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Dopo l’alba (di Scilla) il tramonto (di Stato): la ‘ndrangheta ha (sempre) talpe tra investigatori e apparati giudiziari

Cari amici di questo umile e umido blog, molti di voi sapranno che ieri – a Scilla, splendida e ridente cittadina calabrese sul mare (e verso l’Aspromonte) – sono stati arrestati 12 presunti appartenenti alla cosca Nasone-Gaietti che secondo la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria imperversavano tra i cantieri del 6° microlotto (ma in realtà anche gli esercizi dell’intera area di influenza) piegando le imprese allo “storico” pizzo del 3% (si veda anche mio post precedente).

Sugli aspetti di questa delicata operazione torno da oggi e per le prossime ore e i prossimi giorni con alcune chiavi di lettura.

La prima che mi preme fornire è che – ancora una volta – questa operazione svela la parte marcia dello Stato in Calabria. E’ qualcosa alla quale non mi abituerò mai. Pensare che chi indossa una divisa o una toga è – contemporaneamente e soprattutto – al soldo delle mafie mi ripugna e fa vomitare la mia coscienza di cittadino.

Sì lo so, dovrei (dovremmo) esserci tutti abituati. In Calabria tra magistratura sorda (nel migliore dei casi) e corrotta, servizi deviati e politici mafiosi che si fanno paladini dell’antimafia ci sarebbe da farci il callo ma – sapete com è – è più forte di me e non mi rassegnerò mai.

Per questo evidenzio una parte dell’ordinanza “Alba di Scilla” firmata ieri dai pm Prestipino Giarritta Michele, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane che – verosimilmente – qualcuno sperava (per ragion di Stato) che rimanesse tra le righe accompagnata da relativo silenzio.

Dalle pagine 204 in poi i pm chiariscono perché è necessario procedere agli arresti e perché c’è pericolo di fuga di gran parte degli indagati.

Bene. A pagina 204 si legge che il pericolo di fuga “in primo luogo” (e badate bene: “in primo luogo” scrivono i pm) emerge in modo palese dal tenore delle conversazioni telefoniche intercorse durante un vasto controllo predisposto il 13 gennaio 2012 dalla Compagnia dei Carabinieri di Villa San Giovanni nel territorio di Scilla, con conseguente presenza di numerose pattuglie nel predetto centro abitato. “Tale dispiegamento di forze – si legge  testualmente – ha creato forte allarme tra i componenti della cosca ed ha indotto i fratelli Nasone Domenico e Rocco ad allontanarsi immediatamente dal proprio domicilio e a nascondersi in luoghi già prestabiliti presso soggetti compiacenti; tale condotta non trova alcuna ragionevole giustificazione se non considerando il timore dei fratelli Nasone di essere destinatari di misure restrittive della libertà personale”.

 

SECONDO MOTIVO? NO: PRIMO!

 

Ma c’è un secondo motivo, si legge da pagina 207 in avanti, per il quale la fuga di molti indagati è probabile: la presenza di talpe nelle Forze dell’ordine (e non solo viene da pensare) che informavano (minuto per minuto o un tanto al chilo?) i presunti affiliati alla cosca dei passi avanti di investigatori e inquirenti.

Questo – ahimè – io lo catalogherei come “primo motivo” della necessità di arresto immediato e lo sottopongo alla vostra attenzione, cari lettori, come un ennesimo e indegno episodio di divise (e/o toghe?) sporche che – mi auguro – vengano presto individuate ed espulse (se colpevoli).

Ma colpevoli devono esserci – tra gli apparati investigativi e giudiziari dello Stato – se è vero che nell’ordinanza, testualmente si legge: “quanto emerso dalle attività tecniche di intercettazione telefonica sul pericolo di fuga si arricchisce di un’ulteriore circostanza che ne rafforza la fondatezza; i soggetti destinatari del presente provvedimento di fermo sono consapevoli dell’attuale svolgimento di indagini nei confronti della cosca di ‘ndrangheta operante a Scilla per cui appare ovvio ritenere che gli stessi possano rendersi irreperibili, dandosi ad una sorta di “latitanza volontaria”; come emerge dalle conversazioni intercettate all’interno della Casa circondariale di Benevento (colloquio dell’11 novembre 2011) Nasone Gioia Virgilia e Fulco Annunziatina sono venute a conoscenza, tramite il nipote e cugino Nasone Domenico, dell’esistenza di attività di intercettazione da parte delle Forze dell’Ordine. Tale inquietante elemento – corrispondente al vero (i colloqui del detenuto Fulco Giuseppe già allora erano sottoposti ad intercettazione audio-video) – dimostra lo spessore criminale dei componenti della cosca mafiosa denominata Nasone-Gaietti; infatti costoro – oltre ad esercitare, come sopra dimostrato, con la forza dell’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva un controllo asfissiante sui soggetti economici operanti nel territorio di Scilla – sono riusciti ad infiltrarsi all’interno degli apparati investigativi e giudiziari dello Stato, carpendo illecitamente informazioni coperte dal segreto di indagine. A ciò si aggiunga che è lo stesso Nasone Franco a nutrire la convinzione dell’esistenza – avvalorata ovviamente da fonti di conoscenza illecite – di un’indagine in corso da parte delle Forze dell’Ordine; tale circostanza emerge in modo evidente da una conversazione tra presenti registrata il 23 febbraio 2°12 all’interno del bar “La Genziana” di Scilla, nel corso della quale Puntorieri Pietro racconta a Libro Francesco le raccomandazioni ed i suggerimenti ricevuti da Nasone Franco la sera precedente. E’ altissimo, di conseguenza, il rischio che gli odierni indagati vengano a conoscenza da un momento all’altro dei più recenti sviluppi legati all’indagine in corso – in particolare, dell’esistenza di una microspia all’interno del bar “La Genziana” di Scilla – ed in tal caso, anche tenuto conto della spiccata propensione a rendersi irreperibili dimostrata già in occasione del controllo sul territorio operato dai Carabinieri il 13 gennaio è pressoché certo che si darebbero alla fuga”.

Inquietante, scrivono Prestipino Giarritta, Cerreti e Ferracane.

“Infiltrati” – scrivono ancora i tre magistrati – tra gli apparati investigativi e giudiziari che rubano segreti e li portano fuori da luoghi sacri per la Giustizia quali – per me – sono gli uffici di una caserma di polizia, dei Carabinieri, della Guardia di finanza o di una Procura.

Bisogna inoltre riflettere sul fatto che oltre ai danni immediati (vale a dire la necessità di arrestare subito questi indagati) ci sono i danni in prospettiva che riassumo così: quante altre cose si sarebbero potute scoprire, magari a cascata, se gli indagati non fossero stati informati da talpe degli apparati investigativi e giudiziari? E questo – ahimè – è un problema che sorge spesso in Calabria e non solo.

Dopo l’alba (di Scilla), il tramonto (di Stato).

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata il 30 maggio)

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • pasquale montilla |

    Bellissimo articolo,la solita lucida analisi antropologica criminale.
    Scilla e’un tempio sul mare, incantevole e rappresenta una meta per immersioni subacquee tecniche nello stretto di Messina dalle emozioni indimenticabili.Appena un anno fa mentre mangiavo un meraviglioso panino al pesce spada al porto di Scilla elaborato da donna Maria,incantevole signora affettuosa, ho sentito due pescatori che commentavano:u piggiaru u piggiaru e u miseru nta machina. Si trattava dell’arresto di un ragazzo di Scilla che chiedeva il pizzo per i padroni della mafia dell’autotrada.
    Il volto dei pescatori di Scilla era il solito con tante rughe dalla tanta fatica ma con qualcosa di diverso .
    Li sentivo parlando piu’liberi!
    Pasquale Montilla

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