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Il sindaco (arrestato) nemico, a parole e delibere, di Matteo Messina Denaro – Gli scontri con Legambiente

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Il 17 maggio di quest’anno, impettito, giacca e cravatta, a TeleIbs, una televisione locale che gli chiedeva conto del suo programma elettorale, affermò accompagnando la dichiarazione con un ampio gesto assertorio della mano: “La lotta alla mafia è la priorità della mia amministrazione”.

Niente e nessuno poteva mettere in discussione l’operato antimafia del ragionier Ciro Caravà, sindaco di Campobello di Mazara (Trapani), eletto per la prima volta nel 2006 con Democrazia Europea, il cui leader era Sergio D’Antoni, arrestato per associazione mafiosa e accusato di essere organico ai clan che fiancheggiano il superlatitante Matteo Messina Denaro. Era iscritto al Pd ma poi non ha rinnovato la tessera. Secondo la Dda Palermo e i carabinieri del Ros – nell’inchiesta svolta dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai sostituti Pierangelo Padova e Marzia Sabella – avrebbe pagato decine di biglietti aerei ai familiari dei boss detenuti al Nord e distribuito appalti alle ditte dei clan. Dalle intercettazioni è emerso anche il sostegno elettorale di Cosa nostra al primo cittadino.

Eppure lui era, innanzitutto a parole, sempre in prima linea.

Il 15 marzo 2010 appresa la notizia dell’operazione antimafia Golem 2 condotta dalle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò a 19 fermi emessi dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, fu il primo a dichiarare: “Un plauso a tutte le forze dell’ordine e alle squadre mobili di Trapani e Palermo per l’operazione antimafia condotta oggi. E’ l’ennesimo successo che ci fa vedere con ottimismo il futuro. Un sincero plauso va anche ai magistrati, al questore Giuseppe Gualtieri e al capo della squadra mobile Giuseppe Linares impegnati ogni giorno in questo contrasto senza tregua”.

E poi c’erano i fatti. Con delibera di giunta n. 211 del 14 maggio 2010, il Comune di Campobello di Mazara si era persino costituito parte civile nei processi per mafia.

Negli ultimi mesi la sua amministrazione era però (ri)entrata nell’occhio del ciclone: nel maggio 2010 due consiglieri furono arrestati per concussione, lo stesso sindaco fu tirato in ballo ma respinse le accuse. Sembrava una fotocopia del film già visto nel 2008 allorchè il Viminale mando una terna di ispettori nel Comune per verificare eventuali infiltrazioni mafiose ma tutto si risolse con un nulla di fatto.

Ciro Caravà, sempre in piena campagna elettorale, ad una domanda diretta di Marsala.it aveva dichiarato: “Io sono aggredito dai mafiosi dovunque si trovino, anche dai mafiosi dai colletti bianchi. Si possono nascondere ovunque i mafiosi, anche nelle Istituzioni. Abbiamo condotta lotta contro il malaffare e contro la mafia che non ha precedenti in questo Paese. Non ha precedenti a livello regolamentare, gare d’appalti, correttezza amministrativa. Trattative private, cottimi fiduciari erano sempre stati disattese. Nel 2007 e 2008 abbiamo istituto gli albi dei fornitori e l’albo dei cottimi fiduciari e trattative private, il che non è poco anche perché i dirigenti devono fare le gare con le ditte iscritte e non con l’amico arrivato all’ultimo minuto da Messina, Palermo o Catania. Bisogna attenersi scrupolosamente a quelle regole”. Evidentemente qualcosa non ha funzionato se – come sospetta la Procura di Palermo – era proprio il ciclo del cemento quello sul quale i clan avevano messo, da sempre, gli occhi.

Il massimo del disprezzo per Cosa Nostra Caravà lo raggiunse rispondendo, con un italiano incerto, proprio alla domanda sul presunto capo della mafia siciliana: “Credo che Messina Denaro sia importante prenderlo non tanto per il fatto che possa rendere quel male che ha reso nel passato ma perché si sconfigge un mito e si afferma la forza della legalità e delle Forze dell’Ordine”.

Un sindaco che non perdeva tempo nel magnificare l’operato della sua Giunta: “Abbiamo favorito chi denuncia estorsioni, racket e usura. Alcune famiglie che hanno denunciato hanno avito assunzioni temporanee all’interno del Comune e agevolazioni fiscali” e un sindaco che se infischiava altamente delle denunce di Legambiente. “Chi è Legambiente? Parla di cose che non sa.”. Neppure le domande incalzanti sulla sanatoria delle case abusive lo mettevano in difficoltà: “Tutto definito nel 2009 – ha avuto modo di dichiarare – e non c’entra nulla con la campagna elettorale. All’inizio del mio mandato nel 2006 mi ero dato come proposito quello di dare un nuovo piano urbanistico. Per cui ho utilizzato il pugno duro nei confronti degli abusivi, contrariamente a quanto affermato, e dall’altra parte ho dato un nuovo strumento. Abbiamo dato il via a un programma di demolizione per circa 700 case. In 21 anni sono state ferme nei cassetti 1.500 pratiche di sanatorie e nel mio quinquennio ne abbiamo evase 5mila. Perché non è stato fatto nel passato da chi mi ha preceduto?”.

E ieri, quando ancora salivano alte le polemiche sul suo arresto, Legambiente ha risposto a tono attraverso le voci di Vittorio Cogliati Dezza e Mimmo Fontana: “L’arresto per associazione mafiosa del primo cittadino di Campobello di Mazara purtroppo, non ci sorprende affatto. Ciro Caravà è quel sindaco che ha promesso un condono edilizio straordinario ai suoi cittadini in cambio della sua rielezione. Un modo di amministrare la cosa pubblica più che sospetto e perfettamente in linea con le gravi accuse che gli vengono contestate”.

A giugno, nelle pagine del dossier Mare Monstrum, Legambiente aveva denunciato la vicenda di Caravà, che aveva condotto la campagna elettorale garantendo la sanatoria edilizia agli 800 proprietari di case abusive lungo gli otto chilometri di costa del paese. Il sindaco, sempre secondo Legambiente, assicurava di aver trovato cavilli giuridici negli archivi della Regione Siciliana che permettevano di “risolvere il problema”. Quelle case però erano e restano insanabili, perché realizzate entro i 150 metri dal mare, fascia su cui la legge regionale del 1976 impone l’inedificabilità assoluta. Per questo il sindaco si era meritato anche la bandiera nera di Goletta Verde.  “Oggi dalle intercettazioni abbiamo avuto la conferma di come al Comune di Campobello i mafiosi fossero di casa – hanno proseguito Cogliati Dezza e Fontana ma i segnali inquietanti della loro familiarità con gli amministratori locali certo non mancavano. Nonostante ciò la politica non è stata in grado di impedire una gestione quantomeno sospetta del bene pubblico ed è dovuta intervenire la magistratura per porre fine a questa vicenda”.

r.galullo@ilsole24ore.com

  • bartolo |

    non rido perchè il carcere non è la soluzione, oltre ad essere anti-umano.
    ma quanti ne ho visti e sentiti con i miei occhi e i miei orecchi, di questi idioti che di giorno nelle manifestazioni antimafia sono in prima fila con le bandiere della legalità …poi, al calar del sole, via a festeggiare con i paralitici-disadattati-cialtroni.
    per rendersi conto di ciò di cui si parla, basta constatare che le peggiori leggi antimafia, aldilà del dettato costituzionale, sono state varate dai peggiori collusi col malaffare e le mafie. per citare solo alcuni tra presidenti del consiglio e ministri degli interni e di grazia e giustizia: andreotti, craxi, gava, scotti, martelli, mancino, mastella, berlusconi, maroni, alfano…di quest’ultimo addirittura s’è fatto vanto di averlo indicato quale ministro della giustizia il senatore dell’utri, quando era già stato condannato per mafia.
    cmq, dopo questo natale, almeno in calabria, il problema non si dovrebbe più porre, l’onorevole magarò ha sperimentato la pillola anti ‘ndrina…
    non sia mai che, possa essere proprio lui il prossimo intelligente che transita dal consiglio regionale, direttamente in carcere?

  • aldo |

    …si era trasformato in un paladino dell’antimafia. Con un tempismo invidiabile si trovava sempre in prima fila nelle dichiarazioni di condanna per ogni attentato, plaudiva alle sentenze e a qualunque blitz e dimostrava solidarietà ai cittadini vessati. La sua ascesa iniziale risaliva, come consueto nella politica semiereditaria siciliana, al testimone raccolto dal vecchio padre e nel legame saldo e profondo con uno dei leader del partito al governo, di cui era divenuto prima il protetto e poi il successore.
    Il silenzio imperfetto pag. 44

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