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La cultura mafiosa al Sud non morirà mai/2: burkini islamici e spose bambine per i “talebani” mafiosi

Tra le macerie che questa estate 2016 lascerà, oltre a quelle del terremoto per le quali c’è almeno la speranza della celere rimozione, ci sono quelle, credo perenni, della continua disgregazione morale del Sud.

Ieri ho cominciato a riflettere su questo e oggi proseguo con altre testimonianze non prima di avervi fatto partecipi di quanto accaduto ieri sera a Reggio Calabria.

La realtà supera infatti la fantasia e la cronaca non è mai aggiornata in tempo reale. Ieri sera introno alle 21.30 una ragazza di quindici anni è stata ferita di striscio da un colpo di pistola sparato contro la casa in pieno centro in cui abita con la madre e la sorella. La quindicenne, immediatamente soccorsa e curata dai sanitari del 118, è stata colpita in modo non grave. A ferirla non sarebbero stati i proiettili  ma le schegge della porta. In queste ore un sospetto – con il quale ci sarebbero dissidi – viene interrogato dalla Squadra Mobile ma ciò che conta è che in Calabria le contese si risolvono a pistolettate, come nel Far West.

Drammaticamente sottovalutata, in questa estate, è stata la gravissima denuncia della Dia (Direzione investigativa antimafia diretta da Nunzio Antonio Ferla) sul fenomeno delle spose bambine.

Io l’ho raccontata sulle pagine del Sole-24 Ore a luglio ma i media, riprendendo alcuni giorni dopo la relazione sul secondo semestre 2015, hanno preferito deviare i riflettori sui soliti consuntivi. Bene, per carità, ma dov è finita la capacità di lettura dei giornalisti oltre il mero dato contabile o giudiziario? Semplicemente è diventata una rarità, perché pochi ormai approfondiscono i fenomeni criminali, ne prevedono l’evoluzione, ne studiano la possibilità di prevenzione e ne stimano i danni perenni per l’economia e la società.

Ebbene la Dia ci dice una cosa drammaticamente mortale perché è l’ennesima cartina di tornasole che quella linfa di cui si alimenta la cultura mafiosa scorre sempre più, anziché fermarsi, nelle vene di quella parte ancestrale del Sud che serve da fondamenta per erigere quella cupola di riservati e invisibili che domina la scena criminale non solo del nostro Paese.

La relazione sul secondo semestre della Dia ci dice infatti che mentre Reggio Calabria mette a nudo con l’indagine Mammasantissima (condotta dal capo della Procura Federico Cafiero De Raho e dal sostituto Giuseppe Lombardo) il volto riservato e invisibile del “consorzio tra mafie” la ‘ndrangheta calabrese, se da un lato opera alla stregua di una holding internazionale del narcotraffico in una simbiosi rinnovata con i clan di Cosa nostra, dall’altro cementa ancora patti interni attraverso pratiche medioevali.

E’ il caso delle “spose bambine”, esattamente come accade nei Paesi in via di sviluppo nei quali una adolescente su tre vola a nozze prima dei 18 anni. Secondo alcune stime (onlus Masterplan) sono 14 milioni all’anno, 41.000 al giorno. Una bambina ogni 3 minuti è costretta a sposarsi. La Dia svela l’ennesimo caso, scoperto nell’ambito dell’operazione Acero Connection della Procura di Reggio, di una tredicenne costretta in Calabria – e non in India o in Nigeria – da genitori ‘ndranghetisti a fidanzarsi, in vista del matrimonio, con il rampollo di un clan della Locride, nonostante fosse interessata ad un giovane della sua età.

Abbiamo le spose-bambine in casa e passiamo l’estate a parlare del burkini-sì burkini-no per le donne di religione islamica! Facciamo ridere. Noi media, noi informazione, facciamo ridere più degli altri. Anziché dedicare inchieste e analisi al fenomeno di giovani vite indirizzate al sud verso la “ragion di mafia” per vincoli matrimoniali, che poi spesso diventa collante per indicibili “ragion di Stato”, abbiamo passato l’estate a mandare giornaliste italiane (ma all’estero è accaduto lo stesso) a bagnarsi tra le onde in burkini per vedere tra i turisti l’effetto che faceva!

Quanti di voi sanno che, nel momento in cui io scrivo e voi leggete, le carceri femminili italiane sono piene di giovani donne del sud inserite anche giocoforza in contesti criminali o mafiosi che grazie a difficili, lunghi e tortuosi percorsi di recupero e rieducazione, si riaffacciano alla vita dopo anni di privazioni lungo i quali era persino vietato bagnarsi in costume perché «la donna non deve mostrare il proprio corpo»?

Chiedo umilmente scusa a nome di una terremotata categoria e torno all’analisi della Dia.

«È in ragione di questo ancestrale patrimonio identitario che cosche di diversa matrice provinciale, in alcuni casi addirittura contrapposte – scrivono gli investigatori della Dia – fuori regione riescono a dialogare, creando solide convergenze affaristico-criminali».

Eccolo lì il sangue vivo con il quale i vampiri celati della cupola mafiosa, continuano a ripetere i loro riti che gonfiano i loro portafogli e impoveriscono l’Italia, distorcendone l’economia, le leggi di mercato e il vivere civile.

Ed ecco perché questo misero substrato sociale, fatto di ignoranza abilmente coltivata da cattivi maestri, diventa l’humus per edificare un’Italia sempre più povera e corrotta.

Ecco che prospera quel rapporto sinallagmatico che pervade tutto: da un lato l’imprenditore corrotto ricerca di propria iniziativa l’intervento del mafioso per riceverne prestazioni quali protezione, vigilanza, offerta di informazioni riservate, accesso a circuiti politico-finanziari, illeciti finanziamenti, diritto a partecipare o ad aggiudicarsi gare di appalto; dall’altro le mafie concretizzano obiettivi come quello di massimizzare i profitti, allentare la coesione sociale e depotenziare l’impegno civile contro la mafia.

Il collante dell’“accordo” tra mafioso ed imprenditore non è sempre immediatamente percepibile, perché passa attraverso un sottobosco di pratiche corruttive che consentono a Cosa nostra, spiega la Dia ma il discorso sarebbe identico per tutte le altre mafie, di “colonizzare” settori nevralgici del mondo pubblico e privato, con particolare pervicacia nei confronti degli enti territoriali, soprattutto locali, chiamati a gestire le politiche economiche (lavori pubblici), sociali (formazione, occupazione ed edilizia popolare), ambientali (ciclo dei rifiuti, tutela idrogeologica) e del territorio (strumenti di pianificazione territoriale).

Eccola la strana estate di questa Italia terremotata. Che continuerò a raccontare anche domani con altri esempi.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued

(per la precedente puntata si legga

https://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/09/05/la-cultura-mafiosa-al-sud-non-morira-mai1-il-brodo-primordiale-di-melito-porto-salvo/)

  • coky |

    in primis la chiamerei sub cultura e poi se non cambia è colpa sempre di chi comanda!

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