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Sanità e opere pubbliche incentivano le mafie, l’impresa privata no: una ricerca universitaria lo dimostra

Alle radici del crimine è il titolo di un incontro seminariale organizzato a maggio dall’Istituto di politica economica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in collaborazione con Libera.

Nel corso dell’incontro sono stati presentati alcuni studi che trovo di attualissimo interesse.

Il primo è quello di Raul Caruso, che proprio alla Cattolica insegna (oggi ho mandato in onda la sua intervista nel mio programma “Sotto tiro” in onda su Radio 24).

Il titolo della sua lezione era più chiaro di un’acqua sorgiva: “Composizione della spesa pubblica e incentivi alla criminalità organizzata”.

In parole poverissime cosa ha fatto Caruso? Ha cercato di capire se esiste una proporzione diretta tra aumento della spesa pubblica e aumento della criminalità organizzata.

L’analisi empirica condotta per le venti regioni nel periodo 1997-2003 è stata pubblicata nel 2009 e presentata solo ora. I risultati sono sorprendenti perché fissano con valenza scientifica (il margine di errore è limitato, dirà Caruso) quel che la comune percezione già dice:

1) A un aumento del 10% degli investimenti nel settore delle costruzioni è associato un aumento dell’indice di criminalità organizzata del 3%.

2) a un aumento del 10% di spesa pubblica nel settore della sanità è associato un aumento dell’indice di criminalità organizzata del 10-11% circa.

3) A un aumento del 10% della spesa per protezione sociale è associato una diminuzione dell’indice di criminalità organizzata tra il 20 e il 25%.

4) esiste un’associazione negativa significativa tra gli investimenti in industria in senso stretto e l’indice di criminalità.

Insomma, non si scappa: se aumento gli investimenti nella sanità o nell’edilizia richiamo le mafie come api con il miele. Ancora un bel segnale in vista di Expo 2015 a Milano. Non ne parliamo in vista del Ponte sullo Stretto.

Se investo nel welfare o nell’impresa privata le mafie stanno più alla larga. Anzi: arretrano.

ECONOMIA SOMMERSA E CRIMINE

Ma quell’incontro seminariale è servito anche per presentare un altro studio: quello sul rapporto tra economia sommersa tra evasione e crimine svolto da Guerino Ardizzi della Banca d’Italia, Carmelo Petraglia dell’Università di Napoli Federico II, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati, dell’Università di Torino (quest’ultimo lo ha presentato e proprio l’intervista a quest’ultimo manderò in onda nella mia trasmissione nei prossimi giorni).

In questo studio sono state utilizzate le informazioni relative alle transazioni in contanti effettuate in 91 province dal 2005 al 2008 per misurare la dimensione dell’economia sommersa in Italia. Un aspetto di particolare rilievo dell’analisi, che la differenzia rispetto agli studi condotti in precedenza, consiste nell’aver tenuto conto anche della presenza di attività illegali – traffico di droga e prostituzione – che identificano una seconda importante componente (criminale) dell’economia sommersa, con implicazioni però assai diverse dal punto di vista delle politiche di contrasto.

Dai risultati emerge un valore medio del sommerso fiscale in Italia sul periodo 2005-2008 pari al 16,5% del Pil, in linea con recenti stime da fonti ufficiali basate su differenti metodologie di misurazione (Istat, 2010) ma inferiore ai valori ottenuti per l’Italia in altri studi internazionali che hanno utilizzato l’approccio “monetario”.

Tale discrepanza potrebbe essere dovuta proprio al fatto di avere trascurato il ruolo delle attività criminali, che, non a caso, da questa analisi risultano assorbire risorse pari in media all’11% del Pil, generando così un valore complessivo dell’economia sommersa superiore al 27% del Pil.

Una prima conclusione a cui si perviene è che, trascurando la componente criminale, si rischia non solo di imputare erroneamente a evasione fiscale una parte di sommerso derivante invece da attività illecite, ma anche di sotto-stimare la dimensione complessiva dell’economia sommersa. Un secondo risultato riguarda l’evidenza disaggregata per aree territoriali, dalle quale emerge che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore rispetto al Sud sia del sommerso da evasione (18,5% vs. 12%) sia di quello associato ad attività illegali (12,5% vs. 7.3%), un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra economia sommersa. “Se il risultato sul sommerso fiscale merita approfondimenti circa le possibili motivazioni sottostanti a questa maggior tendenza ad evadere (dal livello della pressione fiscale locale all’efficienza della pubblica amministrazione, che influenzano la compliance dei contribuenti) – scrive Turatiquello sul sommerso criminale invita invece a riflettere sulla capacità delle organizzazioni criminali che hanno centri decisionali localizzati in prevalenza al Sud di “esportare” traffici illeciti (droga e prostituzione) nelle aree più benestanti del Paese dove si concentra la domanda pagante”.

r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

p.p.s. Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate” è ora acquistabile con lo sconto del 15% al costo di 10,97 euro su: www.shopping24.ilsole24ore.com. Basta digitare nella fascia “cerca” il nome del libro e, una volta comparso, acquistarlo

  • ernesto maviglia |

    Egregio dott Galullo, considero molto interessanti tutte queste ricerche, ma mi colpiva molto quella del dott. Caruso. Soprattutto quando mette in evidenza che all’aumentare di protezione sociale l’indice di criminalità organizzata tende a diminuire. Mi saprebbe per caso indicare da quali variabili è composto l’indice di criminalità organizzata? Come sempre grazie per il Suo lavoro.
    Saluti
    em

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