Caso Catania/3 La visita, in piena campagna elettorale, del candidato a casa di un pregiudicato per mafia (agli arresti domiciliari)

Amati lettori di questo umile e umido blog, da martedì dedico una serie di approfondimenti al cosiddetto “caso Catania”, vale a dire a quelle conclusioni della Commissione antimafia regionale siciliana (presidente Nello Musumeci, relatore Stefano Zito), presentate il 29 dicembre 2015,  consegnate alla presidenza dell’Ars il 5 gennaio e tornate di grandissima attualità in questi giorni (si vedano i link a fondo pagina relativi ai primi due servizi).

Oggi concludo le riflessioni sull’opportunità di una Commissione di accesso che abbia il compito di valutare se vi siano collegamenti diretti o indiretti tra organizzazione criminale e attività amministrativa.

Ammetto con sincerità di essere rimasto sconcertato da un episodio che la Commissione regionale ha messo nero su bianco a proposito di un altro caso «che può destare perplessità» (cito testualmente).

Il caso riguarda un consigliere comunale (eletto e poi rieletto). Dei nomi – che oltretutto fuori dagli angusti confini catanesi nulla direbbero a nessuno – non mi interessa (spetta ad altri appurare responsabilità anche di tipo politico) ma del contesto si. Ebbene che cosa accade?

Accade che la Commissione regionale acquisisce il verbale dell’udienza del 12 febbraio 2015, relativo al procedimento penale n. 1887/2015 Rg (Tribunale di Catania, IV sezione, Giudice Benanti) iscritto a carico di Lombardo Raffaele + altri.

Si tratta dell’udienza dedicata, in un processo per il reato di corruzione elettorale (conclusosi, peraltro, con l’assoluzione di tutti gli imputati), all’esame testimoniale di Alessandro Drago, in servizio presso la Squadra mobile di Catania. Drago racconta, appunto, del caso di questo consigliere comunale e la Commissione sintetizza così: «In buona sostanza, in piena campagna elettorale un consigliere comunale si è recato presso l’abitazione di un pregiudicato per fatti di mafia che si trovava sottoposto al regime di arresti domiciliari. Può non costituire reato, ma certamente l’opportunità politica e i doverti di etica pubblica avrebbero dovuto consigliare, anzi imporre, ben altri atteggiamenti. Specie in campagna elettorale! Ad emergere nell’ambito del procedimento a carico di Lombardo Raffale + altri, secondo quanto si è appreso dalla stampa, è stato anche un ulteriore consigliere comunale (…).

(…) Troppo deboli gli elementi a disposizione per formulare in questa sede un giudizio di responsabilità politica e, anche in questo caso, opportuni eventuali approfondimenti della Commissione bicamerale antimafia».

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Quell’altro – come scritto nei giorni scorsi  – è di competenza del prefetto e del ministro dell’Interno.

r.galullo@ilsole24ore.com

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/03/16/caso-catania2-le-voragini-nella-normativa-antimafia-della-regione-sicilia-messe-nero-su-bianco/)