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La cultura mafiosa al Sud non morirà mai/1: Il brodo primordiale di Melito Porto Salvo

Tra le macerie che questa estate 2016 lascerà, oltre a quelle del terremoto per le quali c’è almeno la speranza della rimozione, ci sono quelle, credo perenni, della continua disgregazione morale del Sud.

Sud che, per chi se ne fosse dimenticato, è Italia ma, ancor più purtroppo, è quella parte d’Italia dalla quale la linea della palma di sciasciana memoria continua a salire.

Alcuni episodi accaduti in questa brutta estate ce lo ricordano. Alcuni sono stati ben raccontati – dal puto di vista della mera e nuda cronaca – dai media. Altri meno. Altri per nulla o quasi. Soprattutto, ciò che è mancata, è stata proprio l’analisi complessiva dei fenomeni che dovrebbe allarmare forse più di un rischio terremoto. Un’analisi che serve per sensibilizzare un’opinione pubblica che si strazia ed è straziata da veline, tronisti, tette e culi in tv e sui giornali ma che poco o nulla sa di quanto accade davvero oltre quelle veline, tronisti, culi e tette sbattute su uno schermo o su un giornale. Insomma: poco o nulla sanno della realtà profonda.

Da oggi propongo una “catena” di riflessioni sulla deriva “mafiosotalebana” del Sud che parte dall’ultimo, inquietante episodio accaduto a Melito Porto Salvo (Rc) dove ormai anche le mura spero sappiano che una ragazzina, dall’età di 13 anni, è stata per almeno due anni stuprata anche dal giovane rampollo di un casato di ‘ndrangheta e dai suoi amici.

Scrivo “anche” perché costui, figlio ma soprattutto nipote di un  boss indiscusso e conosciuto fin da bambino dalla ragazzina, entrerà in questo gioco mortale in un secondo tempo, quando cioè gli verrà “donata” da chi fino a quel momento l’aveva facilmente soggiogata e ricattata.

Vi invito a non sottovalutare questo aspetto: il “dono” della giovane, la  presentazione da parte del maggiorenne che fino a quel momento l’aveva abusata mentalmente ancor prima che fisicamente al nipote del boss Natale Iamonte, può infatti essere letto anche come il segno di una sottomissione e di un “accredito” nei confronti di chi è destinato a proseguire la dinastia di violenza e prevaricazione mafiosa sul territorio.

Il giovane del casato di ‘ndrangheta, intanto, sembra respingere le accuse e vedrete che in giudizio sarà battaglia durissima tra una linea di difesa degli indagati che punterà al “consenso” e una pubblica accusa che cavalcherà la linea della sottomissione nuda e cruda. Lo scontro tra la cultura del “così fan tutte” e le semplici regole della vita democratica.

Vi invito a soffermarvi, al di là del drammatico episodio, dunque sulle parole del capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho: «Questi abusi hanno trovato terreno fertile in un territorio in cui l’omertà regna sovrana e la sopraffazione è l’unico metodo conosciuto».

Un regime contro cui la tredicenne ha provato inizialmente a ribellarsi, per conquistare una vita normale, ma si è scontrata contro la reale dimensione di quella zona: una cultura e una omertà mafiosa che travalica ogni valore, ogni principio e ogni regola di buonsenso. Solo la famiglia – in questo caso, si badi bene, perché in quello che racconterò invece domani è accaduto l’esatto contrario – ad un certo punto si è resa conto che qualcosa non andava e, seppur con ritrosia, ha collaborato con le Forze dell’ordine e con la magistratura.

Ora sarà facile per la parte sana di Melito Porto Salvo – è chi nega che ci sia! – gridare alla stampa meretrice e assassina che tutto omologa e che in una stanza buia fa diventare neri anche i gattini bianchi. Nossignori, la stampa non c’entra un tubo ed è giusto che la parte sana del Sud prenda coscienza del fatto che la sua voce non si leva alta e non riesce, di conseguenza, a invertire la tendenza di morte per mano dei “mafiosotalebani”.

Il Sud è drammaticamente sempre più mafiosotalebano e la Calabria, ancor più della Sicilia, rappresenta l’area più integralista e retriva ad affacciarsi alla cultura democratica di un Paese che già di suo sta perdendo la stessa via della democrazia.

«Quando lui la guardava – ha detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci, che ha seguito personalmente l’indagine – era totalmente espropriata della sua volontà».

Di grazia: qualcuno sa spiegarmi la differenza tra un capo tribù della più sperduta località mediorientale che con un’occhiata indica la vergine da sottomettere ed il giovane e intoccabile rampollo di un casato di ‘ndrangheta che con un’occhiata fulmina la sua vittima? Non c’è differenza: entrambe possono impunemente avvenire perché la legge riconosciuta – nelle tribù ferme alle origini della propria storia come in ampie parti della Calabria ferme al predominio delle regole imposte dalla cultura mafiosa – è quella.

Inutile girarci intorno. E’ così. Punto. Anche il giovane del quale la tredicenne si era innamorata e con il quale aveva cominciato ad un certo punto a frequentarsi è stato costretto a subire la legge della mafia talebana: colpito a calci e pugni ha fatto un passo indietro da quella cotta adolescenziale e non ha trovato ovviamente – in un mare così inquinato dalle regole mafiosotalebane – il coraggio di denunciare liberando, al tempo stesso, se stesso e quella giovane con la quale avrebbe voluto flirtare.

Ad un certo punto il Gip Barbara Bennato nell’ordinanza di custodia cautelare scriverà che uno dei balordi che stava distruggendo il fisico e la personalità della ragazzina «aveva fatto di tutto per riappropiarsene, quasi si trattasse di un oggetto di sua proprietà. In tale prospettiva l’aveva circuita, insistendo per avere un incontro chiarificatore, ottenuto il quale l’aveva sedotta ed indotta ad avere un rapporto sessuale, così riaffermando la propria cancerogena presenza».

Proprio così scrive il gip: «cancerogena presenza». E di cancro si tratta. Un  cancro mafiosotalebano che avvelena Melito Porto Salvo, il Sud e che sta infestando l’Italia intera grazie a quella risalita della linea della palma.

Ora, la domanda è: c’è una speranza di rinascita in tutto questo? Ne dubito fortemente e sono ampiamente generoso con me stesso in questa considerazione ma, se proprio vogliamo vedere una luce, ebbene una fiammella c’è. Gli investigatori, infatti, hanno trovato, tra i tanti riscontri, anche quelli di alcune persone con la quale la ragazzina si era confidata. Ecco, la speranza è che loro e le famiglie alle quali appartengono sappiano partire da qui per contribuire a cambiare il profilo di un’impunità che soggioga il loro futuro in un consesso democratico quale, anche la Calabria, dovrebbe essere.

Un’altra luce – questa sì – a dire il vero c’è. E’ l’opera incessante delle Forze dell’Ordine e dei professionisti chiamati in causa. Se leggeste, come ho potuto fare io, l’ordinanza, vi rendereste conto dello straordinario lavoro compiuto dalla magistratura, dai Carabinieri del posto e dagli psicologi chiamati in causa per assistere la famiglia della ragazzina, conscia non solo del trauma profondissimo inferto alla figlia ma anche delle ripercussioni alle quali andrà incontro per avere osato chiamare in causa il nipote del boss Natale Iamonte, che a Melito Porto Salvo detta ancora la sua legge.

Ecco: l’unica luce è la cultura della legalità ma a Melito Porto Salvo e su per li rami in tutta l’Italia è merce sempre più rara.

A domani.

r.galullo@ilsole24ore.com

1- to be continued