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Sistema criminale in Calabria/7 Dai pentiti ai pm tutti ridisegnano il profilo di Don Mico Oppedisano – La “fonte” De Stefano

Cari lettori da più di una settimana sto analizzando la folle ipotesi investigativa del pm della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che si è messo in testa di scoperchiare quel “sistema criminale”, fatto “anche” di ‘ndrangheta, che governa la Calabria.

Lombardo vuole proseguire l’opera – interrotta nel 2001, processualmente non provata ma quanto mai vera, viva e vegeta – di Roberto Scarpinato (si veda il mio articolo del 4 marzo in archivio).

Le principali pedine sullo scacchiere di Lombardo sono i processi Meta e Agathos, oltre a quelli svolti o in corso come Bellu lavuru e Piccolo carro, l’indagine sulla Lega Nord e su Francesco Belsito e la riapertura, inutilmente negata, dell’omicidio del giudice Nino Scopelliti.

Ciascuno di questi “pezzi” sta arricchendo la trama criminale. Alcune mosse sono state già vincenti. Altre attendono la contromossa. Altre saranno inattese.

Benvenga – ripeto: benvenga – la lotta alla ‘ndrangheta che vive ancora di fondamentali riti e di personaggi vitali per le cosche e i clan come Don Mico Oppedisano. Sono il primo  – ripeto: il primo e da sempre – a essere felice per la repressione e la lotta senza tregua a chi, come Oppedisano o, mutatis mutandis, Totò Riina o Binnu Provenzano o Matteo Messina Denaro o il clan Schiavone o chissà chi altro o cos altro, rappresentano un’anima nera, violenta, sanguinaria della mafia. La faccia conosciuta della ferocia che va combattuta.

Pensare, però, che possa essere “solo” questa la mafia è come pensare che l’automobilismo sia solo il kart. O che Napoli sia solo pizza e mandolino e non anche Città della Scienza.

Lo ripeterò allo sfinimento: nulla di nuovo sotto il sole. Compresa la ritrosia con la quale una buona parte della magistratura, dei giudici, degli investigatori, della classe dirigente, della politica e dell’opinione pubblica affrontano l’argomento.

Il “sistema criminale” altro non è che l’evoluzione logica – e non ancora completata – di quanto il 25 aprile 1865 il prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio scrisse nella relazione che inviò al ministro degli Interni quando per la prima volta comparve la magica parola: mafia. O di quanto scrivevano Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti nella “La Sicilia nel 1876, Firenze, Barbèra, 1877. Vol. I. Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. – Vol. II. Sidney Sonnino, I contadini in Sicilia”. Come ama ripetere Roberto Scarpinato, in qui volumi c’è tutto ed è già descritto cosa era e cosa sarebbe stata la Mafia con la M maiuscola.

Sull’evoluzione dei “sistemi criminali” e sulla più giusta dimensione da conferire al suo interno a personaggi come Don Mico Oppedisano si sono espressi personaggi e autorità di ogni livello. E’ sfuggito a tanti, troppi e mi domando ogni giorno perché.

PEPPE DE STEFANO

Ma passiamole in rassegna – sinteticamente, perché l’estensione la lascio ai post che richiamo tra parentesi – le prese di posizione sul presunto “capo dei capi”. Cominciando da uomini che la ‘ndrangheta la conoscono da vicino.

Peppe De Stefano – dell'omonima cosca dominante da Reggio a Milano passando per Roma – rilascia il 20 aprile 2011 dalle 17.36 un interrogatorio nel carcere milanese di Opera. Di fronte a lui ci sono Giuseppe Pignatone e il pm della Dda reggina Giuseppe Lombardo (si vedano i miei post del 31 luglio e del 2 agosto 2012).

Li ha chiamati lui a Milano e il motivo lo spiega alla fine dell'interrogatorio lo stesso De Stefano: "Io volevo che mi conoscesse il dottore Lombardo perché mi conosceva solo tramite collaboratori".

Non c’è bisogno di aggiungere altro: Peppe De Stefano, membro di quella famiglia che ha scritto parte della storia dell‘ndrangheta violenta e criminale ma poi evoluta e professionale che passa da Reggio, si “vuole”, si “deve” presentare e mettere le cose in chiaro.

E lo si capisce – a maggiore ragione – perché nel corso dell'interrogatorio sostanzialmente dice una ed una sola cosa: lui, con la 'ndrangheta, non c'entra nulla.

Se non è lui il mammasantissina (come lo chiama in un’intercettazione Nicola Gattuso) o "crimine" chi comanda?

Vuoi vedere che è don Mico? Abbiate pazienza e leggete.

Lombardo non può fare a meno di toccare nell’interrogatorio proprio il ruolo di don Mico Oppedisano, arrestato circa 9 mesi prima nell'indagine Il Crimine/Infinito.

Ovviamente Lombardo non arretra di un millimetro ben sapendo chi si trova di fronte e sapendolo non certo attraverso le sole parole di Fiume ma attraverso le convergenze di numerose dichiarazioni di collaboratori di giustizia, la storia familiare, le intercettazioni, una condanna definitiva passata in giudicato, processi aperti tra cui Meta e chi più ne ha più ne metta.

Lombardo – ad esempio la domanda è questa…di Mico Oppedisano lei ha mai sentito parlare?

De Stefano – mai dottore, dottore Lombardo mai

Rivolto al pm Lombardo nel carcere milanese di Opera, il sense of humor di Peppe De Stefano esprime il meglio il 20 aprile 2011. Leggete qui

Lombardo – e chi comanda a Reggio?

De Stefano – dottore chi comanda a Reggio? che domande mi faciti..dottore Lombardo chi comanda a Reggio?

Lombardo – eh

De Stefano – e ve lo devo dire io? Me lo potete dire voi

Lombardo – lo chiedo a lei ed ha diritto di non rispondere

De Stefano– non lo so come vi posso dire chi comanda a Reggio dottore…io vi posso dire cosa ho fatto io e perché mi sono dato alla latitanza, che magari uno si pensa che mi sono dato alla latitanza per comandare a Reggio…nel modo più assoluto… mi avete fulminato con quella domanda dottore…chi comanda a Reggio…
ha fatto una domanda bellissima

Una domanda “bellissima”! Sublime Peppe De Stefano! Voi mel potete dire chi comanda a Reggio, rivolto ai pm: strepitoso!

 BELNOME

E’ invece il 3 dicembre 2010 e sono le 14.40 quando il collaboratore di giustizia Antonino Belnome si presenta davanti ai pm di Milano Alessandra Dolci e Ilda Boccassini (si veda il mio post del 17 aprile 2012).

Carriera rapida: da modesto calciatore a padrino e capo del locale di Giussano (Monza e Brianza), dove è nato nel 1972 da una famiglia calabrese. Questo è quanto ritengono gli inquirenti.

Il 13 luglio 2010 nell’operazione Il Crimine/Infinito viene arrestato. Tre mesi dopo questo affiliato alla cosca Gallace di Guardavalle (sul versante ionico delle serre catanzaresi), decide di pentirsi, ammettendo la sua appartenenza alla 'ndrangheta e confessando diversi omicidi, tra i quali quello del “secessionista” calabro/lombardo Carmelo Novella, freddato in un bar di San Vittore Olona (Varese) il 14 luglio 2008. Parla e riempie migliaia di pagine di verbale, un vero e proprio memoriale. Da ricordare che Antonino Belnome, ritenuto uno degli esecutori materiali dell'omicidio del presunto boss di 'ndrangheta Novella, è stato condannato con il rito abbreviato a undici anni e mezzo di carcere dal gup di Milano Claudio Castelli.

Costui è credibile? Non è credibile? Non sta a me giudicare. A me sta riportare i fatti.

E tra questi ce n’è uno sorprendente, nel suo interrogatorio, sulla struttura ‘ndranghetista.

Sorprendente non tanto per le cariche e le affiliazioni, quanto perché ad un certo punto il discorso scivola su Don Mico Oppedisano.

Boccassini: Chi detiene oggi le cariche, lei lo sa?

Belnome: In che senso?

Boccassini: Nel senso i rappresentanti della Piana, della Ionica e la zona di Reggio.

Belnome: I rappresentanti sono come vi ho citato io, nel senso a livello … nel padrino ci sono questi qua che tengono questa carica qua, nella santa ci sono … cioè ogni copiata, la copiata c'è uno che primeggia in quella dote, cioè quindi detiene quella carica. Per esempio parliamo della mia, del padrino chi la detiene è Nicola Alvaro, poi c'è Carmelo Iamonte per quanto riguarda poi della Ionica la detiene Pietro Comso. Queste sono le cose dove uno primeggia, non c'è un capo come vorrebbe intendere lei.

Boccassini: No, io non intendo …

Belnome: No, nel senso magari pensava che c'era il capo della 'ndrangheta, non esiste.

Boccassini: Non esiste …

Belnome: Non è che… voi avete arrestato per dire Oppedisano, ma Oppedisano non è il capo della 'ndrangheta. Riina non era il capo della mafia, lo è diventato appropriandosene, se no c'era una commissione dove si sedevano quelli con le doti maggiori, quello che succede in Calabria, dove si prendevano decisioni e dove si prendono determinate …Per esempio in Calabria si riuniscono ma non per dire "Cosa facciamo", cioè oppure "Facciamo arrivare quel carico dalla Colombia". Si riuniscono esclusivamente per scegliere le cariche e le copiate, non per stabilire "Cosa dobbiamo fare? A chi dobbiamo ammazzare?" oppure … Quelle sono cose, sono decisioni prese dei paesi, dei locali, poi che uno sia favorevole o no … Cioè, per esempio, chi gli diceva "Tu non puoi ammazzare Novella?", cioè non c'è un discorso del genere quando si riuniscono per decidere queste cose qua: le cariche.

Ripeto allo sfinimento: la Giustizia ha fatto il suo corso e dunque ha condannato Oppedisano ma – insisto a costo di sbagliare – quello che io (ironicamente e mi spiace che ci sia stato chi ha volontariamente e spregiudicatamente giocato su questa amara ironia) ho definito “venditore di piantine” e “distributore di santini” ma di cui ho sempre evidenziato l’alto valore simbolico della carica (la ‘ndrangheta vive anche di questo) ed anche pratico come arbitro criminale, possibile che nessuno lo conoscesse e  – tranne una volta – non sia mai stato intercettato? Delle due l’una: o i De Stefano e Belnome, tanto per fare due nomi a caso, mentono o hanno ragione. Tertium non datur a meno che qualcuno si voglia spingere ad affermare che don Mico Oppedisano fa parte di quella rete di “invisibili” della ‘ndrangheta di cui ho scritto la scorsa settimana.

Ma…

 LE MOTIVAZIONI DI CRIMINE

Ma già nelle motivazioni del processo Crimine c’è una prima, giusta considerazione del ruolo di Oppedisano.

A cristallizzare lo scontro in corso tra correnti di pensiero ('ndrangheta unitaria si 'ndrangheta unitaria no) sono giunte le motivazioni delle sentenza con le quali il 21 luglio il gup di Reggio Calabria Giuseppe Minutoli ha dato volto alle risultanze processuali dell'inchiesta (rimando per una lettura più esaustiva al post del 25 luglio 2012).

Sembrano fatte apposte per alimentare lo scontro tra correnti di pensiero.

«Nessuna confusione – si legge nelle motivazioni del processo – può essere fatta tra la carica di "Capo Crimine" di Polsi (nel periodo interessato dalle indagini attribuita a Domenico Oppedisano) e la carica di Crimine che si attribuisce a Giuseppe De Stefanonell'ambito della operazione Meta». Non è possibile sovrapporre i due piani, scrive Minutoli, perché la carica a De Stefano (non imputato nel processo Crimine) «riguarda esclusivamente il macro-organismo criminale reggino oggetto di Meta e all'interno del quale a De Stefano risulta attribuito il ruolo di responsabile per le attività criminali che agisce all'interno dell'organismo decisionale quale vertice operativo, per aver ricevuto, con l'accordo di tutti i capi-locale, la carica di Crimine. D'altro canto non risponde neppure al vero che i nomi di alcune delle storiche "famiglie" 'ndranghetistiche emerse nei processi celebrati negli ultimi decenni a Reggio Calabria, come i De Stefano e i Tegano (mandamento città) ed i Piromalli (mandamento tirrenico), non compaiano in questa indagine, che soltanto non ha tra i suoi imputati appartenenti a quelle cosche» per la «non universalità» di questo processo, che non può certo abbracciare l'
intero panorama criminale reggino
».

Vorrei capire chi ha fatto confusione tra le cariche di capo crimine di Polsi (vale a dire un tenutario delle regole, un custode della costituzione ‘ndranghetista che ieri era Tizio e nel 2010 era don Mico Oppedisano) e il “crimine”, carica attribuita a De Stefano nell’ambito dell’indagine Meta.

Mi sbaglierò – sicuramente – anche nel cogliere una contraddizione: non è che nell'inchiesta Crimine non ci siano rappresentanti di chi comanda davvero in Calabria! No, è solo che questa indagine non poteva essere "universale". E allora se universale non è, come e perchè si giunge a definire Oppedisano il "capo dei capi"?

Quanto a don Mico Oppedisano, il gup sottolinea che la sua «figura emerge prepotentemente nel corso di tutta l'indagine quale personaggio di assoluto spessore nell'ambito della 'ndrangheta che fa capo al cosiddetto Crimine di Polsi. Si tratta di un vecchio "patriarca" che vanta una riguardevole carriera criminale all'interno del sodalizio, per sua stessa ammissione. Certo, Oppedisano non è stato scelto quale Capo Crimine perché più feroce o più blasonato dal punto di vista criminale di altri. È di tutta evidenza dalle plurime intercettazioni che la sua è stata una nomina di compromesso tra molteplici istanze di potere che riguardavano i vari mandamenti storici della 'ndrangheta reggina, in esito ad una complessa e defatigante "trattativa". Ma è altresì vero che non è un mero uomo di paglia, bensì un autentico capo, e da lungo tempo, come emerge senza possibilità di equivoci da tutte le conversazioni in cui risulta essere 'ndranghetista ascoltato, stimato (e temuto) anche all'estero, perché di vecchio corso criminale. E la sua nomina ben si giustifica perché Oppedisano appare uomo capace di tentare mediazioni tra gruppi criminali agguerriti e, quindi, di evitare possibili conflitti, sempre in agguato».

Insomma: un diplomatico della 'ndrangheta. Un ruolo di vecchio saggio a orologeria. Nulla di più nulla di meno, anche se va detto che è tanto. Tantissimo. Dunque benvenga che lo abbiano condannato.
Ma…

NICOLA GRATTERI: IL CUSTODE DELLE TAVOLE…AGRICOLTORE

…ma non ci sono solo le motivazione della sentenza e non sono solo i pentiti o De Stefano a “rileggere” la portata di Oppedisano, questo falso “capo dei capi”  - nel senso descritto in questa ultima settimana e riaffermato in questo blog decine di volte – che l’8 marzo 2012, in primo grado, nel corso del processo a Reggio Calabria si è preso 10 anni di carcere (e se li tenga).

«Lui – affermò Nicola Gratteri durante la requisitoria, cioè il pm che sosteneva l’accusa! – è il custode delle 12 tavole, è il custode delle regole, apre e chiude i locali, osserva e fa osservare le regole, anche i locali al nord ed all’estero fanno riferimento al crimine. La nomina di Oppedisano è il frutto di un compromesso, dopo la morte di ’Ntoni Pelle Gambazza; compromesso tra le forze della ndrangheta jonica e le forze della ndrangheta della Piana, e come in tutti i compromessi non si sceglie mai il migliore. Ma Oppedisano non è anche il povero vecchio, morto di fame che si vuol fare apparire. Ha una storia antichissima di ndrangheta. Ed era di casa a Polsi». Nicola Gratteri – che l’ha sempre pensata così – si è potuto liberare nel suo giudizio quando la cappa che asfissiava il lavoro di alcuni pm calabresi ha cominciato a dissolversi.

Ma il 19 maggio – lo stesso giorno in cui la mano di un folle uccideva una ragazza in provincia di Brindisi – Gratteri si “liberava”, in un incontro pubblico organizzato a Reggio-Emilia al quale partecipai come relatore. “Don Mico Oppedisano – dichiarò testualmente Gratteri e ci sono audio e video a disposizione per i "santommaso" di turno – vendeva piantine al mercato. Ma come lo si può paragonare a Totò Riina, come si fa dico io. Oppedisano per un momento storico è stato il capo crimine della ‘ndrangheta ma non faceva affari, era semplicemente il custode delle regole. Era il custode delle 12 tavole della ‘ndrangheta. Chi fa business, chi fa affari nella ‘ndrangheta, non vende piantine e non gioca a San Luca con Osso, Mastrosso e Carcagnosso” (si veda per i dettagli il mio post del 29 maggio 2012).

Cristo, capite! Né LombardoScarpinato ne più umilmente io (ma ciò che scrivo dà molto fastidio al potere, sol che si pensi che un pm sempre e sottolineo sempre taciturna, della quale non ho mai scritto in vita mia e che comunque rispetto indipendentemente dalle sue opinioni, negli ultimi mesi è uscita fuori per attaccare pubblicamente due sole persone: prima me, infangandomi per le mie opinioni e la mia sacrosanta libertà di pensiero e stampa e poi Antonio Ingroia il che, per carità, ci sta perchè la democrazia è questa, ma mi sarebbe piaciuto un contraddittorio invece negato) ma Gratteri! La pubblica accusa capite!

CARLO CAPONCELLO

Qualche mese prima (si vedano i miei post dell’8 febbraio e del 9 maggio 2012), Carlo Caponcello, procuratore aggiunto della Procura nazionale antimafia, personaggio di una moderazione assoluta, scrisse testualmente a pagina 85 e seguenti della relazione della Procura nazionale antimafia del 2011 trasmessa a Governo e Parlamento a gennaio 2012: “Appare opportuno evidenziare, avuto riguardo alla figura del capo crimine protempore Oppedisano Domenico, che al predetto più che un potere reale sulle dinamiche e strategie complessive della ‘ndrangheta debba essere riconosciuto uno specifico, peculiare e rilevante ruolo di rappresentanza esterna: una sorta di “custode delle regole tradizionali”. Un’organizzazione unitaria, in cui i riti sacrali e le regole tradizionali costituiscono, da un lato, il segmento iniziale dell’affiliazione e, dall’altro, l’affermazione della Autorità mafiosa e della immanenza di essa. Autorità politica e verosimilmente non gestionale ed operativa, ma che rinsalda i rapporti, tonifica gli impegni, regolamenta i contrasti interpersonali; ruolo di direzione reale e concreta deputato al controllo delle dinamiche interne e funzionalmente necessaria per lo sviluppo di strategie criminose Le conversazioni acquisite nella indagine “Crimine” elidono, invero, in radice ogni dubbio sull’esistenza di un assetto verticistico della organizzazione in parola: i dialoghi intercettati nitidamente offrono una inusuale ed illuminante rappresentazione della struttura associativa e del ruolo dispiegato dal capo crimine

Lo scrive Caponcello – non, attenzione, un pasdaran delle tesi contrapposte – che don Mico Oppedisano era un custode delle regole pro tempore. A tempo, cioè: come lo yogurt.

VINCENZO LOMBARDO: OPPEDISANO CHI?

Ma andiamo avanti in questa impressionante sequela di pm che rivedono e/o ridimensionano il ruolo di Oppedis
ano
e si concentrano sulla necessità di colpire la ‘ndrangheta dai colletti bianchi e dalla lingua sciolta in banca, in un aula di Tribunale o di un Parlamento.

Il 26 giugno 2012 il procuratore capo di Catanzaro, Vincenzo Lombardo, parla in Commissione parlamentare antimafia (si vedano i dettagli nel mio post in archivio del 25 luglio 2012).

Il commissario Beppe Lumia gli chiede conto del parallelismo Cosa nostra-‘ndrangheta (di cui dopo qualche mese, un altro pm della Dna, Francesco Curcio, farà strame). Lombardo risponde: "Per quanto riguarda questa idea della 'ndrangheta come organizzazione di vertice sul tipo della mafia siciliana, che viene soprattutto da Reggio Calabria non sono sicuro che noi fra qualche anno potremo dire le stesse cose. Leggo anch'io dai giornali che sia valenti investigatori che magistrati altrettanto valenti hanno espresso in sede processuale delle perplessità. Io stesso, se devo essere onesto, avendo fatto tra l'altro il procuratore della Repubblica di Palmi, area di provenienza dell'onorevole Napoli, per sei anni, che in un'area di mafia non sono pochi, non ho mai sentito parlare di Mico Oppedisano, conosciuto come capo dei capi. In questi anni ne ho conosciuti tanti, ma di Mico Oppedisano non si è mai parlato".

Mai sentito parlare. O Lombardo è (era) sordo oppure è così.

Basterebbe già questo per smontare alcune pietre dell’inchiesta Crimine/Infinito ma Lombardo spinge sull'acceleratore e tocca un punto vitale: il ruolo di "capo", di boss dei due mondi, di rais del globo terracqueo che don Mico Oppedisano avrebbe (o avrebbe avuto). "Alcune volte ho l'impressione che anche questo discorso dei locali di 'ndrangheta e del conferimento delle cariche sia un po' esagerato come valenza criminale e pervasiva dei gruppi organizzati. Non ho mai visto interessati da queste storie i Pesce della Piana, i Bellocco, i Nirta-Strangio di San Luca o le cosche De Stefano e Libri; loro quando devono decidere, lo fanno per conto loro, sulla base degli affari che sono prevalenti in un determinato momento. Abbiamo visto, ad esempio, lo sviluppo di Reggio Calabria”.

Fermiamoci per Dio: “…loro quando devono decidere lo fanno per conto loro…” Ma, Lombardo, si rende conto della lesa maestà! Ma Lombardo – che sa che o la va o la spacca e spara tutte le cartucce nella speranza di giocarsi le carte per la Procura di Reggio, senza però raggiungere lo scopo – si addentra in un percorso pericolosissimo, intimamente collegato al primo: l’unitarietà della ‘ndrangheta. “Se quello della 'ndrangheta fosse un vertice unitario, come qualche volta si dice – dice Lombardo con molta signorilità laddove avrebbe potuto usare la clava – , nessun altro dovrebbe avere autonomia. Noi parliamo di 'ndrangheta del distretto di Catanzaro, che dovrebbe dipendere tutta da Reggio Calabria anche nelle decisioni. Vedo invece una 'ndrangheta in tutto il distretto che riconosce la primogenitura di Reggio Calabria. I grandi mafiosi di Cutro, di Cirò, di Rossano e di Crotone, dove in particolare, ce ne è uno, ma anche più di uno ed anche pentiti, come Di Dieco, Bonaventura e altri, riconoscono a Reggio Calabria la primogenitura. Si accreditano anche riconoscenze delle 'ndrine e dei capi 'ndrina di Reggio Calabria per utilizzarle nel loro territorio. Questa è però una cosa diversa, perché poi nel loro territorio ognuno ha il suo gruppo, anzi, spesso i gruppi si sfasciano. "La 'ndrangheta, per come la conosco io  è costituita da una serie di locali, di 'ndrine, di corpi, alcune volte di tipo esclusivamente familiare piccolo, che trattano, vanno in rapporto e in conflitto. Questo dipende però dalla comunione delle imprese e degli affari. Quando però devono decidere o devono ammazzare qualcuno, non è che lo vanno a dire, secondo una mia personale opinione, a Mico Oppedisano". Questo lo penso anche io ma – come sanno da Milano a Reggio Calabria, passando per Roma – io non capisco nulla.

I nomi della 'ndrangheta sono sempre gli stessi ed è strano che non compaia anche la famosa famiglia Oppedisano (!). "Vengo da Reggio Calabria – ha affermato ancora Lombardo – e ho imparato a conoscere anche i nomi su Catanzaro. Sono i nipoti dei Libri e i figli dei De Stefano. I cognomi sono gli stessi e lo stesso vale per le aree d’insediamento; vi sono sempre quelli di Sambatello, i Condello. Condello lo conosco perché uno dei suoi primi mandati di cattura lo abbiamo fatto io e Macrì proprio nel 1986, con Albanese e altri, nel corso della seconda grande guerra di 'ndrangheta. Quando devono decidere cosa si deve fare non è che vanno a fare il summit a Polsi. Il summit a Polsi era un modo per estrinsecare, per simboleggiare le 'ndrine verso l'esterno".

I nomi sono gli stessi…Altro da aggiungere? La risposta è: assolutamente no ma…

PENNISI E CURCIO

Vi tradirei se a questo puzzle (assolutamente parziale di pentiti, uomini di ‘ndrangheta e magistrati che si sono peritati sul tema) non aggiungessi quanto hanno detto da due pm della Dna del calibro di Roberto Pennisi e Francesco Curcio (si veda in archivio il post del 29 gennaio 2013).

Pennisi – e lo ha esplicitato, ancora una volta, nelle sue parti di relazione sull’Emilia Romagna e il Veneto, consegnate all’allora capo Pietro Grasso, provocando mal di pancia e pesanti malumori all’interno della struttura – di “unitarietà” della ‘ndrangheta non vuole sentirne parlare neanche a fucilate. Al punto da sfidare i contorsionisti con tanto di piantine geografiche accluse sulla cosiddetta, provocatoriamente, “altra ‘ndrangheta”.

Curcio, nella stessa relazione, scriverà invece che : «Se è indubitabile, sulla “Jonica”, ad esempio, il particolare peso delle famiglie Pelle di San Luca e Commisso di Siderno non può poi sottacersi che, come emerge dalla indagine “All Inside”, nella nomina del Capo Crimine Oppedisano Domenico, si misurava tutta la forza contrattuale della famiglia Pesce di Rosarno che, a dispetto delle resistenza dei Pelle e delle altre importanti famiglie della Jonica, riusciva a spostare dalla “Jonica”, appunto, alla “Tirrenica” la più alta carica della 'ndrangheta, facendo valere tutto il peso economico e militare della sua cosca (che, almeno fino al 2010, contava oltre 250 affiliati) ». Insomma, si è avuta la prova, oramai in sede dibattimentale, concluderà Curcio, «dell’intervento del vecchio capo 'ndrangheta della “tirrenica” anche nelle nomine dei “responsabili” della città di Reggio Calabria e con esso della esistenza di una struttura unitaria di tutta la 'ndrangheta».

Due riflessioni che qualche contraddizione la contengono, a mio sommesso avviso, ma c
osì descritto il profilo di don Mico Oppedisano può convincere di più. Una sorta di importante “vecchio saggio”, di importante “custode delle regole” (fondamentale in una struttura militare e parareligiosa come la ‘ndrangheta) che, abbiamo visto, trova più di un magistrato concorde.

NON RESTA CHE TORNARE A GIUSEPPE LOMBARDO

Non resta – prima di vedere sul post di domani le ultime tessere – che tornare da dove siamo partiti. Vale a dire Giuseppe Lombardo.

Quello che è il suo obiettivo (si veda il mio post del 7 ottobre 2011 in archivio) è chiaro fin dall’inizio.

Il 30 settembre 2011 ha cominciato la sua requisitoria nel processo Meta.

Il collega della Gazzetta del Sud, Paolo Toscano, è lì a seguire gli eventi. Asciutta la sua cronaca. “Tutto che quello che c'è da dire – ha spiegato Lombardoè già negli atti. Non ho argomenti ulteriori da rassegnare in questa sede che mi servano a dimostrare che la 'ndrangheta che governa la città di Reggio è dotata di un organismo di vertice, composto dai soggetti tratti a giudizio e da quelli che degli stessi si servono o di cui sono strumento, che decide le sorti di ognuno di noi, che condiziona il destino di migliaia di persone che si sentono libere solo perché hanno voglia di illudersi di esserlo o ritengono che quello sia l'unico modo di trovare la forza di andare avanti».

E siamo al punto. Lombardo parla di “organismo di vertice composto dai soggetti tratti in giudizio…che decide le sorti di ciascuno di noi…che decide le sorti di ognuno di noi…”.

Lombardo parla di “organismo di vertice composto dai soggetti tratti nel suo giudizio”, vale a dire il gotha mafioso che è alla sua sbarra: Libri, De Stefano, Condello e loro devastanti gemmazioni nella politica, nella massoneria, nell’imprenditoria, nella finanza.

IN PARLAMENTO

Chiunque di voi è autorizzato a pensare: ma Lombardo queste cose ha il coraggio di sostenerle (a parole oltre che come pubblica accusa) solo quando gioca in casa (cioè a Reggio) o ha il coraggio per dirle anche a Roma?

Bene. E’ il 27 ottobre 2010 e sono le 23.00 quando siederà davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Saranno le 23.45 quando si alzerà.

Quarantacinque minuti di audizione nei quali risponderà punto per punto alle domande dei commissari e integrerà quanto, poco prima, riferito dal suo ex capo, Giuseppe Pignatone (si vedano i miei post del 3 e 4 maggio 2011).

Lombardo ricostruisce per filo e per segno la geografia criminale della città di Reggio. Ad un certo punto dell’audizione, conta fino a 100, respira profondamente e dosa ogni parola sul rapporto tra mafia e politica. “Lo spaccato che viene fuori dalle indagini, questo è un dato oggettivo – esordisce Lombardomette in contatto determinati ambienti criminali con esponenti politici”.

Lombardo va avanti. “In relazione alle risultanze emerse dalle indagini siamo ben consapevoli, o almeno questo è mio costume e del dottor Pignatone, con il quale ho uno scambio continuo di idee oltre che di strategie investigative, se così le possiamo chiamare, che un’indagine bisogna costruirla per gradi. Ci siamo trovati a confrontarci, lo sottolineo, con tutta una serie di mafiosi sulla carta. Passatemi questo termine che a me non piace utilizzare, se non ci sono sentenze passate in giudicato, ma solo al fine di far comprendere meglio quale sia la nostra impostazione”.

Mafiosi sulla carta”è una allegoria che trovo spettacolare e adorabile. Dice tutto. Dice di personaggi politici che tutti sanno essere mafiosi nell’anima ma un conto è saperlo (e starne lontani, sport poco praticato dall’intellighenzia reggina e dalla classe dirigente che esprime) e un conto è dimostrarlo. Fino a quel momento – Peppe De Stefano compreso – tutti sono innocenti. Eccolo lì lo scoglio vero: passare dai pensieri all’azione, dalle parole ai fatti. Dare continuità alle indagini senza guardare in faccia a nessuno.

Fatto sta che Lombardo è chiarissimo. “Perchè mafiosi sulla carta? Molti di questi soggetti – dice il sostituto – pur essendo indicati nelle varie informative come soggetti appartenenti all’una o all’altra cosca o legati a Tizio o Caio, in realtà, a livello processuale, non hanno niente a loro carico”. Vergini anche se financo i muri sanno chi comanda a Reggio.

Oggi, dirà Lombardo all’unisono con Pignatone, la ‘ndrangheta reggina è evoluta, sofisticata. Nel 2007 un piccolo imprenditore reggino, legato a una cosca, comincia a parlare. Sarà Lombardo a seguirne la collaborazione. Lombardo gli chiede di iniziare la collaborazione partendo dalla famiglia De Stefano. “Dottore, lei mi vuole morto”, fu la sua risposta. Lombardo – lo rivela davanti ai membri della Commissione – rispose: “Visto che non ti voglio morto e visto che il mio compito e il tuo compito sono ben chiari, allora parliamo della famiglia De Stefano”. Lombardo aggiunge: “Non posso riprodurre in questa sede qual è stato lo sguardo di un collaboratore – spiegherà – parlare di un blocco improvviso è veramente dire poco”.

Il collaboratore parla – le sue rivelazioni avranno altri sviluppi – e spiega tutto.

A Reggio Calabria funziona così: “E’ possibile fare una duplice scelta – spiega Lombardoo entrare in contatto con la cosca che controlla territorialmente un determinato quartiere, la quale poi diviene tramite per riferirsi alla cosca De Stefano, che lui ha letteralmente definito la fonte, oppure se si vuole saltare questo passaggio intermedio, è possibile andare direttamente dai De Stefano, alla fonte. I De Stefano, ovviamente stabiliscono la tassa e distribuiscono poi a chi di competenza territorialmente la loro parte”.

De Stefano: quella è la fonte a cui tutti debbono abbeverarsi a Reggio. Tutti vuol dire tutti. Parola di Lombardo. Voi gli credete?

A domani.

7 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 4, 5, 6, 7, 8 e 11 marzo)

r.galullo@ilsole24ore.com

  • matteo zocca |

    caro Galullo ,in questo post lei ha spiegato (e dimostrato con le testimonianze di valenti magistrati) come la n’drangheta, a differenza di Cosa Nostra , non è una struttura unitaria e verticale. Potrebbe specificare chi sono i magistrati e/o giornalisti che sostengono il contrario? grazie

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