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Strage Via D’Amelio/1 Il pentito Santino Di Matteo e quella drammatica telefonata con la moglie sugli «infiltrati della Polizia»

Cari amici di questo umile e umido blog tre settimane fa (rimando al link a fondo pagina) ho cominciato ad analizzare l’audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il 13 settembre davanti alla Commissione bicamerale presieduta da Rosy Bindi.

Nel frattempo è accaduto che la famiglia Borsellino si è rivolta al Consiglio superiore della magistratura (che ha aperto un fascicolo) per sapere se ci sono state negligenze di sorta sulla strage di via D’Amelio all’epoca delle prime ed immediate indagini e nel corso del processo che né è scaturito. Il punto dolente è sempre lo stesso, già denunciato da Fiammetta Borsellino, a partire dal grande depistaggio del (falso) pentito Vincenzo Scarantino.

Fiammetta, figlia del giudice, che in occasione del 25ennale della strage aveva tuonato contro l’inesperienza di alcuni inquirenti (tra i quali citava Nino Di Matteo) e l’odore di una procura a Caltanissetta all’epoca in odor di massoneria (retta da Giovanni Tinebra), subito dopo l’apertura del fascicolo è tornata a ribadire: “Le mie denunce non sono un mero dibattito tra me e il dottore Di Matteo. Questa semplificazione fa molto comodo a chi sta bene nascosto nell’ombra ma toglie l’attenzione al nostro fine, che è quello di arrivare alla verità”.

Ogni volta che mi trovo di fronte allo strazio della famiglia Borsellino mi trovo incapace di intendere e volere. La ferita anche di quella strage la sento sulla mia pelle ogni giorno e pensare che il loro dolore sia incommensurabilmente più forte, mi rende ancora più incapace. Al contempo, però, trovo che ogni polemica diretta o indiretta tra familiari e (rari) Servitori dello Stato come Nino Di Matteo serva solo ad alimentare un polverone che, come sa la famiglia Borsellino, è benzina che lambisce quella polveriera marcia dello Stato pronta a riesplodere.

Di una cosa sono certo e scopro l’acqua calda: a parte qualche soggetto isolato non c’è nessuno tra le Istituzioni e negli ingranaggi della politica, della classe dirigente e del mondo dell’informazione, che abbia interesse a scoprire la verità non solo delle stragi e degli attentati degli anni ’92 e ’93 ma anche di quella infinita e mai interrotta trattativa tra anime nere dello Stato e mafie.

Per questo e solo per questo credo che anche il fascicolo aperto dal Csm (vale la pena ricordare cosa dovettero subire Giovanni Falcone e Paolo Borsellino proprio in quel Consiglio?)  sarà destinato a fallire nel nobile intento sollevato dalla famiglia del giudice. Ciò che non è stato trovato in 25 anni può essere trovato da un organo pur sempre costituzionalmente previsto ma del tutto autoreferenziale, attraversato da correnti come manco ai tempi della “balena bianca” e mai come negli ultimi tempi in perenne sfida con la politica? Me lo auguro, ovviamente ma…

Per questo e solo per questo, desidero che alle polemiche si sostituiscano i fatti e le letture che possono aggiungere tasselli alle interpretazioni e alla ricerca della verità.

Tra le letture, appunto, l’audizione di Di Matteo che, il giorno dopo l’audizione, nessuno ha più curato né approfondito. Eppure, a leggerla, come ho cercato di fare in queste settimane in cui mi sono dovuto distribuire tra inchieste in uscita sul Sole-24 Ore e nuovi progetti editoriali nello stesso Gruppo,  di spunti ce ne sono.

Oltre a quello già raccontato nella precedente puntata (si veda link a fondo pagina),  ce ne sono parecchi.

Vogliamo prendere oggi come spunto la lunga ed articolata riflessione su Mario Santo Di Matteo, padre del piccolo Giuseppe sciolto nell’acido nitrico dopo 14 mesi di indicibile agonia e uno dei principali protagonisti della stagione stragista? Beh, parliamone, Anzi, leggiamone.

MARIO SANTO DI MATTEO

Già perché è una delle piste, che secondo il pm antimafia, va non solo seguita investigativamente ma anche illustrata all’opinione pubblica. Avete trovato qualche media che lo abbia fatto dopo l’audizione? Come diciamo noi romani: zero carbonella.

Il pm antimafia racconta alla Commissione che le perplessità degli inquirenti, ad un certo punto, non riguardavano più solo Scarantino ma anche la reticenza anche dell’altro collaboratore che pur contraddiceva Scarantino, Mario Santo Di Matteo.
Nel dicembre del 1993, poco dopo il rapimento del figlio del collaboratore di giustizia, avvenuto il 23 novembre 1993, su disposizione della procura di Caltanissetta, la Direzione investigativa antimafia (Dia) di Roma effettuò un’intercettazione del primo drammatico colloquio, successivo alla notizia del sequestro del figlio, tra Mario Santo Di Matteo e la moglie Francesca Castellese.
Nel momento in cui Di Matteo, anche lui reo confesso della strage di Capaci, aveva detto che di via D’Amelio non sapeva nulla, ci fu una registrazione drammatica. I due coniugi si abbracciarono – era la prima volta che si vedevano dopo la notizia del sequestro del ragazzo – e la moglie Francesca Castellese implorò il marito di non parlare della strage di via D’Amelio perché, in quella strage, c’era il coinvolgimento di quelli che la signora Castellese definiva «infiltrati della Polizia».

TELEFONATA DRAMMATICA

«Il mancato iniziale deposito di quei confronti, che non ha pregiudicato per nulla i diritti di difesa degli imputati del processo Borsellino-bis – dirà Nino Di Matteo sedendo accanto a Rosy Bindi dipendeva dal fatto che, in relazione agli elementi di fatto che vi ho ricordato, pendeva un’indagine che poi sfocerà nel cosiddetto “via D’Amelio-ter” per cui noi, prima di depositarli, volevamo cercare di capire chi avesse detto la verità e chi non l’avesse fatto. Non appena siamo stati convinti che comunque la riunione a casa di Calascibetta non c’era stata, non solo abbiamo depositato e prodotto, ma lo abbiamo anche chiesto in dibattimento, un ulteriore confronto davanti alla corte, che è stato fatto tra i pentiti che si contraddicevano, e abbiamo pure chiesto l’assoluzione del soggetto che aveva ospitato… ».

Al di là di questi sofismi procedurali, Nino Di Matteo dirà: «Nell’ambito delle indagini sul via D’Amelio-ter ho interrogato Mario Santo Di Matteo e la moglie. Li ho posti a confronto e loro hanno sostanzialmente negato la valenza di quelle intercettazioni, che però sono lì e pesano come un macigno».

Già. Ma ora vi dò appuntamento a domani per vedere altri spunti investigativi sulla strage di Via D’Amelio (e di conseguenza sull’intera stagione stragista) che sono stati messi sul piatto senza tanti complimenti da Nino Di Matteo.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued (per la precedente puntata si legga

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2017/09/26/nino-di-matteo-e-la-voglia-matta-di-certa-politica-e-certi-analisti-di-guardare-al-dito-scarantino-anziche-alla-luna-depistaggi-e-trattative/

  • Roberto Galullo |

    Egregio Piazzini da quel che denuncia Di Matteo la pista fu abbandonata. Ciò non toglie che, alla luce del fatto che la Procura di Caltanissetta sta continuando ad indagare, questa pista (e le altre segnalate da Di Matteo) non siano attualmente oggetto di indagine. Del resto, correttamente, è lo stesso Di Matteo che dirà in Commissione che non può ovviamente sapere su cosa la Procura di Caltanissetta sta continuando a scavare.

  • Paolo Piazzini |

    Non mi è chiaro un passaggio: visto che l’intercettazione stava lì a pesare come un macigno dal dicembre ’93, i pm cercarono immediatamente riscontri al contenuto o si limitarono al confronto fra i coniugi?

  • cesare de gasperis |

    Dr. Galullo buongiorno .
    Penso che si possa comunque essere positivi, perché è la stessa ricerca della verità ad essere, intrinsecamente, un Atto di Giustizia .
    Non rinunciare, non dimentincare e mai arrendersi è già , di per se, dare un senso alla nostra quotidianità ed al nostro tempo .
    Molti parlano sovente del Giornalismo d’Inchiesta, altri di Giornalismo Politico, ma esiste, o almeno questo è il mio sommesso parere , anche il “Giornalismo di Coscienza”, quel giornalismo che riassume in se tutte le componenti degli altri e li assembla in un quadro unitario volte a mantenere viva l’attenzione delle coscienze su aspetti della nostra storia, non solo recente, che non possono ne devono essere dimenticati .
    Certo, non è un Giornalismo ne facile ne “caciarone”, ma è un Giornalismo assolutamente indispensabile per combattere una certa Italia che tollera apertamente un elevato livello di “furbizia criminale” e che è pure pronta a giustificarne molta di più se gli uomini in questione sono personalità eccellenti, talentuosi accademici, personaggi famosi o anche solo potenti e ricchi .
    L’Italia dei Ladri, per intenderci .
    Buon lavoro e grazie del Suo lavoro .

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