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De Magistris, Genchi, Scarpinato, Di Matteo, Lari, Cafiero De Raho, Renzi, de Bortoli e “le” massonerie

Parto da un episodio personale. Nel lontano (giornalisticamente parlando) 2007, l’allora direttore del Sole-24 Ore, Ferruccio de Bortoli (sul quale a fondo articolo tornerò) mi chiese di seguire a Catanzaro l’indagine Why Not di un magistrato napoletano che – nomen omen – si chiama Luigi De Magistris.

Dovevamo recuperare terreno visto che gli altri media stavano cavalcando l’onda. Noi no. Rimediammo con una lunga serie di servizi a mia cura che poi si interruppero, come spesso capita nei giornali, senza un perché.

Un collega calabrese mi mise in contatto con De Magistris, che la prima volta mi diede appuntamento in un giardino pubblico di Catanzaro. Di vederci nel suo ufficio non ne voleva proprio sapere.

MASSONI SOPRA E SOTTO

Quando ci incontrammo, convenevoli e presentazioni a parte, come prima cosa gli chiesi perché stavamo seduti, come due anziani, sulla panchina di un parco lontano dalla Procura. La sua risposta fu fulminea e fulminante: «In Procura i massoni ce l’ho sopra, sotto, a destra e a sinistra. Anche le mura degli uffici sono iscritte a una loggia».

Capii subito, dunque, che la sua indagine non sarebbe andata avanti di un millimetro. Leggendo gli atti, altrettanto chiaramente, capii che aveva fotografato un mondo marcio. Peccato che la sua non potesse essere una fotografia giudiziariamente provabile fino alle estreme conseguenze. Ogni singola pagina di quell’indagine provocava un voltastomaco etico e morale a chiunque facesse del rigore, dell’onesta e della legalità (come chi vi scrive) la propria ragione di vita. Una fotografia perfetta dell’Italia (a partire dal suo ombelico putrefatto, vale a dire la Calabria) corrotta e corruttrice. Insomma, lo sciantoso (enorme suo limite) pm napoletano aveva messo il dito nel corpo putrido, nauseabondo e moribondo dello Stato e, proprio per questo, da quello stesso Stato corrotto e corruttore sarebbe stato espulso e rigettato con clamore “educativo”. Gli anticorpi di Giginiello o sciantoso poco o nulla avrebbero potuto contro la batteria chimica dello Stato marcio.

Già criticabile per una pesca a strascico, che ho sempre evidenziato nei servizi sul Sole-24 Ore quando altrove facevano piovere elogi al matador napoletano e ancor più criticabile per una serie di affastellamenti indiziari, era chiaro che il cuore della sua indagine era la caccia ai poteri occulti che dominano la Calabria e l’Italia tutta.

Vi siete mai chiesti perché questa è forse l’unica indagine calabrese degli ultimi decenni in cui la ‘ndrangheta non compare neppure di striscio?  Il motivo è evidente: il livello che inseguiva il duo di coppia De Magistris-Genchi era superiore e riservato. La caccia era a quella logge occulte e deviate all’interno delle quali le cosche della ‘ndrangheta sono quota parte ma non azioniste di maggioranza. Lo stesso sogno (o errore) che commise, qualche anno prima, tal Agostino Cordova che da quel di Palmi voleva dimostrare che si poteva rompere la reale catena di comando che soffoca la Calabria e su per li rami l’Italia intera (e non solo).

Ora, al netto del fatto che la cabina di regia individuata da De Magistris aveva una filiale (o sede principale?) a San Marino e che il suo impianto investigativo non resse alla prova dei fatti (la violazione della cosiddetta legge Anselmi crollò rapidamente, forse troppo rapidamente), è proprio nelle successive dichiarazioni rese dall’attuale sindaco di Napoli ai suoi ex colleghi di Salerno (nel 2008 la Procura campana ordinò il sequestro dei vari fascicoli in mano a De Magistris ipotizzando complotti di varia natura) che ritornano e vanno quindi riscoperti e ritrovati i motivi della resistenza alla sentenza che in primo grado lo ha condannato a un anno e tre mesi per abuso d’ufficio insieme al suo sodale Gioacchino Genchi, mister “banca dati”. Sentenza che non giudico mentre invece credo che alla luce della decisione del prefetto di Napoli, Francesco Musolino, di considerare applicabile la sospensione derivante dalla cosiddetta legge Severino, De Magistris (volente o nolente) debba lasciare per 18 mesi la carica di sindaco, continuando, come del resto ha annunciato, da altri scranni la battaglia.

QUI SALERNO

Negli interrogatori resi a Salerno si capisce che la battaglia di De Magistris è contro un sistema marcio e corrotto che invade e pervade lo Stato e che vede nei grembiulini sporchi e fuori da ogni “legge e ufficiale loggia” i registi occulti. Per questo non vuole mollare, al punto da credere che quella sentenza di condanna sia fuori da ogni apparente logica. Seguendo il suo ragionamento logico, quelle logge deviate e quelle reti occulte che ha cercato di combattere non solo lo hanno estromesso dalla magistratura (ripete infatti spesso che le indagini gli sono state sottratte) ma, colpendone uno per educarne cento, in un modo o nell’altro hanno continuato e presumibilmente continueranno a perseguitarlo fino ad annientarlo.

Ora, al di là di come ciascuno di noi possa pensarla e prima di passare alla lettura di quanto da lui espresso a verbale nel biennio 2007/2008 (in attesa delle successive dichiarazioni di cui ha promesso contezza), è indubitabile che chi tocca i fili del potere (quello vero, quello marcio) in Italia non ha scampo.

Ci ha provato Cordova, ci ha provato Giginello ‘o sciantoso, ora ci stanno provando altri pm e procuratori generali a Palermo, Caltanissetta e Reggio Calabria e i venti di guerra si ripropongono con maggior forza. Ma a Palermo c’è una rete di protezione sociale che può supportare la ricerca della verità, a Catanzaro e in Calabria no. Per questo, pur tra mille difficoltà e minacce il pg Roberto Scarpinato e i pm impegnati nel processo sulla trattativa Stato-mafia possono proseguire anche nella ricerca dei presunti collegamenti tra massoneria deviata, eversione nera, Stato deviato, cosche e politica marcia. A Reggio, invece, il capo della Procura Federico Cafiero De Raho e i pm Francesco Curcio e Giuseppe Lombardo devono guardarsi di sopra, di sotto, a destra e a sinistra, fuori e…dentro.

DESTINI INCROCIATI

Ciascuno può farsi l’idea che crede. Delle due l’una: 1) De Magistris è un pazzo che crede di essere perseguitato dai poteri occulti che a sua volta cercava di perseguire come fantasmi; 2) De Magistris l’aveva vista giusta solo che l’aveva solo vista ma, per un motivo o per l’altro, non è riuscito a dimostrare nulla o molto poco. Tertium, credo, non datur. Ragionamento che, mutatis mutandum, vale per Agostino Cordova.

Del resto il destino dei due è incrociato. Il 19 aprile 2007 venne presentata un (ulteriore) interrogazione parlamentare contro De Magistris. Ecco lo stralcio del resoconto stenografico della seduta n. 144 in cui prende la parola l’allora onorevole Lino Iannuzzi.

Iannuzzi (Forza Italia). … Voglio ricordare solo le tappe fondamentali: questo è un contesto che è necessario richiamare, altrimenti si rischia di star qui a «fare le pulci» a questo o a quel magistrato, dimenticando il disastro che c’è stato  nell’amministrazione della giustizia in Calabria e le cause che hanno portato alle attuali macerie. Si cominciò – come il qui presente Sottosegretario saprà benissimo, perché prima di occupare giustamente il posto che occupa è stato un valente avvocato ed ha partecipato ad una grande quantità di processi, che ricordo – con una famosa inchiesta sulla massoneria, per colpire la ‘ndrangheta e la mafia, che faceva capo ad un magistrato di prestigio: Agostino Cordova. Ci furono centinaia e centinaia di intercettazioni, di pedinamenti, una spesa enorme per il bilancio dello Stato e mandati di cattura.

Ad un certo momento la documentazione raccolta assunse una tale proporzione che non ci fu più la possibilità di mantenerla a Palmi, dove il dottor Cordova operava. Dovettero utilizzare un camion e il Ministero della giustizia, a Roma, dovette affittare un appartamento per ospitarla.

Dopo nove anni, i magistrati di Roma archiviarono il tutto – ma la documentazione è rimasta per l’assoluta assenza della minima possibile traccia di reato.

Successivamente – lo voglio sottolineare – dallo stesso ufficio diretto da Cordova parti la richiesta di sequestro delle liste elettorali di Forza Italia (fu una costola della richiesta di Cordova), perché si supponevano che fossero zeppe di massoni. Arrivò a Roma – l’ho anche conosciuta – una sostituta che non era calabrese, ma era delegata per questa area. Il nostro attuale presidente Berlusconi si dovette precipitare all’alba al Quirinale, dove trovò il Presidente della Repubblica in pigiama. Il Presidente della Repubblica intervenne e le liste di Forza Italia non furono sequestrate.

Ma veniamo alle dichiarazioni rese dal sindaco (ex?) di Napoli.

L’ACCELERAZIONE

 Il 27 novembre 2007 (pagina 611 del decreto di sequestro probatorio) De Magistris, interrogato dai suoi colleghi salernitani dirà: «…non è un caso, penso, che l’accelerazione di iniziative nei miei confronti sia avvenuta poco tempo dopo che in un intervista utilizzai in modo chiaro e preciso il termine di massoneria e poteri occulti. Ritengo anche che avessero un forte timore delle capacità investigative non solo di chi vi parla ma anche dei miei due principali ctu, il dottor Genchi e il dottor Sagona, con i quali stavamo ricostruendo le reti occulte che condizionano in modo non secondario anche il funzionamento di apparati di primo piano delle istituzioni repubblicane. Debbo anche dire, alla luce del fatto che l’accelerazione delle iniziative avviate nei miei confronti ed anche nei confronti del dott. Genchi sono avvenute di pari passo con gli straordinari progressi investigativi che stavamo delineando, che sia io che i miei più stretti collaboratori siamo potuti essere stati oggetto di attività di controllo illegale. Questo perché ho spesso registrato uno strano sincronismo tra progressi delle investigazioni, iniziative intraprese contro le indagini e strumentali campagne di stampe».

 LA NUOVA P2

Il 3 gennaio 2008, sempre di fronte ai suoi colleghi di Salerno, De Magistris (pagina 377 del decreto di sequestro probatorio) farà mettere a verbale: «Voglio ribadire, essendo già stato ritengo sufficientemente esaustivo sul punto, che il lavoro di delegittimazione e disintegrazione professionale nei miei confronti si è profondamente consolidato dopo che ho cominciato a contestare la violazione della cosiddetta legge Anselmi. Ritengo che con le investigazioni pendenti presso il mio ufficio (ed in particolare Why Not, Poseidone e Toghe lucane, ma non solo) ho individuato quella che, in gergo atecnico, potrebbe definirsi una sorta di “Nuova P2′. Questo l’ho potuto accertare attraverso escussione di persone informate sui fatti, acquisizione di elenchi e di nominativi, analisi di tabulati e flussi informatici, accertamenti economico- finanziari ed altre attività investigative che erano mio funzionale patrimonio personale indiscusso. Una ”rete” di soggetti che, dall’interno delle istituzioni, erano in grado di influire ad ogni livello, con collusioni di non secondaria rilevanza proprio all’interno della magistratura. E’ anche per questo che ho subito un ‘evidente “attività” nei miei confronti proprio dall’interno dell’ordine giudiziario (revoca della designazione nell’indagine Poseidone, deliberazioni di organi dell’Anm, ispezioni, dichiarazioni di componenti del Csm, richiesta di trasferimento cautelare, avocazione, procedimenti disciplinari ed altro ancora)».

LE ISTITUZIONI

Il 10 gennaio 2008 De Magistris proseguirà così (pagina 380 del decreto di sequestro probatorio) con gli ex colleghi di Salerno: «…e non posso non rilevare che quando fui titolare di un delicatissimo procedimento sulla massoneria – indagine delegata al predetto Nucleo della Gdf comandato dal…omissis …- potetti notare che egli non gradiva particolarmente tali tipo di indagini ed anche gli stessi sottufficiali non perdevano occasione nel manifestarmi la loro “difficoltà”ad operare con la dirigenza del predetto ufficiale». L’omissis è mio perché l’ufficiale non era in alcun modo indagato né coinvolto da indagini.

DE BORTOLI

E veniamo, infine, all’editoriale del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli sulla cui interpretazione autentica si sono lanciati i suoi (falsi) amici, i suoi nemici e gente la qualunque.

Se c’è una cosa che evito sempre è quella di leggere (come hanno fatto in questi giorni i predetti) il pensiero altrui. Da giornalista mi limito ai fatti e mi pongo domande. E i fatti dicono che de Bortoli chiede, infine, che il famoso patto del Nazareno tra Silvio Berlusconi e la sua immagine riflessa allo specchio (Matteo Renzi) venga liberato «dallo stantio odore di massoneria».

Se c’è una cosa che ho capito in questi anni è che non esiste “la” massoneria ma “le” massonerie. Ora la domanda che io pongo è: e se la massoneria alla quale si riferisce de Bortoli fossero quelle «reti occulte che condizionano in modo non secondario anche il funzionamento di apparati di primo piano delle istituzioni repubblicane», come plasticamente illustrava De Magistris di fronte ai colleghi salernitani? Quelle reti a cui hanno dato invano la caccia De Magistris, prima di lui, Cordova e che oggi sono la ragione di vita professionale (che qualcuno vorrebbe tramutare in morte fisica) ad esempio dei pm Roberto Scarpinato, Luigi Patronaggio, Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, Sergio Lari,  Domenico Gozzo, Lia Sava, Federico Cafiero De Raho, Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio?

Del resto la P2 – che oggi appare a molti come un collegio di educande rispetto alle successive evoluzioni – non era un’invenzione dei giornali. O si?

r.galullo@ilsole24ore.com

  • Roberto Galullo |

    A Laganara dico che la sua conclusione è, appunto, la sua conclusione. Per il resto non ho capito cosa volesse dire.
    A Gioacchino dico che la mail dalla quale proviene la “provocazione” sembrerebbe appartenere al consulente condannato in primo grado con De Magistris. Ne chiedo dunque conferma a lui o prego di evitare scherzi a chi si spaccia per lui con una mail che lascia poco spazio a fantasie ed equivoci. Detto questo, è palese a tutti che io non ho mai esaltato Genchi o chicchessia (sarebbe forse questo il mio ruolo? No), al punto che ricordo una vivacissima discussione avuta con lui su un pezzo che scrissi sulla sua poderosa banca dati, reperibie in archivio di questo blog e che tanto, tantissimo lo fece arrabbiare. Detto anche questo, è vero che il 20 dicembre 2009, su questo blog, scrivendo delle indagini del pm Pierpaolo Bruni, scrissi, riferendomi alla paura che alcuni indagati avevano per l’attività di Genchi, la seguente frase: “Anche qui delle due l’una: o Genchi è davvero il burattinaio del Grande Fratello (o Grande Muratore?) e allora ci troviamo di fronte a uno scontro tra poteri occulti oppure è uno dei pezzi di quello Stato onesto che dà la caccia a chi cerca di avvelenare il cuore dello Stato e le sue arterie vitali. Tertium non datur”. La risposta, ovviamente, non poteva, non può e non potrà essere mia. Invito comunque tutti a leggere quell’articolo del 2009. Rileggendolo per rispondere a questo commento di tal “Gioacchino” mi sono corroborato nella convinzione che il nostro è uno Stato marcio.

  • gioacchino |

    ma scusi….non era lei che una volta mitizzava il sig. Genchi ed il suo operato….”airiba… ariba”….?…non sarebbe ora di finirla con questi falsi “paladini della legalità”…!!…esaltandosi ed esaltando queste persone quando compaiono nel “proscenio”….e che fatalmente risulteranno essere dei flop ovvero, ancora peggio, degli individui che alla stregua di altri perseguono potere ed interessi personali, con abusi e strumentalizzando la loro posizione di servitori dello Stato,….aiutati da “giornalisti”… ed agitatori/mestatori del “popolo” che gli confezionano patenti di pseudo “paladini della Giustizia”….!!!

  • Pasquale Montilla |

    Avra’commesso degli errori,sara’ stato imprudente,ha un pessimo carattere,le sue inchieste non si sono mosse di un centimetro per colpa ma qualcuno mi spieghi perche’il giorno della sua sospensione a sindaco di Napoli a Catanzaro da un finestrino di una macchina accostata per acquistare un corriere della sera presso una edicola un signore in pensione appartenente alla schiera dei suoi peggiori nemici si e’permesso di esclamare :Adesso siamo solo all’inizio,siamo una quarantina.
    O maledetta borghesia mafiosa Pduista o grave caduta di stile di un ex appartenente alle istituzioni di profilo.Ad ascoltare in due rimasti esterrefatti e con brivido.Povera Calabria.

  • Raffaele Laganara |

    Quindi, quadrando il cerchio, Renzi sarebbe l’espressione della nuova P2, che tutto è e tutto può? Di solito lei è molto più concreto. Cosa vuole dire qui? che è tutto un complotto e basta? non abbiamo vie di uscita? la sua P2 appare come l’universo dei fatti italiani

  • bartolo |

    Lei è davvero un Grande, Galullo!!!
    Così mi piace.
    Quando accusa i calabresi, invece, di essere inermi rispetto a una terra marcia mi fa impazzire!
    Che ha fatto de Magistris per raccogliere la sollevazione popolare dei calabresi a suo favore? Nulla!!! Anzi, è entrato in conflitto con il suo consulente; quindi, ha lasciato la Calabria per approdare nel parlamento europeo, abbandonato, in seguito, per fare il sindaco di Napoli.
    Vede Galullo, 2007, sono stato segnato da quel periodo. Infatti, dopo la sentenza di condanna di secondo grado per appartenenza alla ndrangheta, non trovavo pace: stavo per impazzire, non riuscivo a spiegarmi come fosse stato possibile che giudici integerrimi come quelli di primo grado avessero potuto condannarmi senza prove, e, quindi, le mie speranze riversate tutte nella correzione dell’errore da parte di quelli dell’appello, venivano trascinate nell’abisso della disperazione. Così, attraverso internet cominciai a gridare la mia innocenza in ogni sito che si occupava di giustizia; e tra questi, capitai quello di “Uguale per tutti”. Un blog gestito quasi per intero da magistrati. Questi giudici erano tutti schierati in difesa di de Magistris; e io che seguivo già le sue inchieste, scambiando in privato persino email con gli inviati di alcuni giornali tra cui quello de del Corriere della sera, trovai un motivo di resistenza al dolore tremendo che mi affliggeva. Mi dicevo, non tutto è perso, la verità sta venendo a galla: il marcio di questa Regione non sono i paralitici-disadattati-cialtroni della ndrangheta; bensì, quelli ancora più oscurati di loro facenti parte delle massonerie. Ovviamente, spero di non offendere coloro che in questo mondo sono degli illuminati. Per quanto mi riguarda, nelle democrazie moderne, né gli uni né gli altri, hanno motivo di esistere.
    E veniamo al blog UPT… ho interloquito con alcuni magistrati i quali, nel farmi comprendere l’importanza di accettare anche una sentenza ingiusta, ho pure acquisito il dato che la magistratura è attrice primaria di ogni stortura del “Sistema italia”.
    Ora, Galullo, per quanto i magistrati da Lei elencati, amanti della verità, vogliono ristabilirla, essa è impossibile, almeno giuridicamente.
    Ed in merito alla verità, se mi permette, le due lettere che seguono sono state scambiate tra me e un detenuto al 41 bis, dopo che dal mio ex compagno di cella sono stato invitato a leggere il suo libro.

    Caro Carmelo,

    perdonami se oso non tanto per il fatto di scriverti, che, figurati, da ex carcerato, so perfettamente quanto sia importante ricevere posta, quanto per i danni che questa missava al vaglio della censura potrebbe arrecare alle nostre tragedie giudiziarie nel caso a leggere siano certi criminali in divisa. Ecco, approfitto per informare che dopo 16 anni di processi sono stato riconosciuto colpevole di appartenenza alla ndrangheta e condannato a tre anni di reclusione. Le fonti di prova sono stati 4 pentiti mai conosciuti, a parte uno, coimputato, che pur essendo concittadini del medesimo paesino non avevo mai frequentato; e, attraverso la cronaca locale, sapevo essere un poco di buono. Comunque, è acqua passata; anche se non passa mai, come tu bene hai scritto nel tuo straordinario libro, “Senza scampo”. Ecco, è proprio per questo che, superando ogni resistenza di voler rimanere alla larga di chiunque fosse anche ingiustamente accomunato alla organizzazione criminale calabrese, ti ho voluto scrivere. Il tuo lavoro mi ha catturato l’Anima spronandola a reagire sempre e comunque ad ogni sopruso e ingiustizia, se non altro con l’umile affettuosità fatta pervenire con poche parole scritte.
    Ho sentito parlare per la prima volte di te dal mio carissimo amico Pietro (avv.) mi informava su un detenuto di Palmi che dal carcere si era dedicato allo studio e alla scrittura, cercando di alleviare le mie pene di innocente perseguitato, fin dal lontano 1993, da un reato veramente da me considerato tra i più odiosi, qual è quello di appartenere ad un’associazione a delinquere. Figuriamoci, le associazioni mi hanno sempre fatto un certo senso di ribrezzo, persino quelle riconosciuto e le altre istituzionalmente aggregate allo Stato. Per cui, Pietro e i pochissimi intimi che mi conoscono bene essendo consapevoli del mio travaglio mi hanno sempre moralmente sostenuto. Dicevo, dopo Pietro, arrivato in carcere sento parlare per la seconda volta di Te. Bruno, non faceva altro che nominare il suo carissimo amico, unico, conosciuto durante la sua lunga detenzione e con il quale aveva condiviso i momenti più belli, Carmelo. Devo ammettere che ero poco entusiasta della circostanza e preferivo piuttosto i piatti squisiti che cucinava questo straordinario ragazzo calabrese, a cui il carcere aveva rubato tutto: dalla prima giovinezza, ai seguenti circa venti anni di vita non vissuta. È l’unico detenuto tra le centinaia conosciuti nel circuito cosiddetto di a.s. con il quale mi è rimasto un rapporto epistolario, così qualche mese fa in una sua missiva mi invitava caldamente di voler leggere ”Senza scampo”. L’ho iniziato a distanza di qualche mese più per fargli piacere, in quanto con le successive lettere continuava a chiedermi se lo avessi fatto, che per la sorpresa di trovare qualcosa che mi potesse catturare come invece è successo già dalle prime righe di quest’opera straordinaria.
    Quindi, nell’ultima lettere gli ho chiesto cortesemente di chiederti se ti potevo scrivere e lui mi ha risposto che non era necessario il permesso, anzi, il rigido regime di detenzione certamente rappresentava un piacere nel trovare tempo da impiegare nel conoscere gente nuova e distrarsi dalla tortura di una carcerazione disumana. Non è da adesso che mi dispero per quanto soffriamo noialtri calabresi da un sistema giudiziario letteralmente impazzito. Già dall’indomani della mia prima detenzione lo stesso gip mi aveva scarcerato dietro un bombardamento di lettere che gli indirizzavo giornalmente implorandolo alla mia scarcerazione sulla circostanza che non sapevo chi fosse il mio accusatore, infatti inizialmente ero stato arrestato sulla base di un riconoscimento fotografico da parte di un pentito che mi indicava prima figlio di un boss e successivamente anche se non figlio o parente comunque affiliato alla montagna di merda. Mi ricordo come fosse adesso e come adesso è successo quello che gli prevedevo: “attenzione, signor giudice, questa modalità di persecuzioni non risparmierà un domani neppure Lei”. È successo!!! Qualche anno addietro, è stato inquisito perché accusato da un pentito di aver accettato tanti tanti soldi dal fratello, anima finanziaria della cosca; poi è stato prosciolto ma la sua carriera è stata stroncata: da n° 2 dell’antimafia nazionale è finito al tribunale di Tivoli a dirimere controversie tra ladri di polli e massaie defraudate.
    Spero di averti fatto sentire la mia vicinanza che scaturisce dal profondo del mio cuore; e altrettanto fortemente, spero che tu possa finalmente trovare giustizia. Ti abbraccio, con profonda stima,
    bartolo iamonte.

    CASA CIRCONDARIALE CUNEO
    23 GIU 2014
    VISTO CENSURA
    PARTENZA

    Caro Bartolo,
    la tua lettera mi giunge gradita unitamente a quella di tanti amici che pur non conoscendomi direttamente hanno ritenuto, così come hai fatto tu, di scrivermi dopo aver letto il mio libro.
    Come puoi facilmente immaginare, la difficoltà non è tanto quella di scrivere la propria storia, quanto quella di saper arrivare nel cuore della gente, saper mostrare la realtà sottraendola agli stereotipi e ai più diffusi pregiudizi.
    La tua esperienza ti avrà insegnato che non brucia tanto la privazione della libertà, quanto il furto della verità. A noi, vittime di ingiuste sentenze, hanno rubato la verità ed è questo che non potremo mai accettare.
    Certo, le persone che ci conoscono non ci fanno mancare il conforto della loro solidarietà, ma non sempre basta, e anzi spesso è un senso di rispetto nei loro riguardi che induce a lottare.
    Ti confesso che a volte penso che se fossi stato solo un po’ più “stupido” non avrei avuto tanti problemi. Avrei dovuto essere anche ignorante, rozzo, aderente all’immagine diffusa da certi predicatori su una realtà che forse esiste solo ad uso e consumo dei media. Sempre a caccia degli untori di turno a cui addebitare le responsabilità dei mali sociali del momento. Ma ho avuto l’ardire di dimostrare che ci si può affrancare da contesti di degrado culturale, ed è questo la mia vera imperdonabile colpa che devo pagare.
    Come andrà a finire e ancora presto per dirlo e in ogni caso per me finirà soltanto quando mi saranno restituite la verità e la mia dignità, per le quali non smetterò mai di lottare.
    Una delle maggiori soddisfazioni mi deriva dal riscontro favorevole che il mio libro sta avendo presso moltissimi giovani. So che in alcune scuole superiori gli insegnanti lo hanno proposto agli studenti come testo di lettura e molti ragazzi ci hanno tenuto a farmi sapere che per loro sono diventato “importante”, un esempio di valori positivi.
    Ovviamente da tutti mi giunge l’invito a non mollare e arrivato a questo punto sento il dovere di andare avanti perché la mia condanna non è più una questione che riguarda soltanto me stesso. In vero, chi mi ha condannato non ha capito che con me ha condannato tutti quei ragazzi che in me hanno visto l’esempio della possibile alternativa, la speranza di potercela fare se solo lo si vuole, l’incitamento a credere nelle proprie possibilità.
    Qualcuno ultimamente mi ha chiesto come faccio ancora a credere nella giustizia. Io rispondo sempre che devo crederci, che non posso permettermi di avere dubbi, perché nel momento in cui si smette di credere si segna la propria sconfitta. Spero di avere ragione, per me e per chi ha avuto e ha la sventura di vivere la mia stessa esperienza.
    Ho già scritto all’amico Bruno informandolo di aver ricevuto la tua lettera. Grazie per le tue parole di solidarietà e auguri per tutto!
    Un abbraccio.
    CASA CIRCONDARIALE CUNEO
    23 GIU 2014
    VISTO CENSURA
    PARTENZA

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