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L’arcivescovo di Reggio Calabria vuole abolire i padrini nelle comunioni. Nel nome del Signore e non del Padrino (Papa Bergoglio docet)

Quando ci si trova di fronte ad una proposta drastica come quella avanzata dall’Arcivescovo di Reggio Calabria, Giuseppe Fiorini Morosini – negare per almeno 10 anni in Calabria i “padrini” di battesimi, cresime e comunioni – si è obbligati a ragionare e riflettere.

La proposta – di cui l’Arcivescovo avrebbe parlato direttamente con Papa Francesco dopo avergli scritto al riguardo una lettera – è di quelle che non possono passare inosservate o rimosse con un’alzata di spalle.

L’esperienza e la passione di vita pastorale in Calabria di Fiorini Morosini è tale per cui se ha fatto una proposta del genere è perché sa che, spesso, i “padrini”, soprattutto nelle piccole realtà o nei quartieri simbolo della criminalità calabrese (ma lo stesso discorso si potrebbe ancora fare in Sicilia e Campania), vengono scelti o obbligati nel nome del signore. No, non quello che sta nei cieli, ma quello che sta sulla terra a vigilare nel segno del comando criminale.

Insomma, il “padrino” è spesso anche il “padrone” del paese o una sua diretta discendenza. Sulla spalla del cresimando la mano che si poggia è, a volte, quella di chi è in grado di lasciare un marchio più profondo, per le cose terrestri, del Signore Dio Nostro.

Del resto l’incrocio perverso tra simboli e liturgie ecclesiastiche e analoghi schemi ‘ndranghetistici si ripete nei secoli e ha persino portato a scontri dialettici e di civiltà tra chi lo (ri)marcava (spesso laici o veri credenti) e chi lo negava (per ironia della sorte alti prelati o preti di campagna).

C’è, semmai, da chiedersi perché tanto coraggio giunga solo ora tra le gerarchie ecclesiastiche calabresi. La domanda non sembri irriverente ma, finora, dov’erano? Solo oggi ci si accorge che il “padrino” può diventare il “padrone” di una crescita sociale, smisuratamente lontana da una crescita nel nome della fede? Solo oggi si trova in casa quel coraggio importato da fuori casa, vale a dire da Buenos Aires, terra di proselitismo e coraggio di Papa Bergoglio che, proprio in quel di Lamezia ha tuonato contro la ‘ndrangheta urlandone il sacrosanto (è il caso di dirlo) diritto alla scomunica?

 

PAPA WOYTILA

Neppure Papa Woytila, si è detto, è giunto a tanto. Vero ma anche falso. Vero perché è nei fatti: dalla Valle dei Templi, il 9 maggio ’93, tuonò contro la mafia invocando la conversione: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. […] Nel nome di Cristo […], mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio! ».
Falso, perché il ruolo di un pastore è guidare e indicare la retta via. Ergo, quella strada spianata dal Papa polacco contro la mafia doveva e poteva essere cavalcata senza limite e frontiera alcuna dai vertici della Chiesa calabrese e dai fari vaticani.

Così è stato? Attirandomi critiche e insulti (ci sono abituato) su questo umile e umido blog, il 9 ottobre 2011, ricordai l’occasione persa da Papa Ratzinger l’ortodosso, che sulla spianata di Lamezia Terme disse: «So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni. Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio.

Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi.

Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione».

 

PAPA RATZINGER

Avete notato? Mai fu nominata la parola ‘ndrangheta. Mai. Scrissi di una mancanza di coraggio e avanzai il dubbio che fosse stato meglio (magari dietro improvvido consiglio) non pronunciare quella parola, come se negandola il credo religioso e la Bibbia avessero più forza. E’ esattamente il contrario.

Una terra «ferita» dalla criminalità, disse Ratzinger. Ferita? No Santo Padre. Piegata, martoriata, umiliata, dissacrata. Moribonda se non morta. Errabonda se non persa.

Questo avrei voluto sentir dire. Sì, con una forza insospettabile ma credibile, credibilissima in chi, come Ratzinger, ha conosciuto il nazismo, che come tutte le violenze sorde, cieche e ingiustificabili regge – e come per Dio – il confronto con le mafie.

E poi «emergenza». Emergenza? No Santo Padre Ratzinger, scrissi allora. L’emergenza è uno stato – naturale o dell’anima – che ha un inizio e una fine. In Calabria è ormai quotidiana rassegnazione. Così si scuotono le coscienze dei cristiani e li si invitano alla ribellione? Con le parole «ferita» ed «emergenza»?

Stesi e stendo un velo di pietas cristiana, infine, sulla capacità del popolo calabrese «di rispondere con prontezza e disponibilità sorprendenti».

E dire che la liturgia di quella domenica di ottobre del 2011 proponeva una parabola che parla di un banchetto di nozze a cui molti sono invitati.

 

PAPA BERGOGLIO

Ebbene, dal Papa polacco al Papa tedesco tempo perso in attesa del Papa argentino? Vero e falso.

Vero perché, come ho scritto e detto, la strada era spianata e in discesa e le gerarchie ecclesiastiche calabresi, così come l’ultimo prete dell’aspromonte, avrebbero potuto e potevano cavalcare a rotta di collo quelle praterie tuonando e operando contro le cosche. Negando padrinati (senza attendere il permesso di nessuno), ma anche battesimi, cresime, matrimoni, funerali ma, soprattutto, usando la parola di Dio (e dell’uomo) contro la ‘ndrangheta visibile (quella che magari sorregge la statua del Santo in processione e diffonde padrinaggi a piene mani) e quella invisibile (ma conosciuta ai più, così come conosciuti ai più sono i volti del male), fatta di personaggi che magari sono i primi a sfilare nelle marce antimafia.

Falso, perché alcuni segni del cambiamento anche nella chiesa calabrese (e del sud in genere) ci sono stati anche se, a mio avviso, modesti, forse modestissimi se paragonati alla forza talvolta virale degli esempi campani e siciliani. Posso dirla tutta? Qualche esempio sbandierato ai quattro venti come i santini sul confessionale, oltretutto, a me poco convinceva e poco convince. In Calabria, ahinoi, tutto si confonde, proprio a partire dal diavolo e l’acqua santa che, se altrove si respingono, qui, in alcuni casi si attraggono con forza mortale.

 

EVVIVA MA…

Detto che avrei preferito e preferirei che questa idea della cancellazione decennale fosse rivista verso una negazione drastica e coraggiosa “ad personam” da parte dei preti che riconoscessero l’indegna rappresentazione dei padrini, la riflessione (ma quanto lunga?) porta con sè, a mio modesto avviso, diverse consapevolezze.

La prima è che, negando tout court la figura del padrino, si affossa un atto di fede per chi davvero crede nella Chiesa e dunque, anche nei suoi riti e nei suoi simboli. Sarebbe come negare a tutti l’iscrizione a tutti al campionato di calcio perché si sa che c’è chi si vende le partite.

La seconda consapevolezza è che, da tempo, i segni della ‘ndrangheta sono visibili (il padrinato così come la casa confiscata ma ancora vissuta dai mafiosi confiscati, la macchina potente così come l’affiliazione) ma soprattutto invisibili e, dunque, la “mano nera” (così come una volta, non a caso, si indicava Cosa nostra ammerricana) può essere apparentemente bianca e linda e dunque accompagnare all’altare il pargolo, il fanciullo o lo sposo con apparente moto cristiano ma, in vero, con sostanziale spirito criminale e mafioso. Nell’animo, proprio. In quell’animo e in quell’anima attraverso la quale i preti, prima frontiera di legalità dopo la famiglia e la scuola, debbono saper leggere (per opporsi) senza tentennamenti.

La terza consapevolezza è che la decisione di abolire il padrinato offrirà uno straordinario e involontario assist ai vari don Abbondio dei paesi, dei rioni e dei quartieri calabresi (e magari anche del resto del sud). Quale migliore scusa per non tuonare contro le famiglie che vivono nel peccato ‘ndranghetistico evoluto che dire “Non è per voler mio ma è per far piacere a        Papa Bergoglio” che non si accettano più padrini? Sai che pacchia: anziché portare sulla retta via o denunciare il male, basterà indicare il divieto di transito per 10 anni (a scadenza, come lo yogurt), imposto dall’alto, non certo per volere proprio.

La quarta consapevolezza è che così si crea una scala di valori nei segni e nella simbologia che, se tanto mi dà tanto, corrispondono e debbono corrispondere a una sostanza di fede. Perché negare un padrinato vale più che negare un’ostia consacrata? Ohibò, mi aspetterei il contrario! Forse, allora, è più facile sospendere il padrinaggio (o padrinato) che respingere un mafioso all’altare? Perché un padrinato (o padrinaggio) deve valere più dell’accondiscendenza con la quale molte parrocchie lasciano trasportare le statue ai Padrini o ai loro sporchi accoliti?

La quinta consapevolezza (ma altre ce ne sono) è la più importante: la Chiesa deve (non può ma deve proprio) avere il coraggio di scendere per le strade e per le piazze, per i campi e per i monti (aspri in Calabria) e spargere Vangelo come i mafiosi spargono odio, tracotanza, favori per diritti, morte e meschinità. Deve avere il coraggio di accettare e negare, far entrare e respingere, accogliere e rifiutare. Senza che questi gesti passino tra le maglie di una lettera o la decisione di un consiglio vaticano.

Il no né il no, il si è il si. Senza se e senza ma, senza lettere e senza concistori. Sei mafioso o vivi di cultura mafiosa e criminale? Bene: che tu sia scomunicato ed esposto al pubblico ludibrio ogni volta che questo è possibile: negandoti i sacramenti e usando contro di te i gesti e le parole di vita cristiana.

Nel nome del Signore e non in quello del Padrino (visibile o invisibile o di un suo surrogato, visibile o invisibile).

r.galullo@ilsole24ore.com