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La mafia pugliese è diventata adulta e l’asse con i Balcani l’ha tolta dall’isolamento

Questo mio articolo sulla mafia pugliese è stato pubblicato sul Sole-24 Ore domenica 20 maggio nell’ambito di una serie di servizi sull’attentato a Brindisi contro la scuola Morvillo Falcone. Lo ripropongo per quanto non hanno potuto leggerlo.

Una nota, apparentemente messa per caso, nella relazione di fine 2011 della Direzione nazionale antimafia, fotografa gli ultimi sviluppi economici della mafia pugliese. “In particolare, nella provincia di Bari – si legge – è stata osservata una propensione al reimpiego di capitali provenienti da attività illecite nelle seguenti attività commerciali: distributori di carburante, ricevitorie e sale scommesse; commercio di materiale lapideo; commercio frutta e ortaggi, discoteche, società attive nel settore del trasporto merci su strada, sale giochi, video poker”.

L’intero distretto barese, connotato da un elevato sviluppo economico, da intensi scambi commerciali e rilevantissimi interessi patrimoniali, è un territorio che viene aggredito da una serie di mafie transnazionali attirate dai traffici maggiormente remunerativi. La grande frontiera è quella della internazionalizzazione: mettendo a frutto la consolidata esperienza nello stringere rapporti con gruppi delinquenziali stranieri e avvalendosi di un efficace know how maturato negli anni ‘90 in materia di commerci illeciti, i clan pugliesi sono ricomparsi sulla scena internazionale. “Hanno saputo dare vita a potenti alleanze con i più aggressivi gruppi criminali dell’area balcanica – scrive il sostituto procuratore nazionale antimafia Giovanni Russovere e proprie holding transnazionali in grado di interloquire, specie con riguardo ai traffici di sostanze stupefacenti, con i principali fornitori mondiali di droghe”.

Gli albanesi e i serbi-montenegrini, in particolare, costituiscono i partner privilegiati dalla mafia locale per realizzare il business principale sul territorio, dando vita a traffici di stupefacenti di dimensioni europee. E proprio questa continua tensione verso l’accaparramento di quote sempre crescenti degli spazi di illegalità a determinare, nei “poli” maggiormente segnati dalla crisi economica e dagli interventi giudiziari e preventivi, una escalation violenta nella definizione di confini e competenze.

E’ tutta la Sacra corona unita (oltre alla “Società”, che è il nome con il quale viene appellata la mafia foggiana del Gargano) a essere diventata adulta negli affari, come ricorda ancora Russo. “Ha dismesso il ruolo di soggetto del terziario mafioso – scrive il sostituto procuratore – incaricato di fornire consulenza su come introdurre sul territorio pugliese prodotti illeciti, dal tabacco alla droga, dalle armi ai clandestini, su come e dove nasconderli, su come trasportarli verso i mercati di destinazione; un terziario della malavita che, in cambio di alloggi, coperture, manodopera, basisti, autisti, si accontenta di una partecipazione agli utili o di una percentuale sui proventi illeciti. Ha acquisito consapevolezza dei propri mezzi, delle capacità operative e strategiche conseguite, del vantaggio competitivo di cui dispone rispetto ad altre organizzazioni mafiose in relazione ai contatti con i gruppi criminali balcanici. Agisce, perciò, in prima persona e non più in conto terzi; pretende il governo degli affari illeciti e non è più disposta ad accettare ruoli ausiliari e serventi”.

I business tradizionali – quasi tutti sull’asse Puglia/Paesi Balcanici, con una presenza limitata fuori regione, dove la Sacra corona unita è soppiantata da ‘ndrangheta, Casalesi e Cosa nostra alle quali fornisce spesso manovalanza e accordi al Nord Italia – sono sempre gli stessi. Accanto a droga, estorsioni e usura, traffici di esseri umani, prostituzione, contrabbando e rapine vengono però alla luce interessi sempre più spiccati verso nuovi mercati. Si fanno concreti i coinvolgimenti di ceti professionali nell’azione criminale (i cosiddetti “colletti bianchi”, in grado di offrire ai clan servizi raffinati ed entrature negli ambienti politici e amministrativi) mentre il reinvestimento e il riciclaggio dei proventi illeciti e l’acquisizione di spazi sempre più ampi nell’economia legale diventano una costante dei clan più reattivi nello sviluppare strategie di medio e lungo termine.