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ESCLUSIVO/ Cisterna, vice di Grasso in Dna, rilancia davanti al pg Di Landro: “Verrà il tempo di parlare di Provenzano”

Per chi lo avesse dimenticato il 13 agosto 2011 – mentre gli italiani si preparavano a mettersi in fila come pecoroni sulle autostrade – Alberto Cisterna, magistrato che pecora non si fece e per questo sta pagando un tributo devastante e vita natural durante, presentava al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, la sua richiesta di avocazione dell’inchiesta coordinata dalla Dda reggina che lo vede(va) indagato per corruzione in atti giudiziari dopo le dichiarazioni del boss(!?) pentito (!?) di ‘ndrangheta Antonino Lo Giudice.

Il 4 ottobre 2011 la richiesta fu respinta perché ci si accorse che gli atti dell'inchiesta dallo stesso Cisterna presi dagli atti dell'inchiesta, erano stati incredibilmente redatti in modo errato dagli uomini della Squadra mobile diretti allora da Renato Cortese.

Il lungo esposto-denuncia (39 pagine di cui darò conto anche nelle prossime ore) alle pagine 22 e 23 contiene una denuncia che – riletta alla luce di quanto sta accadendo sulla vera, verosimile, presunta o falsa trattativa tra Stato e Cosa Nostra per l’arresto di Bernardo Provenzano – è davvero inquietante.

OCCHIO ALLE DATE

Come abbiamo visto su questo blog ieri (si veda archivio) il 17 giugno 2011 Cisterna, vice di Piero Grasso alla Dna, ha uno scontro verbale durissimo con Pignatone Giuseppe, capo della Procura di Reggio Calabria e vice di Grasso a Palermo quando quest’ultimo ne era a capo.

Il motivo dello scontro – per espressa e testuale presa di posizione di Cisterna che a Pignatone grida in faccia un “lo vedremo” al “non so a cosa alluda” del Procuratore reggino – sono i retroscena sulla cattura di Provenzano e alla presunta trattativa.

Quel “lo vedremo” non può essere che letto in un modo: prima o poi arriveremo alla resa dei conti sulla verità che si cela dietro l’arresto. Se – sia ben chiaro – c’è una verità diversa da quella ufficiale che vede trionfare lo Stato con l’arresto del mangiatore di ricotta e cicoria, alias Provenzano.

A questo punto – dico io prendendo a prestito le dichiarazioni di domenica scorsa all’Unità del Procuratore generale di Ancona, Enzo Macrì, con riferimento all’informatore che poteva tirare un filo della trattativa, condotto dalla Gdf in Direzione nazionale antimafia – solo un pazzo potrebbe elevare lo scontro con un “lo vedremo”.

Delle due l’una: o Cisterna ha un asso nella manica o sa comunque che è possibile riavvolgere il nastro e andare fino in fondo alla ricerca della verità oppure è il più grande truffatore della terra. E allora sia gettato dalla Rupe Tarpea come i Romani facevano con i figli deformi. Un tale obbrobrio non sarebbe un Servitore dello Stato ma un Traditore dello Stato.

È evidente che è successo dell'altro che ancora non sappiamo, ma che è sicuro a questo punto salterà fuori, qualcosa che sicuramente ha a che vedere con il tentativo di disinnescare Cisterna che ha una tesi elementare: i servizi segreti lavoravano per prendere Condello, Provenzano e altro ancora e tutti lo sapevano perfettamente in Dna a Roma, come a Palermo e a Reggio Calabria. Si lavoravano: ma come? E con quali conseguenze? E autorizzati da chi? Con quali eventuali complicità inconfessabili?

Bene. Cisterna ‘o pazzo cosa fa? Dopo aver buttato come un petardo il caso Provenzano tra le caviglie di Pignatone Giuseppe, il 13 agosto spara una “bomba”. Sapendo bene, anzi benissimo, che quella “bomba” non potrà rimanere priva di conseguenze.

Non la commento – me ne può fottere di meno di Cisterna, Pignatone e compagnia briscola – ma ve la riporto così come è: nuda e cruda.

“Attendo ancora per rimettere alla S.V. (e altrove) tutte le innumerevoli, drammatiche vicende che hanno contrassegnato la vicenda processuale che mi vede ingiusto protagonista e vittima preordinata. Ad esempio verrà il tempo di discutere delle vicende che dal 2003 al 2005 hanno riguardato l’intento di Bernardo Provenzano di consegnarsi alla giustizia (questione che chiama in causa la posizione di ben tra dei protagonisti delle vicende giudiziarie reggine: il dr. Pignatone, il dr.Prestipino e il dr.Cortese, tutti epigoni della cattura del detto latitante nel 2006); questione che, non a caso ritengo, ha segnato l’incipit del mio interrogatorio da parte del dr.Pignatone il 17 giugno 2011, sulla scorta di una mia nota sul giornale on-line “Strill”; ovvero il momento di esaminare le questioni che hanno preceduto e seguito la querela per diffamazione interposta dallo scrivente e dal dottor Vincenzo Macrì innanzi all’Autorità giudiziaria di Milano a carico del dr.Prestipino; o di scrutinare la singolare coincidenza tra la pubblicazione, avvenuta sul magazine settimanale “Sette” del 16 giugno 2011 del quotidiano “Il Corriere della sera”, di un ampio reportage, anche fotografico, titolato “La ndrangheta al Nord? Ben più che infiltrazioni” e dedicato al dr. Michele Prestipino e la pubblicazione il giorno successivo della notizia della mia indagine sul medesimo giornale; o di scandagliare le ragioni per cui lo scrivente ed il dr.Vincenzo Macrì sono stati sollevati, a decorrere, dal 16 settembre 2009 delle funzioni di collegamento investigativo con il distretto reggino”.

Minchia signor tenente! Per chi avesse bisogno di un “bignamino”, riassumo: verrà il tempo in cui si parlerà della cattura di Provenzano. In qualunque sede voglia lo Stato (lo vorrà?). E magari arriverà anche il momento di capire perché dal 2009 hanno fatto fuori Cisterna e Macrì dal collegamento investigativo della Dna con Reggio Calabria.

Ora – in questo quadro in cui quel che da anni si vociferava tra alcuni giornalisti, me incluso – le voci sulla presunta trattativa vengono messe nero su bianco non una volta ma due da Cisterna ‘o pazzo, era impossibile (ripeto: impossibile) che quella bomba non fosse destinata a deflagrare.

Ed infatti – ancora occhio alle date – di questo (e ieri, senza aver letto ancora le carte di cui vi scrivo oggi, scrivevo “inaspettatamente”) il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso il 14 dicembre 2011 dalle 14.30 in poi, nel corso delle dichiarazioni rese al Csm, di Provenzano e della presunta trattativa, parla ammettendola per il suo predecessore e sfilando se stesso.

A Grasso si accoda il precedente Procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna che capisce subito l'inghippo ma non si accoda – guarda caso – un altro pazzo, un
hombre vertical come Enzo Macrì, che con Cisterna trattò la patata bollente di Provenzano e altri pericolosissimi latitanti, dichiarando che l’informatore tutto era tranne che inattendibile e inaffidabile, anche perché i due milioni che pretendeva come “ricompensa” li avrebbe riscossi a cattura avvenuta. Le domande delle quali non ho risposta (ma vedrete che arriveranno) sulle quali interrogarsi sono tante: come spiegare l’eventuale ordine (concordato con chi?) di Vigna sulla presa in consegna di Provenzano? E perché Grasso non ne parla al Csm? E perché a poche settimane dal suo arrivo in via Giulia, nell'ottobre del 2005, lo stesso Grasso incontra quello che lui definisce “il messaggero” di Provenzano? E Pignatone, suo braccio destro a Palermo, “non sapeva a cosa si allude”?

Orbene – credo e in attesa di raccontarvi presto altri inquietanti aspetti di questa vicenda – che ce ne sia abbastanza perché la Procura di Palermo batta un colpo e se la Commissione parlamentare antimafia (se esiste ancora al di là delle giocose trasferte in giro per l’Italia) si faccia avanti.

O no?

  • Balqis De Cesare |

    Si ma a questo punto, quanto puo’ essere credibile un’inchiesta svolta dalla procura di Palermo ?
    Sarebbe interessante finalmente giungere alla verita’, ma se la cosa si riduce a una semplice battaglia tra prime donne dell’antimafia, non servira’ a nulla .

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