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Aspromonte: il tesseramento dei partiti passa dalla cosca Alvaro – I contatti con un politico milanese

Ieri la Squadra Mobile di Reggio Calabria ha arrestato – su delega della Dda di Reggio che ha condotto le indagini con Roberto Di Palma e Valeria Sottosanti – 7 persone nell’ambito di un’operazione contro la cosca Alvaro di Sinopoli.

Le accuse vanno – a vario titolo – dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al concorso esterno e all’intestazione fittizia. Alvaro – ricordiamolo – è considerata la famiglia mafiosa dominante nei comuni reggini di Sinopoli, Delianuova, Sant’Eufemia d’Aspromonte e San Procopio.

A colpirmi e ad essere oggetto del mio servizio odierno – domani ne seguirà un altro – non è tanto o solo le mani della ‘ndrina Alvaro sugli appalti. Quale sarebbe qui la novità? Le cosche, in Calabria, hanno sempre dominato gli appalti in lungo e in largo.

Non può destare sorpresa neppure il fatto che siano stati arrestati Cosimo e Antonio, figli di don Mico Alvaro.

Nossignori, a colpirmi è stato un aspetto che, doverosamente, ha posto in luce anche il capo della Procura di Reggio, Federico Cafiero De Raho. «Nell’operazione – ha affermato – sono emersi i contatti degli Alvaro con il mondo dell'impresa e della politica. Si tratta di un'inchiesta fondata sull'attività tecnica della squadra mobile. Tante intercettazioni e nessuna collaborazione. La 'ndrangheta è forte per i suoi rapporti con la politica».

Ecco “questa” politica – che in Calabria e non solo – diventa sempre più espressione diretta delle cosche, mi ha, ancora una volta, colpito. Per me la Politica è la forma sublime di servizio al Paese o a una collettività e per questo non mi capaciterò mai dell’impoverimento che ormai la pervade.

Anziché far parlare saccennti parolai che anche ieri hanno detto la loro su quanto emerso da questa indagine, facciamo parlare, sul punto, le parole testuali sottoscritte dal gip Tommasina Cotroneo, che il 28 agosto ha firmato l’ordinanza di applicazione di misura cautelare. Così, non si presta il fianco a speculazioni.

Da pagina 282 (terzo paragrafo) sotto la voce “I contatti del Laurendi Domenico con esponenti politici locali- L’attività di tesseramento”, va in onda un “mondo”.

Prima di riportarvi il paragrafo, due incisi: Domenico Laurendi è un imprenditore arrestato ieri, ritenuto dagli inquirenti intraneo alla cosca Alvaro. Tra gli esponenti politici locali, ricordiamolo, c’è anche l’ex sindaco di San Procopio, Rocco Palermo (già indagato nell’operazione Meta).

IL TESSERAMENTO

L’attività di indagine ha anche permesso di verificare che: Domenico Laurendi intrattiene contatti e frequentazioni con esponenti politici locali, che favorisce nell’attività politica, sulla scorta delle sue conoscenze con soggetti rappresentativi del panorama criminale locale e dai quali trae vantaggio a sua volta per la propria attività imprenditoriale.

In particolare, la pratica del “tesseramento”, peraltro già riscontrata in altre zone sottoposte alla pressione della ‘ndrangheta, si concretizza in una attività di consolidamento dello spessore politico di alcuni personaggi, impegnati politicamente che, sulla scorta dell’incremento di voti, possono poi vantare un peso specifico più consistente all’interno delle dinamiche che regolano, anche a livello nazionale, le eventuali candidature, in occasione delle consultazioni elettorali.

Avete letto bene?…Anche a livello nazionale.

«Le conversazioni intrattenute non solo da Laurendi Domenico ma anche da altri personaggi sottoposti ad analoga attività di intercettazione nell’ambito del presente procedimento penale – si legge a pagina 282 dell’ordinanza – hanno infatti consentito di acquisire numerosi riscontri circa la consolidata prassi utilizzata da personaggi politici locali al fine di accaparrarsi un peso politico fatto di “voti” ovvero tesseramenti che, agli occhi di chi poi dovrà fare le scelte per eventuali candidature, costituiscono un patrimonio virtuale in occasione delle eventuali consultazioni elettorali».

Nella pratica di “tesseramento” il soggetto politico si pone nella condizione di chiedere ad un imprenditore, che a sua volta può vantare significative aderenze con numerosi soggetti appartenenti alla criminalità organizzata – quale certamente può essere considerato per gli inquirenti Domenico Laurendi – di fornirgli quella dote necessaria affinché egli stesso possa poi essere scelto dagli organi superiori di partito.

«Il meccanismo, come si è potuto leggere in alcune delle trascrizioni di conversazioni intrattenute da Laurendi Domenico – si legge ancora a pagina 282 – è chiaro: il politico locale chiede il raggiungimento di una determinata aliquota all’imprenditore, nella fattispecie il Laurendi, il quale gira le richieste ai suoi particolari interlocutori, che provvederanno a loro volta a reperire quanto necessario ovvero i “tesseramenti” richiesti».

LA CATENA

Il passaggio appena descritto svela una catena: 1) il politico locale ; 2) l’imprenditore; 3) il soggetto legato alla criminalità locale.

Catena di rapporti che si rinsalda nella reciproca necessità uno dell’altro, nel rispetto degli interessi individuali da perseguire ognuno nel proprio campo d’azione: 1) più peso all’interno del proprio schieramento politico; 2) facilitazioni nei rapporti con le istituzioni locali; 3) tornaconto personale ovvero illeciti futuri profitti.

A tale proposito, emblematiche per la Procura sono risultate le conversazioni intercorse tra Domenico Laurendi e Antonio Alvaro, nel corso delle quali l’imprenditore chiede esplicitamente ad Alvaro di reperire “tesseramenti”, ottenendo da quest’ultimo ampia disponibilità.

Quest’ultima conversazione consente agli inquirenti di riscontrare due circostanze rilevanti:

1) la posizione di Domenico Laurendi all’interno della cosca Alvaro, laddove rassicura il proprio interlocutore di aver sistemato tutto a Catanzaro affermando, poi, «che lui e lo zio mico sono stati serviti e riveriti»;

2) l’ampia facoltà di Antonio Alvaro, proprio in virtù del suo ruolo all’interno della consorteria, di reperire tessere di appartenenza ad una compagine politica al fine di soddisfare le necessità del proprio imprenditore di riferimento, quale deve intendersi per la Procura di Reggio Domenico Laurendi, che a sua volta si presta agli interessi, assolutamente trasversali e quindi di opportunismo personale, dei suoi vari interlocutori politici.

FINO IN LOMBARDIA

In particolare un’altra cosa mi ha colpito: la Squadra mobile di Reggio ha registrato contatti e frequentazioni di Domenico Laurendi con Pasquale Maria Tripodi, all’epoca consigliere regionale nel gruppo misto ma prima ancora nell’Udc, nello Sdi e nei Popolari-Udeur; Domenico Rositano, esponente dell’Udc di Milano; Rocco Palermo, all’epoca sindaco di San Procopio; Cesare Zappia, Pdl, all’epoca assessore allo spettacolo del Comune di Bagnara Calabra e, a meno che non sia un caso di omonimia del quale mi scuso in partenza e che chiedo di segnalare, attuale sindaco. «Ciò a dimostrazione di come la ‘ndrangheta – si legge a pagina 284 e seguente dell’ordinanza – ponga in essere a vari livelli tentativi di avvicinamento ed infiltrazione nei gangli del potere politico: tuttavia, mentre per Rocco Palermo sono stati acquisiti elementi probatori per sostenere che tale attività ha avuto un seguito ed una contropartita nell’asservimento della carica di sindaco agli interessi della cosca, a carico degli altri politici sopra indicati non sono emersi elementi sufficienti ad integrare condotte penalmente rilevanti».

Non credo che ci sia altro da aggiungere. Per il momento.

1 –to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    … Ecco “questa” politica – che in Calabria e non solo – diventa sempre più espressione diretta delle cosche, mi ha, ancora una volta, colpito. Per me la Politica è la forma sublime di servizio al Paese o a una collettività e per questo non mi capaciterò mai dell’impoverimento che ormai la pervade…
    se veramente non riesce a capacitarsi, galullo, provi a fare un salto all’indietro. le suggerisco una approfondita analisi sul percorso antimafioso dello stato post-unitario: avuto inizio con la lotta alla camorra nell’ottocento, ha proseguito con la lotta alla mafia nel secolo successivo e sta per esaurirsi con la lotta alla ndrangheta in quello attuale. almeno si spera… no… perché, c’è il fondato timore che nel prossimo, secolo, a rappresentare l’emergenza mafia sia la sacra corona unita.
    caro galullo, non voglio (e non posso) essere assolutamente offensivo con alcuno; ma è assurdo continuare a terrorizzare il popolo italiano con le emergenze mafie, quando è oramai più che palese: o è mafioso lo stato, o la mafia non esiste.
    le torture, contro cittadini trattati da sudditi, possono essere acconsentite solo e soltanto da uno stato mafioso. Quello attuale e quelli precedenti, che hanno sempre fatto finta di non sapere la funzione delle tessere nel meridione d’italia. Addirittura con l’attuale legge elettorale non ne hanno neanche più bisogno.

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