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Strage di Via d’Amelio/3 La procura «para massonica», le «balle di Cancemi» e le sole firme di due giovani pm: Di Matteo e Tescaroli

Cari amici di questo umile e umido blog tre settimane fa (rimando al link a fondo pagina) ho cominciato ad analizzare l’audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il 13 settembre davanti alla Commissione bicamerale presieduta da Rosy Bindi.

Questa settimana ho proseguito cominciando a descrivere gli spunti investigativi finora trascurati che il pm antimafia ha spiattellato alla Commissione presieduta da Bindi. Nel servizio di due giorni fa ho descritto la drammatica telefonata tra il pentito Santino Di Matteo e la moglie che non è stata più approfondita. Ieri ho descritto, attraverso il racconto del pm in Commissione, la pista abbandonata sulle contraddizioni tra servitori dello Stato (rimando ai link a piè di pagina).

Oggi proseguo con un altro spunto investigativo che, secondo Di Matteo, va vivificato. Attenzione: nessuno dubita del fatto che tutti questi spunti possano essere stati nel frattempo ripresi e siano attualmente al vaglio della magistratura (nissena in primis).

IL FILO DELLA POLITICA

Ebbene Nino Di Matteo nell’audizione del 13 settembre ripropone il filo investigativo solo parzialmente approfondito di Salvatore Cancemi, un pentito già appartenuto alla commissione provinciale di Cosa nostra (quella che si definisce mediaticamente “cupola”), che in quattro estenuanti udienze affermò che nello stesso contesto temporale – giugno 1992 – nelle stesse riunioni in cui Totò Riina, di fronte agli altri membri della commissione, si assumeva la responsabilità e la paternità di uccidere subito, a meno di sessanta giorni di distanza da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, «citava Berlusconi e Dell’Utri come soggetti che bisognava appoggiare ora e in futuro, e rassicurava gli altri componenti della cupola dicendo che fare quella strage sarebbe stato alla lunga un bene per tutta cosa nostra, anche per i soggetti già all’epoca detenuti».
Nel processo “Borsellino-ter” erano indagati anche Cancemi e Santino Di Matteo e la Procura aveva motivi ben precisi per ritenere che anche loro fossero stati reticenti sulla strage di via D’Amelio. Salvatore Cancemi aveva negato, fino a quel momento, qualsiasi sua conoscenza sulla strage di via D’Amelio. aveva ammesso la sua partecipazione alla strage di Capaci, ma giurava e spergiurava di non sapere nulla della strage di via D’Amelio.
La Procura, Di Matteo in primis, lo riteneva impossibile e riteneva che Cancemi fosse reticente sul punto della strage di via D’Amelio. Forse aveva ragione, se solo a partire dalla seconda metà del 1996 Cancemi ammise la sua partecipazione alla strage di via D’Amelio. Cancemi disse di non avere parlato prima della strage di via D’Amelio perché erano troppo delicate le dichiarazioni che avrebbe dovuto fare.

NELLA CASERMA DEI ROS

Salvatore Cancemi dal 1993 al 1996 era materialmente custodito presso una caserma del Ros dei Carabinieri, così come da indicazione dei procuratori di Caltanissetta Giovanni Tinebra e di Palermo Giancarlo Caselli. In quel periodo di blindatura dice di non sapere nulla della strage di via D’Amelio. Dopodiché, a fine ’96,  ecco il vivo racconto in Commissione di Nino Di Matteo, «ci chiama e ci dice che aveva partecipato alla strage e, la mattina, ai pedinamenti degli spostamenti del dottor Borsellino. Ci dice anche, in quelle quattro udienze in cui io lo interrogavo… Lui aveva sempre detto che Raffaele Ganci, un altro componente della cupola, gli aveva riferito che Riina aveva parlato con persone importanti e che aveva le spalle coperte da persone importanti. Continuo a chiedere quella cosa e lui risponde, per la prima volta, dicendo: “Ricordo una riunione a casa di Girolamo Guddo, nel giugno del 1992, tra Capaci e via D’Amelio, quando Riina ci disse: “Adesso dobbiamo mettere mano – così si esprimono – all’eliminazione del dottor Borsellino”. Qualcuno degli esponenti chiese: “Perché in questo momento?”.  Vi ricorderete tutti che, dopo la prima iniziale reazione che portò al decreto-legge 8 giugno del 1992, con l’introduzione del 41-bis, in Parlamento stava maturando chiaramente, e se ne aveva conoscenza da parte dei giornali, una maggioranza contraria alla conversione in legge di quel decreto istitutivo del 41-bis. Qualcuno a Riina fece notare che fare un’altra strage a ridosso avrebbe comportato delle conseguenze negative, con l’espressione plasticamente raccontata da due collaboratori di giustizia che c’erano alla riunione, Cancemi e Brusca, che Ganci Raffaele utilizzò nei confronti di Riina, dicendo: “Ma che dobbiamo fare, la guerra allo Stato?”. Riina disse: “La responsabilità è mia. Si deve fare ora. Sarà un bene per Cosa nostra”. Secondo Cancemi, in quel momento avrebbe detto: “Ora e in futuro noi dobbiamo sempre appoggiare Berlusconi e Dell’Utri. Dobbiamo fare riferimento a queste persone. Cosa nostra ne avrà dei benefici”».

LA PROCURA “PARA-MASSONICA”

Fermiamoci un momento perché, a sommesso avviso di questo umile e umido blog, dopo questa descrizione, arriva una serie di affermazioni drammaticamente interessati di Di Matteo, che fa esplicito riferimento a quella procura «para-massonica» denunciata da Fiammetta Borsellino nel corso del 25ennale della strage, degli insabbiamenti conseguenti e via di questo passo. «Eravamo due giovani magistrati in particolare all’epoca – afferma Di Matteo in Commissione – io e il dottor Tescaroli, che con quelle dichiarazioni abbiamo chiesto, ottenuto e sostenuto – non siamo stati i soli, perché alcuni magistrati ci appoggiarono – davanti al procuratore capo, dottor Tinebra, che… Adesso, purtroppo, non può confermare, perché è morto (Tinebra, ndr) . Mi dispiace citare certi particolari, ma è storia. Venne alla riunione con il quotidiano Il Giornale, che in prima pagina titolava “Le balle di Cancemi”. Noi pretendemmo che venissero iscritti per concorso in strage Berlusconi e Dell’Utri, i quali vennero iscritti con i nomi di copertura, a tutela del segreto, che infatti resse per moltissimo tempo, non mi ricordo se Alfa e Beta o Alfa e Omega. Facemmo delle indagini e delle deleghe di indagini che venivano firmate esclusivamente dai due giovani magistrati della procura, Di Matteo e Tescaroli».

Come a dire, senza polemiche dirette nei confronti di alcuno: in quella procura «para-massonica» c’era chi, anche a dispetto di un titolo cubitale in prima pagina del quotidiano riferibile alla famiglia Berlusconi, la verità sui mandanti esterni voleva cercarla eccome. E a firmare quelle indagini c’erano solo due firme: la sua e quella di Luca Tescaroli. Entrambi giovani, inesperti ma con tanta voglia di cercare l’altra metà della verità. Ieri come oggi

Beh, ora mi fermo ma vi dò appuntamento a domani.

r.galullo@ilsole24ore.com

4 – to be continued (per le precedenti puntate si leggano

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/09/26/nino-di-matteo-e-la-voglia-matta-di-certa-politica-e-certi-analisti-di-guardare-al-dito-scarantino-anziche-alla-luna-depistaggi-e-trattative/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/10/09/strage-via-damelio1-il-pentito-santino-di-matteo-e-quella-drammatica-telefonata-con-la-moglie-sugli-infiltrati-della-polizia/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/10/10/strage-di-via-damelio2-la-denuncia-raccolta-il-giorno-dopo-le-contraddizioni-tra-servitori-dello-stato-e-quella-pista-abbandonata/)