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C’é vita criminale oltre la mafia/1: Unitarietà della ‘ndrangheta, Cassazione, Mico Oppedisano e processo Gotha

Come sanno bene i lettori di questo umile e umido blog il tema dell’unitarietà della ‘ndrangheta mi appassiona quanto potrebbe appassionarmi la riabilitazione fisioterapica di un bradipo con l’artrosi o un cortometraggio in lingua swahili sulla formula della fotosintesi clorofilliana.

Da ragazzino infatti –  e intendo dire da quando mio padre, generale dell’esercito di magistrale rettitudine, mi portò tredicenne a leggere Sciascia – ho capito che le mafie tutto sono fuorché coppole storte e lupare!

Non ho mai abbandonato quella strada e sono sempre più convinto che – per scientifico calcolo politico, del Legislatore e della Giustizia latu sensu – la mafia doveva e deve ancora essere intesa per molti come un fenomeno fermo a riti e santini, bruciatine e missioni in quel di Polsi o Corleone.

Il mondo è bello perché è vario ed è brutto perché è avariato e dunque è dura contrastare chi – anno domini 2017 – professa che la mafia è stata sconfitta.

L’appassionante (non per me) telenovela sull’unitarietà della ‘ndrangheta mi torna in mente in queste ore perché, di qui a breve, assisteremo alle battute iniziali di un processo – denominato Gotha – che, per sapienza e lungimiranza della Procura di Reggio Calabria retta da Federico Cafiero De Raho e dei suoi magistrati sosterrà un’accusa che per molti (compresi quelli che oggi si sono apparentemente e falsamente riconvertiti, pronti dunque a scendere dal carro e salire sul nuovo in caso di sconfitta giudiziaria) appare un eresia.

L’eresia è che c’è vita criminale oltre la ‘ndrangheta. Così, come e da sempre, c’è vita criminale oltre la mafia siciliana. Proprio così. C’è una vita criminale che si poggia su quella base ‘ndranghetista (unitaria anche per principio della Cassazione, come a breve vedremo) ma che va molto ma molto oltre, occupando uno spazio criminale in grado di incidere sulla società e l’economia non certo solo calabrese, di cui fanno parte servitori infedeli dello Stato e delle sue istituzioni centrali e locali, imprenditori e professionisti al soldo, politici allevati a vangelo mafioso, massoni deviati, Chiesa marcia e giornalismo colluso (ancora in gran parte non svelato e, vedrete, che le sorprese clamorose, se gli sviluppi giudiziari terranno fede alle premesse, non mancheranno neppure da questo punto di vista).

Una vita criminale oltre la ‘ndrangheta di cui sì è occupata anche la prima sezione penale della Corte di Cassazione (presidentessa Maria Cristina Siotto, consiglieri Aldo Cavallo, Monica Boni, Raffaello Magi e Antonio Cairo) nell’udienza pubblica del 17 giugno 2016. La sentenza n. 830/2016, registro generale n. 39799/2015, è stata depositata il 30 dicembre 2016.

E sì, perché a saper leggere approfonditamente i provvedimenti in modo autonomo – e non invece a sparare in maniera decerebrata le “veline” dei vari uffici delle procure e/o della polizia giudiziaria – ci si rende conto che il lavoro della Cassazione contribuisce a mettere sui giusti binari la storia giudiziaria già scritta (non dimentichiamo infatti che per le inchieste Crimine/Infinito ci sono state due sentenze a Reggio Calabria , l’8 marzo 2012, primo grado, e il 27 febbraio 2014, appello) e quella in itinere.

Prendiamo, come primo e più illuminante esempio, cosa mette nero su bianco la Cassazione con riguardo a Domenico (detto Mico) Oppedisano, che alcune garrule penne in servizio permanente effettivo delle veline giudiziarie, hanno dipinto (e in taluni casi, andando contro la dignità dell’uomo, si ostinano a dipingere) come un “capo dei capi” della ‘ndrangheta. Una sorta di Totò Riina della Piana, un Raffaele Cutolo degli agrumeti calabri, un don Vito Corleone della Calabria .

Ebbene, scrivono i giudici da pagina 417, respingendo il ricorso dei suoi avvocati, che l’istruttoria giudiziaria, come interpretata nelle due decisioni di merito, ha consentito di ricostruire in modo logico e coerente sia l’esistenza dell’organismo sovraordinato che il nucleo essenziale delle funzioni svolte. «Il fatto che tali funzioni non siano identificabili nel senso di “accentramento della programmazione criminosa” ma in quello di “tutela delle regole essenziali per la sopravvivenza del sodalizio”- si legge infatti nelle motivazioni –  non sminuisce la valenza indicativa della partecipazione, in qualità di capo, a tale struttura, da inquadrarsi nell’ambito della ‘ndrangheta. Si tratta infatti di una carica particolarmente ambita (come è di mostrato dalla resistenza di Giuseppe Pelle verso il nuovo assetto) che viene affidata all’anziano Oppedisano Domenico (pur se alle spalle del medesimo compare più volte la figura di Vincenzo Pesce) proprio in ragione della necessità di sopire i contrasti interni . In ciò è logicamente riconoscibile, al di là delle decisioni da prendersi in qualità di capo dell’organismo sovraordinato, il riconoscimento collettivo della particolare affidabilità associativa dell’attuale ricorrente, con piena integrazione dei parametri logici e giuridici descritti (…). Non vi è, per il resto, contestazione alcuna sulla riconducibilità all’imputato delle numerose e autoevidenti captazioni che lo riguardano».

Ora, se le parole hanno un senso (e lo hanno per l’ennesima volta), don Mico non era (né poteva essere) il terribile capo dei capi della ‘ndrangheta del globo terracqueo e non era l’«accentratore della programmazione criminosa» (vale a dire che non era il regista né poteva esserlo) ma era a  «tutela delle regole essenziali per la sopravvivenza del sodalizio».

Un guardiano, insomma, un fondamentale (sia ben chiaro a scanso di equivoci) custode della malapianta e delle sue devastanti tradizioni.

Del resto il sostituto procuratore antimafia Carlo Caponcello scrisse testualmente a pagina 85 e seguenti della relazione della Procura nazionale antimafia del 2011 trasmessa a Governo e Parlamento a gennaio 2012: «Appare opportuno evidenziare, avuto riguardo alla figura del capo crimine pro tempore Oppedisano Domenico, che al predetto più che un potere reale sulle dinamiche e strategie complessive della ‘ndrangheta debba essere riconosciuto uno specifico, peculiare e rilevante ruolo di rappresentanza esterna: una sorta di “custode delle regole tradizionali”. Un’organizzazione unitaria, in cui i riti sacrali e le regole tradizionali costituiscono, da un lato, il segmento iniziale dell’affiliazione e, dall’altro, l’affermazione della Autorità mafiosa e della immanenza di essa. Autorità politica e verosimilmente non gestionale ed operativa, ma che rinsalda i rapporti, tonifica gli impegni, regolamenta i contrasti interpersonali; ruolo di direzione reale e concreta deputato al controllo delle dinamiche interne e funzionalmente necessaria per lo sviluppo di strategie criminose Le conversazioni acquisite nella indagine “Crimine” elidono, invero, in radice ogni dubbio sull’esistenza di un assetto verticistico della organizzazione in parola: i dialoghi intercettati nitidamente offrono una inusuale ed illuminante rappresentazione della struttura associativa e del ruolo dispiegato dal capo crimine».

Ma a fine maggio 2012, nel corso di un convegno a Reggio Emilia, Nicola Gratteri – che pure, tra distinguo successivi, quella indagine sposò andò oltre. «Don Mico Oppedisano – dichiarò Gratteri lasciando tutti di stucco e le registrazioni a cura della Provincia di Reggio Emilia sono lì a testimoniarlo – vendeva piantine al mercato. Ma come lo si può paragonare a Totò Riina, come si fa dico io. Oppedisano per un momento storico è stato il capo crimine della ‘ndrangheta ma non faceva affari, era semplicemente il custode delle regole. Era il custode delle 12 tavole della ‘ndrangheta. Chi fa business, chi fa affari nella ‘ndrangheta, non vende piantine e non gioca a San Luca con Osso, Mastrosso e Carcagnosso». Quella frase (“venditore di piantine”) ha un copyright che (purtroppo) non è il mio (ubi maior minor cessat).

Bene. Ora mi fermo ma domani continuo su questa scia.

r.galullo@ilsole24ore.com

1 – to be continued