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La Procura di Reggio Calabria stretta dalla cintura “invisibile” della cosca De Stefano.

Ora che la Procura di Reggio Calabria – grazie a quella firma, da alcuni attesa per oltre un anno, e apposta con pieno senso di responsabilità dal capo della Procura di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho al lavoro svolto dal sostituto Giuseppe Lombardo in piena sintonia con il delegato della Dna Francesco Curcio – ha fatto un passo avanti nella lotta ai sistemi criminali, nulla sarà più come prima.

Quella firma – che legittima l’individuazione, per la Procura reggina, di una struttura criminale segreta, sia ben chiaro tutta da provare, in grado di inquinare politica, economia, finanza e società, al vertice della quale, per il momento, sono stati individuati, a mio modesto avviso, personaggi di modesta o modestissima caratura, il che la dice lunga sulle sorprese che riserveranno gli sviluppi investigativi – suona infatti come il campanello dell’ultimo giro in una corsa di ciclismo su pista a due, in cui non c‘è bisogno di raggiungere il concorrente per vincere ma è sufficiente tagliare il traguardo un nanosecondo prima.

Una campanella dell’ultimo giro di pista per quella zona “invisibile”, “riservata” e “segreta” che – da almeno 40 anni – in Calabria e poi su per li rami italici, si è evoluta come un Pokemon di concerto con la ‘ndrangheta e ha ingaggiato una gara – finora senza storia, a suo vantaggio – con la Giustizia, che cerca (ma a volte non ci ha nemmeno provato) di raggiungerla.

Mai prima d’ora, infatti, si era assistito ad una contestazione da parte di una Procura della violazione della cosiddetta legge Anselmi sulle strutture segrete (legge nata nel 1982 dopo le nefandezze della Loggia P2), applicata ad una presunta associazione a delinquere «collegata e servente rispetto alla cosca De Stefano di Archi di Reggio Calabria». Questo è – né più né meno – quanto si legge in quel provvedimento firmato – nei confronti di otto indagati – da parte di Cafiero De Raho e fortemente voluto da Lombardo e Curcio (rimando ai miei servizi sul portale del Sole-24 Ore, su questo blog e sul quotidiano).

Parlo di campanella dell’ultimo giro (e nulla più) per il semplice fatto che la Giustizia calabrese – con un ritardo che ha dato sulla pista un enorme e, spero, non incolmabile vantaggio al vertice “invisibile” della struttura criminale in corso di individuazione (così si esprime, ancora una volta testualmente, la Dda di Reggio) – ha appena iniziato ufficialmente (mancava infatti lo start del Procuratore capo) la sua gara.

Delle due l’una: quella gara la Procura di Reggio Calabria la vincerà e allora sarà pronta a riscrivere la storia della ‘ndrangheta ben oltre “l’erogatore umano di santini e piantine” oppure la perderà e allora – credo definitivamente – potrà mettere una pietra tombale sulla possibilità di dare costante e duratura forma processuale (ergo: anche contrasto sociale) alla “ndrangheta 2.0”, quel sistema criminale fatto anche di cosche ma – soprattutto – un impasto devastante di massoneria deviata, Stato deviatissimo e politica e professionisti cresciuti all’ombra di quel sistema servente.

Sono anni che scrivo queste cose e – ancora – c’è qualcuno, non solo tra i presunti colleghi ma soprattutto tra i magistrati e gli organi investigativi, che si meraviglia (e dire che dovrebbero studiare e applicarsi) del fatto che abbia previsto (unico tra i presunti colleghi della presunta grande stampa) lo sbocco “naturale” di quanto sta accadendo in questi giorni. Vale a dire – prima o poi – la contestazione di un’associazione criminale sì, ma con un nocciolo segreto (ripeto: tutto ancora da individuare). Basta rileggere quanto ho scritto in questi anni per avere – ictu oculi e senza sorta di smentita – la conferma. Anni fa non esisteva neppure in nuce l'operazione Breakfast.

Per questa intima convinzione sull'evoluzione della 'ndrangheta e delle mafie in generale – l’ho detto e scritto mille volte – sono stato, anche pubblicamente, attaccato e deriso. Ma me ne frego e me ne sono sempre fregato. Ho le spalle larghe e – soprattutto - “non sono collegato e servente” rispetto a nessuno. Nessuno. Gli eventuali sbocchi giudiziari e le eventuali sconfitte processuali non cambieranno di un millimetro le mie convinzioni sull'evoluzione delle mafie: io faccio il giornalista, non il giudice. Le sentenze non spettano alla stampa.

Il momento – dunque – sarebbe quello giusto per esultare di fronte a questo (primo, primissimo) risultato raggiunto dalla Dda reggina e dalla Dna ma, al contrario, credo che ora cominci la parte più difficile (le accuse vanno infatti provate) e pericolosa, pericolosissima, per Cafiero De Raho, Lombardo e Curcio.

Un compito che – inutile girarci intorno – rischia di diventare, per loro, mortale . Anche fisicamente, sia chiaro, perché quel sistema criminale, ora che ha visto (dopo aver fiutato) la svolta della Procura, si sente braccato e può reagire in ogni modo. E al diavolo le balle che la ‘ndrangheta non uccide i magistrati. Pensate che arrivati a questo punto di svolta il sistema criminale, l’associazione segreta della quale finora i vertici (ancora ignoti) sono rimasti al sicuro e protetti, garantiti magari da patti inconfessabili con parti deviate dello Stato e apparenti Servitori dello Stato, si farebbe scrupoli a uccidere? Illusi. Dapprima cercheranno di uccidere (e ci stanno già provando da tempo) con la delegittimazione ma…la guerra è guerra e in guerra non si fanno prigionieri.

Uno sconfitto – ripeto – in questa gara su pista dovrà esserci: o il sistema criminale, quello che possiamo anche chiamare “ndrangheta 2.0”, comunque ben oltre le cosche, oppure la Giustizia che avrà provato ad andare oltre Polsi.

Questo – si badi bene – Cafiero De Raho lo sa benissimo ed è impensabile, folle e destabilizzante pensare che «le risultanze dell’attività di indagine preliminare» (cito ancora testualmente il provvedimento della Procura) raccolte dal pm Lombardo, vengano da taluno deprezzate e disprezzate come le “fascinazioni” e le “suggestioni” di un pm ragazzino (declinando verbalmente su Lombardo e sullo stesso Curcio le ruvide carezze dialettiche che un presidente della Repubblica italiana riservò a Rosario Livatino, giudice trucidato da Cosa nostra).

E’ il momento questo – anzi: l’attimo, solo, fuggente e forse irripetibile – per guardare oltre le apparenze e, ovviamente, le concretezze dei riti e dei santini e stringerci, tutti, intorno alla Procura di Reggio chiedendoci, semmai, perché questa svolta arrivi solo ora e quale prezzo i calabresi e gli italiani tutti dovranno pagare se dovesse fallire il percorso intrapreso ufficialmente da pochi giorni.

Per questo – da parte mia – proseguirò con l’impegno giornalistico finora svolto, lasciandovi come aperitivo – per quel che leggerete qui domani – quanto dichiarato dal pentito Consolato Villani il 9 novembre 2012 al pm Lombardo che lo stava interrogando in Cristo solo sa in quale udienza di quale tra i tanti processi che sta conducendo.

Lomba
rdo
gli chiede, a proposito della scala gerarchica “nella” e (senza che il pentito, a mio modesto avviso, ne abbia consapevolezza), “oltre” la ndrangheta:

Pm: qual è questa trafila, Villani?

Villani:  La trafila è che si parte da “picciotto”, si va a “camorrista”, si va a “sgarrista”, si va alla “santa”, al “vangelo”, al “quartino”, al “tre quartino”, al “quintino”, e poi c'è la “massoneria”, e poi ci sono altre cose che derivano diciamo da personaggi contorti che diventano massoni o altro.

E quell’ «altro» noi lo (ri)scopriremo domani. La cintura “invisibile” – che tutto, finora, ha potuto -  secondo il pm Lombardo – e ora anche per la Procura tutta, a partire dalla persona del suo capo – ruota sempre intorno alla cosca De Stefano. Tutto da dimostrare – lo ripetiamo all'infinito – e questo è il compito che toccherà ai pm di Reggio.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    si dice flagrante, chiedo scusa…

  • bartolo |

    grande galullo, però, ad immaginare i massoni che hanno iniziato la loro carriera da picciotti, mi perdoni, ma mi fa sganasciare dalle risate. spero che la macchina da guerra dell’antimafia reggina abbia le idee (e i riscontri) molto più chiare di noi comuni mortali, incluso villani; a quanto pare, un balordo che insieme a dei sodali assassini ha massacrato due carabinieri in servizio creando un clima di terrore che ha contribuito non poco a criminalizzare la calabria intera, solo per la semplice paura di dover fare qualche giorno di carcere se quella pattuglia li avrebbe sorpresi in fragrante nell’intento di trafficare armi. dopo di che, sulla ndrangheta e la massoneria deviata sono più propenso a credere alle analisi sociologiche di un periodico locale che ha sempre rappresentato le due schifose organizzazioni con la raffigurazione di una coppia di maiali intenti a riprodursi: accanto alla femmina c’è scritto ndrangheta, accanto al maschio, massoneria.
    saluti galullo.
    bartolo iamonte

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