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Torino/ Pelle da San Luca batte Lo Piccolo da Palermo 1 a 0 (anche in Piemonte comanda la ‘ndrangheta)

Pochi giorni fa – il 29 aprile per l’esattezza – la Calabria si è svogliatamente risvegliata al suono dell’ennesima operazione anti-‘ndrangheta (denominata “Reale 6”).

L’operazione, delegata ai Carabinieri del Ros e al Gico della Guardia di finanza dai pm della Dda di Reggio Calabria Antonio Gratteri, Antonio De Bernardo e Giovanni Musarò, che l’hanno coordinata, ha strapazzato, ancora una volta, mister preferenze Santi Zappalà, candidato (eletto) per il Popolo della libertà alle regionali del 2010. Costui, secondo l’accusa, avrebbe fatto il giro delle sette parrocchie mafiose pur di raccattare gli indegni e miserevoli voti controllati dalla ‘ndrangheta. Rimando al link a fondo pagina per i servizi di ieri, mercoledi e martedì.

Ieri, in particolare, abbiamo visto i salti mortali che il Gip Cinzia Barillà (ma ancor prima i pm) ha dovuto compiere per smontare i dubbi della sentenza della Corte di Cassazione del 26 giugno 2014 (di cui non si conoscono ancora le motivazioni) sull’esistenza o meno della cosca Pelle-Gambazza.

In attesa che la Corte d’appello di Reggio Calabria illumini sul tema, tra i motivi che si scorrono nel provvedimento e che, secondo l’accusa, depongono inesorabilmente per l’esistenza addirittura di una «dinastia mafiosa», ce n’è uno che è tutto da leggere. Le «conferme di questo “straripante potere” (più che “personalità”), riferibile al Pelle Giuseppe ed idoneo ad influenzare le scelte delinquenziali di territori così distanti da quello calabrese», scrive Barillà a pagina 100, provengono anche  dall’indagine torinese “Esilio” del 7 maggio 2013.

In questa indagine la Dda piemontesensostiene l’esistenza, tra le altre cose, di un “locale” (una cellula strutturata con almeno 50 affiliati di ‘ndrangheta) a Giaveno, ridente (si fa per dire) cittadina di 16.747 anime in Val Sangone, che dipenderebbe da Rosarno e San Luca (la “mamma” è sempre la mamma). Questo “locale” di Giaveno, essendo capeggiato da persone di origine siciliana, evidenziava significativi contatti con Cosa nostra ed in particolare con la famiglia mafiosa palermitana dei Lo Piccolo. E così i “siciliani” guidavano, all’interno del “locale” di Giaveno la volata ad un tentativo di “disconnessione” (usa proprio questo termine alla moda il Gip a pagina 106) dalla ‘ndrangheta e di contestuale collegamento a Cosa nostra sicula.  «Fatto questo dirompentesi legge sempre a pagina 106 dell’ordinanza – per gli  equilibri della criminalità organizzata calabrese in Piemonte, regione della quale i calabresi avevano il pieno controllo delle attività illecite, come anche riconosciuto dagli stessi siciliani».

Tra le lettere che Salvatore Lo Piccolo aveva ricevuto ve ne era una manoscritta datata 2 luglio 2007 che aveva per oggetto l’organizzazione di  un’estorsione nei confronti di una nuova Sala Bingo che sarebbe stata aperta il 7 luglio 2007 a Moncalieri (Torino) . In particolare, l’autore del pizzino rappresentava a Lo Piccolo che, sebbene la zona di Moncalieri fosse controllata dai calabresi, i siciliani avevano egualmente la possibilità di imporre il pizzo sia perché il titolare della sala era un palermitano «padrone di mezza Italia», sia perché alcuni amici di chi scrisse il “pizzino” a Lo Piccolo intrattenevano ottimi rapporti con i calabresi che controllavano la zona i quali non si sarebbero opposti (e come no!) a cedere l’affare ai siciliani. In sintesi il redattore del manoscritto chiedeva a Lo Piccolo, nel rispetto della struttura verticistica dell’associazione mafiosa, l’autorizzazione ad avviare l’estorsione.

In realtà, secondo la ricostruzione riportata in questa ordinanza, non solo il capo siciliano del locale di Giaveno non aveva chiesto alcuna autorizzazione alla ‘ndrangheta, non solo il proposito estorsivo non andrà a buon fine perché i Lo Piccolo padre e figlio saranno arrestati con conseguente smascheramento del progetto, ma i “calabresi” tenteranno di uccidere il capo siciliano del “loro” locale di ‘ndrangheta perché avevano capito perfettamente che quella tentata estorsione al Bingo di Moncalieri avrebbe rappresentato «il primo tentativo di penetrazione della mafia siciliana in Piemonte regione criminalmente controllata dai calabresi» (si veda pagina 109).

Secondo voi chi ha vinto la sfida Lo Piccolo (all’epoca ai vertici di Cosa nostra) contro Pelle-Gambazza, famiglia che non ha bisogno per il Gip di ulteriori presentazioni («evidentemente Pelle Giuseppe Gambazza non poteva essere che autorità mafiosa di pari rango» si legge a pagina 112 del provvedimento)?

Leggetelo voi stessi nelle conclusioni del Gip Barillà tracciate da pagina 112: «Orbene, si tratta di risultanze di tale evidenza e straordinaria capacità dimostrativa che non consentono, si è tenuti a ribadirlo, di rilegare il ruolo di Pelle Giuseppe, a quello di “consigliere” della ‘ndrangheta: bensì di capo-promotore attivo di una cosca di riferimento divenuta, per la sua capacità delinquenziale in loco e per il potere così “trasmesso” ai propri capi, un personaggio fondamentale nella gestione dei rapporti con gli altri clan variamente distribuiti nel territorio nazionale. Non vi è un’ “autorevolezza” personale nella gerarchia della mafia, scissa dal potere mafioso e criminale diffuso su un territorio e così immanente al punto da potersi consentire il lusso di “esportarlo” prima al nord e poi addirittura all’estero; laddove il parallelismo con il Lo Piccolo giova alla tesi esposta perché consente di affermare come dietro ad un capo, per quanto carismatico, non possa non nascondersi la massa degli associati e degli adepti, dalla cui organizzazione gerarchica il “capo” trae legittimazione costante, a pena di bruschi “ribaltamenti”, magari spesso passanti, in questi ambienti, dall’eliminazione fisica del boss “superato”. Dall’esistenza di sicure tracce di predominio mafioso in Piemonte, e prima ancora in Lombardia, influenzate, controllate, riferibili e facenti capo a Peppe Pelle alias Gambazza, che continua a vivere ed “operare”, come l’inchiesta Reale ha ampiamente dimostrato in Calabria, non può certo farsi discendere che egli “comanda” in Piemonte, è “temuto e rispettato”, addirittura sospettato in Lombardia di essere il mandante dell’omicidio di Novella, dall’interno di quell’area criminale, ma è una cellula operativa “singola” ed “isolata” in Bovalino. Senza contare che egli costituisce la meta di veri e propri pellegrinaggi, in occasione delle elezioni amministrative regionali calabresi, da parte dei politici aspiranti a tali consessi, con evidenti richieste di appoggio elettorale, i quali certo non confidano nella sua “autorevolezza mafiosa” in Piemonte ed in Lombardia, bensì nel bacino elettorale di riferimento: la Calabria, ma soprattutto la provincia reggina “fascia jonica” del “mandamento”».

Meditiamo, gente, meditiamo.

r.galullo@ilsole24ore.com

4 – the end (per le precedenti puntate si leggano

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/05/05/la-politica-in-calabria-36-euro-a-voto-nelle-regionali-del-2010-ma-come-si-rientra-da-un-investimento-di-400mila-euro/

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/05/06/la-catena-politica-dalla-culla-comunali-alla-tomba-politiche-secondo-san-giuseppe-pelle-da-san-luca/)

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/05/07/giuseppe-pelle-da-san-luca-grande-puffo-o-capocosca-leggere-per-credere-in-attesa-di-risposta/)