalle urne un Presidente che non avrà la maggioranza e che sarà dunque obbligato a patteggiare al ribasso. Politica e burocrazia sono inefficienti e non si capisce se per incompetenza, collusione o cattiva fede». In ogni caso un danno per i siciliani e per far capire il clima nell’isola, Monsignor Pennisi ricorda che «molte aziende, cooperative o fondazioni che stanno svolgendo opere sociali o caritative non ricevono più i finanziamenti attesi e dovuti dalla Regione. Non sappiamo più che fare».

Un modo come un altro per tenere anche il volontariato e l’associazionismo al collare della politica marcia e della burocrazia collusa.

Buon voto, amata Sicilia.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • matteo zocca |

    “bisogna affamare la bestia” (cit.)

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