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Sistema criminale in Calabria/4 Il pm Lombardo monitora 40 anni di tracciato dell’eversione nera – I servizi deviati secondo il pentito Belnome

Cari lettori da alcuni giorni sto analizzando la “folle” e “visionaria”  ipotesi investigativa del pm della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che si è messo in testa di scoperchiare quel “sistema criminale”, fatto “anche” di ‘ndrangheta, che governa la Calabria.

Lombardo vuole proseguire l’opera – interrotta nel 2001, processualmente non provata ma quanto mai vera, viva e vegeta – di Roberto Scarpinato (si veda il mio articolo di quattro giorni fa in archivio).

Le principali pedine sullo scacchiere di Lombardo sono i processi Meta e Agathos, oltre a quelli svolti o in corso come Bellu lavuru e Piccolo carro, l’indagine sulla Lega Nord e su Francesco Belsito e la riapertura, inutilmente negata in Procura, dell’omicidio del giudice Nino Scopelliti.

Ciascuno di questi “pezzi” sta arricchendo la trama criminale. Alcune mosse sono state già vincenti. Altre attendono la contromossa. Altre saranno inattese.

Negli ultimi giorni abbiamo visto come – secondo l’ipotesi investigative fatta propria da Lombardo e che, dettaglio più dettaglio meno, l’allora pm Roberto Scarpinato perseguì in Sicilia dopo le stragi del biennio ‘92/03 – il “sistema criminale” goda di una rete di “invisibili” di cui fanno parte a pieno titolo i servizi segreti deviati che in Calabria sono, da sempre, di casa.

IL FILO NERO

Vale la pena di concentrarsi anche oggi sui servizi deviati (l’ho fatto anche ieri) perché c’è un filo nero (anziché rosso) che lega dagli anni Settanta in Calabria i servizi segreti deviati all’eversione nera.

Non c’è bisogno che ricordi a lor Signori che nel 1970 – come riassume la Procura di  Palermo a pagina 68 della richiesta di archiviazione del 2001- personaggi provenienti dall’eversione nera (che presero anche parte attiva all’insurrezione di Reggio Calabria) si fecero promotori dell’incontro tra il golpista Junio Valerio Borghese e il gruppo mafioso dei De Stefano, facendo in tale contesto da tramite per le richieste di appoggio ai progetti eversivi, avanzate dalla destra extraparlamentare e proprio da Junio Valerio Borghese alle organizzazioni mafiose.

Così come è inutile ricordare (forse) i reciproci scambi – a fine anni Ottanta – tra politici calabresi, ‘ndranghetisti e imputati per stragi.

Il filo nero prosegue (e solo per riportare l’attenzione agli anni Novanta lo faccio con questo, che è solo un esempio) con la nota 3974 del 6 aprile 1998 della Direzione investigativa antimafia (Dia) che riportava in auge personaggi esponenti dell’estrema destra fin dagli anni Settanta, anelli di congiunzione tra la mafia reggina, la politica, e la massoneria, ritenuti anche legati a “settori dei servizi segreti”.

Per riportare il filo della trama antica ai giorni nostri, basti pensare che nei salotti “borderline” di certi ambienti reggini passarono (e passano) oltre a un’intera classe dirigente, da ministri a prefetti, da cardinali a imprenditori e professionisti di grido, decine e decine di aspiranti politici reggini dei quali fu (viene) decisa la vita e la morte. Di alcuni fu decisa l’ascesa nell’empireo che, ancora non si è fermata. A meno che non arrivino a sentenza alcuni procedimenti e non ne sopravvengano, a valanga, altri.

ANCORA UN FILO NERO

E il filo nero giunge dove meno te lo aspetti. Il “metodo Scarpinato-Lombardo”, in questo puzzle giudiziario e processuale fatto di tessere che il pm reggino spera che si incastrino, si ripropone in tutta la sua potenziale forza: riannodare i fili anche delle indagini che – per le più svariate ragioni – non hanno avuto sbocco processuale.

Correva infatti l’anno 2009 quando Lombardo decise di lavorare sotto traccia sul versante economico, patrimoniale e finanziario delle cosche De Stefano, Condello e Tegano.

In quell’anno Lombardo dispose che gli investigatori andassero a studiarsi gli atti del procedimento penale 215/99 della Dda, istruito da un altro, all’epoca, giovane pm: Alberto Cisterna (il magistrato ex numero due della Dna tra i primi, con Enzo Macrì, Roberto Pennisi e Marco Verzera negli anni Novanta a tentare di dare una svolta alle indagini per ‘ndrangheta e, anche per questo, ha pagato drammaticamente). Quel procedimento non avrà la sorte che la Procura auspicava ma contiene la trama che – nel 2009 – tornerà di attualità.

Il pm Lombardo volle che la Dia prestasse particolare attenzione a tre nomi finiti in quella indagine di 10 anni prima: Romolo Girardelli, detto l’ammiraglio, attualmente indagato nell’indagine che coinvolge l’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, di cui sarebbe stato socio attraverso il figlio Alex, con l’accusa di aver espatriato soldi dei De Stefano; Vittorio Antonio Canale, che nel frattempo si è stabilito in Francia e Paolo Martino, residente a Milano, uomo dai numerosi contatti politici, finanziari e imprenditoriali.

Da Lombardo sono considerati la longa manus dei De Stefano con i quali condividono la passione – guarda tu la vita – per l’estrema destra. Reggio Calabria – non dimentichiamolo mai – è la patria di Ciccio Franco, alla cui ombra sono cresciuti politici ancora in pista che oggi tremano all’idea della piega che l’indagine delle tre Procure (oltre a Reggio, Milano e Napoli) possa prendere.

Seguendo quella pista, la Dia passa mesi in trincea. I riscontri non mancano. Non solo in Calabria. Seguendo le mosse di Paolo Martino, la Procura e la Dia arrivano a Milano dove il raggio di azione si amplia a nuovi personaggi che – come i precedenti – arrivano dalla Calabria e coltivano la stessa passione per un passato politico che non c’è più.

Uno di questi , in particolare, viene seguito per mesi e – quando gli investigatori stanno per gettare la spugna – improvvisamente porta gli inquirenti a battere una pista svizzera dove si incrociano uomini vicini alla Lega Nord e uomini vicini alla cosca De Stefano o di essa addirittura diretta espressione.

La Procura di Reggio Calabria – e siamo nel 2011 – si ritrova così a gestire un filone del tutto inaspettato e allora, solo allora, entrano massicciamente in scena le Procure di Milano e Napoli. Carte, documenti, memorie, server e pc che sono stati sequestrati daranno ancora moltissima linfa all’inchiesta che – nonostante un “parto” di 13 anni – appare ancora alle battute iniziali.

Lombardo applica il metodo che caratterizza le sue indagini. “Solo investigando con profili professi
onali altamente qualificati
– dichiarò nell’aprile 2012 per un articolo che scrissi per il Sole-24 Orescandagliando tra gli intrecci societari e imprenditoriali, facendo rivivere inchieste ben fatte che per vari motivi non hanno portato ai successi auspicati e scambiando dati e informazioni in tempo reale tra Procure, è possibile giungere a risultati significativi”.

DA UN CAPO ALL’ALTRO

La cosa interessante è che mentre tutta questa storia rivive in Calabria – dall’altra parte d’Italia, a Milano – Antonino Belnome, un pentito di ‘ndrangheta sul quale la Procura di Milano fa pieno affidamento, il 3 dicembre 2010 dichiara cose straordinarie ai pm sull’asse mafia-Stato deviato-servizi deviati (qui ripropongo una sintesi, per il resto rimando al post in archivio del 20 aprile 2012).

Leggete questa parte di interrogatorio.

Pm Ilda Boccassini: E ha mai sentito parlare, le ha mai confidato sia Gallace, sia Ruga Andrea o Cosimo Leuzzi delle conoscenze nell’ambito di persone dei servizi segreti?

Belnome: No, di questo mai. Però loro … però ne parlarono … di questo ne parlarono del Novella, me ne parlarono che il Novella aveva …. mi dicevano che il Novella aveva questo tipo di agganci.

Boccassini: Ma giù in Calabria, a Roma o al nord?

Belnome: Non lo so, mi fu detta in una circostanza questa cosa qua.

Boccassini: Senta, lei ora nel riferire le regole dell'organizzazione di cui lei fa parte ha detto che poi ad un certo livello, e siamo ai massimi livelli, è consentito anche avere rapporti con appartenenti alle forze dell'ordine.

Belnome: Con tutto lo Stato.

Boccassini: Con tutto lo Stato, e questo per ragioni anche di convenienza?

Belnome: Anche.

Boccassini: Spieghi meglio questo concetto.

Belnome: Quando si hanno determinate doti entrano in funzione questi chiamiamoli vantaggi, in che senso? Perché quando avete determinate doti siete anche una persona di una determinata importanza, una determinata intelligenza, e le sapete sfruttare al meglio queste cose qua. E poi a certi livelli loro vogliono che lo Stato sia amico, non nemico; su certi livelli. Addirittura c'è una mezza regola, che possono sapere in pochi, che fino a tre volte uno se la può cantare a determinate doti, non collaborare, se la può cantare fino a tre volte, fino a tre volte, a determinate doti.

Boccassini: Spieghi meglio.

Belnome: È una regola che non sa nessuno perché per saperla dovete raggiungere determinate doti, e si dice che "Fino a tre volte ve la potete cantare”, per tre volte è lecito; non collaborare.

Boccassini: Cantare significa svelare alle forze dell'ordine dov'è un latitante piuttosto che un carico di cocaina, oppure fatti di questo genere?

Belnome: Cantare in tutti i sensi, può essere anche un fatto di questo genere.

Boccassini: Quasi un patto di non belligeranza tra parte delle istituzioni e la 'ndrangheta?

Belnome: Io adesso …

Boccassini: Giù in Calabria?

Belnome: Allora, io adesso questa regola qui che hanno messo, come l'hanno messa e su che funzione è stata messa è un po' complesso da spiegare.

Boccassini: Ma questa regola serve mantenere un equilibrio tra lotta all'organizzazione 'ndrangheta e interessi dell'organizzazione?

Belnome: Può servire anche a questo, può servire anche a questo, perché quando voi avete determinate doti …allora le linee dopo si uniscono su certi ragionamenti, che prima non sono considerati, anzi sono condannati, dopo ve li ritrovate in cima.

Direi non male: con lo Stato deviato e i servizi deviati, secondo Belnome, la ‘ndrangheta scende a patti e fa affari. Ma c’è un'altra tessera di quel “sistema criminale” – dopo aver visto quelle odierne – che inaspettatamente da Milano Belnome conferma e che trova sublimazione in Calabria, come ebbe splendidamente a dire il pentito Canella nel 1997: la massoneria deviata. Ma questo lo vedremo domani partendo ancora da Belnome, il nome che non ti aspetti (gestito a Milano) nella ricostruzione del “sistema criminale” di quel folle visionario di Lombardo.

Beh, a domani.

4- to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 4, 5 e 6 marzo).

r.galullo@ilsole24ore.com

  • fabio cuzzola |

    sono contento che stia esplorando questa pista e le suggerisco il mio “Reggio 1970. Storie e Memorie della Rivolta” Donzelli Editore.

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