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Dove comprano i jammer (disturbatori di frequenze) i narcotrafficanti aspromontani? Ma a San Marino no!

Nella maxi-operazione di contrasto al traffico internazionale di stupefacenti condotta dal Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro agli ordini della Dda di Reggio Calabria (procuratore aggiunto Nicola Gratteri e sostituto Paolo Sirleo) con la quale sono state sequestrate circa due tonnellate di cocaina e sono state emesse 23 ordinanze di custodia cautelare e decine di arresti nel mondo contro una presunta rete di narcotrafficanti che utilizzava navi mercantili per far arrivare la droga al porto di Gioia Tauro, ci sono alcuni aspetti che definire secondari sarebbe un’offesa all’intelligenza (si vedano anche i due pezzi che ho scritto questa mattina sul portale del Sole-24 Ore).

Secondo le indagini finora svolte dalla Guardia di finanza e dagli investigatori e le magistrature chiamate a dare il proprio apporto dagli otto Paesi in cui sono state svolte le rogatorie, tanto i fornitori quanto gli importatori della cocaina hanno goduto e godono di collaudati metodi di comunicazione, sempre attenti ad adoperare accorgimenti utili a schivare eventuali attenzioni investigative con il ricorso anche alle cosiddette chat (evidentemente ritenute più sicure), nonché con il tentativo (persino ostinato) della compagine calabrese di dotarsi addirittura dei cosiddetti jammer, cioè di dispositivi elettronici, in pratica dei disturbatori di frequenza, in grado di impedire intercettazioni di comunicazioni/conversazioni nel loro raggio d’azione. Quei dispositivi, per intenderci, che il procuratore aggiunto della Procura di Palermo, Nino Di Matteo, attende da una vita per aumentare il livello della sicurezza delle sua vita, già blindata, sono bellamente nelle mani della criminalità organizzata.

E questa presunta rete di narcotrafficanti internazionali –  al vertice della quale secondo la Dda di Reggio Calabria c’erano Pasquale Bifulco e Vito Francesco Zinghinì, entrambi ritenuti dalla Procura contigui al “locale” di ndrangheta denominato Ietto-Cua-Pipicella insediato a Natile di Careri (Rc), storicamente dotato, nell’ambito del traffico internazionale di stupefacenti, di un’autonoma ed ormai accertata operatività  – secondo voi dove prova ostinatamente ad acquistare i jammer?

Ma a San Marino no! Tutto legalmente.

A pagina 132 dell’ordinanza (firmata il il 10 febbraio 2014 dal Gip Massimo Minniti) si legge che «dopo la battuta di arresto subito dal gruppo a Valencia il 27.01.2013 (sequestro dello stupefacente), gli indagati si sono immediatamente prodigati per reperire nuovi e sofisticati apparati telefonici e tecnologici che consentissero loro di eludere i più comuni sistemi di intercettazione utilizzati dalle Forze dell’Ordine.

Dalle captazioni eseguite è emerso che Bifulco e Zinghinì avevano effettuato un ordine di merce presso la ditta…omissis srl srl di Serravalle (San Marino)…La società in questione è risultata occuparsi del commercio di sofisticate apparecchiature elettroniche del tipo “jammer” (disturbatore di frequenze), cioè strumenti in grado di annullare le onde radio ed utilizzati per impedire ai telefoni cellulari di ricevere o trasmettere segnali.

La vicenda, significativamente snodatasi a cavallo tra il mese di febbraio e marzo del 2013, aveva origine con una conversazione, laddove Bifulco contattava il …omissis…e chiedeva lumi in merito ad una situazione non meglio precisata, riguardante una ditta sita in San Marino». Il nome della ditta l’ho omesso volontariamente perché fare pubblicità non mi pare proprio il caso.

Da pagina 133 dell’ordinanza si scopre che il pacco con l’apparecchiatura – al modico prezzo di 9.500 euro – era stato spedito ma era tornato indietro perché il destinatario era sbagliato e così le intese proseguono per rispedire il pacco a «un indirizzo buono», in modo da consentirne il ritiro in “fermo deposito” a Reggio Calabria.

La  voglia di avere il jammer è tale che uno degli indagati riceveva dal venditore che una dettagliata relazione tecnica sul materiale che gli sarebbe stato spedito. «E’ sin troppo chiaro – si legge nell’ordinanza da pagina 135 – che Bifulco, per il tramite di ….omissis (soggetto di Careri indagato, ndr)…., oltre ai predetti “attrezzi per bonifica”, utilizzati per rilevare l’eventuale presenza di microspie, voleva dotarsi, e sta acquistando, dei cosiddetti “Jammer”, ovvero dei dispositivi “disturbatori” in grado di eliminare completamente il segnale cellulare, causando seri disagi ad eventuali “ospiti  sgraditi” che si trovassero esposti al raggio di azione di tali strumenti, Forze dell’ordine comprese.

Peraltro, giova sottolineare che …omissis…(soggetto di Careri indagato ndr), in tale frangente, ha sempre agito con piena consapevolezza di quanto andava facendo per il sodalizio, come palesato dall’insistenza nel procedere all’acquisto di strumentazione, costosa,  nonché ‘necessaria’ al gruppo stesso (e ridondante a vantaggio dello stesso) per proteggersi da intercettazioni disposte dall’Autorità giudiziaria (visto il sequestro di stupefacente proco prima patito), oltre che dalle stesse false generalità ripetutamente declinate al venditore (confidando, evidentemente, in appoggi in seno all’organizzazione dello spedizioniere)».

r.galullo@ilsole24ore.com

  • Alessandro |

    Caro Roberto, evidentemente capisci molto poco di legge. La nostra attività vende “anche” dispositivi “jammer” in tutto il mondo, non solo in Italia ed in Europa. L’onere di informarsi sulle direttive vigenti in ogni Stato è a carico dell’importatore, non del venditore. Esempio lampante è, una società italiana può vendere qualsiasi tipo di “toy sex” in qualsiasi parte del mondo; ma chi lo importa per esempio in Arabia Saudita ne è responsabile!
    Si informi bene prima di criticare altri che lavorano, non giocano ai commenti online.

  • roberto |

    il reato lo commette l’acquirente mentre tu, spostando la sede della tua azienda fuori italia, eludi la direttiva 1999/05/CE. Eludere è un sinonimo di NON rispettare, con la differenza che non ne paghi le conseguenze… ma questo non ti rende meno colpevole dell’acquirente….

  • Alessandro |

    Non vedo cosa ci sia di male nel vendere i jammer, non in Italia, ma bensì avente società estere come a San Marino o Emirati Arabi Uniti come nel mio caso.
    Il reato lo commette l’acquirente, il quale si prende tutti gli oneri dello sdoganamento.
    Aggiungo inoltre che non vi è nulla di così eclatante e scandaloso nel voler difendersi da eventuali microspie o intercettazioni varie. Abbiamo ben visto su giornali conversazioni anche personali, le quali non riguardano proprio le indagini in corso. Quindi, ben vengano i jammer e ben vengano i cellulari criptati, almeno fin quando anche in Italia non si inizi ad usare con intelligenza l’intercettazione telefonica, la quale, come per legge, dovrebbe essere un indizio, non una prova.

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