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Salvatore Lupo in Commissione antimafia: la guerra contro la mafia è finita, magari no, no. Mah!

Il 1° dicembre la Commissione parlamentare antimafia ha avviato le audizioni per tentare di capirne di più sulla degenerazione della cosiddetta “antimafia” e delle sue finte o presunte bandiere, ultimamente ammainate con grave scorno della civiltà e della democrazia.

Il 1° dicembre è stato audito Salvatore Lupo, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Palermo. Il professore, con il suo collega giurista Giovanni Fiandaca, ha scritto il libro “La mafia non ha vinto – Il labirinto della trattativa” (Laterza).

Di una parte dell’audizione ho già scritto il 30 dicembre (e per questo rimando al link a fondo pagina).

Di una seconda parte scrivo oggi perché ritengo che le parole siano pietre e che se non vengono analizzate e contestualizzate corrono il rischio di diventare macigni. Non conosco personalmente il professor Lupo (so che è un esimio professore) ma avrete capito, per ciò che ho scritto nel passato remoto e recente e dopo aver letto il libro che ha scritto, che concordo zero non tanto su quanto sostiene (le opinioni diverse sono il sale della democrazia) ma per i riflessi che le sue teorie riverberano su uno Stato democratico già sfilacciato e prossimo alla dissoluzione.

In Commissione antimafia Lupo ha affermato che «molti di noi, forse tutti, abbiano usato il termine “guerra alla mafia”, ma trattasi evidentemente di un termine, come quasi sempre il termine guerra, fuori contesto, perché uno Stato non può fare guerra ai propri cittadini, bisogna essere Stalin o Hitler per fare guerra ai propri cittadini, lo Stato deve applicare le leggi. Lo stato di guerra per fortuna non è stato dichiarato e dunque il termine guerra non è opportuno, seppur giustificato da quelle circostanze, perché io faccio lo storico, quindi sono spesso sostanzialista, e gli eventi che urgono gli esseri umani e le nazioni spesso non possono essere frenati con un’opzione di principio, però la moltiplicazione di istituzioni, di magistrature speciali, di polizie speciali e di legislazioni speciali basate su una logica di guerra vera o presunta sarebbe tantomeno giustificata in quanto costoro si definissero società civile?».

Fin qui il ragionamento – opinabile e rispettabile – è di natura più filosofica che storica.

Filosofia per filosofia si potrebbe obiettare che le guerre non dichiarate ufficialmente dallo Stato sono spesso quelle più lunghe e impegnative di quelle dichiarate con carte da bollo (gli anni bui del terrorismo ad esempio, che sono tornati d’attualità con il pericolo di matrice islamista).

Filosofia per filosofia si potrebbe obiettare che se la parola guerra non piace (le parole sono spesso convertibili in convenzioni dialettiche) si può usare la parola contrasto o contrapposizione, financo “muro contro muro”. La sostanza è quella e – piaccia o meno al professor Lupo – io personalmente non mi sento «fuori contesto» e poi fuori contesto rispetto a cosa? A una politica incapace di governare i processi di prevenzione alla cultura mafiosa? O forse “fuori contesto” rispetto ad un Legislatore che non riesce a incidere davvero contro le mafie? O forse ancora “fuori contesto” rispetto ad una classe dirigente collusa o una classe imprenditoriale connivente o professionisti al soldo? Se è così, sono fiero di essere “fuori contesto”.

Personalmente, inoltre, mi sento in guerra contro tutto quanto puzza di illegalità, mafia e cultura mafiosa e me ne frego se il Governo non ha apposto il suo sigillo ad una carta bollata e l’unico mezzo che conosco per partecipare a questa crociata (la parola rende più di guerra?) è formare i miei figli con gli stessi valori e principi con i quali sono stato forgiato per farne cittadini onesti, trasparenti e leali e informare i lettori per consentire loro di conoscere i fatti, formarsi giudizi e scegliere.

Ma andiamo avanti con il ragionamento – ripeto: legittimo e dunque opinabilissimo – del professor Lupo.

LA GUERRA E’ FINITA

«Il punto è che la guerra, se c’è stata – afferma ancora lo storico – è finita. La guerra è finita non perché nel nostro Paese non ci sia più la criminalità organizzata, magari, non perché la criminalità organizzata non abbia ancora il suo livello di arroganza e non riesca a imporsi, e neanche perché siano venuti a mancare i composti della mafia, ovvero il contatto tra criminalità, cattiva politica e cattivo business, elementi che ci sono ancora. Forse perché ho una certa età, ma mi sembrava anche che la capacità reattiva del popolo italiano allora fosse superiore, però questo è un fatto davvero generazionale e prendetelo per quello che vale. La guerra non c’è perché quei caratteri non ci sono più: non ci sono i morti per le strade, il numero dei morti ammazzati in questo Paese è drasticamente diminuito, il Mezzogiorno sta nella media nazionale, in Sicilia si ammazza meno gente che in Lombardia, quindi quell’elemento della conflittualità inframafiosa non esiste più, non con questa forza, non con questo carattere fuori controllo. I delitti eccellenti, strada terribile percorsa da cosa nostra, non si vedono più, magistrati uccisi con esplosioni non ne abbiamo visti e Dio voglia che non ne vedremo, perché chiaramente non posso prevedere il futuro, però non ci sono elementi che indichino che si vada verso situazioni di questo genere, anzi ci sono elementi che indicano che non si va verso situazioni di questo genere, perché cosa nostra siciliana e cosa nostra americana, la sua gemellina, sono state pesantemente colpite dalle autorità, sollecitate da questo moto di opinione pubblica e di società civile. Io che ho studiato la repressione fascista della mafia vi posso dire che per quantità di pene e durezza di condanne rispetto a quella che è avvenuta nella democratica Italietta degli anni ’90 la repressione fascista fa ridere, perché la grandissima maggioranza delle persone incriminate nei processi del ’28 e ’29 erano fuori già nel ’31 per tenui condanne per fatto associativo, non c’era l’associazione mafiosa come sapete, e perché il Governo ritenne opportuno emanare un’amnistia, tanto che alcuni anni dopo, nei documenti che abbiamo ritrovato e pubblicato, gli apparati della polizia fascista dicevano che la mafia era più forte nel ’38 che prima dell’operazione Mori. Non esiste alcuna possibilità di confronto tra la forza con cui la repressione si è abbattuta su cosa nostra al passaggio tra gli anni ’80 e gli anni ’90 e con più forza ancora negli anni ’90 rispetto a quello che è avvenuto in qualsiasi altro periodo della nostra storia, e vi devo dire come siciliano che ha poche cose di cui gloriarsi, e anche come italiano, che è paradossale e frustrante che una delle poche cose conseguite in questo Paese nessuno dica che è successa e tutti sembrino rifiutarlo. Tempo fa ho litigato con il giornalista Lodato, perché nel momento clou passavo davanti a una libreria di Palermo e c’era un’enorme vetrina tutta piena di libri intitolati La mafia ha vinto, opera di Tommaso Buscetta, che si prendeva le ennesime royalties, e di Saverio Lodato, che con tutta la buona volontà pensava che il modo migliore di battere la mafia fosse dire che la mafia vince sempre, anche quando palesemente sta perdendo, almeno per il momento. Il punto fondamentale è che la guerra è finita, quella mafia non c’è più, ce n’è un’altra, che sarà pericolosa anch’essa, ci sono altre mafie come la ’ndrangheta, ci sono tante cose che non vanno in questo bel Paese, su questo versante e su altri, però quella guerra non c’è più, mentre sul fronte dell’antimafia tutti quei soggetti sono attivi come se niente fosse successo. Non vi dico quali sono le mie reazioni dinanzi a uomini politici o magistrati che dicono tutti i giorni che sta per scoppiare un’altra bomba, che Riina sta uccidendo qualcun altro, perché intercettato in carcere dice che deve ammazzare quello e quell’altro, perché Riina fa quello che ha sempre fatto, solo che prima lo poteva fare e adesso non lo può fare più. Il problema fondamentale è che oggi l’antimafia è una risorsa piuttosto libera per molta gente. Se aprite la massiccia ricerca coordinata dal collega Rocco Sciarrone dal titolo Alleanze nell’ombra sull’economia mafiosa, trovate che tutte le imprese top della connection mafiosa in provincia di Palermo hanno aderito ad associazioni antimafia. Come sapete, l’ex presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro detto Totò, che poi è stato condannato, è uno dei pochi che è andato veramente in galera e ancora ci sta, ha vinto la campagna elettorale al grido “la mafia fa schifo”. Rosario Crocetta, attualmente presidente della Regione Siciliana, è uno che ha fatto una buona carriera con l’antimafia. Attenzione, io preferisco di gran lunga che si faccia carriera con l’antimafia piuttosto che con la mafia, e capisco anche che l’antimafia sia una legittima risorsa politica, non etica – in interiore homine io non guardo, non sono capace – laddove in queste sedi bisognerebbe evitare di parlare troppo di etica, ma di etica politica sì, e l’antimafia è una risorsa politica plausibile. Non credo però che possa giustificare i grandi problemi politico-amministrativi che non riesce a risolvere con il fatto che è contro la mafia e tantomeno credo che, come va dicendo, tutti quelli che lo criticano siano amici della mafia. D’altra parte, come tutti sanno, sono state diffuse su Crocetta delle presunte intercettazioni telefoniche che sembra fossero false, in cui il problema fondamentale era che erano false e che Crocetta parlava male della famiglia Borsellino. Anche per quanto riguarda la signora Saguto, giudice, amministratrice dei beni confiscati alla mafia, che sembra – poi la magistratura si pronuncerà – potrebbe aver disposto malamente del patrimonio sequestrato, sulla stampa nazionale il principale articolo di demerito nei suoi confronti è che in una privata telefonata una volta disse qualcosa di poco simpatico sulla famiglia Borsellino. Questa persona è oggetto di tali gravissime accuse, ma il problema fondamentale è che in una privata telefonata… Dico questo perché esiste rispetto a tutte queste cose – con tutto il mio affetto per la famiglia Borsellino come per tutte le altre famiglie delle vittime – un’aura di sacralità che non ci aiuta, perché induce a creare rendite di posizioni morali che con il realismo dei fatti e la politica, come voi che fate politica sapete, hanno poco a che vedere, e poi soprattutto rinchiudono il dibattito in barriere infrangibili».

Detto che – francamente – a seguire il ragionamento di Lupo mi sono perso e riperso (limite mio, sia chiaro), spero di aver trovato il folo nella sintesi che vi propongo: la parola guerra non va usata, ma non va usata neppure la parola mafia, perché Cosa nostra è stata soppiantata dalla ‘ndrangheta (e che da oggi? Saranno almeno 25 anni!).

LA “X” ALLA “Y”

La “X” alla “Y” è finita (sostituisco la parola “guerra” con X e la parola “mafia” con Y, visto che non si possono usare più) perché non ci sono più morti per strada (e quelli morti per droga, il cui traffico è controllato da “Y” e ancor più dalla ‘ndrangheta, cosa sono? morti per il freddo?) e mai repressione fu più forte di quella degli anni Novanta contro “Y” (magari per questo si è rafforzata la ‘ndrangheta). Il professor Lupo non vuole dire le sue reazioni di fronte a quei pazzi mentecatti (lo dico io) che gli ricordano che qualche magistrato potrebbe saltare per aria! Sia mai che Di Matteo lo sappia e – rassicurato – voglia abbandonare la sua vita blindata o barattarla con quella del professor Lupo o con la mia o con quella di ogni comune cittadino italiano!

Ora, va bene tutto e dunque va bene anche questo lunghissimo ragionamento del professor Lupo. Le diverse opinioni sono il sale della democrazia e dunque mi sia consentito di dissentire in tutto da questo ragionamento che – a modestissimo e fallace avviso di chi scrive – è minato alla radice. Ma chi – infatti – può davvero pensare che le mafie siano solo un’ala militare pronta a sparare o far stragi e non invece, da sempre ma a maggior ragione da 30 anni a questa parte, raffinati sistemi criminali integrati e integrabili, pronti ad una evoluzione più rapida della capacità dello Stato di contrastarle?

Ma chi davvero può pensare che la mafia possa esistere perché esiste un Riina, un Messina Denaro, un Oppedisano, uno Zagaria e via di questo passo senza che, contemporaneamente e sopra di essi, esista una Spa mafiosa di cui questi immondi criminali detengono quote di minoranza al servizio di soci che, insieme, detengono la maggioranza e che sono Servitori infedeli dello Stato, economia e finanza collusa, professionisti al soldo e stampa megafono? Se la mafia – le mafie – fossero solo quei nomi e quei cognomi, sarebbe stata spazzata via da tempo, mentre invece è sempre più un coacervo di interessi politici ed economici apparentemente leciti e globalizzati. Come si può sconfiggere questo sistema con i poveri mezzi di cui dispone oggi chi vuol fare opera di prevenzione, investigazione e contrasto e senza che, soprattutto, via sia una concertazione internazionale?

Alle mie considerazioni – solo alcuni esempi di una serie lunghissima – aggiungo quelle dei deputati Claudio Fava (Si-Sel) e Francesco Molinari (Gruppo Misto). Tutte condivisibili, pacate e di buon senso.

MOLINARI E’ QUI

Fava: «Lei ha detto che la guerra è finita, sono d’accordo con lei: sul piano militare la guerra è finita, anche se a volte il fatto che non si ammazzi manifesta una capacità di controllo del territorio straordinaria, c’erano paesi siciliani in cui la mafia governava e non volava uno schiaffo, ma il punto è che la strategia terrorista ed eversiva dei corleonesi è stata sconfitta. Mi chiedo e le chiedo se la fattispecie mafiosa di questo tempo non rischi di essere molto più insidiosa, perché la modernità della mafia oggi mette in campo una categoria che un tempo non c’era, che è quella del consenso. Non credo che Riina o i suoi amici lavorassero sul consenso: lavoravano sull’intimidazione, sulla paura e sull’omertà. Se lei avesse parlato come noi con i procuratori della Repubblica di Torino, di Milano e delle procure emiliane, avrebbe saputo che la grande preoccupazione è il modo in cui attorno alla capacità della mafia di farsi impresa, di essere sostegno economico, garanzia nella corsa agli appalti, punto di riferimento sul territorio, si sta creando consenso, al punto che non c’è stato un solo imprenditore che abbia collaborato con l’inchiesta Infinito. I magistrati di Milano che hanno lavorato anche in Sicilia dicevano che è una contraddizione abbastanza ingombrante, perché hanno più collaborazione in Sicilia che a Milano. Le chiedo quindi se condivida che questo tema del consenso e della convenienza, anche se non siamo più di fronte a una mafia militare, determini una forte insidia della mafia, e in questo senso forse dobbiamo riattrezzare più che archiviare il tema di un’attività di contrasto con gli strumenti dell’antimafia».

Molinari: «Lei non crede che la sua tesi secondo cui la guerra è finita non porterebbe a mettere in discussione anche l’armamentario che lo Stato democratico ha messo in piedi per contrastare la mafia e l’ha indotta a trasformarsi in qualcosa di diverso? Ritengo infatti che questo sia ancora essenziale, e mi riferisco soprattutto al 41 bis, che credo sia stato la chiave di volta di questa lotta».

LE RISPOSTE DI LUPO

Ed ecco la risposta di Lupo: «Finché ci saranno questi così gravemente, ci saranno mafie, queste mafie sono sicuramente molto pericolose, però non è facendo dell’antimafia necessariamente che si risolvono questi problemi. Ci vogliono politiche efficaci, ci vuole spirito democratico, ci vuole capacità di far funzionare la democrazia e non sempre le cose corrispondono. Nel periodo d’oro dell’antimafia io c’ero e so che non era un movimento maggioritario, anzi era un movimento di robuste minoranze, come sono i movimenti, di robuste minoranze che si fanno sentire perché in quel momento hanno la passione e la capacità di farsi sentire. Ci vuole altro, ma non è questo, perché la mafia oggi non ha questa evidenza di pericolosità, non dico che sia più o meno pericolosa, ma non ha questa evidenza di pericolosità, non è una sfida talmente palese da dire che domani scenderò in piazza. Siccome non posso scendere in piazza ogni giorno perché ho da lavorare, da fare, da studiare, da vivere – personalmente sono sceso in piazza per la guerra del Vietnam, mi arrabbio quando mi si chiede perché non scendo in piazza per tutte le guerre possibili e immaginabili – si vede che in quel momento ho sentito quel fatto come una sfida alla mia persona, alla mia idea e capisco benissimo che ci sia gente che scende in piazza per altre ragioni. A parte che i movimenti per loro natura non sono stabili, si accendono, esplodono, poi cadono proprio per questo, dunque affidarsi all’infinito a un movimento antimafia per queste cose… e poi ci sono delle istituzioni che devono fare e che faranno senz’altro il loro lavoro. La presidente Bindi bene ha capito il mio ragionamento: la mafia non è più quella di allora, non è detto che quella di ora sia meno pericolosa, è una sfida meno forte, però bisogna vedere quali patologie semina alla lunga, ma di sicuro non si potrà combattere con lo stesso sistema, anche perché un movimento che si irrigidisce e tende a istituzionalizzarsi come tutte le strutture che istituzionalizzano a sua volta pone dei problemi. Immaginate un procuratore della Repubblica che dice tutti i giorni che la mafia è oggi quella stragista di allora, immaginatelo, chi sarà? Fate uno sforzo di fantasia. Tutti i giorni dice questo e ci sono un gruppo di giovani che in tutta buona fede si esibiscono con un bersaglio e dicono «sparate a noi», come i serbi quando gli americani bombardavano Sarajevo, solo che lì si bombardava per davvero, quindi sia che avessero ragione o torto si capisce il loro sforzo. Le istituzioni straordinarie che non corrispondono alla nostra tradizione giuridica, nate in periodo di straordinarietà, uscite da quel periodo di straordinarietà hanno come primo obiettivo quello di giustificare se stessi. Mi dispiace, Max Weber diceva questo e forse non era un babbeo. Naturalmente l’obiezione che mi è stata fatta è se ritenga che tutto questo apparato debba essere smantellato. A parte che io potrei non pensare niente di tutto questo e dirlo lo stesso, perché non è compito mio proporre quello che voi dovete fare: compito mio è dire che il mondo va così. Siccome non mi nascondo dietro il dito, non penso assolutamente questo, però se questo succede lo dobbiamo sapere. Se abbiamo cinque polizie, che si facciano concorrenza l’un l’altra e poi ce ne sia una che si inventa i reati, è possibile, e d’altronde, siccome parliamo di storia della mafia, uno dei problemi della repressione della mafia nel secolo passato è stata la concorrenza tra la Polizia e i Carabinieri, dunque non dico nemmeno niente di nuovo. Se ci inventiamo ogni giorno una polizia speciale e un altro giorno ci inventiamo una magistratura speciale, che applica leggi e metodologie speciali, oltre un certo limite del necessario e dell’utile avremo delle patologie, poi non stupiamoci se ci sono delle patologie. Con Lumia il discorso è andato troppo alle larghe e io ovviamente posso anche essere d’accordo con lui, può darsi anche che non mi sia ben spiegato. Volevo solo dire che c’è un momento in cui non il movimento antimafia, perché nel fascismo non c’è alcun movimento antimafia, non c’è alcun movimento, ma nella vita dello Stato italiano la lotta contro la mafia in quanto tale è stata messa al centro di un progetto politico dichiarato. All’assedio di Gangi è stata convocata la stampa mondiale, il New York Times uscì con titoli a tutta pagina. Che sia un’operazione largamente demagogica, propagandistica e comunque di corta durata mi pare di averlo detto io stesso, e naturalmente è vero che i movimenti di età repubblicana hanno in sé un’identità democratica costituzionale che i movimenti di quando la Costituzione non c’era non avevano, è assiomatico. Poi c’è un fatto di cui è difficile convincere i miei studenti che prima dell’età repubblicana mediamente in Italia l’intellighenzia era di destra se non di estrema destra, poi le cose sono cambiate e il mondo è cambiato. Una cosa che sia Lumia che Fava chiedevano è se la mafia attuale è più moderna e il consenso è più moderno, il nascondersi è più efficace? Sì, può darsi, anzi se la mettiamo in prospettiva storica, questa vicenda cosiddetta corleonese sembrerà un’enclave, perché la mafia è nascosta di sua natura, la mafia si nasconde nelle pieghe delle relazioni sociali, si è inflitta da sola la più grossa sconfitta in quanto non ha più reso possibile che qualcuno dicesse che la mafia non esiste, perché la mafia si è palesata da sé nella sua esistenza indubitabile. Il consenso è parte essenziale del fenomeno mafioso e veramente anche in tempo corleonese la mafia aveva il consenso. Se parliamo in termini di società civile, di predisposizione culturale, se i siciliani sono antropologicamente mafiosi o no, non andiamo da nessuna parte: diciamo che ci sono diversi orientamenti dell’opinione pubblica che possibilmente si danno battaglia, non sempre si danno battaglia perché non sempre emergono nella loro chiarezza antinomica, e non sempre l’antinomia gira intorno alla questione della mafia. Tutto il nobilissimo richiamo a un passato fatto di movimenti contadini, di fasci siciliani, va benissimo, ma bisogna sapere per correttezza che l’antinomia che la gente aveva in mente era un’altra, tanto che non si sentivano legalitari, ma si sentivano rivoluzionari, quindi tanto meno può essere definibile nei termini iperlegalitari con cui poi l’antimafia si è definita. Tanto per non fare di tutta l’erba un fascio e non pensare che sia una categoria metastorica, perché così non è. Il consenso è parte essenziale, perché tutte le analisi della mafia parlano di consenso, e in Emilia o dovunque sarà allo stesso modo, perché pensare che ci siano popoli condannati per natura e popoli virtuosi per natura non va bene, se esistono organizzazioni di cattiva politica e di malaffare che fanno muovere i soldi e danno lavoro, quelli che ottengono lavoro acconsentiranno. Qual è il grande vantaggio? Che la mafia come sistema economico funziona male, se funzionasse bene saremmo nei guai davvero: funziona male, perché in un tempo medio la selezione degli imprenditori avviene non al più capace ma al più scadente, le contabilità sono fasulle, le attività economiche sono di copertura, prevalgono gli elementi finanziari sugli elementi imprenditoriali. Questa è la mia idea, che può essere benissimo smentita, ma spero non lo sia. Questa è l’esperienza che abbiamo avuto finora. Da questo punto di vista ribadisco che il problema è che i bambini vadano a scuola, che la gente trovi lavoro, i problemi base sono questi, però ovviamente su questo tutti diranno che vogliono così, e comunque questa non è l’antimafia, perché altrimenti diamo un’interpretazione eccessiva».

Giuro e lo dico in totale umiltà: alzo le mani. Non sono all’altezza di capire le risposte. Continuerò a peccare con quel poco di libertà di informazione che resta in Italia, l’unica cosa che ho da offrire ai lettori. E che Max Weber non se ne abbia a male…

r.galullo@ilsole24ore.com

(si vedano anche

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/12/30/la-trattativa-stato-mafia-secondo-salvatore-lupo-in-commissione-antimafia-una-delle-tante-forse-una-delle-troppe/

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https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/04/03/il-processo-sulla-trattativa-stato-mafia-spiegata-da-emanuele-macaluso-pensieri-parole-opere-e-omissioni/)

  • Christian |

    Comprendo e condivido, in buona parte, il pensiero del Prof. Lupo, anche se lo vedo un po’ influenzato da una certa ideologia, che potrebbe essere usata per orientare le sue opinioni.
    Il suo principale errore è considerare la mafia di Riina come la mafia, o una mafia al 100 %, mentre essa era una deriva pazza della mafia, un cancro per la stessa mafia, da estirpare.
    Pensare che lo stragismo sia parte della strategia mafiosa è errato, lo stragismo fu lo strumento che la mafia utilizzò, insieme all’inganno, per liberarsi dei corleonesi e riprendere gli affari.
    Neppure condivido il fatto che la fase stragista sia finita, perché quella stragista non fu una fase, ma una tattica del sistema criminale per liberarsi dei corleonesi e riprendere gli affari.
    Ritengo sia più utile parlare di sistema criminale che non di mafia, perché il secondo termine viene usato spesso in modo riduttivo, mentre il problema è ampio e di sistema.
    Il sistema criminale è quindi pronto oggi, come 25 anni fa, come due anni fa, come magari fra 5 anni, a riprendere la tattica stragista se lo ritenesse utile ai suoi interessi.
    Quella contro la mafia (rectius contro il sistema criminale) è proprio una guerra, che però deve essere esaminata nell’ottica della guerra ibrida, fatta non solo di violenza, ma anche di propaganda, di manipolazione, di economia, di corruzione, di abuso sistematico delle regole e del potere.

  • Bartolo |

    Beh Galullo,
    non è che tanti giovani e giovanissimi a un certo punto della loro vita democratica all’interno di un contesto sociale che gli ha già offerto un’ottima formazione scolastica e si accinge per accoglierli nelle proprie università o nel mondo del lavoro retribuito, di colpo decidono, invero, di optare per l’affiliazione nelle quattro organizzazioni mafiose che insistono da secoli in alcune regioni meridionali. Il fatto è, e ritengo che in questo abbia ragione Lupo, che le mafie trovano linfa vitale nella disperazione di un enorme quantità di famiglie disagiate: la potenza di queste organizzazioni è rappresentata dal vincolo associativo; ma ancor più, dalla propria segretezza. Se Fava, Molinari e Lumia anziche’ rappresentare il popolo falso dell’antimafia rappresentassero il popolo vero meridionale, forse Lei, Galullo, sarebbe più confuso, però l’esercito di innocenti massacrati in nome della lotta alla mafia finalmente si schiarirebbe le idee rispetto ai kafkiani processi subiti.
    Detto questo, a differenza di Lupo, sono della opinione che il processo sulla trattativa stato-mafia è sacrosanto. Anche se probabilmente sarà un fallimento, considerato che lo stato non potrà processare se stesso.
    Saluti
    Bartolo Iamonte.

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