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Beppe Pisanu: le mafie mangiano alle 4 regioni del Sud il 20% del loro Pil – Il silenzio della società civile

Circola in questi giorni la proposta di relazione sulla prima fase dei lavori della commissione con particolare riguardo al condizionamento delle mafie sull'economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno, presentata nei giorni scorsi alla Commissione Parlamentare antimafia dal suo presidente Beppe Pisanu.

Gli spunti sono moltissimi e – con questo primo post – comincerò a darvi conti di quelli più interessanti. E’ datata 12 luglio 2011 – in vero – ma l’analisi ovviamente è attualissima.

Lo stesso Pisanu, in premessa scrive che: “Non è tempo di fare bilanci. Possiamo però affermare che nonostante talune difficoltà, compresa la non favorevole organizzazione dei lavori parlamentari, la nostra Commissione giunge a oltre metà mandato con un consistente patrimonio di conoscenze, analisi e proposte”.

La relazione sembra quasi scusarsi nel ricordare una cosa ovvia. Anzi due. La prima indigesta a molti osservatori del Nord:  il progressivo spostamento delle pratiche e degli interessi mafiosi ben oltre i confini del Mezzogiorno. “Possiamo dunque affermare che esse – scrive Pisanu si sono, a loro modo, globalizzate e che in Italia sono entrate a far parte anche della cosiddetta questione settentrionale".

La seconda è drammatica: la Commissione antimafia ha stimato che l’attività mafiosa nella quattro regioni di origine causa un mancato sviluppo equivalente al 15-20% del Pil delle stesse regioni. “Come abbiamo ampiamente documentato – scrive Pisanugli investimenti e le speculazioni mafiose giungono in ogni settore di attività del Mezzogiorno e si confondono sempre più con l'economia legale. Va detto che, mentre l'accumulazione dei capitali illeciti procede per le vie consuete del racket, dell'usura, della droga, del gioco illegale e legale, della contraffazione e dei numerosi traffici di esseri umani, armi e rifiuti, si registra una evidente evoluzione dei comportamenti criminali: nel senso che i reati tradizionali sono in diminuzione e quelli di nuova specie in aumento. Ma va anche detto che se molto sappiamo su come i capitali mafiosi vengono raccolti, ancora poco sappiamo su come vengono occultati e investiti nell'economia legale e nei circuiti finanziari nazionali ed internazionali”.

Per intercettare e stroncare le reti e gli affari della criminalità organizzata lo Stato ha fatto e sta facendo molto. Nonostante ciò, le statistiche mandano segni allarmanti. Il 53% dei referenti del sistema Confindustria del Mezzogiorno reputa la propria area territoriale molto insicura; e il 42% attribuisce questa insicurezza alla criminalità organizzata e alla illegalità diffusa (con la seconda spesso preordinata o subordinata alla prima).

E' accertato, inoltre, che circa un terzo delle imprese meridionali subisce una qualche influenza delle mafie, con dati che oscillano tra il 53% della Calabria e il 18% della Puglia.

Pisanu non le manda a dire e rileva come alla forte iniziativa dello Stato sul terreno della repressione della criminalità organizzata, non sia ancora partita un'azione egualmente forte per distruggere il suo brodo di coltura, cioè il sottosviluppo. “Ciò che più sgomenta – si legge nella bozza di relazione – è l'enorme impronta che le attività mafiose, la dilagante corruzione, il deterioramento dell'etica pubblica e della stessa morale privata continuano a scavare nella società civile e nelle istituzioni del Mezzogiorno. E non di meno sgomentano i troppi silenzi e la diffusa indifferenza di fronte a questi fatti. Se si prospetta una manovra finanziaria biennale di circa 38 miliardi, l'opinione pubblica entra in fibrillazione. Ma se si afferma che solo sui giochi e le scommesse le organizzazioni criminali lucrano almeno 50 miliardi all'anno, pochi se ne curano!

Alla stoccata segue una pillola più “dolce”: “Non si spezza la spirale della criminalità, il suo crescente e oscuro reclutamento, se non si riformano l'economia e la società del Mezzogiorno. Bisogna riconoscere senza mezzi termini che la debolezza e la scarsa attrattiva del Sud dipendono in buona parte dalla presenza soffocante della criminalità organizzata. In talune aree, controllando il territorio e le stesse forze produttive, essa riesce perfino a plasmare l'economia locale sui propri disegni criminali.    A questo fine intimidisce i cittadini, scoraggia l'autonoma volontà di intraprendere e la orienta verso le sue imprese, ponendosi in alternativa allo Stato. In cambio offre i suoi "sostituti assicurativi": e cioè una generale protezione nei confronti delle amministrazioni e delle burocrazie locali, dei sindacati e della concorrenza. Si formano così dei monopoli o quasi monopoli mascherati che impongono le loro scelte anche sulle forniture, i mercati di sbocco e il reclutamento della manodopera”.

Per il momento mi fermo qui ma torno prestissimo.

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued

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