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Operazione Saggezza/1 La “corona” di ‘ndrangheta di Locri sapeva molto sull’omicidio di Francesco Fortugno

Questo è uno dei tre servizi che ieri ho scritto per l’edizione online del Sole-24 Ore a seguito dell’operazione Saggezza condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Lo ripropongo sul blog perchè è uscito nel trado pomeriggio e molti lettori possono averlo perso. Gli altri due possono essere reperiti nell’home page con il “cerca”. Nei prossimi giorni continuerò a leggere con voi gli aspetti salienti dell’operazione Saggezza

C’è anche l’omicidio di Francesco Fortugno nei dialoghi di Nicola Romano, che la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha arrestato e che considera capo locale di Antonimina e “capo consigliere della Corona”, la struttura intermedia esistente nelle gerarchie mafiose del territorio locrese, posta sopra i “locali” e articolata sul territorio in modo da associare alcune piccole realtà territorialmente simili e vicine. L’esistenza della “Corona” emerge nell’operazione Saggezza, condotta poche ore fa dalla Procura di Reggio Calabria. Le indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri.

Nicola Romano faceva parte della struttura, in diretto contatto con Vincenzo Melia (ritenuto dalla Procura il capo di questa “stanza di compensazione” del potere mafioso, politico e massonico), con compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie, impartendo le direttive agli associati del locale di appartenenza.

Proprio l’appartenenza di Romano a questa cellula di potere rende interessanti le intercettazioni che hanno per oggetto l’omicidio del vicepresidente della Regione Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre 2005, i cui mandanti ed esecutori materiali erano collegati alla cosca Cordì, come stabilito dal Tribunale di Locri con sentenza del 2 febbraio 2009. 

L’ordinanza firmata dal Gip Adriana Trapani contiene addirittura un paragrafo (da pagina 488) sul mandamento di Locri, le famiglie Cordì e Cataldo e l’omicidio Fortugno.

CERTEZZE SPAZZATE VIA

La vicinanza geografica tra Locri ed Antonimina aveva sempre fatto pensare negli ambienti investigativi che il centro collinare guidato da Nicola Romano fosse perennemente subordinato nelle gerarchie mafiose alle famiglie storiche dei Cordì e dei Cataldo, attorno alle quali ruotavano le numerose altre ‘ndrine attive nel circondario.

Ora si scopre che così non è, visto che Romano, quando fa riferimento alla famiglia Cordì, alla quale pure in passato era stato vicino, lo fa con parole di condanna. Romano era dunque tra coloro che non avevano approvato il comportamento poco saggio della famiglia Cordì e non perdeva occasione per muovere critiche nei loro confronti, come in occasione di un casuale incontro nel novembre 2006 con tale “Totò”, non identificato.

Nel corso del colloquio Romano dice espressamente che “vi voglio dire.. scusate se vi interrompo.. io pure sempre con il buono.. loro hanno dimostrato la loro “tracotanza e la loro ignoranza nell’omicidio Fortugno”. E poco dopo: “Pare mai che hanno fatto…hanno sconcassato (disastrato) una provincia!”. E ancora dopo: “ma è per logica che.. hanno distrutto un paese come Locri che lo avevano mantenuto.. la vecchia ideologia…di tutti e quattro i fronti… l’hanno mantenuto come una rosa nel vaso. .. e prima che entrassero in Locri si dovevano pulire le scarpe!

L’interlocutore, questo tale Totò non identificato, risponde: “come.. voi armate tragiri, armate cose, armate catrighe…eh…e loro… il fatto stesso che l’appostamento dell’omicidio Fortugno… poi là hanno cominciato a scontrarsi di più, perché.. chi gli faceva la confidenza per… che parlava male di quello.. magari con cose non vere, chi gliela faceva in un’altra maniera, chi gliela faceva così.. ..incomprensibile.. perché ci sono…”.

LA RICOSTRUZIONE

La Procura ricostruisce i passaggi immediatamente successivi all’omicidio di Fortugno, tralasciando le sorti processuali che il 2 ottobre 2012 portano all’annullamento con rinvio della condanna all'ergastolo per Alessandro Marcianò, considerato dall’accusa mandante, assieme al figlio Giuseppe, dell'omicidio di Francesco Fortugno. Nei confronti di Marcianò padre, dunque, verrà celebrato un nuovo processo davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria. La Suprema Corte ha invece confermato il carcere a vita per Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino: quest'ultimi due sono ritenuti gli esecutori materiali del delitto.

Il 21 marzo 2006 vengono dunque arrestati Salvatore Ritorto, individuato come esecutore materiale, Vincenzo Cordì, Domenico Novella, Antonio Dessì, Gaetano Mazzara, Domenico Audino, Carmelo Crisalli e Nicola Pitari. Il 21 giugno 2006 vengono arrestati Giuseppe Marcianò e il figlio Alessandro con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio. A questi esiti si era giunti anche grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, Bruno Piccolo, morto suicida il 15 gennaio 2007 e Domenico Novella.

E il 25 ottobre 2006 Nicola Romano e un uomo non identificato incrociano il fratello di Domenico Novella ed esprimono il loro parere sulle rivelazioni di quest’ultimo. Ma ancora più importante è la successiva telefonata di Romano con la moglie nel corso della quale esprime il totale biasimo nei confronti dei Marcianò per aver “fatto uno scempio”, per aver “rovinato una zona” ed aver portato solo “carabinieri e finanza”, ed essersi arricchiti illecitamente approfittando dell’impiego presso l’Ospedale di Locri.

IL COINVOLGIMENTO DI CREA

Il particolare più interessante che emerge da questo colloquio è il riferimento a Domenico Crea, ex vice presidente della Regione Calabria, in quanto Nicola Romano, già nell’ottobre 2006, era consapevole che l’uomo politico fosse il vero punto di riferimento dei due Marcianò tanto da affermare ripetutamente: “Lì c’è Crea di mezzo!”.

Ancora una volta Nicola Romano – si legge nell’ordinanza – aveva dimostrato di avere perfetta conoscenza delle alleanze e delle dinamiche mafiose del territorio, poiché solo un anno e mezzo dopo, il 28 gennaio 2008, i Marcianò e Domenico Crea, sarebbero stati colpiti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta denominata Onorata Sanità.

Gli investigatori e gli inquirenti continuano a ricostruire passo dopo passo alcune tessere suc
cessive all’omicidio Fortugno e per farlo ricorrono anche all’operazione Bellu lavuru del 2008. Nel corso delle indagini venne appurata l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso che ha al suo interno, tra le varie articolazioni territoriali a base familiare, una struttura distinta dal “locale” e denominata dagli indagati “base”, con il compito di mantenere anche i rapporti con il mondo della politica. Per inciso la “base” ed il suo rappresentante, il “basista”, erano già parte integrante della terminologia mafiosa utilizzata dagli indagati del presente procedimento “Saggezza”, in quanto Nicola Romano parlava del “basista” di Tre Arie, inteso come elemento di collegamento tra più “‘ndrine” all’interno del “locale” di Antonimina.

IL BASISTA

Il particolare importantissimo ai fini della presente indagine – si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Trapani a pagina 519 – era il ruolo ricoperto dall’Altomonte, uno dei cosiddetti invisibili, a capo della base e anello di congiunzione con esponenti del settore politico-amministrativo, primo fra tutti Domenico Crea. Considerato che gli esiti delle investigazioni condotte da questa Dda si palesavano con l’esecuzione dei fermi di Polizia giudiziaria avvenuti il 17 giugno 2008, si osservi lo stupefacente commento che Nicola Romano faceva, circa sei mesi prima, vale a dire il 28 gennaio 2008, all’interno dell’abitazione di Vincenzo Melia, all’indomani dell’arresto di Domenico Crea nell’ambito dell’operazione Onorata Sanità”.

E qual è lo stupefacente commento? Viene così riassunto nelle parole del Gip: “I due indagati ipotizzavano che le accuse al politico Crea provenissero da un pentito, che era stato probabilmente pagato perché fornisse elementi sufficientemente gravi a condurlo nelle patrie galere ma, cosa più importante, Nicola Romano sosteneva che non si poteva trattare di un personaggio qualsiasi, perché “lì Crea non è che…non lo può nominare diretto…omissis…l’ha dovuto portare qualche basista buono!”, cioè l’unico ‘ndranghetista in grado di tradirlo era un appartenente alla base. Gli inquirenti potevano anche sospettare che Domenico Crea fosse un politico legato alla ‘ndrangheta, ma “deve cantare questo basista prima di provarlo”, ed il basista in effetti era Sebastiano Altomonte, uno degli invisibili arrestati nell’ambito dell’operazione Bellu lavuru”.

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    caro galullo,
    non conosco il suo viso, però, riesco soltanto ad immaginarla come avaro di sorrisi.
    tento allora di strappargliene qualcuno, non s’inc…i, però, se ri-cito sempre la mia esperienza di perseguitato, dalla macchina di guerra, dell’antimafia reggina.
    provi ad immaginare che la ndrangheta del crimine e delle corone, rappresentante l’antistato, abbia nella sua disponibilità gli stessi mezzi d’indagine delle procure distrettuali e nazionali antimafia.
    sono certo ci sarebbe da morire dal ridere ad ascoltare i nastri di registrazione tra le varie ff.oo in contatto con gli infiniti confidenti e uomini d’onore intenti a vendersi i confratelli, nonostante, magari, poche ore prima abbiano partecipato ai summit delle varie cosche d’appartenenza. oppure? niente di tutto questo! se non per caso, come in questa inchiesta partita dalla decisione di intercettare un uomo sospettato di richiedere la tangente ad un imprenditore; e, quindi, dopo ben sei anni di indagini serrate, arrivati a partorire il topolino di una nuova gerarchia di organizzazione ndranghetistica, la corona. chi sa quanta delusione l’antistato ndrangheta, proverebbe ad ascoltare le strategie più sofisticate al mondo, impiegate dagli uomini del concorrente stato, nel tentativo di contrasto dell’organizzazione più pericolosa esistente al mondo, nella quale essi non si riconoscono assolutamente. considerato che lì si parla di movimenti di denaro in contanti, calcolato in circa 100 miliardi di euro l’anno, mentre loro, non riescono neppure a racimolare qualche migliaio di euro; che, certamente, se li avessero chiesti, anziché porre in essere un attentato con dei massi sulla strada, in modo di costringere il povero imprenditore dei lavori nelle terme di antonimina, ad aver paura e quindi chiedere protezione e conseguentemente sborsare la mazzetta; lo stesso disgraziato glieli avrebbe regalato con felicità. e quindi arrivo a me. tra gli altri, durante la mia permanenza nelle indegne carceri, ho conosciuto anche il professore sebastiano altomonte. era quasi totalmente isolato dai coimputati che lo accusavano di averli rovinati con i suoi sproloqui di maggiore e minore, visibile e invisibile, massoneria e ndrangheta. ecco, ho ascoltato più volte con enorme sofferenza il pianto di un uomo di circa sessant’anni che mi riferiva che ogni volta che beveva vino in abbondanza gli piaceva sparlare come in una specie di delirio con moglie e ai figli, come se stesse raccontando la trama di una fiction. lo ripeto galullo, oramai, al punto arrivati, soltanto la storia, potrà documentare le stupidaggini di un apparato elefantiaco scatenato all’assalto di un esercito costituito per intero da formiche rosse. vado a memoria: è questa, una razza di formiche agguerrite, ma che agli elefanti, quei morsi, non fanno neppure il solletico.

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