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Cosche di Vibo in azione contro le imprese: “Volete la guerra ma in Calabria non la vince neanche il Papa”

…Voi volete la guerra, ma la guerra in Calabria non la vince neanche il Papa”.

E’ il 1° ottobre 2009 quando – nella sede ravennate di Massolombarda della multinazionale della grande distribuzione organizzata Lidl – due indagati calabresi nell’ambito dell’inchiesta sul narcotraffico Decollo ter della Dda di Catanzaro, si rivolgono in questo modo ai vertici della stessa Lidl.I due – annotano i  pm nell’ordinanza – tenevano un comportamento particolarmente minaccioso…”.

Mentre questo accadeva nella sede della multinazionale della grande distribuzione, lo stesso giorno, a Taurianova (Catanzaro), dove ha sede una delle 11 filiali calabresi del gruppo, verso le 17 gli autisti di una ditta concorrente alla sola che fino a quel momento aveva garantito il trasporto delle merci, annotano i Carabinieri con un linguaggio burocratico che ben si presterebbe a bonarie prese in giro, “venivano aggrediti da due soggetti armati di pistola che immediatamente, alla vista dei vigilantes – i camion della ditta di trasporto, visti gli atti intimidatori verificatisi nei giorni precedenti, venivano scortati in Calabria da pattuglie di una società di vigilanza così da garantire la tranquillità del trasporto – si davano a repentina fuga”. Pur di garantire la consegna della merce, Lidl si era rivolta a una ditta di trasporti di Gubbio, i cui camion vennero scortati da vigilantes.

Sono solo due delle tante testimonianze raccolte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell’inchiesta, del 26 gennaio, che ruota intorno al riciclaggio del denaro derivante dagli affari dei narcotrafficanti colombiani con le cosche di Vibo Valentia. Decollo ter è solo l’ultimo filone, che pone ancora una volta in luce gli affari delle milizie paramilitari colombiane con la ‘ndrangheta. Attraverso gli uomini delle cosche in affari con i narcos delle Unità di autodifesa (Auc), capeggiate dall’italo colombiano Salvatore Mancuso Gomez estradato nel 2009 negli Usa, secondo l’accusa i soldi venivano ripuliti anche in una società di trasporto riconducibile alla ‘ndrangheta vibonese.

Questa ditta di trasporti era diventata il vettore esclusivo della multinazionale Lidl per la distribuzione dei prodotti nelle filiali calabresi. Il fatturato dell’impresa, che dettava le condizioni con la forza, è passato dai 58mila euro del 2004, anno in cui cominciò a lavorare per Lidl, ai tre milioni del 2008, anno in cui arriva ad acquisire, in proprietà e leasing, un parco macchine di ben 44 mezzi per un controvalore dichiarato di 2,8 milioni. Beni immobili in cui le cosche italiane continuavano a ripulire i proventi miliardari del narcotraffico che toccava, oltre alla Colombia, Brasile, Venezuela e Australia.

Quando Lidl Italia annuncia all’impresa vibonese che intende affiancare altre ditte di trasporto, per creare concorrenza e abbassare i prezzi del trasporto che incidono per il 5% sul fatturato globale, scoppia il finimondo.

In pochi giorni – tra il 26 settembre e il 1° ottobre 2009 – gli autisti dell’impresa di Bitonto (Bari) alla quale Lidl si era rivolta perché proprio lì vicino, a Molfetta, ha una piattaforma logistica per il Sud, vengono intimiditi e picchiati. Il concetto espresso ad uno di loro è chiarissimo: “Il lavoro della Lidl in Calabria deve essere fatto dai calabresi…. per oggi scarichi ma se ti rivediamo in queste zone passerai i guai tu e la tua azienda….”.

Tra un’intimidazione verbale, la minaccia di spezzare le gambe agli autisti e una gragnuola di cazzotti in pieno petto, le frasi profferite dagli emissari della cosca erano sempre più terrorizzanti, come quella testimoniata da un autista vittima:  “non dovete più venire a scaricare qui…se domani vengono gli altri li uccidiamo…tu non devi scaricare il mezzo, ma deve venire il tuo principale a scaricare così lo bruciamo vivo.. gli altri tuoi colleghi sono già stati avvisati…”.

E sì perchè in questa storia – che non ha ancora dipanato tutti i dettagli – Lidl Italia e le ditte dei trasporto alle quali si era rivolta hanno sempre regolarmente denunciato tutto alle Forze dell’ordine e così la magistratura, anziché trovarsi di fronte ai soliti silenzi omertosi, ha raccolto prove e testimonianze.

Così, quando il 2 ottobre 2009, gli indagati della cosca di Vibo in affari secondo l’accusa con i  narcos sudamericani, costrinsero i vertici di Lidl Italia srl a ritornare sui propri passi e stipulare un nuovo contratto con il quale affidavano alla ditta vibonese l’esclusiva dei trasporti in Calabria, i vertici stessi sapevano di essere oggetto di ricatto e violenza. Lidl Italia fu infatti costretta, annotano i pm, “in forza ed a causa delle condotte di violenza e minaccia sopra descritte, a rivedere le proprie strategie organizzative, a rinunciare ai benefici economici garantiti, anche in termini di prezzi concorrenziali, dall’utilizzo di più vettori per i trasporti in Calabria ed a ripristinare una condizione di sostanziale monopolio, quanto ai trasporti Lidl in Calabria…”.

LA STORIA SI RIPETE A TRAPANI

Ora la ditta di trasporti vibonese è stata sottoposta a sequestro giudiziario.

La grande distribuzione e tutto ciò che ruota intorno ad essa fanno sempre più gola alle mafie.

Da Vibo a Trapani il passo è breve. Il 30 gennaio il Tribunale di Marsala ha condannato in primo grado a 30 anni di carcere il boss Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e a 12 anni l'imprenditore Giuseppe Grigoli, il re della catena Despar nella Sicilia occidentale.

Tutti e due di Castelvetrano, tutti e due soci secondo l’accusa e ora anche secondo i giudici. La condanna ha stabilito anche la confisca dei beni sequestrati il 19 dicembre 2007 e il 28 gennaio 2008. Un cassaforte da oltre 500 milioni, la cui chiave di accesso era costituita dal centro commerciale Belicittà sorto a Castelvetrano e oggi sotto amministrazione giudiziaria, che prima dell’intervento della magistratura antimafia di Palermo fatturava fino a 250 mila euro al mese. Al processo dinanzi al Tribunale di Marsala si è costituita parte civile solo l’associazione antiracket di Trapani (tra qualche giorno manderò in onda l’intervista con il presidente nella mia trasmissione “Sotto tiro” in onda su Radio 24) . Il tribunale ha liquidato 50mila euro a titolo di risarcimento del danno. Nessun’altra parte offesa si è fatta avanti. Neppure gli enti locali, che si sono tenuti a debita distanza. Per paura?

Grigoli fu arrestato a dicembre 2007 dagli agenti della Squadra Mobile di Trapani. Il pool di investigatori guidati dal dirigente Giuseppe Linares arrivò a Grigoli dalla lettura dei “pizzini” trovati nel covo di Bernardo Prov
enzano
. In aggiunta ci furono le indagini finanziarie condotte dalla Dia e dal gruppo specializzato di finanzieri. Prove che sono state messe assieme prima dal pm Roberto Piscitello, oggi nell’ufficio di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano, e poi dai pm Sara Micucci e Marzella.

r.galullo@ilsole24ore.com

p.s. Invito tutti ad ascoltare la mia trasmissione su Radio 24: “Sotto tiro – Storie di mafia e antimafia”. Ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 6.45 circa e in replica alle 0.15 circa. Potete anche scaricare le puntate su www.radio24.it. Attendo anche segnalazioni e storie.

p.p.s. Il mio libro “Economia criminale – Storia di capitali sporchi e società inquinate” è ora acquistabile con lo sconto del 15% al costo di 10,97 euro su: www.shopping24.ilsole24ore.com. Basta digitare nella fascia “cerca” il nome del libro e, una volta comparso, acquistarlo.

  • alex |

    Interessantissimo post, come tutte le inchieste di Roberto Galullo. Mi sono permesso anche di riportare questo pezzo – citando l’autore – sul sito del nostro Comitato: http://www.legalitaedemocrazia.it perche’ e’ giusto che le persone sappiano che in Italia c’e’ ancora chi fa del SANO GIORNALISMO d’INCHIESTA! Inutile dire che correro’ a comprare in edicola il libro: “Economia criminale”. E invito chi ci legge a fare altrettanto!

  • galullo |

    Cara Giovanna,
    ho smesso di pormi queste domande da tempo per due motivi: 1) il mio è un blog atipico, in cui pubblico inchieste su inchieste che mettono spesso il lettore nudo di fronte ad una realtà drammatica che non ha bisogno di essere commentata ma solo sofferta. Lo dico e lo riscrivo: il mio blog non è fatto di cervellotiche idiozie dialettiche e parolaie che tanto vanno di moda e di questo sono fiero. E’ straletto e di questo anche sono fiero; 2) tu, di Vibo, hai sentito questa storia sulla tua pelle ma il dramma è che il resto dell’Italia (figurati tu della Calabria), leggendo queste storie dice: ecco l’ennesima schifezza calabrese. Fa bleah! con la lingua come quando si inghiotte uno sciroppo amaro e poi tira dritto per la sua strada. Se è al Nord, poi, spera che queste cose non capitino mai. E invece capitano, capitano…
    Vuoi la riprova: quanti abitanti siete a Vibo e provincia? Possibile che solo tu ti sia sentita in obbligo di riflettere sul mio articolo? O forse nessun altro lo ha letto a Vibo? Sarà ma non ci credo…
    Un caro saluto
    roberto

  • Giovanna Fronte |

    Caro Roberto, mi chiedo come mai per il tuo articolo pubblicato il 7 febbraio sino ad oggi non è stato postato alcun commento? Forse c’è qualche problema tecnico?
    Ovvero si tratta di quella pesante coltre di silenzio, silenzio assordante che copre tutta la nostra società civile?
    Un caro saluto.

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