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Relazione Dna/3: Le mani di mafie e Casalesi su Parma ma non dite al prefetto Scarpis che Saviano ha ragione…

«Lanciare per l’Italia questi delinquenti ha significato fecondare zone ancora estranee al fenomeno mafioso». Correva il 1974 quando il giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova – assassinato da Cosa Nostra nel capoluogo siciliano con la sua guardia del corpo il 25 settembre 1979 – lasciò cadere questa frase in un incontro a Milano.

Terranova – dunque – non aveva in mente l’Emilia-Romagna e Parma quando pronunciò quelle parole, che però a questa regione e alle sue città calzano come un paio di scarpe nuove.

Ricordo a voi, cari amici di blog, queste frasi dopo aver letto le penose (e lo dico in senso cristiano) dichiarazioni del prefetto di Parma dopo la splendida denuncia in tv di Roberto Saviano. Lo scrittore campano – credo lo sappiate – il 27 marzo è andato da Fabio Fazio su Rai3 per tenere una lezione di civiltà, democrazia, tolleranza e denuncia. Tra le argomentazioni usate – ricorderete – anche la presenza della camorra a Parma.

Apriti cielo! Il prefetto della città – Paolo Scarpis – tuona contro Saviano e nega la presenza della Camorra usando un linguaggio (a mio avviso) scomposto e ironico. Le fonti – dice Scarpis – sono sicure: dalla Dda di Bologna alla Dia di Firenze.

A nulla serve che proprio il procuratore a capo della Dda di Bologna, Silverio Piro, testualmente dichiari: “Saviano non solo ha le idee chiare e riesce ad attaccare con assoluta indifferenza chiunque ma è una delle stelle che brillano nel buio della lotta alle grandi organizzazioni criminali. Per quanto riguarda Parma è evidente che è stata ed è interessata da infiltrazioni di organizzazioni criminali'. E lo dimostra il fatto che la Dda di Bologna e Napoli hanno indagini aperte di cui ovviamente non si può parlare''.

Touchè! Alcuni sindacati di polizia si sono persino spinti a chiedere le dimissioni di Scarpis.

 

IL TENERO SCARPIS VI RIMANDA

ALL’ULTIMA PAGINA…DEL CURRICULUM

 

Forse un’attenuante per Scarpis c’è: l’inesperienza. Ma come – direte voi – è un servitore dello Stato di lungo corso: questore da Brindisi a Milano, passando per Brescia e La Spezia! Certo, però è diventato prefetto solo il 26 marzo 2008. Prima sede: Parma. “Sparate di uno che vice a 800 km di distanza da Parma “ ricama dolcemente Scarpis su Saviano. Il prefetto, evidentemente, conosce cose che nessuno può sapere: vale a dire dove abita o risiede Saviano, costretto ad una vita errabonda essendo nel mirino dei Casalesi di anni.

Benedico questa polemica perché permette di parlare di temi – le mafie in Emilia-Romagna – che altrimenti sarebbero confinati nelle stanze e nei pc dei soliti noti: i 4 gatti (tra i quali indegnamente mi infilo come “micio di riserva”) che gridano da anni contro la presenza delle mafie al Nord.

E dunque – anche a Scarpis, che oggi è a Parma e magari domani si potrebbe trovare a Reggio, Forlì, Modena o Bologna – ho deciso di dedicare un’inchiesta a puntate sulla presenza e sul radicamento delle mafie (tutte le mafie) nella ricca (o non più?) ex regione rossa (ormai i comunisti se li sono mangiati gli altri!)

Un’ultima avvertenza: fino a qualche anno fa a Roma e a Milano c’erano prefetti che negavano l’esistenza delle mafie nelle due capitali (politica e morale). C’è bisogno di aggiungere altro? Il prefetto Scarpis è in buona compagnia.

 

LA RELAZIONE DELLA DNA 2008 (E…2007)

 

Per capire come stanno le cose ho fatto la cosa più semplice – e oggettiva – del mondo: ho letto la parte scritta dal sostituto procuratore nazionale antimafia Carmelo Petralia nella relazione 2008 della Dna (della quale ho già scritto diversi post in questo blog ai quali rimando).

Ebbene, stenterete a crederlo, Petralia mette nero su bianco le ragioni di Saviano. Leggere a pagina 383 e seguenti per credere.

“…Occorre al contempo sottolienare –  scrive Petralia che evidentemente non deve essersi consultato con Scarpis e che fa riferimento ai tanti sodalizi criminali in Emilia-Romagna e, vedremo, anche a Parma – come il consolidamento di quella rassicurante tendenza, che in sé, in larga misura, dipende dalla continua rinnovazione della capacità di razionale

organizzazione delle attività di contrasto, sia sempre più gravemente minacciato dal continuo affiorare dei segnali di pericolose contaminazioni criminali del territorio regionale (con precipuo riferimento, soprattutto, alle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza e all’influenza sia di gruppi mafiosi originari del crotonese e della provincia di Palermo sia, soprattutto, del potente cartello camorristico dei Casalesi).

Che impunito ‘sto Petralia: ha il coraggio di parlare dei Casalesi in regione. E financo a Parma!

Ma impunito era stato nel 2007 anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che nella relazione della Dna aveva scritto – non ci crederete – le stesse identiche cose!

 

L’INFLUENZA DEI CASALESI

 

Ma il magistrato Petralia ha anche il coraggio di scendere nel dettaglio ed ecco cosa scrive nel capitolo chiamato: “L’influenza di gruppi camorristici e, in particolare, del cartello dei “Casalesi”.

In particolare – scrive il magistrato – soggetti camorristici riconducibili alla detta organizzazione criminale risultano stabilmente residenti soprattutto nell’area che abbraccia i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, S. Prospero, Bastiglia e Mirandola, dove hanno dato vita ad articolazioni operative che – originariamente create ai fini di supporto logistico tipicamente inerenti all’esigenza di assicurare rifugio e protezione a pericolosi latitanti collocati in posizioni di rilievo nell’organizzazione di riferimento – sono ormai programmaticamente votate soprattutto a sostenere ed alimentare un’azione di penetrazione finanziaria nei mercati immobiliari e delle imprese della regione emiliana, che, per dimensioni obiettive e registrata sofisticazione dei canali operativi adoperati (anche attraverso l’impiego di società di costruzioni e finanziarie direttamente riconducibili ai fini speculativi dei vertici dell’organizzazione mafiosa in parola e la complicità di soggetti d’impresa locali), ha ormai raggiunto livelli grandemente allarmanti.

E scende ancora più nel dettaglio Petralia.

Innanzitutto – scrive a pagina 387 e seguenti –  ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma (ma ormai anche in quelle di Bologna, Rimini e Ferrara) è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell’edilizia privata, attraverso l’esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica (nella evidente supposizione che le vittime si astengano da ogni denuncia all’autorità, per timore di ritorsioni dirette o trasversali), ma anche locali. L’obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, segnalandosi, in particolare, le risultanze delle indagini direttamente condotte,in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dell’associazione criminosa dei Casalesi coinvolta, dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli con riguardo al nucleo camorristico organizzato in Emilia da Caterino Giuseppe e, più di recente, dal grave episodio dell’8 maggio 2007 in cui un commando proveniente dall’agro aversano, gambizzava con colpi di arma da fuoco l’imprenditore edile Pagano Giuseppe, di San Cipriano D’Aversa, in tal caso consentendo le investigazioni l’immediata cattura e l’arresto dei responsabili del delitto, individuati negli affiliati al clan dei “Casalesi”Diana Enrico (nipote del boss Diana Raffaele), Spatarella Rodolfo, Virgilio Claudio Giuseppe e Novello Antonio (quest’ultimo da tempo abitante in provincia di Modena), allo stato tutti detenuti.

L’intero episodio delittuoso ha infine acquisito più complete connotazioni

anche in esito al proficuo collegamento investigativo con la Dda di Napoli,consentendo l’emissione di un ordinanza di custodia cautelare a carico di tutti gli altri soggetti a vario titolo coinvolti nel delitto. Il 1° aprile 2008 il provvedimento – emesso nell’ambito del procedimento n. 5697/08 Rgnr – è stato eseguito nei confronti di Abatiello Armando, Abatiello Enzo, Diana Mario, Natale Nicola, Noviello Luigi, Noviello Vincenzo e Pagano Felice, rimanendo latitante il solo Diana Raffaele, anch’egli destinatario della misura.

 

OLTRE AI CASALESI ALTRI 11 CLAN

 

Peraltro, finalità delittuose di estorsione ed usura risultano connotare anche l’azione nel te
rritorio del distretto di altri gruppi camorristici, come dimostrato dalla grave vicenda estorsiva della quale sono stati protagonisti uomini del clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia ai danni di un loro concittadino che aveva aperto un locale pubblico-ristorante in Salsomaggiore (in tal caso, peraltro, la denuncia della vittima è valsa a consentire un efficace intervento repressivo),

culminato con la sentenza con la quale il Tribunale di Parma ha condannato i cinque imputati – tutti appartenenti al “Clan D’Alessandro”, compresi i due fratelli D’Alessandro, uno dei quali per lungo tempo latitante e solo di recente arrestato – a pene severe, riconoscendo la sussistenza dell’aggravante di aver agito avvalendosi della forza intimidatrice dell’organizzazione camorristica facente capo alla stessa famiglia D’Alessandro”.

E ora chi glielo dice a Scarpis e a chi pensa che le mafie in questa regione non sono pervasive, che il sottoscritto – umilmente – è riuscito a contare le  12 principali famiglie di camorra presenti in Emilia Romagna? Ecco la “top 12”: Belforte, Casalesi (area privilegiata: Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, San Prospero, Bastiglia e Mirandola), Esposito, D’Alessandro, Schiavone, Zagaria, Panico, Mazzarella, Falanga, Bardellino, Pellegrino e Diana.

E a proposito di Zagaria ecco cosa scrive Papalia: “Ulteriori, assai emblematiche risultanze, sempre originate dalle indagini della Dda. di Napoli complessivamente riferite alla struttura associativa originaria, sono emerse con riguardo alle attività delittuose delle articolazioni delle organizzazioni camorristiche casertane facenti capo al latitante Zagaria  Michele ed all’ancor più noto Schiavone Francesco, detto Sandokan”.

E ora chi glielo dice a Scarpis che il 28 marzo Conchita Sannino su Repubblica ricordava che il boss Pasquale Zagariaè imparentato con imprenditori di Parma già condannati per associazione mafiosa: Aldo e Andrea Bazzini, che avrebbero avuto anche un ruolo di mediazione tra la camorra e alcuni politici locali e nazionali”?

 

NON DI SOLA CAMORRA VIVE PARMA…

 

Ma per chi credesse che in Emilia Romagna e a Parma viva e vegeti solo la camorra, niente di più sbagliato. Ecco cosa scrive il solito Petralia a pagina 383 e 384, allorchè rileva “…non secondarie presenze nelle province di Parma e Piacenza (i cui territori sono contigui alle province della bassa Lombardia nelle quali sono attive, come noto,dirette articolazioni strutturali di alcune delle più pericolose cosche calabresi) ed in quella di Rimini (ove pure operano cellule di cosche crotonesi e reggine attirate dai ricchi mercati locali del gioco d’azzardo e del traffico di stupefacenti)”.

E per chi ancora crede alla Befana eccovi fresca fresca un’agenzia Apcom del 31 marzo (cioè di due giorni fa).Con l'accusa, a vario titolo, di spaccio di sostanze stupefacenti e clonazione di carte di credito e
bancomat
– si legge nel lancio delle 14.20 – i Carabinieri di Parma hanno arrestato quattro persone, a conclusione di una complessa indagine
convenzionalmente denominata gratta e vinci coordinata dalla Procura della Repubblica-Dda di Bologna. L'inchiesta, chiamata operazione 'Gratta e vinci', era partita da numerose denunce per clonazioni di carte di credito tra le province di Parma, Verona e Reggio Emilia
”.

E come titola il giorno dopo la Repubblica, nelle pagine di Parma, questa notizia? “Spaccio e bancomat clonati: la mano della 'Ndrangheta su Parma”. E poi commenta: “ Sei arresti e diversi grammi di coca sequestrati. Ai domiciliari il gestore dell'Agip di via Emilia Est accusato di spaccio e di aver inserito, con la complicità dei calabresi, un microchip nel suo Pos bancomat. Migliaia i parmigiani truffati e i soldi andavano nelle casse della cosca”.

Chissà cosa ne penserà il prefetto di Parma di questa “provocazione giornalistica”!

Nel frattempo io penso di fermarmi qui – lasciandovi con un’ultima annotazione: oltre alle famiglie palermitane, Cosa Nostra a Parma e in Emilia-Romagna è presente anche con quelle di Caltanissetta – e vi rimando a lunedì 6 aprile per la seconda puntata delle mafie in Emilia-Romagna.

1. to be continued

roberto.galullo@ilsole24ore.com

  • galullo |

    Caro Alberto
    La relazione della Dna è disponibile su qualche sito. Se prova a navigare sui motori di ricerca credo che la troverà. Altrimenti dovrà farne richiesta scritta alla Direzione nazionale antimafia o alla commissione parlamentare antimafia. Comunque sull’Emilia Romagna ne ho scritto anche il 6 e il 9 aprile sempre sul blog.
    Un saluto
    roberto

  • Alberto |

    Caro Roberto,
    dove si può trovare il documento integrale della relazione della Dna?

  • nanni64 |

    Caro Roberto,
    ho seguito le tre puntate su Niki.
    Non solo si é occupato di Niki, ma se ne é occupato con energia, con lucidità, con intelligenza, con grinta, con coraggio. E, mi permetta di dirlo, col cuore.
    E con il cuore in mano io le dico: Grazie infinite! Non solo per quello che ha fatto, non solo per come lo ha fatto, ma anche perché, facendolo, e facendolo in questo modo, ci fa sentire che una speranza c’é, per cui ancora battersi ogni giorno.
    Sono davvero contenta di averla scoperta e di fare parte di quei quattro gatti che con ammirazione, anche con affetto, la seguono nella sua “missione”.
    L’abbraccio, più forte del solito.
    Nanni.
    P.S. Ma é definitiva ed inevitabile la nomina di Riotta? Se sì, le do tutta la mia solidarietà, sicura che saprà continuare a fare il suo lavoro, da vero cane sciolto, nonostante, sono certa che le riceverà, le pressioni in favore della tutela dell’”equilibrio” e del “politicamente corretto”.

  • Giuseppe Piazzolla |

    Egregio dott. Galullo, La ringrazio per l’attenzione. Non sottovaluti questo aspetto, comunque. Dobbiamo ricordare, e credo che il suo gruppo lo stia riconoscendo con gli investimenti sui blogs, che il futuro sarà sempre più rappresentato dai c.d. ‘convergence devices’ tipo I-phone o Blackberry: lì avremo la possibilità di leggere le notizie che alimenteranno il nostro ‘giornale personalizzato’ (v. Google Reader via RSS Feed dove nel mio caso ‘Guardie o Ladri’ rappresenta una delle 5-6 fonti) ma in cui la fruibilità dei video e degli audio sarà comunque più limitata per effetto della loro ‘pesantezza’. E poi, ‘scripta manent’.

  • galullo |

    Caro Piazzolla,
    la ringrazio per il suggerimento che girerò agli “informatici” del nostro Gruppo editoriale. Ammetto di essere ignorante nell’uso delle nuove tecnologie che permettono di integrare diversi media. Cercherò di approfondire la cosa.
    Nel frattempo segnalo a lei e a tutti coloro che fossero interessati che non solo è possibile ascoltare tutti i giorni (dal lunedì al venerdì) la mia trasmissione su Radio24 “Un abuso al giorno” alle 6.45 e in replica alle 20.45 ma che è possibile – andando sul sito http://www.radio24.it – scaricare le puntate navigando nello spazio della mia trasmissione.
    Saluti
    Roberto Galullo

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