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Roberto Pennisi (Dna): «Cosa nostra e ‘ndrangheta entrano nel business legale dei rifiuti – Milano provincia di Reggio Calabria»

Ai media è sfuggito che il 4 novembre 2014 il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il sostituto procuratore Roberto Pennisi si sono recati in audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Nel post di ieri ho dato spazio alle convinzioni di Pennisi sul vero, presunto o falso affondamento delle navi dei veleni a largo delle coste calabresi da parte della ‘ndrangheta (si veda link a fondo pagina).

Oggi tratterò della drammatica ricostruzione della criminalità di natura ambientale.

Quando è stato approvato l’articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006 ed è stato inserito il traffico internazionale di rifiuti nell’articolo 51, comma 3-bis, del Codice di procedura penale sulla competenza delle direzioni distrettuali antimafia, il coordinamento della Direzione nazionale antimafia ha reso possibile leggere scenari complessi, ovvero mappare flussi internazionali, avendo a disposizione un numero di informazioni, tutte analizzate e provenienti dalle forze di polizia e da organi di polizia giudiziaria a competenza settoriale, come l’agenzia, che consentivano di fare un quadro della situazione. Questo quadro della situazione non riguarda soltanto l’aspetto geografico, cioè da dove partono i rifiuti e verso quale destinazione vanno, ma anche il modus operandi, ovvero quali sono le associazioni criminali che agiscono e quali sono gli aspetti di criminalità economica che riguardano il traffico dei rifiuti. Ricordiamo che l’articolo 259 del D.Lgs 262/60 sanziona il traffico internazionale di rifiuti e l’articolo 260 l’attività organizzata funzionale al traffico internazionale di rifiuti.

LE DIFFERENZE

Pennisi mette subito le cose in chiaro spiegando l’enorme differenza nella gestione dei business tra le varie mafie presenti sul territorio italiano.

Ebbene, spiega Pennisi, Cosa nostra e ’ndrangheta, a differenza della camorra (i casalesi) non si sono mai sognate di gestire il ciclo illegale dei rifiuti. Si sono sempre inserite in quello legale, attraverso i loro sistemi e con i loro metodi, partecipando alle gare d’appalto indette dagli enti locali e acquisendo la gestione dei rifiuti solidi urbani dei centri all’interno dei quali esercitavano il proprio dominio. «Tant’è vero che oggi le indagini che si fanno sia in territorio siciliano, sia in territorio calabrese – spiega bene il sostituto procuratore nazionale antimafia per il 260 (l’attività organizzata funzionale al traffico internazionale di rifiuti, ndr) – non vedono la presenza di organizzazioni criminali di tipo mafioso. Spesso, anzi, regolarmente nei procedimenti penali per 260 non compare neppure l’aggravante dell’articolo 7 del decreto legge n. 152 del 1991, ossia la finalità di mafia e, quindi, trafficare illegalmente i rifiuti per fare l’interesse della ’ndrangheta o di cosa nostra, oppure svolgere traffici di rifiuti con le modalità mafiose, sfruttando il potere di intimidazione delle cosche o delle ’ndrine».

IL PARADOSSO

E per spiegare ancora meglio il suo ragionamento, Pennisi si spiega con un paradosso che accomuna Lombardia e Piemonte. «La Lombardia è provincia di Reggio Calabria. Milano è provincia di Reggio Calabria dal punto di vista criminale – incalza il sostituto procuratore nazionale antimafia – e vi dico una cosa che vi sorprenderà, ma Milano non ha alcun procedimento penale per 260 con l’aggravante dell’articolo 7, il che significa che è presente la criminalità mafiosa, che si occupa dei movimenti terra».

E per ribadire i concetto che la ‘ndrangheta entra direttamente nel business e non si sporca le mani con il traffico illecito, almeno a quelle che finora sono le evidenze giudiziarie e processuali, Pennisi prosegue con l’esempio piemontese: «ripeto, per esempio, nel territorio piemontese c’è stata di recente un’interessante indagine della Dda di Torino contro una cosca di ’ndrangheta. Nell’ambito di questo procedimento c’è stata anche la contestazione del 260, anche in quel caso senza l’articolo 7. Si trattava di un imprenditore che, disponendo di cave, le aveva messe a disposizione di questi ’ndranghetisti che facevano movimento terra. Probabilmente all’inizio l’avevano intimidito, ma poi dall’intimidazione si era passati all’afflato tra i due soggetti, tant’è vero che l’imprenditore in questione è poi stato imputato, se mal non ricordo, per concorso esterno in associazione mafiosa».

GLI SPECIALISTI

Per i rifiuti ci vogliono gli specialisti, intervengono gli specialisti.
«Qui il discorso potrebbe riguardare anche i broker, perché spesso broker e specialista si fondono e si confondono – incalza il sostituto procuratore nazionale antimafia –. Addirittura i broker dei traffici di rifiuti interagiscono con i cosiddetti sviluppatori delle energie alternative. Siamo in un mondo, ripeto, l’ho detto tante volte, in cui il crimine è particolarmente sofisticato e il crimine ambientale può diventare chiave di lettura della criminalità organizzata in generale, anche di quella mafiosa, che oggi non è più come la conosciamo, o non è solo più come la conosciamo. Cosa succede? Ci vuole lo specialista, cioè il soggetto che agli occhi dell’imprenditore ha acquisito un’affidabilità, perché è imprenditore anche lui, ma sa fare le cose e offre determinate garanzie, senza neppure più il bisogno di ricorrere ai signori del territorio. Essendo l’attività sofisticata, la si può porre in essere senza il mafioso che col fucile guardi il terreno in cui si dovranno sversare i rifiuti. Questo soggetto, allora, diventa interlocutore anche delle più grosse imprese in campo nazionale e noi vediamo comparire delle associazioni temporanee di impresa che si costituiscono dopo l’aggiudicazione degli appalti, in Piemonte come in Lombardia, come in Veneto, come in Toscana. Spesso si tratta della stessa persona, cioè della stessa impresa, che poi stranamente compare anche in Campania per le bonifiche del territorio del Sarno o che comparirà per le bonifiche che ci saranno nella Terra dei fuochi. Con il sistema che noi abbiamo messo in piedi siamo oggi in condizioni di prevedere chi si presenterà per aggiudicarsi un appalto. Non si possono costruire i procedimenti penali sulla base delle previsioni, ma si possono mettere in stato di allerta sia gli organi di polizia giudiziaria, sia le direzioni distrettuali antimafia perché stiano attenti, questo è il nostro compito, alla fine, a determinati fenomeni che potranno svilupparsi nei loro territori».
Complessivamente, la realtà è questa. Questo vale per il Piemonte, per la Lombardia e per il bresciano. Ma su Brescia torniamo con il post di domani.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (per la precedente puntata si veda

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/01/21/navi-dei-veleni-roberto-pennisi-dna-gli-affondamenti-della-ndrangheta-a-largo-delle-coste-calabresi-sono-favole/

oltre che

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/02/07/navi-dei-veleni-il-capitano-natale-de-grazia-tocca-i-fili-e-muore-mafie-massoneria-deviata-e-servizi/

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/02/07/navi-dei-veleni-il-capitano-natale-de-grazia-tocca-i-fili-e-muore-mafie-massoneria-deviata-e-servizi/)