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Sistema criminale in Calabria/8 La ‘ndrangheta buona e quella cattiva: quella di Polsi e quella della trimurti De Stefano-Tegano-Condello (più Libri)

Cari lettori da più di una settimana sto analizzando la folle ipotesi investigativa del pm della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che si è messo in testa di scoperchiare quel “sistema criminale”, fatto “anche” di ‘ndrangheta, che governa la Calabria.

Lombardo vuole proseguire l’opera – interrotta nel 2001, processualmente non provata ma quanto mai vera, viva e vegeta – di Roberto Scarpinato (si veda il mio articolo del 4 marzo in archivio).

Le principali pedine sullo scacchiere di Lombardo sono i processi Meta e Agathos, oltre a quelli svolti o in corso come Bellu lavuru e Piccolo carro, l’indagine sulla Lega Nord e su Francesco Belsito e la riapertura, inutilmente negata, dell’omicidio del giudice Nino Scopelliti.

Ciascuno di questi “pezzi” sta arricchendo la trama criminale. Alcune mosse sono state già vincenti. Altre attendono la contromossa. Altre saranno inattese.

In questo articolo che dedico al ”sistema criminale” calabrese che Lombardo vuole affermare e far resistere all’urto delle aule giudiziarie fino all’eventuale terzo grado (fino a quel momento tutti innocenti), racconto alcuni (solo alcuni) dei più recenti passaggi sull’ndrangheta “buona” e su quella “cattiva”. Oh yes!

Tornerò su questo argomento anche nelle prossime settimane ma – nel frattempo – leggiamo gli affreschi inaspettati di pentiti e uomini di ‘ndrangheta che aggiungono tessere su tessere a quel “sistema criminale” che va oltre – ma ben oltre – la ‘ndrangheta di Polsi.

CONSOLATO VILLANI: CONDELLO COME MARIO MONTI

C'è una 'ndrangheta cattiva, con un potere cattivo e un'altra che esiste se il potere cattivo la fa dominare. Il vertice della 'ndrangheta cattiva è costituito da Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Peppe De Stefano e Mico Libri”.

E’ il 9 novembre 2012 e il collaboratore di giustizia Consolato Villani, testimone al processo Meta, irrompe con una semplicità disarmante.

Per lui – come racconta la collega Alessia Candito su www.corrieredellacalabria.it – la “'ndrangheta cattiva” decide e determina i destini.

Cosa “altra” rispetto a quella di Polsi, importante, tanto da meritare la formazione di un locale temporaneo che si occupi solo della gestione di quella tradizionale riunione annuale, ma non determinante ai fini del mantenimento degli assetti di dominio delle 'ndrine. Due anelli di una stessa catena o, se preferite, due tessere di un domino: se cade l’una cade (rectius: potrebbe cadere) anche l’altra e crolla tutto.

Per Villani a Reggio assetti e gerarchie sono chiari. Così come l'enorme considerazione di cui godono alcuni boss: "Pasquale Condello? Nella 'ndrangheta calabrese e non solo era come Mario Monti, conosciuto e rispettato da tutti", dice di fronte a Lombardo. “I Condello, i De Stefano e i Tegano sono di Archi e i Libri di Cannavò – proseguirà Villanima sono loro a rappresentare la 'ndrangheta a Reggio Calabria. In tutti i locali della città sono presenti con delle loro filiali, diramazioni”. Un direttorio che si è affermato all'indomani della seconda guerra di ‘ndrangheta a Reggio.

Il 16 novembre, a distanza di una settimana, di fronte ad accusa e difese del processo Meta nel quale è testimone, Villani tornerà a confermare tutto, a partire dall’impalcatura della moderna ‘ndrangheta, fatta da quella «'ndrangheta cattiva che si occupa di affari» e un'altra «che fa rituali e si riunisce a Polsi. Questa non me l'ha raccontata nessuno, l'ho vissuta», ha affermato Villani.

L’ho vissuta, dice…Nessuno gliel’ha raccontata! La differenza – capirete tutti – è come un calcio di un dilettante delle serie minori e un tiro magistrale del deo pagano Francesco Totti.

Per il collaboratore sono i massimi esponenti di queste famiglie – Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Giuseppe De Stefano – insieme a Pasquale Libri di Cannavò a dettare legge in città e non solo. E non solo…
«A livello di potere, Condello è il più alto di tutti, e come tale era riconosciuto non solo all'interno della 'ndrangheta reggina ma anche in generale», dirà Villani.
Peppe De Stefano, sempre secondo il collaboratore, è sempre sembrato l’erede designato al trono. «Lui era il personaggio dei De Stefano che si era fatto più notare, era osservato da tutti 24 ore su 24, perché aveva un piglio decisionale che tutti ammiravano, era un azionista, uno che guidava i gruppi di fuoco e decideva le strategie», dirà Villani.

PAOLO IANNO’ E POLSI

Su Polsi e i rituali interviene, nell’udienza del 25 gennaio 2013 anche Paolo Iannò, anch’egli collaboratore di giustizia. E cosa dice? Conferma – e fin qui uno può dire: vabbè – quanto disse Consolato Villani ma anche ciò che disse molto, ma molto tempo prima, nel ’97, il pentito Pasquale Nucera (si veda il post del 5 marzo).

«Esiste un locale provvisorio che ogni anno si forma a Polsi in occasione della tradizionale festa. All'interno sono rappresentati i tre mandamenti: la Piana, la città e la Jonica»: ecco ciò che ha detto il 25 gennaio Iannò. Almeno così era fino al 1997, 1998, anni in cui – dice – cominciò a serpeggiare la certezza di “cimici” piazzate dagli “sbirri” per seguirne le mosse.

E sulla costituzione – del tutto relativa se raffrontata al potere vero – della costituzioni di locali, più o meno provvisori, nell’udienza successiva, Iannò dirà che  «non so dire se ci fossero motivi specifici per operare al di fuori del "Crimine" di Polsi ma può essere che si siano messi d'accordo fra loro, che abbiano fatto qualcosa». Non tutto e non a tutti è dato sapere nella ‘ndrangheta ma di una cosa Iannò si dirà certo: «La mancata formazione del "locale" di Archi non ne diminuiva in nulla né il prestigio, né la forza».

NINO IL NANO

Ma la rivelazione più sorprendente è quella che meno ti aspetti e, dunque, a mio modesto avviso, la più importante (anche se, come sanno i lettori affezionati, credo sol
o ad alcuni aspetti della collaborazione del pentito di cui riporto sotto le dichiarazioni).

Quella di Nino Lo Giudice, detto il “nano”, il pentito più veloce della Calabristan che tremare il mondo fa, colui il quale con le sue dichiarazioni ha mandato a morte professionale Alberto Cisterna, tra le mente più lucide sull’evoluzione delle mafie che io abbia mai conosciuto (ecco, sapete che sul punto ho scritto fiumi di inchiostro che colano indignazione). Ora Cisterna si occupa di cause civili a Tivoli: come dire che hai Totti e lo metti a giocare con i figli nel giardino di casa tua.

Lui, proprio lui, Lo Giudice, il 21 dicembre 2012, di fronte al pm Lombardo dirà esplicitamente che Don Mico Oppedisano, colui il quale avrebbe dovuto essere il “capo dei capi” della ‘ndrangheta, condannato a dieci anni di reclusione nell'ambito del procedimento Crimine "… era un picciotto di Umberto Bellocco".

Come possa un “capo” essere un “picciotto” è uno dei misteri gloriosi che regnano sull’asse Reggio-Roma-Milano…

A domani con una lunga serie di testimonianze documentali dei magistrati sulla presunta unitarietà della 'ndrangheta. Non mancheranno sorprese…

8 – to be continued (le precedenti puntate sono state pubblicate il 4, 5, 6, 7, 8, 11 e 12 marzo)

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    Caro Galullo,
    durante la mia adolescenza frequentavo le scuole secondarie superiori a Reggio Calabria, città in perenne guerra di mafia, per cui, già allora (anni settanta), ricordo i miei compagni cittadini (arrivavo dalla provincia) fare i nomi delle famiglie mafiose che si davano la caccia senza esclusione di colpi (d’arma da fuoco). Tra queste, già d’allora, era nota la famiglia Lo Giudice. Quindi, secondo me, il procuratore Cisterna s’è troncato da se stesso, rispetto alla propria carriera. Vittima della medesima ghigliottina che ha contribuito a creare. Un magistrato, nell’Italia del nuovo millennio, non si comporta come un ufficiale di polizia giudiziaria e tanto meno come un membro dei servizi segreti, intrattenendo rapporti con un rampollo di famiglia mafiosa (anche se, in qualsiasi paese di diritto ciò non è considerato scandaloso).
    Poi, Galullo, per quanto riguarda il pentito Nucera, aldilà della verità giudiziaria, lo ripeterò fino alla morte, s’è inventato pentito di ndrangheta solo per interesse personale. Prima o poi, sono certo, la storia confermerà questo dato; e, coloro che continuano a ritenerlo valoroso collaboratore di giustizia non faranno proprio una bella figura.
    Saluti, bartolo iamonte.

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