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Don Rocco Musolino/1 Il re dell’Aspromonte impone assunzioni e salari ma per lui la parola ‘ndranghetista compare e scompare

Lo ammetto: sono rimasto affascinato dal decreto con il quale il 29 marzo il personale della Dia guidata da Gianfranco Ardizzone e i Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito il sequestro preventivo a carico di Rocco Musolino, emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta del Procuratore aggiunto Prestipino Giarritta Michele e del sostituto Stefano Musolino della locale Dda.

Il provvedimento ha riguardato imprese, conti correnti e beni mobili ed immobili riconducibili a Rocco Musolino (classe 1927) per un ammontare complessivo di oltre 150 milioni. Sorbole! A Musolino viene contestato l’abusivo esercizio dell’attività finanziaria a conclusione delle indagini preliminari avviate dai Carabinieri nel 2008 (!).

Il fascino del decreto – vi garantisco – è doppio. Da una parte c’è il fatto – scontato e sul quale non mi dilungo – che su 46 pagine di provvedimento, ben 34 (dico: 34!) sono rappresentate dall’elenco dei beni sequestrati.

Guagliò c’è di tutto da Reggio a Roma: tettoie (!), stalle, scuderie, terreni agricoli come se grandinasse, appartamenti come se piovesse, ville come se nevicasse, magazzini e conti correnti.

Il fascino reale, però, sta nella ricostruzione della storia di quest’uomo che il processo Olimpia aveva mandato assolto nel 2001 dalla contestazione del 416 bis (associazione di stampo mafioso). La sua pericolosità sociale così come la confisca dei suoi beni erano – di conseguenza – magicamente sparite!

Debbo onestamente dire che il presidente della sezione di Tribunale, Maria Teresa Gentile e i giudici Alessandra Borselli e Anna Carla Mastelli (tre donne con gli attributi, sissignori) hanno fatto un lavoro di ricostruzione sintetico ed efficace sul personaggio che – a mio sommesso avviso – dà l’idea della forza, della contiguità e degli interessi del cosiddetto “re della montagna”. Un lavoro – si badi bene – facilitato dalla linearità e concretezza del “piatto” apparecchiato sul loro tavolo dal pm della Dda Stefano Musolino e dall'incessante e proficuo impegno di Dia e Carabinieri.

Gli estensori pesano e calibrano le parole: «…i fatti nuovi e diversi da quelli a suo tempo valutati, consentono di ritenere che Rocco Musolino sia soggetto socialmente pericoloso, in quanto fortemente indiziato di appartenere alla ‘ndrangheta».

E da quel momento è un capolavoro, perché il Tribunale descrive come meglio non si potrebbe questo personaggio “borderline”, dicendo e non dicendo, scrivendo e non scrivendo ma – di certo – giungendo a quelle conclusioni che anche la singola pietra di Santo Stefano d’Aspromonte (dove il nostro nacque) conosce.

E’ per questo – proprio per il suo valore direi quasi “didattico” – che ho deciso di raccontare con due puntate il contenuto di questo decreto.

Seguitemi, imparerete molte cose.

L’ATTENTATO FALLITO

Rocco Musolino ufficialmente – apprendiamo – per la Giustizia non è uno ‘ndranghetista, è solo “fortemente indiziato”. Capolavoro legittimo e reale. Ed infatti il decreto – da pagina 2 – per farci conoscere meglio il suo profilo tira fuori dal cassetto un’informativa dei Carabinieri di Reggio Calabria del 18 settembre 2011 nella quale ricordano che il 23 luglio 2008 Rocco Musolino e Agostino Priolo furono “sparati” mentre stavano andando al lavoro lassù per le montagne tra boschi e valli in fior.

«Rocco Musolino, titolare di regolare porto d’armi per difesa personale – si legge nell’informativa – viaggiava con l’arma al seguito, approntata con il colpo in canna (cioè pronta all’uso ndr) e due caricatori completi in quella che viene dallo stesso definita “una normale giornata lavorativa”. Nonostante le circostanze sopra riportate, entrambi i feriti, escussi a sommarie informazioni, asserivano di non avere sospetti su alcuno e di non riuscire a fornire spiegazioni in ordine alle possibili motivazioni».

Voi come commentereste queste note dell’informativa? Ne sono sicuro: nello stesso, identico modo in cui lo fanno i tre giudici donna: «…la stessa circostanza che il Musolino sia stato vittima di un attentato, posto in essere con modalità tipicamente mafiose, che lo stesso viaggiasse armato e con il colpo in canna, che avesse con sé ben due caricatori completi, induce ad un attento esame in ordine ai suoi profili di pericolosità pregressa ed attuale».

Ma il nostro non si fa mancare nulla come appare da un colloquio tra Pasquale Libri, nipote acquisito di Rocco Musolino e Carlo Chiriaco, ex dirigente sanitario pavese condannato in primo grado per associazione di stampo mafioso, in cui i due parlano delle minacce di morte alla figlia del “re della montagna”. Libri ad un certo esclama: «ma non so se lui è più nelle condizioni di reagire…no ma a prescindere dall’età che è quella che è…ma anche per il fatto che ormai non credo abbia apparato dietro».

E qui si inserisce – d’obbligo – un'altra tessera del capolavoro del Tribunale, che senza dire che è un uomo di ‘ndrangheta, scrive che «è evidente che tale conversazione conforti un giudizio di pericolosità sociale qualificata certamente pregressa in termini di appartenenza alla ‘ndrangheta…». Pregressa…

L’AUTORITA’

Se è vero che Rocco Musolino non aveva più un esercito dietro, è ancor più vero che la sua autorità (la sua auctoritas la definiscono civettuolamente le tre giudici), la sua influenza negli anni non viene meno.

Ne volete un esempio? Ve lo do perché – ripeto – questo decreto è un concentrato della cultura che tutti i giorni bisognerebbe combattere: a Reggio come a Gorizia.

Rocco, un bel giorno, intrattiene un’amabile telefonata con chi? Con Francesco Nirta, figlio di Antonio Nirta di San Luca, esponente della famiglia mafiosa omonima. E di cosa parlano? Della Reggina? Nossignori! Rocco racconta ad Antonio Nirta come sia riuscito a convincere una donna, proprietaria di alcuni terreni in Aspromonte, ad assumere come guardiano il figlio di tal peppineddu.

La cosa raccapricciante è che Rocco Musolino, si legge nell’informativa dei Carabinieri che il decreto riassume, non si sarebbe limitato a imporre la guardiania ma anche il salario, accontentandosi alla fine di poco per il suo protetto! Leggete qui: «In tale occasione la …omissis…, non pronunciandosi minimamente sul prezzo del servizio diceva a Rocco Musolino: “è giusto…quello che fate voi…”. Continuando Rocco Musolino
afferma che: “…ho preso un foglio di carta e ho scritto 800 euro al mese..” ricevendo come risposta dalla donna: “…va bene, disse, per noi sta bene disse…da gennaio in avanti li assicuriamo regolarmente…tutto…e vi diamo 800 euro, quanto dice don Rocco…
”». Già, don Rocco…

E qui il collegio giudicante fa proprie, condividendole in toto, le affermazioni dei due pm della Dda, che evidenziano come questa condotta: «mette in luce l’attualità non solo delle capacità relazionali (imprenditoriali e criminali) di Musolino ma anche l’esercizio da parte sua di forme di controllo del territorio e d’intimidazione implicita, tipiche di un soggetto partecipe, anzi posto ai vertici, di un’articolazione di ‘ndrangheta…colui che impone la guardiania è soggetto che, attraverso un’organizzazione ben strutturata, esercita il controllo criminale del territorio e tale qualità gli è riconosciuta anche dall’esterno. Diventa così patrimonio di conoscenza dell’intera comunità che un fondo sottoposto al suo controllo non possa subire forme di danneggiamento o depauperamento, perché una siffatta condotta non sarebbe ricolta solo a danno del proprietario ma soprattutto a nocumento del prestigio dello ‘ndranghetista».

Poche pagine dopo il Tribunale si assume responsabilità piena della parola “’ndrangheta” e scrive che ci sono ulteriori, plurimi e convergenti elementi, sulla scorta dei quali poter effettuare «un del tutto tranquillizzante giudizio di pericolosità sociale del preposto in termini di sua piena appartenenza alla ‘ndrangheta».

E giù con una sfilza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Antonino Rodà l’11 ottobre 1995, dopo aver dichiarato la sua appartenenza alla cosa Serraino (altra cosca montanara) dirà che «il Musolino era capo società di Gambarie. E’ affiliato con funzioni verticistiche alla cosca Serraino e s’interessa dell’industria boschiva».

Giacomo Ubaldo Lauro nel ’95 inquadrò Musolino al vertice della gerarchia mafiosa calabrese con Nino Mammoliti, Antonio Nirta e altri.

Antonino Zavettieri nel 2005 dichiarò che Rocco Musolino ha il comando incontrastato di Santo Stefano d’Aspromonte.

Paolo Iannò, nel 2003, dirà sostanzialmente la stessa cosa e nel passato si espressero sul ruolo importante di Rocco Musolino anche Di Iovine e Filippo Barreca.

Tutto questo ben di Dio fa scrivere ai tre giudici del Tribunale che: «il proposto è soggetto appartenente alla ‘ndrangheta». Le tre donne comunque specificano che il concetto di appartenenza è più ampio rispetto a quello di partecipazione, che il giudizio di prevenzione è del tutto autonomo rispetto a quello penale, visto che richiede «il solo positivo accertamento di indizi di appartenenza, comprensiva di forme di contiguità funzionali agli interessi associative e denotative della pericolosità sociale e non la prova della partecipazione all’associazione mafiosa». E più in là si leggerà che «va evidenziato come tale contiguità funzionale alla ‘ndrangheta che doveva ritenersi esistente fin dai primi anni Settanta, abbia caratterizzato la vita e gli interessi economici del Musolino con continuità fino all’attualità».

Oggi mi fermo qui ma lunedì, da qui, riprendiamo.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

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