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Reggio Calabria/ 3 Scarpe, giochi, casa e caffè: chi è contiguo alla cosca De Stefano-Tegano veste, svaga, dà un tetto e ristora la città

Amati lettori di questo umile e umido blog, da due giorni scrivo dell’operazione con la quale, la scorsa settimana, i finanzieri del Comando provinciale di Reggio Calabria (agli ordini del colonnello Alessandro Barbera), hanno sequestrato prima, e confiscato poi, un patrimonio mobiliare, immobiliare e societario, per un valore di circa 10 milioni, nei confronti dei Lavilla (il padre Giuseppe e i figli Antonio e Maurizio), noti imprenditori reggini.

Per i due articoli scritti finora rimando ai link a fondo pagina e oggi riparto con una riflessione che consegue a quanto finora vi ho raccontato ma che origina da un aneddoto.

Nel maggio 2011 il pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo interrogò Giuseppe De Stefano che gli raccontò un episodio del padre, Paolo, ucciso ad Archi il 13 ottobre 1985. L’episodio è di inizio anni Ottanta. Gli disse: «Usciamo a comprare un paio di scarpe e a pagare i debiti che ho con i calzaturifici di Reggio Calabria. I De Stefano non lasciano mai debiti e conti aperti». Giuseppe De Stefano era un patito per le scarpe, ne aveva una collezione e in quegli anni – parliamo dell’82/83 – un buon paio di scarpe costava in media 20mila lire.

Quando torno dall’acquisto disse al figlio: «Sai quanto ho pagato un paio di scarpe? 60 milioni (equivalenti a circa 30mila paia di scarpe, ndr,). Dottore Lombardo, Reggio cammina sulle scarpe che gli abbiamo messo noi. Cammina sulle nostre scarpe».

Bene, fermarsi alle scarpe sarebbe come camminare solo sulla superficie di quanto accade a Reggio Calabria (scusate la battuta), provincia battuta in lungo e in largo dalle cosche che dominano molto più di un tempo (anche se lo Stato, illudendo se stesso e imbonendo i sudditi, urla che la vittoria sta per arrivare). Il decreto di confisca firmato l’8 luglio 2015 dai giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale (presidente Ornella Pastore, giudici Vincenza Bellini e Mariarosa Savaglio), depositato il 19 ottobre ed eseguito dalla Gdf la scorsa settimana, lo testimonia plasticamente.

Altro che scarpe! A leggere le attività imprenditoriali e commerciali confiscate alla famiglia Lavilla (padre e due figli), definita da investigatori e inquirenti contigua alla cosca Tegano, storica alleata della cosca De Stefano, si capisce che Reggio Calabria – di riffa o di raffa – è nelle mani del “duo di Archi” (sembra il nome di un complesso musicale, è invece è un complesso mortale) spesso vincente. Dalla culla alla tomba.

A Maurizio Lavilla non solo sono state confiscate le quote (8%) della Futurvending srl e il 100% della Calabra vending srl che distribuivano e distribuiscono caffè, bevande e snack a mezza Reggio Calabria (privati e Istituzioni) ma anche due società dedite alla costruzione di edifici residenziali e no. Contemporaneamente, nei confronti del fratello Antonio, il Tribunale ha disposto la restituzione del 100% delle quote di due imprese dedite alla costruzione e alla vendita di edifici, delle sue quote in un bar e delle quote (sue e del fratello) di una società per l’esercizio di sale giochi e biliardi.

Non solo distributori per caffè, panini, gassose e merendine: tra gli immobili oggetto della confisca c’è un intero palazzo in corso di realizzazione.

Finita qui? In generale, dal punto di vista del provvedimento di confisca sì ma a leggere per intero il provvedimento si scopre che se il caffè non rende nervosi i Tegano e il cemento li fortifica, biliardini e sale giochi  permettono ad elementi a loro contigui (lo dicono la Procura e il Tribunale) di sollazzare i reggini, evidentemente distratti al punto da non riconoscere chi gli permette di tirare le levette delle slot machine che placano un’effimera sete di vincite.

Il collaboratore di giustizia Giuseppe Morabito in un interrogatorio del 30 ottobre 2003 dirà: «…Giuseppe Lavilla sarebbe quello che ha il coso là al ponte della Libertà che il coso di biliardi…i biliardi…» e che il 7 novembre, in un nuovo interrogatorio, aggiungerà: «Lavilla Giuseppe che faceva il gioco d’azzardo nel suo coso dove aveva, il coso dei biliardi….per conto degli arcoti faceva il gioco d’azzardo…». Vero? Falso? Verosimile? Come per tutti i pentiti (o presunti tali) non sta certo a me dirlo. Io registro e mi interrogo (il dubbio è l’anima del giornalismo).

Mi interrogo perché – ad esempio – in dibattimento (processo Archi-Astrea) il pentito Giambattista Fracapane aggiungerà: «Conosco Giuseppe Lavilla, diciamo, il costruttore per motivi di cronaca (…) L’ho conosciuto in carcere. Ma così non c’ho niente di specifico da raccontare…Si sapeva che era il costruttore di…con Paolo De Stefano, ma a livello….Si sapeva, saliva pure da Paolo De Stefano quando lui era latitante sui villini là in Archi. Ma si sapeva…Cioè non è che giustamente…se lo sapevo io, non è una persona estranea lo può sapere. Però nel nostro ambiente si sapeva…Prima con Paolo De Stefano e poi son continuati con i Tegano…Eh, rapporti di lavoro sicuramente. Rapporti di attività. Forse sicuramente le attività dei biliardi ce l’aveva con Giovanni…con Giovanni Tegano giustamente».  Come no,  certo: «giustamente».

E nel decreto di confisca i giudici vanno oltre quelle dichiarazioni in dibattimento e scrivono che Fracapane (si legga da pagina 12) «su domanda del pubblico ministero ha confermato che si trattava di un soggetto vicino prima a Paolo De Stefano e poi a Tegano e il fatto che fosse nella gestione dei giochi in società con Giovanni Tegano. In proposito riferiva che Mario Audino nel periodo in cui egli, Orazio De Stefano e Luigi Molinetti erano latitanti aveva riferito loro che Giovanni Tegano voleva uccidere Campolo Gioacchino (l’ex re dei videopoker a Reggio Calabria al quale il 22 maggio 2015 lo Stato ha confiscato beni per “appena” 330 milioni, ndr) per fare spazio a Lavilla e che la cosa non era andata in porto perché si era opposto Orazio De Stefano. Ulteriori elementi si traggono dalle dichiarazioni rese da Mesiano Carlo il quale nel verbale del 21 maggio 2012 ha riferito di conoscere Lavilla Giuseppe ed i figli Maurizio ed Antonino e di essere venuto a conoscenza del fatto che i predetti erano “vicini a quelli di Archi” da intendere come i De Stefano che poi si erano uniti ai Tegano. Inoltre il predetto ha riferito che i Lavilla erano titolari di una sala giochi, biliardi e scommesse nella via…omissis…avendolo appreso da tale Santucci che si occupava della gestione delle attività».

Dormi felice e asciutta Reggio, Tegano-De Stefano assorbe tutto. A domani con una nuova puntata.

r.galullo@ilsole24ore.com

 

3 – to be continued (per le precedenti puntate si leggano

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/03/01/reggio-calabria1-dda-tribunale-e-gdf-mandano-il-caffe-di-traverso-alle-cosche-de-stefano-e-tegano/

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/03/02/reggio-calabria2-il-matrimonio-del-rampollo-giovin-imprenditor-che-rafforzo-il-legame-con-la-cosca-tegano/

e anche

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/07/09/giuseppe-de-stefano-dottore-lombardo-reggio-calabria-cammina-sulle-nostre-scarpe/)

  • bartolo |

    Caro Galullo, con l’augurio che mi leggano, tra i suoi tanti affezionati lettori pure i professionisti sul fronte antimafia, vorrei ricordare, come scrive nel post, che Paolo De Stefano è stato assassinato il 13 ottobre 1985, allorquando (stato estraneo?) aveva quasi completato l’opera di disintegrazione della ndrangheta. Quindi, non dovrebbe meravigliare alcuno che suo figlio adolescente all’epoca abbia memorizzato come qualcosa di straordinario cifra e numero di reggini calzati dal padre; ancor più, gli addetti ai lavori, perennemente impegnati nell’immane impresa di trarre ragni dai buchi, nel mentre le ragnatele, partite dai palazzi di giustizia, ormai avvolgono l’intera città.

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