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Confindustria Reggio Calabria pone sul tavolo di Rosy Bindi il problema dei “danni collaterali” delle interdittive antimafia

Ragionare di informazioni antimafia (chiamatele se volete interdittive) non è facile. Il terreno è estremamente scivoloso soprattutto se, volenti o nolenti, in una regione come la Calabria, i contatti di chi fa impresa, con soggetti più o meno legati alla criminalità, è altamente probabile.

Il terreno scivoloso è stato affrontato dal presidente di Confindustria Reggio, Andrea Cuzzocrea, che il 10 dicembre ha incontrato la Commissione parlamentare antimafia in trasferta a Reggio Calabria.

Nell’occasione Confindustria Reggio ha proposto l’istituzione delle white lists obbligatorie in qualunque settore imprenditoriale. Non è una panacea (a Milano, in occasione dell’Expo, le white lists si stanno dimostrando uno strumento parzialmente spuntato e per questo rimando alla mia inchiesta sul Sole-24 Ore del 19 ottobre 2013) ma è un ottimo inizio di ragionamento.

A detta degli industriali, tornando al tema. è necessaria «una maggiore oggettività nei criteri che portano all'applicazione delle interdittive».
Cuzzocrea ai parlamentari della Commissione ha presentato un dossier di 66 pagine «che dimostra che non vengono applicati criteri oggettivi». Tra il 2007 e il 2012 sono stati presentati 170 ricorsi, di cui 111 giunti a sentenza, il 45% delle quali è di accoglimento. Detto che i Tar – appunto – sempre più spesso vanificano il lavoro delle prefetture, che se ne dolgono (a torto o a ragione non sta a me dirlo ma il dibattito è apertissimo) e che molti magistrati antimafia (come ad esempio per la ricostruzione post terremoto in Abruzzo) se ne dolgono più delle prefetture, va dato atto che Confindustria ha posto un problema reale che, come tale, va affrontato.

Nelle sette pagine di relazione che Cuzzocrea ha allegato al dossier, si legge che  «nella parte assolutamente prevalente delle vicende, non viene in considerazione il compimento di atti/omissioni significativi di un reale condizionamento mafioso, bensì situazioni capaci magari di giustificare il dubbio circa la possibilità del condizionamento, tuttavia intrinsecamente inidonee a fondare un qualsivoglia giudizio».

Insomma, prevale, secondo gli industriali, il dubbio e non la certezza e l’accertamento di un fatto giuridico e questo, in un ambiente come quello reggino diventa devastante, visto che, come scrive Cuzzocrea, «finisce inevitabilmente con l’attirare nel vortice del sospetto una parte rilevante dell’economia, essendo estremamente facile, per chi opera in questo territorio, entrare in relazioni o assumere contatti con soggetti coinvolti in procedimenti penali».

DANNI COLLATERALI

Il ragionamento dunque diventa questo: come fare per evitare i cosiddetti “danni collaterali” che rischiano di danneggiare le imprese e la collettività?

«Adagiarsi sugli attuali metodi – scrive Cuzzocrea nella nota consegnata alla Commissione antimafia – significa accogliere, in linea di principio, l’idea che l’infiltrazione mafiosa nell’economia si possa sradicare chiudendo le aziende, un po’ come pensare di combattere la povertà eliminando i poveri».

Per paradosso, infatti, l’interdittiva antimafia (ovviamente quando ne viene acclarato il mancato presupposto)  si traduce in una condanna a vita all’ostracismo dal mondo del lavoro, per centinaia di imprenditori e per i rispettivi familiari, «spesso colpevoli di nulla, e che nulla possono fare per modificare il proprio stato di parente/affine, o per cancellare il fatto storico di aver incontrato taluno, o di essere stato segnalato, indagato, o magari anche imputato».

Un ragionamento – è chiaro – i cui Confindustria forza la mano ma, ripeto, il problema esiste ed è comune non solo al Sud ma al Paese intero, visto che oramai come globale è l’economia legale, altrettanto globale e globalizzata è l’economia criminale.

Un problema tanto più urgente se letto alla luce del fatto che il legislatore ha previsto una forma di “pubblicità” del provvedimento interdittivo, attraverso l’obbligo di comunicazione immediata a numerosi organismi di diritto pubblico, tra cui la Camera di commercio e l’Autorità di Vigilanza. «La “pubblicità” del provvedimento – scrive Cuzzocreaè in grado ex se di arrecare danni irreparabili ad Imprese che magari vedranno accolto il proprio ricorso in sede giurisdizionale, ma che non per questo saranno in grado di evitare il “marchio”».

 

CONSIDERAZIONI FINALI

In conclusione, secondo Confindustria Reggio, all’informazione antimafia, deve essere riconosciuto il carattere di provvedimento anticipatorio, servente rispetto alla tutela di esigenze previste dalla Costituzione, tra cui in primo luogo quelle connesse al perseguimento delle finalità del procedimento penale e di prevenzione, tali da giustificare, nel bilanciamento tra interessi meritevoli di tutela, il temporaneo sacrificio della libertà d'impresa in vista dell'intervento dell'autorità giudiziaria.

«Fuori dal perimetro della una tutela anticipatoria e servente – conclude Cuzzocrea nella nota – l’informazione prefettizia acquista connotati inconciliabili con la Carta Costituzionale, attesane la natura di provvedimento amministrativo fondato su accertamenti di polizia, acquisiti in difetto di contraddittorio e senza possibilità di difesa».

E qui Confindustria richiama la circolare ministeriale 18 dicembre 1998 n. 559/Leg/240.517.8, che nel fornire ai prefetti le coordinate per l’applicazione della normativa, coglieva, secondo gli industriali, esattamente la differenza tra evidenze che possano dar luogo ad approfondimenti e fatti che giustificano il rilascio di interdittiva.

La circolare ministeriale, secondo gli industriali reggini, condivideva la ricostruzione che vuole l’informazione positiva necessariamente propedeutica all’attivazione di misure ulteriori, proprio perché il suo presupposto è l’accertamento di un tentativo di infiltrazione mafiosa e la sua finalità è quella di evitare che imprese condizionate dalla criminalità organizzata accedano ad appalti d'importo significativo ovvero a provvidenze pubbliche.

Il dibattito è aperto, dunque, e visto che la Commissione parlamentare antimafia raccoglierà altri pareri sul tema, è auspicabile una breve, brevissima attesa prima delle eventuali proposte di modifica della stessa Commissione, per capire come e dove rendere lo strumento più efficace e meno invasivo, nel rispetto di un unico obiettivo: far fuori, ancor prima che entrino nel mercato, le imprese riconducibili (direttamente o indirettamente) a capitali e mani sporche. La Commissione non può legiferare ma può indirizzare rapidamente (ripeto: rapidamente) il Parlamento verso quelle modifiche che possono rendere il mercato più trasparente e, allo stesso tempo, efficace ed efficiente.

r.galullo@ilsole24ore.com