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Giudici e sindacalisti, toghe e codici alle ortiche

Giudici e sindacalisti: gli uni dalla parte della Giustizia. Gli altri dalla parte dei diritti (e dei doveri) dei lavoratori. Ovvio, direte voi. Aspettavamo te a ricordarcelo, penserà qualcun altro tra gli amici e i curiosi di questo blog. Avete ragione, lo ammetto: questa è la teoria, che abbiamo imparato a scuola, all’Università poi e infine nella vita di tutti i giorni. Ma non sempre, purtroppo, la teoria si sposa con la pratica. E’ come quando si supera l’esame di guida in aula e poi, a momenti, ci cappottiamo in parcheggio quando sulla nostra auto sale l’esaminatore.

A Crotone e Giugliano ne sanno qualcosa. Nel capoluogo di provincia calabrese un magistrato – anzi, il Procuratore capo della Repubblica – da lunedì 18 agosto (mancano dunque poche ore) ha deciso di andare in pensione. Bene: giocherà con i nipotini direte voi. Nulla di più sbagliato. Il baldo giudice – Franco Tricoli, appartenente a una delle famiglie più influenti di Crotone, armatori così potenti da essere soprannominati i “Lauro” calabresi – smessa la toga diventerà un superconsulente. E quale sarà il primo incarico che – salvo sorprese e ripensamenti dovuti al clamore sollevati prima dal “Quotidiano della Calabria” e poi da “Repubblica” – andrà a ricoprire? Amministrerà i beni – valutabili in almeno cinque milioni – di Raffaele Vrenna, imprenditore calabrese condannato in primo grado a 4 anni e mezzo di reclusione per una sfilza di reati e la cui moglie è la storica segretaria del suddetto Tricoli.

Ora, apparte il fatto che Vrenna in provincia di Crotone ha anche un ramo familiare di ‘ndrangheta, a voi pare naturale che quello che fino all’altro ieri era capo della Procura dalla quale sono partite le indagini che hanno portato al processo nei confronti di Vrenna Raffaele (ex presidente dell’Unione industriale e del Crotone calcio) , diventi poi l’amministratore dei suoi beni? Qualcuno potrà obiettare: ma dal 18 è un uomo libero e poi proprio il fatto che la Procura abbia perseguito Vrenna è indice di grande professionalità e imparzialità.

E no amici di blog (come una volta c’erano gli amici di penna). Io la penso come il giudice Rosario Livatino (trucidato una ventina di anni fa dalla mafia). La toga per un giudice è un abito a vita. Come il saio per un francescano e – aggiungo io – la penna (ora la tastiera) per un giornalista. Non si smette di essere giudice un attimo dopo aver messo nel cassetto la toga. Chi ha amministrato per una vita la giustizia non può dal giorno dopo mettersi dalla parte di chi quella giustizia ha calpestato, dalla quale è stato condannato (seppur in primo grado) e che oltretutto è da una vita chiacchierato per i suoi rapporti non troppo limpidi. E poi quanto alla libertà d’azione della Procura di Crotone è meglio stendere un velo pietoso: in un territorio in cui le cosche dominano, finora era stato processato solo qualche pesciolino, mentre gli squali si ingrassavano (e ingrassavano gli amici). Il caso Vrenna è un’eccezione che si deve a un magistrato (che non nomino perché è nel mirino da tempo della ‘ndrangheta) che non guarda in faccia a nessuno. Bravo.

Da Crotone a Giugliano, periferia malavitosa di Napoli. Qui un sindacalista della Cgil è stato arrestato – insieme ad altri, pregiudicati – perché colpevole di minacciare sei dipendenti di un supermarket, assunti sulla carta, ma senza ferie, contributi e obbligati a firmare anticipatamente le dimissioni – al momento stesso dell’assunzione – per motivi personali. In quelle dimissioni, mancava solo la data, che i titolari avrebbero apposto il giorno in cui avessero deciso di cacciarli. Insomma: il racket della busta paga. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo. Chi conosce un po’ le vicende del Sud (al Nord, per ora, è molto più raro), sa che di assunzioni “fasulle” è lastricato il lavoro del Mezzogiorno. Soprattutto nel commercio e nel terziario sono migliaia i lavoratori che vengono assunti ma che vengono poi costretti a lasciare parte dello stipendio (quasi sempre la metà) al datore di lavoro. Oppure che vengono assunti ma senza contributi. Oppure ancora che non hanno ferie o orario. Insomma: una moderna schiavitù, nel nome di uno stipendio falcidiato che spesso rappresenta la sola entrata familiare o la minima speranza di futuro.

Ebbene, vale la pena di dirlo chiaro e tondo: questo non accadrebbe se il sindacato fosse vigile come dovrebbe e fosse a guardia dei diritti dei lavoratori come dovrebbe. E queste cose non accadrebbero se non ci fossero – anche – compiacenze presso gli ispettorati del lavoro. Non come istituzioni, ma nei singoli uomini.

La teoria è una gran bella cosa: i giudici dalla parte della Giustizia (anche in pensione) e i sindacalisti dalla parte dei lavoratori (soprattutto dove il lavoro è una merce rara). Ma la teoria – Crotone e Giugliano insegnano – a volte fa a botte con la realtà. E soccombe.

p.s. Con una faccia fresca come una rosa il giudice (ex) ha annunciato che accetterà l’incarico soprattutto per rispetto delle 700 persone che lavorano nelle imprese del gruppo Vrenna. Rispetto lo portiamo anche noi e nel sottolineare che nessuno in questo mondo è insostituibile – i cimiteri sono pieni di persone insostituibili – e che dunque il gruppo Vrenna avrebbe potuto proporre l’incarico ad altri, veramente terzo, facciamo sommessamente presente che l’ex magistrato Tricoli ha attaccato i "nani sotterranei" che lo hanno criticato. Ora facciamo nostro il motto di Giulio Andreotti: "non sono io un gigante, è che non vedo persone più alte di me". Ebbene, sono tra coloro che ritengono indegno questo incarico, ma per dare un’idea di quanti "nani" ci siano in giro, che certo sotterranei non sono, anzi escono allo scoperto, date un’occhiata al sito www.rinnovareleistituzioni.it del prefetto Paolo Padoin, che ha anche lasciato un commento in questo blog (il mio grazie). Troverete che anche un prefetto del calibro e della moralità di Padoin critica questa scellerata scelta. E come lui centinaia di "nani".

roberto.galullo@ilsole24ore.com

  • Fabrizio |

    Egregio Sig. Galullo, in merito a questo articolo, credo che un giornalista invece di esprimere le proprie opinioni in merito soprattutto ad un caso nel genere, in cui si parla di un UOMO che ha passato la sua vita a tutelare i più deboli, partendo dai minori, debba prima attendere i vari gradi di giudizio prima di arrivare, con il suo “sarcasmo”,a condannarlo. Anche se questo non mi pare che sia un ruolo che appartenga ai giornalisti. Purtroppo, ormai, pur di fare scalpore con un articolo, non ci si attiene veramente ai fatti. Lo dimostra la piena assoluzione di colui che lei ha osato metterne in dubbio l’onestà. È stato il primo magistrato sul territorio, da giudice istruttore che negli anni ’70 e ’80 ha fatto arresti in tutte le cosche e per questo ha subito serie minacce. La sua iniziativa è stata dettata da un dovere morale, cioè assusmersi l’impegno di non lasciare senza lavoro 700 persone in una terra già martoriata dalla disoccupazione. Fu sua l’inchiesta affidata agli uomini del Nisa che portò alla scoperta dei rifiuti industriali dell’ex Pertusola Sud (le scorie dell’impianto Cubilot) interrati sotto forma di conglomerato idraulico catalizzato (Cic) in oltre venti siti sparsi dentro e fuori l’area industriale, comprese due scuole. E visto che la giustizia ha fatto il suo corso, l’ex procuratore capo della Repubblica è stato assolto dall’accusa perchè il fatto non sussiste. Ma,aimè, visto che ormai i processi sono soprattutto mediatici, e notizie del genere fanno notizia lascio ai suoi lettori le conclusioni. Faccio presente inoltre che il quotidiano la Repubblica, da cui è partito un articolo molto simile al suo, è stato condannato dal giudice in quanto ritenuto lesivo e diffamatorio. Questo perché, l’assoluzione dell’ex procuratore e degli imprenditori Vrenna, è stata data dopo che otto giudici hanno passato al setaccio la vita e le aziende degli indagati. Ma purtroppo, ormai, chi ha prestato la propria vita e il proprio intelletto seguendo determinati valori e principi che aimè al giorno d’oggi sono rari, è stato condannato dai media. Con una macchia sulla coscienza che non può essere assolta.

  • paolo padoin |

    Purtroppo l’ex Procuratore Tricoli ha accettato l’incarico, squalificando con questo gesto l’intera categoria. Chi sa se Di Pietro e gli altri “difensori d’ufficio ad ogni costo della magistratura” faranno passare sotto silenzio questo ennesimo scandalo? Toghe pulite non ci sarà mai visto che cane non mangia cane?
    Paolo Padoin

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