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Sapete dov è Limena? In provincia di Padova: li per la Dda di Catanzaro la ‘ndrangheta costruiva e faceva affari

Limena è un comune di 7.744 abitanti nel Veneto. Fuori da questa regione alzi la mano quanti sanno che si trova in provincia di Padova. Come quasi tutti i comuni veneti ha mutato, nel secondo dopoguerra, la sua eminente vocazione agricola a centro di produzione prevalentemente industriale.

La mutazione genetica, secondo la Procura della Repubblica di Catanzaro (il pm della Dda che sta seguendo l’indagine e Pier Paolo Bruni, costantemente sotto tiro delle cosche vibonesi e no) è stata ancora più profonda. Qui, infatti, secondo l’indagine della Procura, si sarebbero allungate le radici di Nicola Tripodi e della sua famiglia e/o sodali.

A Nicola Tripodi, nell’ambito del filone madre dell’inchiesta che risale al 2007, viene contestato di aver partecipato ad un’associazione mafiosa (lui sarebbe il capo) insieme a Sante Mario Tripodi, Antonio Mario Tripodi e Salvatore Vita, finalizzata a estorsione, usura, detenzione e porto illegale di armi, controllo delle attività edilizie nel settore degli appalti e dei lavori pubblici attraverso prestanome, con l’aggravante dell’intimidazione derivante dal vincolo mafioso. Accuse tutte, come sempre, da provare fino a eventuale terzo grado di giudizio.

Nicola Tripodi, per la Dda di Catanzaro, è culo e camicia con ‘u signorinu, vale a dire Luigi Mancuso, definito dal pm Bruni il  capo indiscusso del potentissimo clan Mancuso di Limbadi (Vv). Talmente intimo che il 2 ottobre 1988, secondo quanto si legge nelle carte della Procura, avrebbe partecipato al matrimonio del signurinu presso l’hotel 501 di Vibo Valentia. Talmente intimo che il 22 agosto 1991, sotto la canicola, riportano ancora le carte, viene fermato mentre era in macchina con Cosmo Michele Mancuso  detto ‘a Michelina, ritenuto sempre dalla Dda di Catanzaro elemento di spicco della famiglia Mancuso.

Antonio Mario Tripodi, secondo le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie al contributo di vittime di usura chiamate a riferire quanto sanno, è titolare di importanti imprese tra le quali la S.C di …omissis… (non è indagato e dunque è assolutamente inutile mettere nome e cognome). Secondo quanto si legge nelle carte della Procura «ha un ruolo direttivo e strategico in ciascuna unità commerciale, impartendo ordini e determinando gli atti d’indirizzo dell’impresa…».

Per la Procura nell’area vibonese era pressoché monopolista dei lavori pubblici e delle forniture e, insieme ai fratelli Nicola e Sante Mario, elemento di spicco della presunta (ripetiamolo sempre) associazione mafiosa.

Ebbene, la S.C opera a Limena in provincia di Padova dall’11 novembre 2008 e, secondo quanto riportano le visure commerciali, dal 13 marzo 2009 ha un ufficio amministrativo a Villafranca di Verona (Verona). Si occupa di lavori generali di costruzione di strade, autostrade, campi di aviazione e campi sportivi, edifici, lavori di ingegneria civile, demolizione di edifici e sistemazione del terreno. La Procura di Catanzaro ne chiese il sequestro preventivo il 23 maggio 2013 e il primo giugno 2013 il Gip di Catanzaro lo convalidò.  Il 7 giugno 2013 venne affidato a due amministratori giudiziari.

Orbene, il 18 giugno 2014 la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Vibo Valentia (Presidente Antonio Di Marco, giudice estensore Giuseppe Di Leone) su richiesta del pm Bruni ha disposto il sequestro propedeutico alla confisca di notevoli beni e proprietà, tra i quali proprio la società (che non risulta avere beni immobili e automezzi di proprietà) fittiziamente di …omissis…ma in realtà secondo gli inquirenti sarebbe di Antonio Maria Tripodi. Il momento esatto dell’intestazione fittizia sarebbe il 2 maggio 2007.

In relazione al complesso dei beni sottoposti a sequestri (a breve ne vedremo anche altri) a Nicola Tripodi, Sante Mario Tripodi, Antonio Mario Tripodi, Salvatore Vita, Francesco Comerci e Massimo Murano, il Tribunale, a pagina 23 del decreto di sequestro, scrive che «…avuto riguardo alla sproporzione tra il patrimonio reale e quello dichiarato, devono ritenersi il frutto o comunque il reimpiego dei proventi derivanti dalle attività illecite».

Il patrimonio sequestrato (stimabile complessivamente in 45 milioni) contempla anche società di costruzione nel vibonese, a Milano, a Cornaredo e Corbetta (Milano), bar e attività commerciali a Roma, imprese di installazione di impianti a Bologna e Legnano (Milano) senza contare appartamenti, terreni e auto come se piovesse.

Ecco, questa mappatura geografica dà l’idea – indipendentemente dall’attesa per la conclusione di questa tappa giudiziaria e dall’eventuale trasformazione in confisca dei sequestri – del raggio di azione della ‘ndrangheta che va oltre (da decenni) i confini geografici della Calabria.

r.galullo@ilsole24ore.com