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In Sicilia 007 tra Spatuzza, Mori e arresti. In Calabria no: ci vogliono i Ris per far luce ma nessuno lo sa

Cari amici quel che ho scritto – sul Sole-24 Ore e su questo blog (si veda in qrchivio) – a proposito degli strani pentimenti a raffica in Calabria non è piaciuto a più di un manovratore di Stato. E voi sapete che non bisogna disturbare il manovratore e le sue manovelle, sia esso magistrato, politico, finanziere, imprenditore, giornalista o papavero di questa scassata Repubblica.

Avere dubbi in questa Italia dove tutti hanno certezze “muscolari” non è ammissibile. Scrivere poi che la raffica di pentiti in Calabria che si sarebbero attribuiti la responsabilità delle bombe e delle intimidazioni è quantomeno sospetta, incrina la mediaticità delle verità assolute raccontate in questi giorni dagli “illuminati”.

E avere sempre più dubbi – magari anche dopo la lettera strappalacrime scritta da uno dei fratelli Lo Giudice all’onorevole Angela Napoli e di cui ha dato conto tre giorni fa Il Quotidiano della Calabria o dopo che, a quanto riportava ieri lo stesso giornale, è indagato il capitano dei Carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, per anni alla Dia di Reggio, per poi passare ai Noe e infine, da pochissimi giorni, a Livorno, considerato “amico” di Nino Lo Giudice accusatosi anche dello tsunami a Sumatra – è ancora più inammissibile.

Bene. Se alcuni manovratori (ovviamente ne conosco una minima parte) si sono urtati, vuol dire che ho colto nel segno. Come ama ripetere il capo della Procura di Catanzaro, Vincenzo Lombardo, non sempre in Calabria quel che appare è.

Fortuna che non ho avuto solo messaggi “intimidatori” ma anche amabili chiacchierate con inquirenti e investigatori che (taluni sapendo dei mal di pancia provocati in alcuni loro pseudo-colleghi) mi hanno invitato a continuare a dubitare e riflettere.

Con la capa mia, beninteso, non quella loro o con quella frastornata dalle veline delle Procure e dei vari uffici istituzionali. E nemmeno con quella di chi si considera mio amico. Voglio essere chiaro: amici non ne ho e non ne voglio avere.

Bene, visto che ragiono (bene o male non lo so) con la capa mia, insisto nella mia posizione del resto difficilmente smentibile e forse per questo ostile ai manovratori di Stato: la Calabria è mai come ora una miscela esplosiva di sporchi giochi all’interno dei quali può rientrare (e ripeto: può, non deve) anche una raffinata strategia di pentimenti a raffica che, alla fine, siano in grado di provocare quel “disordine probatorio”, come l’ho definito, nel quale buono e cattivo, bene e male si mischiano volutamente. Per sempre. Un labirinto da qui nessuno può uscire.

Vedete (e mi ripeto) il problema non è se Nino Lo Giudice, detto il “nano”, sia credibile o incredibile. Se l’armiere di una famiglia che non è mai stata di ‘ndrangheta ma semmai ad essa eventualmente vicina o utilizzabile alla bisogna, abbia piazzato o meno un ordigno. Per carità di Dio: questi sono cose che vanno scoperte e i reati vanno perseguiti così come i loro autori. Ciò che conta, però, è che oltre il dito (i Lo Giudice, Cortese, Villani e chi più ne ha più ne metta) si vada a guardare la luna dove non vivono i marziani (che casomai non venendo da Marte si potrebbero definire “lunatici”) ma quella poltiglia fraudolenta e schifosa fatta di politica, imprenditoria e magistratura collusa, servizi segreti deviati e borghesia mafiosa, che annienta la Calabria all’ombra delle logge massoniche deviate.

Bene. Visto che ho dato fastidio con i miei dubbi, continuo a instillarne dopo aver letto la notizia dell’arresto di Gerlandino Messina a Favara, presunto boss di Cosa Nostra agrigentina.  

 L’ARRESTO DI MESSINA A FAVARA, SPATUZZA E MORI

E perché ne parlo e perché vi racconto dell’arresto di Messina?

Molto semplice ma importantissimo: perché in quell’arresto i servizi segreti civili sono stati fondamentali. Ripeto: fondamentali. Vale a dire hanno fatto il mestiere per il quale vengono pagati (più o meno lautamente non saprei dire visto che in Italia si lamenta del proprio stipendio perfino chi fa quasi tre mesi di vacanza oltre alle feste comandate).

La pista giusta per arrivare al latitante l'ha offerta l'Aisi, il servizio segreto civile – riporto testualmente dall’edizione online di Repubblicae com'è prassi in questi casi, l'agenzia di informazioni e sicurezza interna ha passato la notizia sia ai vertici dell'Arma che della polizia di Stato: lo spunto d'indagine era inedito per entrambi. Risultato: alla Procura di Palermo sono arrivate due richieste per stringere le ricerche su Favara. La Procura ha dato il via libera ai carabinieri, per una sorta di par condicio. Nel giugno scorso, erano stati invece i poliziotti della squadra mobile di Palermo a lavorare su un'altra notizia offerta dai servizi segreti, che fu determinante per l'arresto del superlatitante agrigentino Giuseppe Falsone”.
Del resto il motto dell’Aisi, appunto il servizio segreto civile, è chiaro e limpido come un bicchiere d’acqua sorgiva: “la salvezza della Repubblica attraverso la conoscenza della realtà”. Bello no?

Un bel cambio di passo rispetto a quanto sta emergendo in queste ore sempre in Sicilia. Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del fascicolo sulla presunta trattativa tra la mafia e pezzi delle istituzioni durante gli anni delle stragi.

L’ex funzionario del Sisde, attuale funzionario dell'Aisi Lorenzo Narracci, indagato dai pm di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi mafiose del '92, sarebbe stato riconosciuto, seppur con un certo grado di incertezza, dal pentito Gaspare Spatuzza durante una «ricognizione di persona» come «il soggetto estraneo a Cosa Nostra visto nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata nell'attentato al giudice Paolo Borsellino».

La Procura di Caltanissetta ci va cauta e a rendere incredibile il clima ci pensa Massimo, il figlio di don Vito Ciancimino che si accoda (o precede?) e dice che sì, anche a lui, tutto sommato quel volto non sarebbe nuovo.

Ma…in Calabria? In Calabria c’è un cambio di passo rispetto al passato oppure questa terra benedetta da Dio e maledetta dagli uomini continua a essere il laboratorio dell’immondo?

 ALTRA STORIA, ALTRO GIRO: GLI ATTENTATI DEL 2006

In Calabria no cari signori. In Calabria è tutta un’altra storia. La “conoscenza della realtà” in Calabria non viene usata “per la salvezza della Repubblica”. No, no, no. Viene usata per consolidare uno status quo fraudolento.

Quel che sto per raccontarvi, del resto, stento a crederlo anche io. In questi giorni – e se qualcuno avrà, come credo da anni, intercettato le mie telefonate, ne avrà anche traccia nei tabulati – ho avuto un vorticoso giro di telefonate con molti magistrati e con diversi investigatori. Il motivo? Non ci crederete ma giuro che è vero: chiedevano a me cosa sapessi di una perizia depositata qualche tempo fa in cui si raccontava, sostanzialmente, che la manina che depositò tra il 2004 e il 2006 il tritolo a Reggio Calabria, a Locri e a Siderno, potesse avere la stessa matrice.

A me lo chiedevano capite? E perché me lo chiedevano? Perché evidentemente loro – come me e come altri – sentono il tanfo lontano un miglio in questi pentimenti a raffica. Puzza di servizi segreti deviati. E concordano sul fatto che guardar
e (e tagliare) il dito dei criminali va bene ma ancor meglio sarebbe puntare alla luna prima che si rispecchi nel pozzo delle balle e delle deviazioni. Sentono “puzza” di Giovanni Zumbo, il commercialista di Reggio arrestato il 13 luglio e vicino-vicino ai servizi militari negli scorsi anni che, se si pente, altro che Cortese, Lo Giudice e compagnia cantando.

Bene, anzi male perché è incredibile che sia stato sottaciuto il valore di una perizia che siore e siori è un atto pubblico, perché depositato nel corso del processo che il 27 maggio 2008 ha portato alla condanna a 14 anni di reclusione Francesco Chiefari. L’ex poliziotto arrestato per le bombe agli ospedali di Siderno e Locri, alla fine del processo celebrato nelle forme del rito abbreviato davanti al Gup Daniele Cappuccio, è stato ritenuto responsabile di strage, tentata estorsione nei confronti dell’Arma dei Carabinieri e minacce nei confronti di Maria Grazia Laganà e del cognato Domenico Fortugno.

Chiefari è stato ritenuto responsabile di essere l’autore dell’attentato nell’ospedale di Siderno del dicembre 2006, quando un ordigno rudimentale fu fatto esplodere accanto alla porta dell’ufficio della direzione sanitaria, retto da Domenico

Fortugno, fratello di Francesco, il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005. Le indagini, condotte dai Carabinieri, avevano anche portato alla scoperta nell’ospedale di Locri di un secondo ordigno che non era però esploso.

Il Gup Cappuccio ha escluso l’aggravante del delitto mafioso, ha derubricato in minacce l’accusa di tentata estorsione ai danni di Maria Grazia Laganà e Domenico Fortugno. L’imputato è stato assolto dall’accusa di strage in relazione alla bomba piazzata all’ospedale di Locri, ma condannato per detenzione e porto di esplosivo.

 L’ATTENTATO A REGGIO DEL 2004

 Dobbiamo ora fare un piccolo passo indietro. A Reggio Calabria, invece, il 5 ottobre 2004 venne ritrovato un ordigno nel palazzo comunale. Secondo un informatore del Sismi – come ricordano in un’interpellanza, di cui ora scriverò, tre parlamentari – a piazzare i panetti di tritolo sarebbe stata una cosca della 'ndrangheta. Ma non si seppe mai quale né vennero mai arrestati coloro che materialmente piazzarono il tritolo. L'operazione fu gestita dall’allora numero due del Sismi Marco Mancini, coinvolto nelle vicende Telecom e Abu Omar. Le informative riguardanti il presunto atto intimidatorio sono tre e tutte firmate da Marco Mancini: la prima fa scoprire i panetti di tritolo nel water del comune; la seconda spiega che l'ordigno della 'ndrangheta, pur senza innesco, sarebbe dovuto esplodere tra le 10 e le 10,30 del mattino; la terza sostiene che il sindaco Giuseppe Scopelliti (ora Governatore della Regione) di An (ora non più) è in pericolo di vita, pertanto gli viene assegnata la scorta il giorno prima del presunto atto intimidatorio. Tre esponenti del Pdci (primo firmatario Ferdinando Benito Pignataro, e poi Cosimo Giuseppe Sgobio, Orazio Antonio Licandro) il 19 luglio 2006 sottolinearono in un’interrogazione parlamentare come "l’episodio si verificò in un momento particolarmente difficile per la città a causa della crisi dell'amministrazione comunale, che grazie alla spinta emotiva riuscì a superare".

A questa interrogazione l’allora “mitico e indimenticabile” viceministro del Pd Marco Minniti, in particolare sul fatto che il tritolo potesse essere prelevato, come affermavano i tre parlamentari, dalla nave affondata Laura Cnella disponibilità dei servizi segreti”, così risponde il 19 dicembre 2006: “Per quanto attiene al confezionamento dell'ordigno, da accertamenti tecnici effettuati è risultato che l'esplosivo utilizzato era dello stesso tipo di tritolo contenuto nella stiva di una nave, la «Laura C», affondata durante la seconda guerra mondiale nel mare prospiciente Saline Joniche.
Quantitativi del medesimo esplosivo, precedentemente, erano stati sequestrati, in diverse occasioni, dalla guardia di finanza e dall'Arma dei carabinieri.
Le indagini relative ai citati ritrovamenti di tritolo sono ancora in corso
”.

“Laura C” fu affondata il 3 luglio 1941. Trasportava esplosivi e che negli anni è stata al centro di inchieste e vani tentativi di interventi di bonifica. Portava rifornimenti alle truppe italo- tedesche. A bordo c’erano 1500 tonnellate (tonnelate!) di esplosivo che negli anni sono diventati un supermarket per la ‘ndrangheta.

  SCOPELLITI, FORTUGNO E L’ATTENZIONE IN PARLAMENTO

 Bene. Finora abbiamo descritto gli accadimenti. Tiriamo una sintesi. Nel 2004 il tritolo era dello stesso tipo di quello trovato nella stiva di una nave affondata, in disponibilità dei servizi segreti anche se – pilatescamente – Minniti glissa parlando di Gdf e Carabinieri.

Nel 2006 l’autore dell’attentato fu individuato in un ex poliziotto che – a quanto molti raccontano nei corridoi dei Palazzi di Giustizia calabresi e negli uffici investigativi – aveva amicizie nei servizi segreti anche se nel corso del processo evidenze non ne emersero e questo va detto.

Va detto anche che la famiglia Fortugno e, ultimamente 34 deputati di Pd, Idv, Mpa e Fli (a partire dai deputati Doris Lo Moro e Angela Napoli), hanno chiesto al Governo di far luce sul ruolo dei servizi segreti deviati non solo negli ultimi atti intimidatori a Reggio Calabria ma proprio in relazione ai fatti del 2004, del 2006 e dell’omicidio di Francesco Fortugno. E il Governo che fa? Tace siore e siori.

A proposito di Fortugno apro una parentesi: ma qualcuno sano di mente può davvero pensare che quattro sfigati calabresi senza arte né padrini abbiano messo in scena un omicidio così clamoroso che, sono pronto a giocarmi la carriera, è stato organizzato a Polsi, senza un “aiutino” esterno e il benestare del gotha dell’a ‘ndrangheta? Ma  mi facci il piacere, direbbe Totò…

Chiudo la parentesi e torno al discorso. Evidentemente anche la politica sa che le cose non tornano e a organizzare in Calabria attentati e omicidi di quel tipo la sola ‘ndrangheta non basta. Anzi vi dirò di più: radio-carcere racconta che fin da febbraio 2010 è partito il tam-tam dei boss di ‘ndrangheta reclusi al (teorico) 41bis (cioè il carcere duro che esiste solo sulla carta) che hanno dato ordine di trovare e colpire quel pazzo o quei pazzi che hanno messo la bomba il 3 gennaio alla Procura generale (poi diventate a fine agosto due, quando il procuratore Salvatore Di Landro fu raggiunto da una bomba sotto casa, cosa mai avvenuta prima in Calabria ma solo in Sicilia). E sembra che la voce di radio-carcere sia stata messa nera su bianco da un’informativa dei servizi segreti civili. Che fine ha fatto quell’informativa?

 

LE INDAGINI DEI RIS DI MESSINA

Mi rendo conto perfettamente che raccapezzarcisi non è facile e per mettere in fila questa catena di ragionamenti e accadimenti io stesso ho dovuto impiegare tempo e raccogliere carte. Tante. Non biasimo dunque coloro i quali mi hanno chiamato per farmi quella famosa domanda: “ma che ne sai tu delle bombe a Reggio, Locri e Siderno? E’ vero che c’è una perizia che lega il tutto”.

Si è vero. O meglio una serie di perizie che raccontano che il tritolo utilizzato per ciascun attentato è compatibile con il succ
essivo (o con il precedente, tanto non cambia nulla).

E vediamo allora le carte. Quelle più importanti intendo, che mi sono procurato.

Il 16 aprile 2007 il Ris di Messina spedisce una lunga e articolata relazione tecnica alla Procura di Reggio Calabria e ai Carabinieri di Locri che è tutta da leggere e che riporto testualmente dal paragrafo 9: “Esiti”.

Sulla base delle risultanze analitiche degli accertamenti effettuati – scrivono a pagina 31 i Ris comandati dal maggiore Sergio Schiavone – emerge quanto segue:

1)    l’ordigno rinvenuto presso l’ospedale civile di Siderno presenta tutti gli elementi caratteristici di una catena esplosiva. Non è verosimilmente esploso per il mancato funzionamento del detonatore

2)    l’ordigno rinvenuto presso l’ospedale di Locri presenta elementi costitutivi simili rispetto all’ordigno di cui sopra (stesso tipo di esplosivo primario, detonatore ed alcuni materiali impiegati per il confezionamento) da cui si differenzia essenzialmente per la maggiore potenzialità e micidialità

3)     l’analisi dei profili di strappo dei nastri telati permetteva di mettere in relazione il nastro telato relativo all’ordigno rinvenuto all’ospedale di Locri con un frammento di nastro telato rinvenuto a Careri in località Serra Mondolfo. Infatti i bordi dei nastri in esame così accostati presentano un perfetto accoppiamento dell’estremità a contatto formando un unico insieme di origine. (a Careri fu trovato il telecomando che avrebbe dovuto attivare l’esplosione dell’ordigno all’ospedale di Locri, ndr).

E poi via andare con altre straordinarie precisazioni sul confezionamento e avvolgimento degli ordigni che, in altre parole, conducono a sintesi: la compatibilità c’è e la mano e la strategia (quali?), dunque, possono essere la stessa.

 LA RELAZIONE DI SETTEMBRE 2007 DEI RIS

 I Ris di Messina, però, fanno di più. Vengono chiamati in causa dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria il 29 maggio 2007, che chiede loro di  svolgere un’indagine tecnica comparativa con i materiale sequestrati nell’ambito dei seguenti procedimenti penali: il n 2178/04; il n. 1606/04, il n.6409/04 e infine, attenzione attenzione, il n. 6207/04 contro ignoti per un sequestro effettuato il 6 ottobre 2004.

Vi dice nulla questa data? Ma come? E’ la data successiva al giorno in cui una manina furbina-furbina piazzò l’ordigno nel Municipio di Reggio Calabria.

E qual era – ma ci siete arrivati da soli – il quesito che poneva la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria ai Ris di Messina? Capire se il materiale sequestrato nel 2004 (in particolar modo quello che doveva fare bum nel municipio) fosse compatibile con quello sequestrato a Locri e Siderno. E se possibile, perché no, dare qualche altra informazione.

Bene. Vediamo a quali conclusioni giungono i Ris di Messina dopo la comparazione? Le conclusione più interessanti è una:

1)     i panetti di Tnt presentano piccole differenze dal punto di vista morfologico-dimensionale. Tali differenze dimensionali tra le formelle sembrano essere determinate dallo smussamento degli spigoli dovuto ai fenomeni di usura causati dal maneggio/trasporto;

Dunque non si può affermare – ma neppure escludere – la compatibilità. Anzi: i panetti hanno piccole differenze dovute al maneggio e al trasporto. Insomma, ‘na botta qui, ‘na botta li, sti panetti l’hanno presa nonostante la cautela con la quale dovrebbero essere maneggiati. L’assenza di “marker analitici” (vale a dire, mi sono documentato, la presenza di sostanze chimiche caratteristiche riconducibili a sottoprodotti di produzione o altre sostanze formatesi a seguito di degradazione) non ha reso possibile la comparazione per determinare una “identità di provenienza”.

Bravi i Ris. Meno bravi quelli che hanno fatto in modo da rendere semi-clandestina l’evidenza delle perizie.

Ora dico io: ma con questi precedenti quanto meno melmosi, in cui sguazzano servizi segreti, tritolo affondato e riemerso dalle acque, ex poliziotti, avvocati vicini-vicini ai servizi segreti, politici beatificati, qualcuno sano di mente può davvero non vedere che è esattamente lo stesso clima che si ripete puntualmente in Calabria? Con una odeirna variante pericolosissima: mezze seghe delle cosche che fanno a gara a pentirsi. Melonari, come li ha superbamente dipinti un amico magistrato calabrese, riferendosi al fatto che il “nano” vendeva meloni. Esattamente come don Mico Oppediano, l’80enne verduraro di Rosarno, che con il suo “tranganillo” vendeva frutta e verdura nella Piana di Gioia Tauro e che è diventato per il mondo intero “il capo della ìndrangheta” con l’arresto del 13 luglio 2010. Ma mi facci il piacere…

Evidentemente, cari amici di blog, la ‘ndrangheta ama, rispetta e coltiva la natura e l’ambiente. Fino a quando non decide, facendosi mano militare di una zona grigia in giacca e cravatta, di devastarli.

Mentre in Sicilia dunque la Procura di Caltanissetta scava in profondità per fare emergere il ruolo dei servizi segreti deviati nell’omicidio di Paolo Borsellino e ora gli stessi servizi civili fanno arrestare un fedelissimo di Matteo Messina Denaro, in Calabria vanno di moda meloni e broccoli che riescono persino a coprire con il profumo le perizie scomode sugli attentati del recente passato in cui i servizi segreti e gli uomini infedeli dello Stato rappresentano la filigrana.

Meditate, gente, meditate: darete fastidio ai manovratori di Stato e alle loro “manovelle” ma ne vale la pena per cercare le verità nascoste.

r.galullo@ilsole24ore.com

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  • francesco caroselli |

    E che devo dire?
    Mi unisco anch’io al coro:
    Grazie veramente.
    Un piccolo appunto, c’è un errore di battitura, quasi alla fine del pezzo lei ha scritto Mico Oppediano invece di Mico Oppedisano.
    Non vedo l’ora che lei scriva qualcosa sulla sanità calabrese…soprattutto ora che che si sta ristruttarndo il debito.
    Non credo sia un caso che Fortugno fosse dirigente ASL e che le bombe di cui parla nell’articolo siano state piazzate in ospedali.
    Da ingenuo penso che era prevedibile che prima o poi il flusso di soldi nella sanità venisse “chiuso” e che proprio in funzione di ciò era molto importante che a comandare il “rubinetto” ci fosse qualcuno di cui gli “amici” si potessero fidare.

  • gloria pomassa |

    Complimenti caro Galullo per le sue inchieste e il suo impegno.
    Seguo sempre, quando posso la trasmissione su Radio24.
    E comprerò il suo libro.
    L’Italia ha bisogno di giornalisti come lei.

  • Giuseppe Bottazzi |

    Egregio Dr Galullo
    Vorrei fare alcune osservazioni su quanto ha scritto nel blog .
    1) credo a mia memoria che sia uno degli articoli più forti che abbia mai letto.
    2) I contenuti le analisi da lei fatte sono drammaticamente imponenti con significati e conseguenze non di poco conto.
    3) Lei ha scritto uno dei pezzi su cui la calabria vera, spero quella sana, dovrebbe riflettere , domandarsi tante cose ed agire.
    Complimenti , non so a questo punto cosa succederà “domani” come dice lei, io faccio il giornalista e devo pubblicare le notizie, non sta a me preoccuparsi delle conseguenze.
    I calabresi le devono tanto, perchè è l’unico che è nelle condizioni, per capacità onesta “spalle larghe” a dire la verità non sui decenni passati ma sul presente di questa regione.
    Grazie
    Giuseppe Bottazzi

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