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Vicini di mafia/1 Il sindaco Gianni Alemanno cade da Marte e scopre la mafia a Roma. Allora legga qui

Tra le tante storie di mafia (da Trento a Campobasso, da Firenze a Frosinone, dall'Aquila a Pordenone, da Bolzano a Cagliari, da Bologna a San Marino, da Milano a Reggio Calabria) che racconto nel mio nuovo libro in edicola fino al 15 dicembre con il Sole-24 Ore al prezzo di 12,90 euro (Vicini di mafia – Storie di società ed economie criminali della porta accanto , 300 pagine, che potete facilmente anche acquistare su www.shopping24.ilsole24ore.com) ci sono anche due ampi capitoli dedicati alla pervasività delle mafie a Roma e nel Lazio. Sono oltre 60 pagine che vi sorprenderanno per la quantità e che vi invito a leggere acquistandolo.

Badate bene: quello che racconto e che, bontà vostra, leggerete, è una minima parte di ciò che avrei potuto raccontare. Non sarebbe bastato un libro ad hoc per raccontare la profondità della criminalità organizzata nella capitale e nelle province laziali. Ci vorrebbe un’enciclopedia da aggiornare continuamente, come dimostra l’odierna operazione della Gdf di Roma contro la famiglia Bardellino nel pontino.

Per questo – di fronte ai due nuovi ed ennesimi omicidi – mi hanno sorpreso per la loro ipocrisia le parole del sindaco di Roma Gianni Alemanno che ha dichiarato poche ore fa: “Temo ci sia un contatto tra le bande territoriali e la criminalità organizzata, che ha già comprato pezzi di economia romana e che si è limitata finora a investire. Questo significherebbe l'arrivo nella capitale della grande criminalità di stampo mafioso".

Ma dove ha vissuto finora il sindaco della Capitale? Non voglio tediarvi e tediarmi con inutili discorsi. Vi basti leggere uno stralcio che prendo proprio dal mio libro. Non credo che ci sia bisogno di aggiungere altro.

LO STRALCIO DEL MIO LIBRO “VICINI DI MAFIA”

Ogni storia che si rispetti è fatta di facce e nomi. Per raccontarla bisogna partire da qui. Sempre.

Per raccontare le mafie a Roma e nel Lazio partiamo da un volto ormai dimenticato: quello del ragionier Natale Rimi. Il suo non era un cognome qualunque: era figlio di Vincenzo e fratello di Filippo Rimi, entrambi condannati all’ergastolo per delitti di mafia.

Nel luglio 1971 alla Commissione antimafia arrivò la notizia che Natale Rimi era stato distaccato dal Comune di Alcamo agli uffici della Regione Lazio. Dagli accertamenti disposti risultò che l’assunzione di Rimi era irregolare “e tale da far sospettare un coordinato disegno mafioso – così si legge negli atti della Commissione presieduta da Francesco Cattanei – atto a favorirlo ed assicurare per il suo tramite un’utile presenza mafiosa nella Regione Lazio”.

Subito dopo il suo ingresso nell’amministrazione fu arrestato e trasferito nel carcere di Ragusa e infine condannato nel 1977 insieme all’ex-presidente democristiano della Regione Lazio, Girolamo Mechelli. Coinvolto anche Italo Jalongo, ritenuto il consulente fiscale del boss Frank Coppola. Ma nel febbraio 1978, esattamente due mesi prima di subire un attentato rivendicato dalla Brigate Rosse, Mechelli, già presidente per quattro anni della Provincia di Roma e primo presidente della Regione Lazio alla guida di un monocolore Dc, venne assolto dall’accisa di aver favorito le infiltrazioni mafiose nella Regione.

Dopo lo scandalo dell’assunzione del mafioso Natale Rimi alla Regione Lazio, il suo telefono fu messo sotto controllo ed emersero colloqui che rivelavano scottanti particolari sulla fuga di Luciano Liggio e sugli appalti da ottenere, grazie al coinvolgimento di politici e dirigenti ministeriali.

La famiglia Rimi, imparentata con Gaetano Badalamenti, reggente del clan di Cinisi, e con Antonino Buccellato, capo della cosca di Castellammare del Golfo, nei primi anni Ottanta fu travolta dalla guerra di mafia scatenata dai corleonesi.

Natale Rimi – che nell’82 per questo motivo si rese latitante – fu nuovamente arrestato a Palma di Maiorca nel marzo ’90 da funzionari dell’allora Alto commissariato antimafia, ma venne scarcerato dalla magistratura spagnola. Il 19 febbraio ’92 fu ancora una volta arrestato nel suo buen ritiro spagnolo.

Secondo le dichiarazioni del pentito Antonino Calderone, Rimi sarebbe stato contattato nel 1970 dall’estrema destra eversiva per favorire una intesa fra la mafia e il Fronte nazionale del principe Junio Valerio Borghese.

Nel primo grande processo di Palermo il boss Luciano Liggio sostenne che Rimi avrebbe dovuto fare parte con funzione di armiere del golpe, poi fallito, attribuito proprio a Borghese.

Questo nome di un anonimo ragioniere siciliano è stato pressoché dimenticato da tutti. È più facile, infatti, rimuovere il ricordo di un uomo che nei lontani anni Settanta rappresentò il primo vero collante tra malapolitica, mafia, massoneria coperta e servizi segreti deviati alla conquista delle stanze dei bottoni, che farne un monumento alla memoria.

Rimi è stato rimosso ma, sarebbe bene che il suo nome fosse sempre ricordato a testimonianza che quei rischi di pressione, collusione o connivenza mafiosa sulle istituzioni che sembrano essere attuali, sono in realtà storia che, finora, poco o nulla ha insegnato.

Il resto lo potrete leggere nel libro (speriamo che legga anche l'Alemanno caduto da Marte). Buona lettura.

r.galullo@ilsole24ore.com