I comitati d’affari “riservati” in Calabria: l’indagine Meta apre la strada, Fata Morgana ne segue la scia

L’ordinanza di custodia cautelare firmata il 13 maggio in tarda serata dal Gip di Reggio Calabria Barbara Bennato nell’ambito dell’indagine Fata Morgana (alla quale rimando con i link sotto) è una svolta nel modo di intendere (e volere) l’evoluzione della ‘ndrangheta.

Un’evoluzione di cui centinaia di miseri “personaggetti” ora blaterano o scribacchiano. Personaggetti – come direbbe il Governatore della Campania Vincenzo De Luca – che, indottrinati per anni dagli interessati cantori del Santuario di Polsi, si sono miseramente resi conto che non avevano capito assolutamente nulla delle mafie 2.0.

Vedete, cari lettori di questo umile e umido blog, questa ordinanza cristallizza alcuni concetti che – in maniera logicamente più limpida – erano stati già espressi nella sentenza 712/2014 emessa il 7 maggio 2014 a conclusione del giudizio ordinario Meta, che individuò un gruppo di soggetti funzionali a garantire la stabile e resistente capacità della ‘ndrangheta di perpetuare il proprio predominio sulle dinamiche di potere che caratterizzano le relazioni sociali ed economiche di Reggio Calabria. «Sono, costoro, soggetti cui è riconosciuta un’autorevolezza duplice, sia nella società reggina sia nel sodalizio mafiose – scrive da pagina 290 il Gip Bennato nell’ordinanza Fata Morgana  – e questa duplice fonte di potere permette loro, come ben si annota nel decreto di fermo, di sviluppare subdole dinamiche di potere grazie alle quali la ‘ndrangheta è uno stabile, riconosciuto e riverito soggetto sociale dominante».

Continua ad affacciarsi, in altre parole, un nuovo modo di intendere (e volere) la cosiddetta borghesia mafiosa che permette, sono sempre parole del Gip Bennato che sposa appieno le convinzioni dei pm titolari del fascicolo Rosaria Ferracane, Giuseppe Lombardo, Luca Miceli, Stefano Musolino, di «declinare quelle compiacenti descrizioni della ‘ndrangheta come folkloristica organizzazione su base regionale che si nutre dell’atavica povertà economica e culturale calabrese». Scrive proprio così il Gip: compiacenti descrizioni di una ‘ndrangheta che, fino a pochissimi anni fa, tutti, sulla scia di un indottrinamento che grida vendetta, si ostinavano a voler vedere come un fenomeno folkloristico che si nutre solo di cicoria e formaggio o, se preferite, di meloni e ortaggi assortiti (ogni riferimento ai vari capi dell’ala militare, violenta, selvaggia, criminale, disgustosa e mafiosa di Cosa nostra e ‘ndrangheta è assolutamente voluto) . «Tali considerazioni non colgono l’essenza della struttura di potere della ‘ndrangheta – continua il Gip – che riposa sulla sua capacità di essere liquida ed infiltrante, piuttosto che rigida (nella struttura e nelle regole) e ciecamente violenta ed arrogante, per come, pure, spesso appare o viene artificiosamente rappresentata. Ma sta proprio in ciò, la sua straordinaria capacità di espansione fuori dai territori originari». Sublime.

Quella irreparabile (forse) visione della ‘ndrangheta tutta “apecar, cicoria, ricotta e meloni”, supportata da abili manovre mediatiche, ha fatto più danni della grandine ma è inutile recriminare e bene, benissimo, fa il Gip Bennato a ricordare – talvolta, a mio modesto avviso, forzando la mano ma va comunque bene così – le ordinanze e le sentenze che hanno sottolineato questa camaleontica capacità della ‘ndrangheta di essere sempre presente a se stessa oltre i singoli e miserabili attori. Ecco dunque citare l’ordinanza del 2012 che ha coinvolto l’avvocato Mario Giglio, la sentenza n.50130 del 17 luglio 2015 (Annunziata) e perfino le motivazioni della sentenza della Suprema Corte di Cassazione, II sezione, n, 34147/2015 che ha definito una porzione del procedimento Infinito e quelle della sesta sezione della Cassazione, sentenza n. 24535 del 10 aprile 2015 su Mafia Capitale.

Ma il cambio di rotta nel modo di intendere e di volere la forza dirompente della ‘ndrangheta 2.0 è, senza ombra di dubbio, l’indagine Meta che, osteggiata come fu fin dal suo sorgere dai servitori dello Stato “chiacchiere e distintivo”, ha visto emergere solo la punta di un iceberg di una borghesia mafiosa, ipocritamente considerata come “soggetto esterno”, che ha alimentato e fatto definitivamente morire Reggio Calabria.  A rendere onore a quell’indagine – di cui, senza un filo di vergogna, ora alcuni cantori prezzolati cominciano a profilarne i meriti nei salotti e su presunti organi di informazione – è proprio il Gip Bennato, allorquando scrive (da pagina 300), che «è in altri termini evidente come a curare questo imprescindibile aspetto della vita di un sodalizio mafioso e, in particolare, della ‘ndrangheta, non possano che essere soggetti non apparentemente riconducibili ad una estrazione tipicamente mafiosa, con i quali, difatti, avrebbero difficoltà ad interagire i settori delle Istituzioni inclini a discutere con l’associazione mafiosa. E’, questo, compito che va riservato ad altri soggetti, in apparenza non direttamente riconducibili alle classiche esternazioni del potere mafioso, agli organigrammi noti o sospetti dei sodalizi mafiosi, per quanto, ovviamente, siano percepibili, trattandosi pur sempre di costituti ovviamente segreti. Se, allora, si comprende l’intensità dello sforzo investigativo diretto ad esplorare questi ambiti che devono, si è detto, essere per forza di cose riservati, si comprende come quanto si legge nella sentenza emessa all’esito del procedimento Meta, nella parte in cui viene declinata l’esistenza di una componente riservata, coperta, massonica interna alla ‘ndrangheta che tali ambiti finisce con il coltivare, inizia a trovare compiutezza nelle indagini che si andranno a commentare.

Emerge, in altri termini, un primo spaccato che consente di visualizzare soggetti che si interfacciano con coloro i quali, a livello locale, ma con capacità d’interlocuzione nazionale, compongono stabilmente i comitati d’affari e di gruppi di potere paralleli a quelli legali, come esattamente si evidenzia nel decreto di fermo, richiamando anche recenti indagini in tema di corruzione sistemica, svolte da molteplici Procure della Repubblica italiane (da Roma a Milano, da Venezia a Firenze, ecc.).

Si viene, in altri termini, a realizzare una sorta di interfaccia stabile fra centri di potere attivi e dediti alla gestione occulta delle principali dinamiche di governo dell’economia e della politica e l’associazione mafiosa, che porta alla costituzione di una struttura di potere di cui l’associazione di tipo mafioso è parte e della quale si giova per mantenere inalterato il suo potere e, se possibile, accrescerlo.

Ed allora non pare certo casuale che, nelle indagini poste all’attenzione di questo ufficio, si sia visualizzata correttamente la sussistenza di un’associazione segreta che tali finalità persegue.

Ovvio, difatti, che entrare nei gangli determinanti della vita sociale di una Nazione diventa incredibile strumento di arricchimento e di consolidamento del proprio potere.

E parimenti ovvio è che questo ruolo di cerniera non possa che essere garantito dagli esponenti della cosiddetta borghesia mafiosa, che permettono l’infiltrazione nei sistemi di governo sociale ed economico-istituzionale, permettendo alla ‘ndrangheta di conseguire anche l’ulteriore, non certo trascurabile, risultato di essere percepita come (il termine adoperato nel decreto di fermo è, pur nella sua suggestività, particolarmente efficace) una agenzia di servizi a cui rivolgersi per risolvere le più svariate problematiche e su cui investire (su un piano relazionale) le proprie aspettative future…».

Mi permetto di dire che sono molti anni che utilizzo l’immagine – tutto, egregio Gip Bennato, tranne che suggestiva come potrebbe essere il fenomeno della Fata Morgana sullo Stretto ma, invero, a mio avviso, legittima e reale – delle mafie come “agenzie di servizi”. Se preferite come dei taxi sui quali salire per circolare nei centri del potere marcio e manovrarne le leve. Del resto, se Reggio Calabria, così come l’Italia intera, vengono governate da centri di poteri occulti esterni alle Istituzioni locali (come tenta di dimostrare anche questa indagine, senza contare Breakfast che, forse volontariamente, non è mai stata citata dal Gip nella sua ordinanza) perché mai le mafie dovrebbero essere governate solo da leve interne alla mera ala militare, selvaggia, arcaica, violenta, sanguinaria e rupestre insita nel dna delle cosche e dei clan?

Ora mi fermo ma domani continuo.

r.galullo@ilsole24ore.com

4 – to be continued (per la precedente puntata si legga http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/05/11/con-lindagine-fata-morgana-la-dda-continua-la-caccia-alle-logge-selvagge-che-governano-la-calabria/

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/05/12/il-ricatto-per-la-dda-in-calabria-diventa-arte-e-reggio-e-governata-da-un-circolo-di-pescatori/)

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/05/13/le-mire-delle-logge-occulte-sui-finanziamenti-miliardari-nellarea-metropolitana-dello-stretto-di-messina/)