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Caso Catania/1 Regione Sicilia preoccupata per le frequentazioni di alcuni consiglieri comunali. Parola al ministro dell’Interno?

Intendiamoci subito: per fatti analoghi il Comune di Reggio Calabria ha avuto un percorso che ha portato lo Stato a istituire una commissione di accesso che, con le sue conclusioni, condusse il Governo a scioglierne il consiglio per contiguità mafiosa. Doveroso istituire la Commissione, a garanzia della città e doveroso, per i fatti portati alla luce, sciogliere l’organo assembleare.

Continuiamo a intenderci: per fatti analoghi il consiglio comunale di Fondi (Latina) avrebbe dovuto avere lo stesso percorso di garanzia istituzionale, prima di mandare nel panico un Governo intero e far muovere di conseguenza alla politica, sulla scacchiera dell’ipocrisia, la furba pedina dell’autoscioglimento del consiglio.

Intendiamoci ancora: la mediazione politica –  per fatti ancora assimilabili a quelli che descriveremo, che convergono sulla specchiata moralità di un organo assembleare – ha condotto a tenere Roma indenne dall’onta di uno scioglimento per mafia. Forza della politica. Di questa politica.

E allora adesso – con questi paragoni pertinenti, pur se ciascuno con le proprie peculiari caratteristiche, e che pesano come precedenti da prendere in considerazione – intendiamoci bene sul Comune di Catania: anche in questo caso è necessario riflettere sulla necessità che lo Stato invii (attraverso la figura del prefetto del capoluogo o attraverso la decisione del ministro dell’Interno) una commissione di accesso agli atti, che appuri quanto sta accadendo o è accaduto nella sua vita amministrativa. Non certo da ieri, né per dolo o colpa dell’attuale governo locale. I mali nascono dalla storia e la storia non è mai solo contemporanea.

E’ necessario riflettere su questa necessità (che potrebbe diventare un’opportunità) anche perché – mai come questi ultimi tempi – le indagini della magistratura (non solo catanese) hanno portato a galla la rinnovata pervasività di Cosa nostra nei respiri economici e sociali di una provincia attraversata da un pericoloso ritorno ad un passato “massomafioso”. Impossibile che l’alito fetente di Cosa nostra (alimentato dai circuiti maldestramente appellati come “concorrenti esterni”, essendone invece quota parte genetica) non soffi anche sulle amministrazioni comunali. Starebbe ad una commissione di accesso appurarlo senza condizionamenti (che invece si sono rincorsi in molti altri casi) anche per il comune capoluogo.

Su questo bisogna riflettere. La decisione spetta agli organi dello Stato.

Il viatico non sembrerebbe mancare e a tal proposito basta leggere (so che quasi nessuno di voi lo ha fatto anche perché i media sono più attratti dal culo di Belén, del quale raccontano le curve con dovizia di particolari, che dalle grane della politica) la relazione conclusiva sul “caso Catania” della Commissione regionale antimafia, approvata il 29 dicembre 2015,  consegnata alla presidenza dell’Ars il 5 gennaio e tornata di grandissima attualità poche ore fa. Perché?

Perché Claudio Fava (vicepresidente della Commissione bicamerale antimafia, Si-Sel) venerdì scorso 11 marzo è sceso a Catania (sua città natale e del padre Giuseppe assassinato da Cosa nostra il 5 gennaio 1984)  per sollecitare una cosa semplice semplice già messa nera su bianco in un’interrogazione parlamentare: appunto una commissione d’accesso che abbia il compito di valutare se vi siano collegamenti diretti o indiretti tra organizzazione criminale e attività amministrativa. Non avendo ricevuto alcun cenno dal prefetto Maria Guia Federico, il senatore Fava ha pensato di chiamare in causa – per una risposta – il ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Basterebbe leggere le conclusioni della Commissione antimafia regionale (presidente Nello Musumeci, relatore Stefano Zito) per capire che quella commissione prefettizia di accesso sarebbe non solo la migliore garanzia per i catanesi ma anche la migliore carta che può giocare la stessa amministrazione sul tavolo istituzionale della trasparenza. Fossi il sindaco Enzo Bianco (che conosco da oltre 20 anni) sarei il primo a chiederla.

Si legge infatti nelle conclusioni della Commissione antimafia regionale – bellamente ignorata nella sua devastante analisi dai media siciliani (non mi sorprendo) e pure dai media nazionali (non mi meraviglio) – che ciò che «più di ogni altra indicazione preoccupa questo organismo parlamentare è la variegata presenza nelle istituzioni etnee di soggetti che, pur non avendo violato una norma penale, hanno certamente adottato, quanto alle proprie frequentazioni, pratiche che non dovrebbero mai essere seguite da rappresentanti della pubblica amministrazione. Pur tuttavia, ciò che l’odierna indagine ha disvelato è altresì la debolezza con cui la politica riesce a formare anticorpi rispetto alla possibilità che soggetti di dubbia moralità possano incunearsi nei partiti e, quindi, nelle assemblee rappresentative (…) Quanto alla esigenza di un rapporto fecondo tra Prefettura, magistratura e politica, la questione è più delicata. Tuttavia, la sua soluzione non può che vedere protagonista, ove lo riterrà, la Commissione nazionale antimafia. Non è facile contemperare il principio costituzionale di innocenza fino alla sentenza definitiva, con il dovere per la politica di provare a tenere fuori dalle liste personaggi le cui frequentazioni non siano di pubblico dominio».

Non vi bastano queste conclusioni per riflettere sulla necessità o opportunità di una commissione di accesso agli atti? E allora aspettate di leggere le prossime puntate che ho deciso, da oggi, di dedicare alla relazione dell’Ars sul “caso Catania”. La vostra analisi e la vostra opinione potrà essere arricchita.

r.galullo@ilsole24ore.com

1-   To be continued