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I “riservati” della cosca De Stefano sempre a disposizione da Reggio a Roma: ecco come nascono le associazioni criminali e segrete

Cari amici di blog da ieri sto continuando un racconto che ho iniziato molti anni fa. Il racconto (per molti analisti, inquirenti e investigatori, ahinoi, è ancora una favola) dell’evoluzione della ‘ndrangheta in un sistema criminale – il “più” raffinato sistema criminale – che va oltre, molto oltre le cosche.

Un racconto che da alcuni giorni si è arricchito di un capitolo – tutto ancora da scrivere – in cui la fa da padrone una presunta associazione criminale dal “cuore” segreto.

Un cuore talmente segreto che – a mio modestissimo avviso – va oltre ma molto oltre i soggetti indagati dalla Procura di Reggio Calabria che, oltre alla firma del pm Giuseppe Lombardo, ha visto il gesto corale anche nel provvedimento di sequestro nei confronti di alcuni di essi, del capo della Procura Federico Cafiero De Raho e dell’applicato della Dna Francesco Curcio (rimando al mio post di ieri oltre che ai servizi scritti sul portale del Sole-24 Ore e sul quotidiano).

Ieri ho cominciato a introdurre – a dire il vero per l’ennesima volta in questi anni – il discorso relativo a quella “cintura” di “invisibili” che ruota secondo il pm Lombardo e ora, finalmente, anche secondo la Procura, intorno alla cosca De Stefano.

Una cintura di “invisibili” – da Lombardo in vero già scandagliata nei procedimenti Bellu Lavuru oltre che in Meta – che riserva nuovi riscontri ad ogni piè sospinto.

A questo punto dunque – al colto e all’inclita – giova ricordare quanto descrisse pochissimo tempo fa la “serpe in seno” della cosca De Stefano (secondo la loro visione), Nino Fiume.

Quel Nino Fiume il cui solo nome manda in bestia quel Peppe De Stefano al quale – suppongo – viene l’orticaria al solo sentirsi paragonato nelle aule di un Tribunale a un Don Mico Oppedisano qualunque.  E Fiumeguagliò – la cosca De Stefano la conosce dall’interno e uno sbaglio del genere non lo commetterà mai.

IL 14 FEBBRAIO 2013

Il “ballerino”, nell’aula bunker di Reggio Calabria, il 14 febbraio 2013, lo dimostrerà ancora una volta, di fronte al pm Giuseppe Lombardo che lo incalza e testimonierà, ancora una volta, che la cosca De Stefano è oltre ma molto oltre riti e santini. E che gli “invisibili” – di cui l’evoluzione della ‘ndrangheta 2.0 non può fare a meno da decenni – sono una realtà.

Le schermaglie tra Fiume e Lombardo, quel giorno di pochissimi mesi fa, sono da incorniciare. E partono da quel Giovanni Zumbo, soggetto borderline tra “noto” e “ignoto”, tra “servizi” e “disservizi”, tra “bene” e “male”, tra “Stato” e “antiStato”. La premessa è da urlo.

Lombardo: Lei può parlare liberamente della “Reggio bene”, per come la intende Lei. Adesso, Lei cerchi di inquadrarmi quello che sa su Zumbo Giovanni, senza alcun limite, Fiume.

Fiume. Va bene. Allora, Zumbo Giovanni già conosceva i fratelli De Stefano Giuseppe e Carmine e si frequentava con noi e in modo particolare con Carmine da quando era ragazzino.

Minchia Signor Tenente! Ma è niente rispetto a quello che dirà Fiume poco dopo, incalzato da Lombardo.

Lombardo. Bene. Lei prima cercava di spiegare che ci sono delle figure che stanno a metà.

Fiume. Quelle persone che son rimaste – come dire? – un po’ nell’ombra, ma che hanno mantenuto così… quelli che Giuseppe De Stefano, per certi aspetti, li chiamava … le “persone riservate” – no? – quelle a lui vicine, che non doveva sapere nessuno, che potevano servire per determinate cose.

LE PERSONE “RISERVATE”

Eccoli li. Gli “invisibili”, sinonimo di “riservati”. E a chiamarli così, secondo Fiume, era Peppe De Stefano, non un don Mico Oppedisano qualunque.

Ma andiamo avanti con la lettura di parti integrali di quell’udienza che – letta alla luce di quanto è accaduto tre giorni fa – è ancora più importante, senza dimenticare che, verosimilmente, a questo punto potrebbero cambiare anche alcuni capi di imputazione nel processo Meta e non solo.

Lombardo: Che cosa vuol dire che Giuseppe De Stefano aveva delle “persone riservate”?

Fiume: Ad esempio, un ragazzo che era uno che era sempre stato a disposizione e che aveva studiato con lui a Roma e che poi, credo, diverrà Avvocato e che lui lo riteneva sempre una persona valida da rispettare, che lui lo chiamava solo o per incontrarsi con qualcuno o per parlare di cose private era …omissis…(ometto il nome perché non so quali siano gli eventuali sviluppi e così mi comporterò con i successivi omissis ndr) quelli che – diciamo – per le persone non era un affiliato, ma per noi era come se fosse affiliato, perché era una di quelle persone a disposizione, sotto questo aspetto.

Avete letto guagliò: che fosse affiliato o meno ma chissene fotte! Altro che santini e piantine, altro che Polsi: l’importante è avere uomini sempre a disposizione. Ma andiamo avanti.

LA SECONDA CHE HAI DETTO!

Il pm Lombardo, che come diciamo noi romani è “un po’ de coccio”, vuole capire bene chi sono ‘sti “riservati”. Sono amici personali o un esercito ombra? Leggete qui.

Lombardo: Ma, Non ho capito, quando si fa riferimento a “persone riservate”, si fa riferimento ad amicizie personali, del tutto lecite, o a soggetti che invece erano “riservati”, perché operavano nell’ombra, a favore della cosca di ‘ndrangheta?

Fiume: Ha detto bene Lei: lavoravano nell’ombra e per… più che per… per – come dire? – costituirsi l’alibi, se Giuseppe De Stefano, ad esempio, si doveva incontrare con una persona molto conosciuta, invece di anche – che so? – con me o con uno che magari le Forze dell'Ordine già avevano puntato l’attenzione, preferiva accompagnarsi con …omissis…o con qualche altra persona.

Lombardo: Sì, ma…

Fiume: È questo che voglio dire.

Lombardo: …a quali fini? Queste “persone riservate”, che tipo di compito dovevano avere, che compito hanno avuto?

Fiume: Lui ce l’aveva già su Roma, quando loro…Carmine si era già laureato e Giuseppe stava per laurearsi
e loro andavano solo per dare le materie e non avevano mai studiato, perché erano quei contatti con quel famoso dottore di Roma del famoso studio, che… che poteva telefonare a casa di De Stefano liberamente ed erano questi contatti qua, dei cosiddetti – tra virgolette – “nobili”, ecco.

Lombardo: Chi c’era nella categoria dei “riservati”, che Lei conosce, oltre ai nomi che ha già fatto?

Fiume: Eh, Fabio, poi c’era questo …omissis… che c’era una amicizia che gli aveva già… Paolo De Stefano, che aveva una società con lo studio …omissis…di Cosenza, il commercialista, lo chiamavano “il compare”, che aveva appoggi anche su Catanzaro – no? – all’epoca, quando Paolo De Stefano aveva l’import-export, che faceva operazioni col commendator…omissis…., un industriale tessile, erano amicizie, vecchie amicizie che poi sono continuate con i figli, anche tra i giovani.

Lombardo: Poi…?

Fiume: …omissis…era pure uno di questi, però lui per cose di poco conto, magari per accompagnare qualcuno, però è rimasto sempre… E altri ragazzi che stavano a disposizione erano, ad esempio: …omissis…che si era cresciuto con noi e che era uno che si doveva appoggiare a un latitante o altro, era un ragazzo che proveniva da una famiglia di lavoratori –come – vi ho già detto – dov’ero io ed erano a disposizione… adesso…erano tanti a Reggio…

Lombardo: E chi Le parlò della presenza di soggetti “riservati”? Come lo ha appreso Lei?

Fiume: Era Giuseppe che diceva, sempre utilizzava…“Questo ‘ndi l’amu a tiniri ‘mmucciatu”: cioè, “Questo dobbiamo cercare sempre di tenerlo più… più… meno in vista possibile”, perché la forza di alcune persone della ‘ndrangheta sta proprio in questo: che c’erano quelli riconosciuti… che io dico sempre la parola ingenuo…che era conosciuto, “uomo d’onore”, “killer”, quello che vogliamo. E poi c’era – diciamo – quest’altra categoria di persone, che, anche se non sparavano, erano dentro lo stesso, perché aiutavano i De Stefano in tutti quelli che erano discorsi economici ed erano tanti altri.

Lombardo: Eh, e quindi quando io Le ho chiesto se queste persone riservate – poi lasciamo perdere, diciamo, le indicazioni soggettive: sono tutti approfondimenti che andranno fatti  ma queste “persone riservate”, quindi facevano parte della cosca De Stefano?

Fiume: Erano più che amici e Giuseppe De Stefano, addirittura alcuni (inc. pronuncia affrettata) il fatto di …omissis…lo diceva sempre lui: “Attenzione che lui per me è come un fratello!” come praticamente alcuni capi della ‘ndrangheta sapevano che io ero come un fratello per Peppe De Stefano.

MA COME FACEVANO…

Lombardo, che è proprio “de coccio” vuole capire come facevano ad essere “riservate” queste persone, se si accompagnavano ai De Stefano. Leggete la spiegazione.

Lombardo: ma, scusi… mi scusi, Fiume, l’obiezione che Le vado a fare: se Giuseppe De Stefano si faceva vedere in giro con queste persone, come potevano essere queste persone riservate, come dice Lei?

Fiume: Perché le persone vedevano un rag… una persona che si accompagna a una persona per bene e lui poteva gestire, fare determinate cose, pur rimanendo, pur avendo avuto quella carica del “crimine” e mantenendosi con le vecchie cariche e con le persone di ‘ndrangheta che contano e nello stesso tempo poter interagire con altre persone, avvalendosi di persone al di fuori di ogni sospetto. Non so se mi sono spiegato – no?

Lombardo: Sì, in maniera un po’ contorta, cioè, quindi era Giuseppe De Stefano che si avvaleva di queste persone per mostrarsi all’esterno in un certo modo?

Fiume: Esatto. Per non apparire più di tanto.

Lombardo: Mi faccia capire: ma queste persone “riservate” erano tutte persone di Reggio Calabria?

Fiume. No, ce ne erano anche da fuori.

Lombardo: E Lei le ha conosciute personalmente, o ne ha sentito solo parlare?

Fiume: Qualcuno l’avevo conosciuto, altri col tempo poi non li ho più visti. Ci sono delle cose della famiglia De Stefano che veramente hanno – ripeto – uno vale e può dire la sua quando può parlare che viene interpellato, se una persona si… entra dentro a determinati argomenti più di tanto già è visto male.

Tanto per dirle: quando Giuseppe De Stefano uscì dal carcere e davanti al carcere, a Reggio, c’era una persona anziana con un ragazzo che non solo salutò a Giuseppe De Stefano, ma gli disse: “Ora sei uscito tu e adesso vedremo come fare per fare uscire Carmine”, quando io chiesi – tra virgolette – a Giuseppe chi era, lui mi disse: “Questo è uno che comanda nel Tribunale a Reggio e dobbiamo fare come ci dice lui.” E suo figlio, il figlio di questa persona era un ragazzo che da ragazzino si era cresciuto con Giuseppe. Non ho chiesto il nome, lo conoscevo di vista. Succedevano anche queste cose. Perché – ripeto – loro – è una cosa che ho detto già all’inizio della mia collaborazione – loro hanno vissuto in una rete di protezione, che hanno sfidato – come dire? – le Forze dell'Ordine, perché loro hanno sempre sostenuto che a Reggio erano degli “intoccabili”, l’unico magistrato che loro odiavano – tra virgolette – e che temevano era il Procuratore Vigna, perché, a loro dire, aveva un qualcosa contro i De Stefano, relativo all’omicidio di Serraino o forse un omicidio che era stato coinvolto Paolo De Stefano o Giorgio De Stefano. Questo era il timore che avevano. Gli altri, sotto questi aspetti, hanno vissuto sempre in questa forma di protezione che – dice: “La spunteremo sempre!” Questa era la…

Non so se avete capito questo passaggio: la cosca De Stefano – secondo quanto racconta Fiume – dei pm se ne fotteva, al massimo poteva avere paura di Vigna ma solo perché erano convinti che nei loro confronti aveva un fatto personale.

La rete di protezione, tutela e garanzia, la rete di “riservati” e “invisibili”, secondo voi, poteva avere paura della Procura di Reggio Calabria? Beh, forse ora sta cominciando a cambiare idea…

Alla prossima settimana con un nuovo approfondimento su questo tema

2 – to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 27 giugno)

r.galullo@ilsole24ore.com