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Al voto: per lo Stato è un successo mettere i numeri civici alle case di Platì A Diano Marina (Imperia) non va meglio

Per comprendere che a Platì – comune di 1.258 nuclei familiari della Locride, al voto dopo anni 4 anni di commissariamento, un’elezione senza candidati e due scioglimenti per mafia negli ultimi 10 anni – è eccezione quel che nel resto d’Italia è regola, basta leggere la relazione di fine mandato per il biennio 2014/2015 del commissario prefettizio Luca Rotondi. A pagina 2, nono rigo, scrive testualmente: «…si è provveduto alla apposizione dei numeri civici presso moltissime abitazioni che erano prive di numerazione, con problemi notevoli per l’individuazione dei recapiti».

Non sappiamo se le targhe abbiano resistito alla colla prefettizia ma quel che è certo è che dovevano permettere ai messi notificatori di imbucare le lettere per recuperare i tributi locali, il cui tasso di evasione è indeterminato ma altissimo. Al punto che la relazione sulle amministrative 2016, questa volta della Commissione parlamentare, presentata martedì da Rosy Bindi, a pagina 43 certifica questo vulnus della democrazia, corredato da paradosso finale: «Quanto al settore tributario e contabile, il controllo (della commissione di accesso, ndr) metteva in rilievo come il Comune fosse interessato da una forte evasione tributaria, attesa una riscontrata incapacità di riscossione, con una conseguente ripercussione negativa sull’assetto economico dell’ente. Risultavano evasori, tra gli altri, anche l’ex sindaco e la maggior parte degli amministratori e dei dipendenti».

Per un commissario prefettizio che esce (a meno di sorprese) due candidati sindaci si affacciano domani sulla scena con due liste civiche visto che i partiti qui non si fano vedere da molti anni e quando ci hanno provato, hanno fallito. Ne sa qualcosa il Pd che il 6 maggio ha ritirato dalla corsa, per soggettiva impossibilità di comporre una lista, Anna Rita Leonardi, acclamata dal premier Matteo Renzi il 15 dicembre 2015 sul palco della Leopolda come speranza di cambiamento in Calabria.

La prima lista civica è “Liberi di ricominciare” con Rosario Sergi  candidato, la seconda è “Platì res publica” con una donna alla testa, Ilaria Mittiga.

Il primo, sottoscrive Bindi a pagina 44 della relazione sui 13 Comuni messi sotto la lente perché sciolti per mafia o interessati all’accesso prefettizio, «ha rapporti di affinità con esponenti di vertice della cosca Barbaro, tanto con la frangia denominata “castani” che con quella denominata “nigru”» ma, soprattutto, è colui il quale ha organizzato a Platì il 29 marzo la manifestazione di dissenso in piazza contro le dichiarazioni del sottosegretario ai Servizi Marco Minniti, che il giorno prima aveva osato dire quel che quasi tutti pensano e cioè che «il livello di radicamento del terrorismo jihadista a Molenbeek è come quello della ‘ndrangheta a Platì in Calabria».

A quella “spontanea” manifestazione di piazza parteciparono anche discreti servitori dello Stato che stimarono «circa 100 persone, tra cui numerosi esponenti di famiglie di ‘ndrangheta operanti sul territorio».  Parole che arroventarono la cittadina della Locride ma che trovarono la difesa lancia in resta di un insolito paladino, quel senatore Domenico Scilipoti, messinese eletto in  Calabria tra le fila di Forza Italia e ora segretario politico del Movimento di responsabilità nazionale, che l’8 aprile presentò un atto di sindacato ispettivo a Renzi, a seguito delle affermazioni di Minniti.

Tutto ciò al netto del fatto che, come scrive sempre la Commissione antimafia «oltre Sergi numerosi candidati annoverano rapporti di parentela, di affinità o frequentazioni con persone ritenute ai vertici dei sodalizi mafiosi dominanti, intranee o contigue ai sodalizi, oppure intrattengono rapporti o hanno contatti con sorvegliati speciali o con persone sottoposte a libertà vigilata. In molti casi si tratta di sodalizi la cui ingerenza nella vita amministrativa dell’ente ne ha determinato lo scioglimento».

Con queste credenziali Sergi tira dritto – forte del fatto che, come la rivale Mittiga, non candida alcun “impresentabile” ai sensi della legge Severino che, come ha detto Bindi, avrebbe dunque bisogno di un tagliando di controllo – e il 6 maggio (stesso giorno in cui Leonardi si è ritirata) ha depositato un programma di 4 pagine nel quale non una sola volta viene citato la lotta alla ‘ndrangheta e all’illegalità come priorità. E dire che gli assist non mancano di certo.

Assist che in minima parte ha raccolto l’altra candidata, Mittiga, che nel suo programma di cinque pagine scrive che la sua lista «crede nell’onestà, nella democrazia, nella dignità e nella trasparenza della pubblica amministrazione e rifugge dalla ‘ndrangheta, dall’illegalità e dall’immoralità».

Forse basterà per convincere i cittadini ma verosimilmente non per commuovere la Commissione antimafia che, a proposito della lista “Platì Res Publica”, ricorda che il promotore è il padre Francesco Mittiga, già sindaco del Comune sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2006 e che c’è un altro figlio in ista di un ex assessore della Giunta dissolta dal Governo 10 anni fa. Anche in questo caso, comunque, ciò che inquieta la Commissione parlamentare antimafia  è che «dalla documentazione acquisita emerge, anche in questo caso, che numerosi candidati hanno “una fitta rete di parentele e frequentazioni” con persone in organico o contigue alla criminalità organizzata o gravate da precedenti di polizia o già sorvegliati speciali di pubblica sicurezza. La stessa situazione riguarda numerosi sottoscrittori di entrambe le liste».

Qui Diano Marina

Platì non è la sola cartina di tornasole dell’attuale stagione politica. A 1.284 chilometri di distanza, nella provincia di Imperia, che Bindi ha definito la sesta provincia calabrese, la musica politica è ancora più stonata per la democrazia perché mentre al sud bisogna riaffermare solo il controllo del territorio, al nord si entra nella cabina di regia degli affari e del nuovo consenso sociale. A Diano Marina, paese di 6.004 abitanti, il 1° aprile 2015 è stata insediata una commissione di accesso che però ha condotto il Governo il 1° aprile 2015 ad escludere per decreto ministeriale lo scioglimento per mafia, nonostante la presenza di collegamenti parentali e di cointeressenze con le varie “famiglie”, ricordate ancora quattro giorni fa da Bindi.

Diano Marina andrà al voto tra le polemiche sollevate dalla Commissione parlamentare antimafia, nonostante non siano emerse situazioni di incandidabilità e sospensione ai sensi della legge Severino o rilevate situazioni ostative sulla base del codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione parlamentare nella seduta del 23 settembre 2014.

Le liste qui sono cinque: due civiche, una del Pd, una del centro destra e una del M5S. In questo paesino, dove ci sono più calabresi di Seminara che indigeni, per via della forte migrazione degli anni Settanta che ha portato anche mele marce, negli ultimi anni non si contano più gli attentati incendiari e con armi da fuoco, sequestri di munizioni ed esplosivi, cattura di latitanti di ‘ndrangheta, summit mafiosi, matrimoni tra “famiglie” e partecipazioni di locali di ‘ndrangheta (nuclei strutturati con almeno 49 affiliati). «Si rappresenta che risultano, con riferimento ad alcuni candidati appartenenti a più liste differenti – si legge a pagina 61 della relazione della Commissione antimafia – frequentazioni con soggetti gravati da precedenti penali e di polizia, nonché più specificatamente con personaggi riconducibili a storiche famiglie di ‘ndrangheta, come le famiglie Papalia e De Marte, in quest’ultimo caso anche con vincoli parentali. Tali circostanze, di per se stesse non necessariamente rilevanti, appaiono preoccupanti e degne di monitoraggio anche futuro, in ragione del contesto provinciale e del radicamento della ‘ndrangheta in Liguria come emerso dalle indagini».

«In un Comune abbiamo trovato che le famiglie ‘ndranghetiste hanno piazzato i propri candidati in tre liste» ha aggiunto Bindi, che alla domanda su quale Comune fosse, ha risposto che «Diano Marina potrebbe rappresentare questo caso d’interesse», aggiungendo che «le mafie non hanno più confini». E come se non bastasse, dai controlli eseguiti, è emerso che 11 candidati su 63 risultano gravati da precedenti penali o carichi pendenti.

r.galullo@ilsole24ore.com