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Il pentito di ‘ndrangheta c’è ma non si vede: Luigi Bonaventura dovrebbe andare a Roma ma il Viminale teme e dice no

Il 10 novembre alle 15.25 il pentito crotonese di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura riceve la notizia dall’ufficiale di polizia giudiziaria addetto alla sua protezione: il 15 novembre non potrà andare a Roma presso il Tar del Lazio che dovrebbe decidere sul suo trasferimento da Termoli (Campobasso) ad altra località protetta. Il provvedimento – per una serie di motivi legati alla sicurezza e all’incolumità del pentito e della famiglia – è stato impugnato e lui ci teneva ad essere presente.

Che non possa muoversi da Termoli lo ha deciso il Servizio centrale del Viminale. I motivi sono di “sicurezza e incolumità personali sue e del personale di scorta in quanto data e sede giudiziaria sono stati dal medesimo resi noti agli organi di informazione”.

Il commento di Bonaventura – di cui a Termoli ormai conoscono l’indirizzo i tanti nemici di cosca che si è fatto in questi anni in cui è stato un collaboratore di giustizia ritenuto affidabile e credibile – è stato secco: “Io lo trovo sconvolgente scioccante incredibile! A mio modesto avviso è una decisione di importanza storica e fra le tante cose assurda. Lo Stato ha paura di scortarmi, ha paura della ‘ndrangheta. E’un riscontro che arriva proprio dagli uomini dello Stato la gravità del pericolo che vivo a Termoli e in Italia. Ma loro lo sanno, io l’ho denunciato. Non riescono a colpirmi diversamente e allora lasciano me e i miei figli nelle mani della’ ndrangheta, Colpirne uno per educarne migliaia, proprio come a Palermo”.

Ancora più duro il commento del suo legale, Giulio Calabretta: “Così facendo vengono gravemente lesi i diritti di difesa del collaboratore di giustizia il quale, a questo punto, sembra che non abbia più diritto di presenziare a processi importanti che lo interessano, ma sopratutto si segnala come con la nota del Ministero conferma che il signor Bonaventura è in grave pericolo di vita, a Termoli e in tutta Italia (ma nessuno prende provvedimenti per tutelarlo) nonché sembrerebbe emergere che lo Stato (quindi il Ministero degli Interni) non è nemmeno in grado di accompagnare un collaboratore di giustizia dalla sua località a Roma perché evidentemente teme che chi potrebbe organizzare un attentato è più forte dello Stato. La motivazione che la scorta gli viene negata perché è stata resa pubblica la data dell'udienza da parte del collaboratore medesimo, è solo una forzatura motivazionale del diniego poiché spesso è capitato che Bonaventura sia stato portato in udienze pubbliche di processi che lo riguardano e tutti i soggetti interessati ne erano a conoscenza poiché le vicende giudiziarie di alcuni procedimenti spesso sono pubblicate sui mass media. Il Ministero degli Interni non può avere paura di scortare un collaboratore di giustizia. Ciò lascia intendere sempre di più che ha ragione il collaboratore di giustizia, quando denuncia che in tutto il sistema c'è qualcosa che non va. Che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano faccia sentire la sua voce sul caso della famiglia Bonaventura, a dimostrazione che chi denuncia non viene dallo Stato abbandonato al proprio drammatico destino”.

Un’altra pagina della paradossale vicenda del collaboratore di giustizia Bonaventura e della sua famiglia (alla quale ho dedicato nel tempo diversi post in questo blog) si chiude ma presto un’altra si aprirà. Il 15 novembre, vale a dire tra due giorni, il Tar si potrebbe pronunciare con o senza il pentito: lui ci sarà comunque, anche senza scorta?

r.galullo@ilsole24ore.com