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Ipocrisie sul figlio del boss ai bordi del San Paolo: il clan Lo Russo vive da sempre di calcio-scommesse

Le fotografie di Antonio Lo Russo, trentenne figlio del boss di Napoli Nord Salvatore, ai bordi del campo di calcio San Paolo di Napoli in occasione di almeno tre recenti partite, sono in realtà immagine sfuocata.

Si tratta di istantanee che mettono a fuoco solo gli ultimi due campionati ma che non inquadrano il campo lungo del calcio-scommesse, nel quale il clan Lo Russo è entrato almeno da 30 anni.

Nessuno, dunque, deve oggi sorprendersi se un esponente della cosca predominante a Secondigliano, Miano, Piscinola, Chiaiano, San Pietro a Patierno, Vomero e Arenella, staccatasi da tempo dalla cosiddetta Alleanza di Secondigliano e ora legata al gruppo Amato-Pagano (dominante a Scampia) e al clan Sacco-Bocchetti, sia stato immortalato a bordo campo, per la prima volta, il 10 aprile 2010. Non di sicuro le società sportive e la Figc che dovevano conoscere l’articolo del bravo collega Leandro Del Gaudio del Mattino di Napoli che a luglio 2010 scriveva che la Procura antimafia di Napoli segnalava che “molte persone riconducibili ai clan Lo Russo e degli Scissionisti, durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo hanno effettuato svariate scommesse con puntate piuttosto elevate sulla vittoria del Parma”.

Il 24 marzo ’99, l’allora padrino di Forcella Guglielmo Giuliano, poi divenuto collaboratore di giustizia, viene interrogato dai pm della Procura antimafia di Napoli Narducci e Polidori e racconta di un business per il cartello camorristico di cui è a capo di 120 miliardi all’anno dalle puntate sportive legali. Ma in quelle confessioni, Guglielmo Giuliano, pur fermandosi ai primi anni Ottanta, racconta anche di calciatori sui quali la famiglia avrebbe contato, all’epoca, per pilotare i risultati delle partite e indirizzare le scommesse clandestine.

Raffaele Giuliano, fratello di Salvatore, nel corso di un’altra deposizione, agli inquirenti disse che: «tale Ciruzzo ' o chianchiere (il macellaio, ndr), insieme a un certo Carletto, puntò una forte somma sul banco di San Giovanniello, zona della periferia orientale. Vinse quattrocento o cinquecento milioni, ma poi si venne a sapere che la partita era stata truccata. Fu costretto a restituire la vincita, venne anche malmenato e costretto a versare una forte somma di denaro al clan».

La famiglia Giuliano all’epoca era alleata dei Lo Russo, clan che poteva contare su un centinaio di affiliati. E proprio le scommesse clandestine erano la passione dell’intera famiglia. Racconta ancora Guglielmo Giuliano: «Nel 1995 le estrazioni del lotto fecero uscire numeri non pescati da tantissimo tempo; le famiglie vennero sbancate e da lì fu abbandonata la strada dell’accordo unitario… Mio fratello Salvatore e poi io ci siamo occupati negli ultimi tempi di questo settore e a Forcella guadagnavamo non più di 30 milioni a settimana. Prima del crollo l’incasso era di 2 miliardi a settimana e il guadagno netto, pari a circa il 50 per cento, andava diviso in quota tra quattro famiglie (Giuliano, Lo Russo, Mariano e Mazzarella, ndr)… Il gioco è stato inventato negli anni Ottanta da Luigino (il fratello maggiore, Luigi Giuliano) e da Giuseppe Avagliano… l’accordo storico era con i clan di Secondigliano, con i quali si dividevano i proventi a metà… Ciascuna famiglia organizzava le cose da sola e non vi era divisione dei proventi, ma le quote legate alla singola partita, ossia le percentuali che un giocatore avrebbe vinto, erano unificate in tutto il territorio cittadino. A rendere omogenee le quote ci pensava Salvatore Lo Russo, che poi le inviava agli altri capiclan per l’approvazione. I guadagni del totocalcio sono stati anche maggiori dei 2 miliardi a settimana che rendeva il gioco del lotto. Noi di Forcella, avevamo una credibilità così elevata che a volte dovevamo dirottare gli scommettitori che si rivolgevano a noi verso altre zone di Napoli». L’occasione per riunificare le quote fu rappresentata dai Mondiali di calcio del ’90, anche se poteva accadere che l’accordo non veniva rispettato.

Lo stesso Salvatore Lo Russo, padre di Antonio e ora collaboratore di giustizia, nel corso di un interrogatorio con il pm antimafia Sergio Amato, ammetterà di essere un incallito scommettitore. E, di questa sua mania per il calcio, nazionale ed estero, resterà traccia in una intercettazione ambientale, nella quale si ascolta il vecchio boss discutere di partite e di classifiche con i suoi affiliati. Il clan Lo Russo compare, inoltre, nelle indagini sul giro di droga che, nel febbraio 1991, coinvolge anche Diego Armando Maradona. Il nome del campione argentino compare in due telefonate intercettate tra i trafficanti della cosca a proposito di una richiesta di «roba e donne». Nel 1995 il pentito Pietro Pugliese raccontò di aver personalmente accompagnato il giocatore da Salvatore Lo Russo, per trattare la restituzione di alcuni beni rubati, tra cui anche il pallone d’oro. Affermazioni rimaste prive di riscontro processuale.

Il 14 aprile 2010 Salvatore Lo Russo viene colpito da un’ordinanza di custodia cautelare ma in quel provvedimento quel che colpisce è proprio la descrizione del ruolo apicale assunto da suo figlio Antonio, mentre stava svolgendo compiti di direzione delle strategie criminali dell’organizzazione. Oltre alle risultanze investigative che si traggono dall’ascolto di intercettazioni telefoniche e tra presenti, vanno citate –come significative fonti di prova- le convergenti dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali, per le specifiche conoscenze che se ne ricavano, sono da menzionare -in particolare- quelle di un soggetto (già appartenente al clan Lo Russo, poi distaccatosi per creare un autonomo gruppo criminale insediatosi all’interno del quartiere della Sanità e che ha iniziato a collaborare con la giustizia nel mese di agosto 2009, subito dopo essere stato tratto in arresto in Germania) e quelle di altro personaggio, affilato al clan Lo Russo, che ha iniziato a collaborare con la giustizia nel mese di giugno 2009.

Antonio Lo Russo, insieme ad altre 16 persone, verrà arrestato il 5 maggio 2010 ma poi tornerà libero. Se ne sono perse le tracce ma ai bordi di un campo di calcio, un mese prima lo vide chi doveva vederlo, attaccato al telefono dopo un gol di Marek Hamsik contro il Parma che forse non lo rendeva particolarmente felice.

r.galullo@ilsole24ore.com

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