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Un corrotto trallallà, due corrotti trallallà: l’Ambasciata Usa, Marco Vitale, Napoleone e la statura al Governo

Il 4 aprile 2008 ricevo nella mia mail presso il giornale una lettera dell’Ambasciata Usa in Italia.

Debbo confessarvi che per un momento ho sperato che fosse il colpo di fortuna che sogni per una vita: lo zio d’America che ti vuole lasciare un’eredità di fantastiliardi di dollari e, non sapendo come raggiungerti, si affida alle vie diplomatiche.

Nemmeno il tempo di ragionare sul fatto che non avendo parenti negli Stati Uniti il sogno poggiava sulla sabbia, che l’oggetto della missiva rendeva tutto più chiaro. “La sezione economica dell’Ambasciata degli Stati Uniti è interessata ad approfondire l’impatto della corruzione sull’economia e sulla società italiana. Lo scopo principale è valutare se l’ambiente economico sia favorevole per gli investitori americani interessati all’Italia. Abbiamo già avuto contatti con la Corte dei conti, l’Alto Commissario per il contrasto alla corruzione e con l’ufficio italiano di Transparency international. Abbiamo seguito con attenzione gli articoli del dott. Galullo sulla corruzione pubblicati dal Sole 24 Ore e saremmo interessati ad un incontro riservato per approfondire le sue considerazioni, e in particolare per capire se la corruzione sia più o meno diffusa oggi che nel periodo di Mani Pulite”.

Chiaro anche a voi ora? Gli statunitensi – e di questo sono grato – avevano scelto il giornale per il quale scrivo tra gli osservatori in grado di poter esprimere una valutazione (di parte e secondo esperienza personale, come lo sono state del resto le altre) sul fenomeno della corruzione nel nostro Bel Paese.

Il contenuto dell’incontro – riservato – resta ovviamente tra me e l’Ambasciata statunitense ma a distanza di otto mesi da quell’incontro voglio ragionare con voi partendo da un indice statistico su cui discutere.

Secondo l’ultimo rapporto del 9 dicembre 2008 di Transparency International – l’associazione mondiale contro la corruzione di cui potete visitare il sito italiano www.transparency.it per approfondire dettagli e statistiche di cui scrivo nel post – l’Italia è un Paese dove (da anni) la corruzione è a livelli allarmanti. Ogni anno Transparency international sottopone un questionario a quasi 3mila dirigenti di aziende dislocati in 26 Paesi del globo e chiede loro di esprimersi su un concetto semplice semplice: dove è più alto il rischio di pagare alla pubblica amministrazione e ai politici mazzette per ottenere la strada spianata per le aziende che rappresentate? Dove, in altre parole, secondo voi dovete “ungere” le rotelle della politica e della burocrazia, altrimenti il motore dell’impresa si inceppa?

Bene. Tra i 22 Paesi più sviluppati (o che credono o dicono di esserlo) la propensione alla corruzione in Italia viene appena prima di Brasile, India, Messico, Cina e Russia (la nazione dove, in valore assoluto, le mazzette sembrano volare come gabbiani intorno a un cumulo di immondizia su una chiatta galleggiante). Sopra la nostra testa ci sono Paesi come Taiwan, Sud Corea e su su per li rami, si arriva alle nazioni dove la verginità della pubblica amministrazione è bianca come un fiocco di neve in caduta libera. Il podio dei Paesi “immacolati” vede Olanda, Canada e, sul gradino più alto, il Belgio.

Ora, si può credere o non credere a questa classifica Anche io, personalmente, non credo che un funzionario belga o canadese sia in partenza più incorruttibile di un nostro connazionale. Se cosi non fosse bisognerebbe spolverare non tanto i ragionamenti sull’onestà genetica di certi popoli del Nord quanto addirittura le teorie sulla superiorità delle razze, che fanno venire i brividi solo a pensarci. Anche io credo – come ritengono molti osservatori – che gli italiani sono pronti ad ammettere la corruzione tra i vizi capitali della nostra democrazia, mentre all’estero (per amor di Patria) si incassa la tangente, si tace e si sventola la verginità (al prossimo che passa).

Il punto – a mio avviso – non è questo.

I mali endemici della corruzione italiana hanno un’origine certificata: il sistema delle regole e delle leggi che fa di tutto per disincentivare l’ onestà e premiare la furbizia. In questa catena (non casuale) chi non paga non ottiene. Oppure ottiene con ritardo, quando magari è inutile. E attenzione: chi crede che la corruzione sia un fenomeno del Sud Italia sbaglia alla pari di chi crede – seguendo in tv le peripezie pubblicitarie del furgoncino che non esce dal parcheggio per colpa di una cassiera tanto rintronata quanto megera – che le banche di credito cooperativo siano davvero differenti dalle altre.

La corruzione corre – parafrasando Alessandro Manzoni – dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Fuori di metafora: “Capitale corrotta = nazione infetta”, titolava nel 1956 la copertina dell’Espresso con una (per noi giornalisti) mitica inchiesta di Manlio Cancogni sulla speculazione edilizia a Roma. Vi dice niente, a tale proposito, l’approssimarsi di Expo 2015 a Milano? Non vorrei che qualcuno titolasse “Capitale morale corrotta = Nazione infetta”. Oppure, riprendendo una battuta amara del collega Marco Travaglio, si titolasse: “Il grande successo di Expo 2015 si conclude. Con una maxi retata”.

Ebbene, a mio giudizio, nulla è cambiato: se il Parlamento è spesso la prima fonte di corruzione o, se preferite, è altrettanto spesso un’incubatrice in cui allevare piccoli corruttori che poi cresceranno o è un rifugio dei grandi corruttori, come possiamo credere che la virtù alligni in periferia? Come possiamo credere che i casi che sono in questi giorni sulle prime pagine dei giornali – Firenze, Crotone, Napoli – siano isolati o, peggio, eccentrici rispetto a un sistema immune dai mali?

Ora, per farla breve e non annoiare i miei adorati amici di blog, sottopongo al vostro ragionamento una riflessione del p
rofessor Marco Vitale
, economista tra i più lucidi in Italia e anche per questo fuori dai circoli ciarlieri. Fatti e non parole, per questo bresciano il cui cognome tradisce chiare origini meridionali (oh yeah, così ci piace l’Italia, unita). Dice Vitale – il cui figlio, l’amico Luca, ho avuto il piacere di avere per tanti anni collega al Sole-24 Ore prima che decidesse, ahinoi, di lasciare il giornale per dedicarsi ad altro – sul penultimo numero dell’Espresso in un’intervista a Emiliano Fittipaldi che “l’affermarsi della corruzione endemica e la mafia sono fenomeni contigui che si autoalimentano”.

Dov è – verrebbe da dire – che si firma per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare che equipari i reati di mafia a quelli di corruzione? Dov è che si firma per certificare – come dichiarava Sciascia – che la linea della palma si sta alzando verso il Nord (in altre parole, che le mafie ormai stanno annullando rapidamente le differenze tra Trapani e Milano, Cutro e Reggio Emilia, Reggio Calabria e Firenze, Casal di Principe e Roma)?

Non so voi e non so Vitale, ma io ho l’impressione che oggi non tira una buona aria per chi avesse voglia di mettere un banchetto in piazza e raccogliere adesioni. Ho l’impressione che la propensione alla corruzione o, peggio, la patente di corrotto – per chi ci governa oggi, così come per chi ci governava ieri e ieri l’altro e il giorno prima a partire dagli anni Cinquanta – sia un titolo di studio che vale più della laurea, una corsia preferenziale usata dai furbetti del quartierino, una rampa di lancio per i faraoni della finanza creativa.

Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno”, continuava Manzoni nel “Cinque maggio” scritta nel 1821 e dedicata a Napoleone Bonaparte. Un ode civile di cui avremmo bisogno oggi di rispolverarne i valori, visto che di persone di Governo all’altezza di Napoleone ne abbiamo sempre avute. E non mi riferisco alla statura morale o di statista, ma proprio a quella fisica. E basta.

roberto.galullo@ilsole24ore.com

  • galullo |

    Caro aghost,
    capisco la sua amarezza e apprezzo le sue riflessioni ma non le condivido.
    Troppe volte ho sentito fare i suoi discorsi; “un popolo che non esiste… corporazioni… chi resta fuori dal giro deve arrangiarsi…chi lavora tira la carretta anche per gli altri…etc etc”. Me lo lasci dire per come la penso: qualunquismo allo stato puro. Con ciò non voglio esprimere un giudizio sul qualunquismo, dico solo che non mi appartiene. Lei crede forse che i Paesi Bassi o la Spagna (solo ed esclusivamente per rimanere vicinissimi all’Italia) siano più popolo di noi? Crede che lì le corporazioni non esistano? Crede forse che lì ciascuno non si dia da fare come può? E crede infine che non ci siano i fannulloni tanto amati da Brunetta? No guardi – per come la vedo io sia chiaro, non voglio e non devo convincere nessuno – la corruzione nasce dentro di noi. Punto. O si sta dalla parte della legalità, sempre e comunque e a qualunque prezzo, o si sta di la. Vie di mezzo, per come la vedo io, non ce ne sono. E non ce ne saranno mai. I compromessi, sulla legalità, la morale, l’onesta, la pulizia, non si fanno. Mai. E infine credo un’altra cosa: che siamo un gran popolo che invece di capire che le differenze sono la nostra ricchezza (Dio solo so quanto ami siciliani e trentini allo stesso modo nelle loro differenze, tanto per fare un esempio), continua coglionamente a sfottere il prossimo: “terrone” o “polentone” che sia!
    Un saluto
    Roberto
    p.s. La prossima volta che scrive, gentilmente, non usi pseudonimi. Il rispetto si esercita anche con le piccole cose. Grazie

  • aghost |

    mah, è un discorso lungo… che parte probabilmente dalle origini degli italiani che, come popolo, è unito solo ai mondiali di calcio… Dominati per millenni, si sono attrezzati per adattarsi, nei secoli, al dominatore di turno…
    Si potrebbe però anche dire che l’italia è la dimostrazione migliore di come la democrazia, basata sul concetto della rappresentanza sia, in realtà, una truffa. Mi piacerebbe fare una statistica per sapere quanti italiani si sentano “rappresentati” dalla classe politica che li governa.
    Tutto il sistema è il risultato di un coacervo di interessi di varie oligarchie e corporazioni, che si combattono l’una l’altra a scapito dei più deboli o di coloro che non sono organizzati in partiti. L’individuo isolato, che non appartiene a una delle mille consorterie, marcia con difficoltà incontrando continuamente ostacoli, pagando “dazio” ad ogni passo. La corruzione nasce da qui, dal bisogno. I milioni di italiani non organizzati, quelli che campano col loro magro stipendio, tirano la carretta anche per tutti gli altri.

  • galullo |

    Grazie a lei. Il testo che ho scritto, i realtà, si commenta da solo
    roberto

  • cerere |

    Non capisco l’assenza di commenti ad un testo del genere.
    Eccezionale! Grazie, grazie, grazie.

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