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Il Protocollo Farfalla sui rapporti tra carceri e servizi segreti non esiste (più): parola di Giovanni Tamburino, capo del Dap

Martedì 14 gennaio in Commissione parlamentare antimafia siede Giovanni Tamburino, Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Risponde alle domande con tono cortese e fermo.

La commissaria Pina Picierno (Pd) chiede di sapere, una volta acquisite le informazioni tra detenuti in socialità carceraria (e quindi sulla permanenza all’aperto, sui colloqui e così via), con chi e tra chi vengono condivise le informazioni. Inoltre, chiede ancora Picierno, se nei momenti in cui emerge una notizia di reato, quest’ultima viene comunicata ai sensi di un protocollo all’autorità giudiziaria.

Lo spunto per le domande, lo avrete capito, è dai colloqui tra il boss Totò Riina e il detenuto pugliese Alberto Lorusso nel carcere milanese di Opera. Ma il riferimento, forse non tutti lo avranno capito, è al famoso “Protocollo Farfalla” di cui si favoleggia da tempo e che ha (avrebbe) disciplinato i rapporti tra i vertici delle carceri italiane e i servizi segreti.

Bene. Tamburino esordisce parlando di «convenzione» anziché di «protocollo». E’ una distinzione terminologica, ma serve per distinguere questa convenzione che «ho consegnato oggi – afferma –  i cui contenuti quindi saranno pienamente conoscibili, da eventuali altre forme di collegamento che siano eventualmente e ipoteticamente esistite in passato».

Tamburino, dunque, non risponde per il passato che per lui è ipotetico ma per il suo presente. Come forse è doveroso che sia anche se viene da domandarsi se il “passato” del Dap non faccia parte (o non debba fare parte) delle conoscenze del “presente” nel momento in cui un magistrato (prima era presidente del Tribunale di Sorveglianza a Roma) va a ricoprire un ruolo così importante e delicato (dal 2012).
Tamburino specifica che la convenzione prevede che rispetto alle notizie che possano avere rilevanza per le finalità dell’Agenzia di informazione e sicurezza interna (Aisi), insomma dei Servizi segreti, vi possa essere una richiesta, rivolta al Dipartimento, di acquisizione di informazioni. Questa richiesta, sottolinea Tamburino, verrebbe accolta, alle condizioni previste dalla convenzione stessa, dal Dipartimento che fornirebbe le notizie richieste. «Questo è peraltro basato su norme di legge – spiega Tamburinosu norme primarie che prevedono, almeno così sono state interpretate, l’obbligo, il dovere di collaborazione di tutte le pubbliche amministrazioni con l’Agenzia».
Per quanto riguarda le ipotesi di notizie di reato, Tamburino sottolinea che vengono trasmesse immediatamente all’autorità giudiziaria, come è obbligo di ogni pubblico ufficiale e, in particolare, come è obbligo della Polizia giudiziaria. E la Polizia penitenziaria ha la qualifica, nell’ambito della sua competenza, di Polizia giudiziaria, quindi è doppiamente tenuta a farlo: in quanto pubblico ufficiale e, specificamente, in quanto Polizia giudiziaria. Non vi è, dunque, alcun dubbio, sottolinea Tamburino davanti ai commissari antimafia, che tutte le notizie di reato vengono immediatamente trasmesse all'autorità giudiziaria penale; se questo non avvenisse, si commetterebbe un reato. «Per quanto riguarda, invece quella che chiamavo l’acquisizione in via amministrativa, in quanto sia documentato e documentabile – specifica Tamburinovi è certamente la possibilità, alle condizioni che dicevo prima, quando ne sia fatta richiesta, che vengano trasmesse le informazioni all’Agenzia che ne fa richiesta. Nei 14 casi in cui questo è avvenuto, abbiamo fornito le informazioni coerenti con la richiesta pervenuta».
Va tenuto presente che la legge istitutiva e di riforma dell’Agenzia ha previsto anche ulteriori poteri nell’esercizio dell’attività di informazione per la sicurezza dello Stato; questi poteri vanno molto al di là e molto al di fuori dei poteri comuni ma, per quanto risulta a Tamburino non sono mai stati utilizzati nelle relazioni con il Dipartimento successive alla convenzione del 2010.
A Vincenza Bruno Bossio, altro commissario del Pd che interviene nel dialogo con il capo del Dap, sembra dunque di capire che il cosiddetto «Protocollo Farfalla» o, quantomeno, i suoi contenuti non siano più sostanzialmente attuali e che il rapporto con la nuova organizzazione dei Servizi segreti sia basato semplicemente sullo scambio di questioni documentali ovvero di banche dati.
Tamburino, risponde secco: «Del protocollo Farfalla, come ho detto più volte, non so nulla. Non l’ho visto, non so nemmeno se esista. Non ho alcuna ragione per conoscerne l’esistenza, posto che c’è un procedimento penale in corso che riguarda quel periodo. Questo è l'unico dato certo che ho. Quindi, ripeto, non so se il protocollo Farfalla esista, se abbia questo nome o quali contenuti abbia. Oggi il contenuto della collaborazione è definito in modo precisoin questa convenzione che ho lasciato, ed è sicuramente prevista la possibilità di accesso alla banca dati, che peraltro mi risulta non sia ancora mai avvenuto, nel senso che in tutti i casi che ho avuto modo di conoscere non c’è stato un accesso diretto alla banca dati, come pure sarebbe possibile, ma c’è stata una richiesta di informazioni alla quale noi abbiamo risposto con le informazioni che ci venivano richieste».

Resta da vedere se qualcuno avrà voglia di capire ancora, tra i commissari antimafia, cosa sia successo prima del 2010. Magari per non lasciare che il Protocollo Farfalla si trasformi in protocollo “fantasma”. In Italia, del resto, ci siamo abituati.

r.galullo@ilsole 24 ore.com (si leggano anche https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/01/il-compagno-di-cella-di-toto-riina-scelto-dalla-direzione-nazionale-antimafia-parola-di-tamburino-capo-del-dap.html

e http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-28/tamburino-capo-dap-commissione-antimafia-minacce-riina-anche-un-direttore-carcere-e-quello-milanese-opera-154558.shtml?uuid=AB6vsqs&fromSearch)