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ESCLUSIVO/ Cattura di Provenzano: è guerra tra Pignatone e Cisterna, i due vice di Piero Grasso – Segreto (o scontro?) di Stato

Domenica scorsa L’Unità ha rotto – attraverso le dichiarazioni sul punto rese al Csm dal Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il 14 dicembre 2011 dalle 14.30 – il muro di omertà, tra i giornalisti, intorno alla cattura di Bernardo Provenzano.

Più di un cronista – ed io tra questi, da anni – sapeva che su quella cattura, ad un certo punto, si sono rincorse voci su una presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra. Chiacchiere ma, chissà, con un fondo di verità. Fatti: zero.

Il collega Rocco Vazzana ha riportato sull’Unità ciò che ha raccontato, per me inaspettatamente, Grasso sul puntodavanti al Csm. L’indomani, cioè ieri, Vazzana ha intervistato l’ex capo della Procura Piero Luigi Vigna che ha sostanzialmente confermato quanto ha detto Grasso. E cosa hanno detto entrambi? L’informatore che avrebbe fatto da tramite con un altro soggetto per giungere alla cattura di Provenzano, era inaffidabile e, dunque, discorso chiuso ancor prima di essere avviato.

Tutto bene Madama la Marchesa ma potete giurare sul fatto che la partita sulla vera o presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra sulla cattura di Provenzano è appena iniziata ora che le acque si sono rotte con l’audizione di Grasso al Csm.

Prima di partire con il racconto, ricordo che quando iniziò la presunta trattativa presso la Dna, a capo vi era Vigna, Piero Grasso era invece a capo della Procura di Palermo, Giuseppe Pignatone era il suo vice e Renato Cortese era il capo della Squadra Mobile di Palermo (un fedelissimo di Pignatone, tanto che lo seguirà dopo l’arresto di Provenzano anche a Reggio e poi a Roma). Provenzano fu arrestato quando Grasso aveva già lasciato Palermo, direzione Roma.

PARTITA APERTA

La partita è aperta perché l’attuale capo della Procura generale di Ancona, Vincenzo Macrì, sempre sull’Unità e sempre domenica scorsa ha detto che quell’inaffidabilità dichiarata da entrambi (Grasso e Vigna) nei confronti dell’”informatore ragioniere-commercialista” che avrebbe dovuto portare – con amore e pazienza – alla cattura di Provenzano, non era così…inaffidabile. Anzi! Solo un pazzo – dice Macrì – si presenta in Dna, accompagnato dalla Gdf, per dire: “Scusate, che per caso vi interessa catturare Provenzano?”. Costui rischiava la vita e la rischia ancora adesso. Anzi: ora a maggior ragione.

Ricordo che Macri, con l’attuale vice di Piero Grasso in Dna, Alberto Cisterna, seguì per delega la questione dell’informatore negli anni in cui a capo della Dna c’era Vigna.

Ricordo anche che in cambio della cattura del mangiatore di formaggio e cicoria, capo della cupola mafiosa siciliana (al lordo dei colletti bianchi, cioè la vera mafia), nelle tasche dell’”informatore ragioniere-commercialista” che la Gdf (ai massimi livelli e dunque così inaffidabile il tizio non doveva poi essere) aveva portato sull’uscio della Dna di Vigna prima e Grasso poi, sarebbero piovuti in tutto o in parte due milioni. Una somma che, ovviamente, il "messaggero" come lo chiama Grasso, avrebbe incassato a cose fatte; altro che "truffatore" dice invece Macrì.

La partita è appena iniziata per un altro motivo: verosimilmente la Procura di Palermo deciderà di aprire un fascicolo e vederci un po’ più chiaro.

La partita è ancora all’inizio perché, ad esempio, già il 24 maggio 2010, un articolo del collega di Repubblica Giulio Giallombardo riporta il contenuto di un’udienza del “processo Mori”. Nel corso di quell’udienza l’ex legale di Massimo Ciancimino, Roberto Mangano, solleva dubbi e interrogativi sull’improvvisa partenza (verso Sharm el Sheik) proprio di Ciancimino.

Mangano racconta che “solo circa due anni e mezzo dopo Ciancimino mi spiegò le ragioni del viaggio, che gli avevano consigliato di allontanarsi da Palermo, in quella settimana perchè sarebbe successo un fatto eclatante (l’arresto di Provenzano?). Io rimasi contrariato perchè non me l’aveva detto prima e lui mi spiegò che aveva bisogno di un avvocato a Sharm perchè sarebbe accaduto, appunto, un fatto eclatante".

Massimo Ciancimino– ricostruisce il collega Giallombardo – durante un interrogatorio, aveva spiegato ai magistrati che sarebbe stato "vivamente consigliato" da alcuni personaggi, forse dei servizi segreti, a lasciare l’Italia proprio nella settimana antecedente l’arresto di Provenzano. Se questo fosse vero, non solo “4 (selezionatissimi) gatti-4” all’interno della Procura di Palermo e in Dna avrebbero saputo dell’imminente cattura di Provenzano ma, forse, anche qualcun altro. Chi e perché? Magari, appunto, nei servizi segreti? Tanto da avvertire Ciancimino? E perché? Guarda caso, quei servizi segreti che compaiono anche nella cattura del boss calabrese Pasquale Condello con un ruolo ancora tutto da chiarire e definire.

La partita è appena iniziata perché, sull’Unità, Vigna dice, a esempio, di essere rimasto sorpreso quando lesse, il 31 marzo 2006 in un’intervista del collega di Repubblica, Attilio Bolzoni al legale di Provenzano, Salvatore Traina, che lo stesso Provenzano poteva essere morto. Come morto? Cosa voleva dire? Morto – difatti – non era. Anzi: vivo e vegeto.

NUOVI PARTICOLARI OGNI GIORNO

La partita è appena iniziata – soprattutto – perché da adesso in avanti ci saranno nuovi particolari che si aggiungeranno a questa catena.

Ne volete una prova?

L’interrogatorio di Alberto Cisterna, dal 2010 (e ancora per pochissimo) braccio destro di Grasso in Dna – di cui rivelo in esclusiva il contenuto – condotto, proprio il giorno in cui il Corriere della Sera ne spara in prima pagina la notizia che è indagato per corruzione in atti giudiziari. Una fuga di notizia proveniente da “menti raffinatissime” direbbe il compianto Giovanni Falcone.

E’ il 17 giugno 2011 e a condurre l’interrogatorio in Dna sono Pignatone, allora capo della Procura di Reggio Calabria e il sostituto Beatrice Ronchi.

Leggete molto, molto attentamente questa parte dell’interrogatorio che parte da una lunga e durissima lettera che Cisterna manda ad u
n sito calabrese in merito alla superficialità con la quale era stata trattata la notizia della cattura del superboss di ‘ndrangheta Pasquale Condello e vicende successive, legate alla fulminazione sulla via di Damasco del pentito Nino Lo Giudice.

Ronchi fa dunque riferimento – nella parte di interrogatorio che vi sottopongo – alla parte finale di questa lettera di Cisterna.

Ronchi: doveri, queste sono le sue parole, “doveri istituzionali che prescindono interamente dalla mia persona e dalla mia disponibilità mi hanno imposto e mi impongono l’assoluto silenzio sul punto per come imposto dalle norme di legge. Ho più volte detto che si tratta di una questione delicata che non può essere trattata in modo spregiudicato e avventuristico poiché coinvolge la vita di colleghi e di altre persone e vede in discussione interessi superiori della Repubblica”. Chiuse le virgolette.

Cisterna: perfetto! Testuale.

Pignatone: oh! Siccome questo sembra adombrare come dire i segreti d’ufficio, di Stato, ovviamente volevo preliminare questo, che volesse chiarire questo discorso …

Cisterna: non c’è dubbio Procuratore. Io il segreto d’ufficio su questa cosa lo oppongo formalmente, nel senso che sono ben conscio delle regole che qui non ci stiamo a ripetere reciprocamente perché so quali sono le 201…

Pignatone: facciamo tutti questo mestiere.

Cisterna: …Facciamo tutti questo mestiere. Io lo ho anche sottolineato in altre occasioni, che rispetto a questa questione, io ritengo, che è una questione che si inserisce in un discorso più complessivo; io ritengo di dover opporre il segreto d’ufficio consapevole del fatto che naturalmente il segreto d’ufficio presente il 201 riguarda il testimone e che non riguarda l’indagato; consapevole di tutta, oggi indagato, consapevole di tutta la giurisprudenza sul punto del conflitto tra segreto di Stato e facoltà di rispondere e così via, e fermo restando che se lei ritiene che la questione debba essere affrontata come dice il 201 io l’affronto direttamente quindi rimetto, come dice il codice, alla sua valutazione comunque la esplorazione della narrazione, io non ho, io devo soltanto come dovere di ufficio opporlo poi se lei ritiene …

Pignatone: non so neanche qual è il punto del problema quindi figuriamoci!

Cisterna: ma il punto mi sembra abbastanza evidente.

Pignatone: la cattura di Condello!

Cisterna: l’attività, non soltanto la cattura di Condello, ma come credo sappia la cattura, le attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie, che hanno riguardato la cattura di Pasquale Condello e la possibilità eventualmente, ma solo ipotetica, di catturare Giuseppe Morabito inteso il tiradritto. Quindi che erano i tre episodi in discussione in quel frangente e che hanno comportato una serie di contatti istituzionali a cui ho partecipato in qualità di titolare dell’ufficio di Procura nazionale, sostituto ovviamente.

Pignatone: ammesso che io non so a cosa allude questo riferimento a Provenzano.

Cisterna: vedremo! (il punto esclamativo è nell'originale, immaginate il tono, ndr)

Pignatone: no, non so a che cosa allude.

Cisterna: va bene, io sto, prendo atto Procuratore.

Pignatone: dopodiché non … quello che interessa a noi in questa fase, dopodiché possiamo pure rinviare ad altra (incomprensibile) interpellando il capo dell’ufficio.

A questo punto apro una parentesi molto, molto importante: Pignatone Giuseppe propone dunque un rinvio sul punto, ma Cisterna non ci sta. Leggete infatti come prosegue l’interrogatorio-scontro tra i due.

Cisterna: no, no, non tocca al capo dell’ufficio Procuratore, tocca a lei redimere il dubbio o come mi insegna perché so bene quanto sia esperto e preparato in diritto; tocca a lei ritenere non opponibile il segreto e procedere. Io sono disponibile, rispetto alla sua deduzione, a dare tutti i chiarimenti dall’inizio alla fine, riga per riga, virgola per virgola, questione per questione, non ho nulla da nasconderle se non il dovere di eccepirle questa circostanza che ritengo, io so bene Procuratore è una questione che io non sto a dirle i termini giuridici lei li conosce meglio di me.

Pignatone: certamente.

Cisterna: e appunto! No, ma lei meglio di me sicuramente; quindi io sono disponibilissimo se lei mi dice: “Dottore proseguiamo andiamo avanti, ritengo che questo segreto d’ufficio possa essere superato agevolmente”, io le racconto l’inizio della storia per come l’ho potuta grazie alla consultazione di qualche atto e di qualche registro, autorizzatemi dal Procuratore Nazionale, ho potuto compulsare. Quindi io sono a disposizione.

Ronchi: va bene.

Pignatone: noi abbiamo il problema di Lo Giudice ovviamente!

Bene questo – per il momento è tutto – ma siamo solo all’inizio della partita. Questo durissimo scontro sulla cattura di Provenzano tra l’ex vice di Grasso quando era capo della Procura di Palermo (Pignatone:“non so a cosa allude”) e il vice di Grasso in Dna (Cisterna: “Lo vedremo!”) è solo un anello di una lunga catena.

  • Nicola |

    Articolo interessante e completo per fare il punto. Mi permetto però di criticare quest’interpretazione imperante che vuole sempre uno “scontro” tra magistrati, come se fosse sempre una questione di carriere o di risentimento personale. Con questi elementi non si può ancora dire niente. E a me, sinceramente, pare che Pignatone stia solo facendo il suo dovere, nonostante tutte le allusioni di questo articolo. Cisterna parlava con un mafioso con una scheda telefonica a parte per non essere intercettato. Per questo si è sollevato un polverone. I fatti non sono dalla sua parte.

  • Pereira50 |

    La Sicilia in cui si senta quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso, della contiguità e, quindi, della complicità, perché la mafia noi dobbiamo vederla in tutte le sfaccettature, non è soltanto la mafia di Toto Riina, non è soltanto la mafia di coso, noi sappiamo che cosa significa tutto questo non c’è bisogno di dilungarci perche credo che ognuno di noi abbia molto chiara la situazione e sappia che cosa significa questo termine nel nostro paese, che non è un problema soltanto di criminalità organizzata dove i magistrati e le forze dell’ordine fanno, e fanno egregiamente il loro compito. E’ un problema che ci riguarda personalmente, anche per i nostri comportamenti, anche per i comportamenti di ognuno di noi, che sono più o meno, ecco questa scala contiguità complicità, che è il compromesso: ognuno di noi veramente deve guardarsi dentro e dire da questo momento in poi basta, perché è questo,perché anche la piccola scelta di ognuno, anche la piccola vigliaccheria di ognuno, anche la piccola convenienza di ognuno che ha portato la Sicilia ad essere quella che è: perché poi tanti si sono sentiti autorizzati a comportarsi in certe maniere e si sono voluti fare interpreti per se stessi, di questo meccanismo di questo modo di essere, di questa cultura come viene chiamata.

  • Paola |

    Che ci fosse qualcosa che non quadrava in parte della magistratura Reggina lo avevano capito pure i bambini e ne e’ controprova la circostanza che da quando il proc Pignatone e’ andato via il dott Lombardo si e’ ‘scatenato’.

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